La fine del mondo per colpa loro

Scrivo una cosa per chi ha voglia di riflettere sulle iniziative di Greta Thunberg isolandosi dagli strilli bavosi contro di lei di una parte del mondo anziana e spesso maschia che se ne sente diminuita, e isolandosi dai compiaciuti paternalismi nei suoi confronti – “che bravi, questi ragazzi” – di una parte del mondo anziana e progressista che se ne sente pure diminuita ma cerca di nasconderlo meglio esibendo contrizioni posticce e vanitose. Non è facile perché questa nebbia di schieramenti continui appanna un po’ la vista (pensateci: della abusata e fondata parola “schieramenti” il problema non è tanto che ci si schieri, ma che ci si schieri “sempre”, che sia l’unica modalità di osservazione delle cose, da cui poi l’osservazione delle cose è sempre tarata).
Ma Francesco Costa ha scritto invece una cosa lucida e ovvia, su questo, qualche tempo fa: se una ragazza di sedici anni si comporta e diventa una leader adulta, quello che fa e dice va preso sul serio. E prendere sul serio non è dire “che carina”.

Alcune delle cose che pensavo in questi giorni dopo l’intervento di Thunberg all’ONU stanno in un articolo sul Foglio di oggi che intervista Gerard Baker, ex direttore del Wall Street Journal. Lo cito non perché attribuisca particolare autorevolezza al parere di Baker, ma perché sintetizza alcune delle cose su cui sono abbastanza d’accordo, e faccio prima.

“Greta ha portato nel mainstream l’interpretazione più estrema dell’ambientalismo, quella dell’apocalisse imminente, dell’odio per la crescita economica, dell’estinzione di massa, una versione che molti degli scienziati che invoca a suffragio delle sue posizioni non sposano affatto”. La performance onusiana è stata rivelatrice, secondo Baker, “perché è stata puramente emotiva, non razionale. Ha denunciato un’emergenza esagerandone le proporzioni e distorcendone i contorni.

“Di fronte alla retorica del ‘moriremo tutti’ e alla maledizione senza eccezioni della crescita, è naturale che i politici liberali si trovino in imbarazzo. L’errore è stato abbracciare all’inizio questa posizione emotiva: adesso è complicato tirarsi indietro e spiegare che per realizzare una seria politica ambientale occorrono scelte ponderate, ed è irragionevole da tutti i punti di vista pensare che diventare carbon free nel giro di mezza giornata sia l’unico modo per salvare il pianeta”

Sull’emotività teatrale dell’intervento di Thunberg che ha appassionato e coinvolto molti, ma anche messo a disagio altri tra i suoi alleati nel mondo, aveva scritto ieri anche Mattia Feltri, sulla Stampa.

Si può deridere Greta quanto si vuole, ma lei la sua partita l’ha già vinta, si è già tirata dietro centinaia di migliaia di ragazzini, e centinaia di migliaia di cannucce e bottigliette in meno: è una buonissima notizia. Qualche problemino lo si intuisce però quando gli stessi messaggi semplici ed emotivi vengono ripetuti all’Assemblea generale dell’Onu, la più importante organizzazione internazionale, con toni sprezzanti e argomenti futili, adatti alla giovane età dell’oratrice ma umilianti per l’uditorio degli uomini più potenti del mondo. Che invece non paiono affatto umiliati, vivono la ramanzina di un’adolescente come una Rivelazione, ne applaudono le sfrontatezze e gareggiano per un faccia a faccia da globalizzare via social a riprova di buona volontà.
Del resto il “ci avete rubato il futuro” di Greta corrisponde al loro “dobbiamo tornare a parlare con la gente” dopo ogni sconfitta. Non vuol dire niente, ma fa scena. Ecco, il problema non è Greta, che ha sedici anni, il problema è un intero pianeta di incanutiti sedicenni.

A queste riflessioni che cito per il tratto comune di diffidenza e cautela nei confronti della deriva emotiva e fanatica della campagna per proteggere dagli umani le vite future degli umani (di quello parliamo: non del pianeta, che se la caverà comunque alla faccia nostra), aggiungo la mia. Credo che l’intervento enfatico e retorico (è difficile convincermi che i sogni di una sedicenne occidentale media oggi siano meno promettenti dei miei) di Thunberg a New York sia stato sventato e controproducente rispetto agli obiettivi dichiarati, ovvero far sì che ci siano concrete iniziative nel senso desiderato. Replicare anche sulla scala di questo problema – il problema più universale che ci sia – i meccanismi di opposizione e divisione tra fazioni di buoni e di cattivi (che ci siano o no i buoni e i cattivi) è il modo migliore per fare passi indietro, invece che avanti. Niente è così fallimentare nella dialettica di questi tempi come il tentativo di attribuire colpe e sensi di colpa, niente fa poco proselitismo presso i non convertiti come le accuse nei loro confronti, niente è più inadeguato per una campagna di condivisione come la solita dilagata idea di dividersi tra amici e nemici e vedere chi vince facendo a botte. Anche perché vincono quasi sempre i peggiori, quando si fa a botte.
Poi qualcuno risponderà che i peggiori esistono, che gli “haters” di cui ha parlato Thunberg ieri (mi si perdoni il paragone, ma è per citare cose familiari qui: la catastrofe di Renzi è cominciata quando ha smesso di cercare di coinvolgere tutti e ha iniziato a vedere “gufi” ed evocare nemici, e li ha trovati eccome) esistono davvero e occupano persino grandi posti di potere, nel mondo, i più grandi. Appunto.
Un fronte esteso di retrogradi egoisti e interessati – coincidenti in gran parte col fronte che chiamiamo del sovranismo e populismo – ha già da tempo avviato una campagna di aggressione e diminuzione personale di Thunberg e delle richieste che rappresenta: e guadagna facilmente consensi tra umani risentiti e frustrati e ingannati ogni giorno. Noialtri possiamo aggiungere pure queste richieste, le più grandi di tutte, al novero delle cose su cui cercare e combattere nemici e rallegrarsi di istantanee piccole vittorie inutili (“gliele ha cantate!”, “hai visto la faccia di Trump?”), oppure almeno su queste lavorare contro quello che siamo diventati e contro questa tempesta di irrazionalità eccitata e autolesionista che contagia ogni cosa che pensiamo giusta. Estinguersi inveendo contro chi ci avrà estinto non sarà di gran conforto.
O magari lo sarà, a guardarci bene.

 

 

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