Ru486

“Una di noi due ha abortito a ventidue anni con assoluta leggerezza. Aveva esattamente l’età in cui sua madre l’ha partorita. Dopo si è sentita una rivoluzionaria e una donna vissuta, invece era una deficiente. Ci sono voluti dieci anni di meditazione per capire che portava un peso inespresso dentro di sé, e non aveva elaborato ancora nulla di quel lutto. Quando lo ha tirato fuori è rimasta di nuovo incinta, e ha avuto un bambino. L’altra ha abortito a diciannove anni, clandestinamente e senza nessun rimorso, aveva solo paura del dolore e di morire. La seconda volta ha abortito a venticinque, in circostanze eccezionali che non valuterebbe più allo stesso modo, e dopo un lungo tormento. Altrimenti adesso avrebbe altri due figli, già grandi, e le piacerebbe. Ne discutiamo ogni mattina, da dieci giorni. Discutiamo della pillola Ru486. Dice una delle due: se mai dovesse capitarmi di nuovo – Dio ne scampi – preferirei l’aborto chirurgico. Mi sembra terribile l’idea di assumermi questa responsabilità da sola. Prendere la pillola abortiva, aspettare che il sangue scorra e il feto venga espulso. Non vorrei guardare. Non vorrei sapere come. Il sangue fosse qualcun altro a vederlo. Perché nemici e sostenitori della Ru486 la definiscono un “aborto facile”, addirittura senza dolore? Sembra un metodo solitario e molto peggiore. Detto questo non sono affat to contraria all’introduzione della pillola abortiva, se non ha controindicazioni aggiuntive per la salute, ognuna scelga quel che è meglio e più sicuro per lei in un momento difficile. Venderla come “la pillola dell’aborto facile” però è grave. Qualcuno dica alle ragazze che non è vero. Crampi, nausea, paura, emorragia. Si risparmiano solo l’anestesia, non sempre l’attesa. Come lo si affronta? Si chiama un’amica? “Vieni a tenermi compagnia. Ho preso la Ru486, non voglio stare sola”. L’altra dice: ancora una volta ci si combat te aspramente con le armi dell’ideologia. Da una parte l’ipocrita definizione della Ru486 come strumento di libertà delle donne, dal l’altra l’idea, altrettanto ipocrita, che l’aborto in questo modo sia pericolosamente più semplice. Nessuno si preoccupa di trasmettere elementi di giudizio, di valutazione, di realtà e di consapevolezza alle giovani donne fertili. Ti pesa e ti lascia male In questi anni abbiamo sentito tante volte le nostre amiche ginecologhe lamentarsi di esser rimaste le sole, in un intero ospedale o addirittura in una regione, a praticare inter ruzioni volontarie di gravidanza. Tutti gli al tri erano obiettori. E’ un lavoro brutto, quello dell’interruzione. Ti pesa e ti lascia male, hai a che fare solo con donne tristi, non ci so no neonati a rallegrarti. Puoi pensare che è giusto, che devi dare la tua assistenza e la tua competenza in un momento così duro. Ma non vedi l’ora di smettere. La pillola Ru486 allevia la fatica dei medici non obiettori. Lo capiamo. Riflettiamo su come ci siamo senti te nei confronti della legge 194 in questi anni. Siamo stanche, siamo stufe. E’ stato come di fendere una città assediata. Continuamente la legge – una buona legge, non del tutto applicata come ha sempre detto il movimento per i consultori – è stata minacciata. Ruini ha decretato una tregua solo tre mesi fa, dopo la vittoria dell’astensione ai referendum sulla legge 40. Non che ci sia poi molto da fidarsi, pensiamo noi. Però è importante, e soprattut to ci dà agio di riflettere, è ovvio che quando devi stare sui bastioni, armata fino ai denti, non hai tempo di elaborare molto. Difender si non è esattamente l’attività più creativa del mondo. E poi sai che i nemici, per quanto agguerriti, non possono rispedire le donne dai praticoni, né creare lager dove chi non vuole viene costretta a partorire lo stesso. Non c’è altra soluzione che la legge. Ma una donna che abortisce non va tormentata, interrogata, colpevolizzata, sottoposta a pressioni, paragonata agli aguzzini nazisti. Provare a offrirle una casa, denaro, aiuto domestico senza co stringerla a recitare in cambio il rosario può risolvere alcuni casi. Non tutti. Qualcuna non vuole un figlio e basta. Non lo vuole mai. Non lo vuole in quel momento. Non ne vuole un altro, ne ha già tre. Infatti l’aborto esiste dal l’inizio dei tempi perché gestire per una me dia di trentacinque anni una vita feconda senza incidenti è un’impresa. Fra donne, quando ci si racconta dei figli, dei parti, degli allattamenti e degli aborti, le rare volte che qualcuna dice “Non ho mai abortito” le altre rispondono: “Fortunata! Beata te!”. Tutti i mezzi contraccettivi possono fare cilecca e sono scomodi. Tra l’altro, nell’amore ci si distrae. E molte, prima o poi, si coricano con uno o più uomini sbagliati dallo spermatozoo subdolo e fulminante. Pensiamo alle nostre amiche. Fanno eccezione quelle che non hanno abortito almeno una volta. Conosciamo donne sensibili, civili, normali, benestanti, talvolta praticanti, che hanno interrotto an che cinque gravidanze. Per capirle ci voglio no meno spade sguainate, più realismo, più compassione e meno rabbia. Adesso, dopo secoli di aborti, di nuovo si alzano uomini a dirci che è un omicidio e siamo delle assassine. Giuliano Ferrara pro pone di farne un tabù, e costruire da lì una nuova cultura. Siccome sappiamo cheeliminare del tutto gli aborti non è (ancora?) possibile, ci chiediamo come potrebberosentirsi quelle che abortiranno, gravate anche dal neotabù. Per quel che sappiamo noi, un monitor ecografico che mostra dopocinque settimane di gravidanza il cuore chebatte è già un bel tabù. Ma perché, ci chiediamo, anche in occasione della discussione sulla Ru486 l’aborto viene presentato solocome un problema delle donne o un casomorale? E’ ovvio che sono le donne che prendono la decisione finale. E’ la biologia che ha messo su di loro il peso e l’onore di dare la vita – o di non darla. Ma non si resta incinte da sole. Si concepisce in due. L’aborto è conseguenza di una politica pubblica reticente e pelosa sulla contraccezione,ma non solo. Altrimenti in Francia, dove c’è una cultura laica, e le precauzioni sono usate molto di più che in Italia, gli aborti sarebbero diminuiti. Invece no. L’aborto è anche,sarà banale dirlo, la conseguenza di una sessualità maschile fondata più sull’eiaculazione che sul piacere, più pornografica che erotica (e meno che mai tantrica). Di questo la maggioranza degli uomini non si assume responsabilità. Non si fa domande. Non è disposta a nuove, elevate e vantaggiose avventure sensuali. Procedono a testa bassa versolo schizzo trionfale, sul più bello chiedonose – veramente? – devono infilarsi un preservativo. Sapendo questo, che cosa diremmo dunque a un figlio o a una figlia adolescenti chevenissero oggi o domani a dirci di essere responsabili di una gravidanza indesiderata?Abbiamo un amico che quando se ne parla,fra genitori, sostiene che sarebbe entusiasta.Che bello, avere di nuovo un piccolino per casa, prima è meglio è. Scherza, ma micatanto. Forse sentiremmo così anche noi. Lamadre di una di noi diceva: “Sono nati bambini anche nel ghetto di Varsavia”. Mai manifestare altro che gioia quando una creatura decide di piombare qui a sorpresa. Magari, dopo essersi comportate nobilmente, cichiuderemmo in camera a piangere, o saremmo furibonde. Ma non chiederemmo,probabilmente, come ha potuto la cretinetta, che disponeva di tutte le informazioni, rimanere incinta per sbaglio: lo sappiamo, come succede. Se invece, volesse abortire nonle diremmo di certo: “Stai per commettereun omicidio”. Piuttosto avremmo compassione della sua pena e comprensione per leragioni del suo rifiuto. Vedremmo che nellasua scelta ci sono anche dei vantaggi, per leie per noi, che vogliamo goderci in santa pace l’età matura. Forse però le diremmo: ora l’aborto ti sembra l’unica strada, ma guarda che io ci sono passata ed _ un dolore fottuto. Le racconteremmo di quando è successo anoi, e poi anche della gioia per la sua nascita. Diremmo: qualunque cosa scegli sonocon te, sono contenta di avere dei nipoti, tiaiuterò. Siamo fatte così, per disposizioned’animo e di fronte alle questioni complessepreferiamo le carote ai bastoni. Giusto a titolo di onestà culturale e morale, come ha scritto anche Bia Sarasini ieri suqueste pagine, vogliamo per_ ricordare chegli aborti vanno messi in conto agli uominicome alle donne – che tra l’altro vengono ferite sul loro corpo – perch_ in questa vicenda altro non sono che convitati di pietra. Neconosciamo infatti proprio pochi che hannoscongiurato aborti. Che hanno detto a donnemesse incinte per caso, che non amavano, dicui non volevano farsi carico: porta avantiquesta gravidanza, cara, sono al tuo fianco,farò da padre. Conosciamo invece molte chehanno abortito per non dispiacere gli uomini, per non disturbarli, perché erano sposati con un’altra, erano troppo giovani, studiavano ancora, non avevano una lira. Conosciamo madri che non hanno abortito nonostante l’abbandono dei loro compagni, e tirano su da sé magnifici bambini. Nelle saled’attesa dei consultori – dove di solito gli uomini non mettono piede – abbiamo conosciuto donne che venivano da altri paesi enon avevano gli strumenti per fare questascelta o questa riflessione, abortivano e basta. I mariti nemmeno lo sapevano, era unaffare di donne, e dicendolo, magari, si sarebbero prese anche un ceffone. Si facciano dibattiti e trasmissioni televisive sull’aborto fra uomini, ma uomini che vanno a letto con le donne, non preti. Nel parlare non si basino, questi uomini, solo su convincimenti morali o ideologici, ma anche sui loro sentimenti verso i figli rifiutati, perduti e non avuti. Siamo sicure che quasi tutti hanno questa esperienza. E’ vero infatti che una politica pubblica non si fa solo sulla base dell’esperienza, ma ugualmente ci sembrano insinceri e non credibili coloro che parlano, e pretendono la nostra attenzione, dal pulpito delle loro rimozioni.

Alessandra Di Pietro, Paola Tavella”

Il Foglio