Il finanziamento strabico dei giornali

Il Parlamento ha approvato un lotto di nuove norme a sostegno dei giornali, qualche giorno fa. È difficile che lo abbiate saputo perché i quotidiani e i loro siti, che tendono a dare informazioni su ogni cosa e su ogni iniziativa politica su questa notizia sono stati molto riservati, limitandosi a segnalare unanimi il comunicato soddisfatto della Federazione della Stampa.

“Dai prossimi giorni sarà possibile, alle imprese e ai professionisti che effettuano investimenti pubblicitari sui quotidiani e sui periodici di importo maggiore rispetto a quelli effettuati nel passato, maturare un credito d’imposta pari al 75% della parte di investimento incrementale”, ha specificato Costa, definendo poi “misure di grande importanza” quelle relative “alla liberalizzazione della rete di vendita di quotidiani e periodici e al rifinanziamento dei prepensionamenti dei giornalisti, che consentirà lo sblocco di una situazione pendente da anni”.
“Le disposizioni approvate”, ha concluso il presidente Fieg, “costituiscono un significativo passo avanti per il nostro settore. Va dato atto al Governo, e in particolare al ministro Lotti, sottosegretario per l’editoria, di aver fortemente creduto in una riforma di sistema che, avviata molti mesi fa, raggiunge oggi un importante traguardo”.

La norma più eccezionale è quella che crea sconti fiscali a chi faccia pubblicità “sulla stampa quotidiana e periodica”, cioè si direbbe solo sui giornali di carta: solo sui giornali di carta, nel 2017.

A decorrere dall’anno 2018, alle imprese e ai lavoratori autonomi che effettuano investimenti in campagne pubblicitarie sulla stampa quotidiana e periodica e sulle emittenti televisive e radiofoniche locali, analogiche o digitali, il cui valore superi almeno dell’1 per cento gli analoghi investimenti effettuati sugli stessi mezzi di informazione nell’anno precedente, è attribuito un contributo, sotto forma di credito d’imposta, pari al 75 per cento del valore incrementale degli investimenti effettuati, elevato al 90 per cento nel caso di microimprese, piccole e medie imprese e start up innovative, nel limite massimo complessivo di spesa stabilito ai sensi del comma 3.

Quando andammo a registrare in tribunale la testata del Post, nel 2010, l’impiegata chiese se si trattasse un quotidiano, settimanale o mensile, come domandava la casella “periodicità” del modulo relativo: provammo a spiegare che era un sito web, e quindi proprio volendo “istantaneo”, “minutoso”, ma nessuna eccezione era prevista e se non ricordo male nel modulo finimmo per scrivere “quotidiano”. Mi pare però difficile che leggendo la formula “stampa quotidiana e periodica” si possa pensare a qualcosa di diverso dai giornali di carta, ma ci arrivo tra poco.

Le mie opinioni sul sostegno pubblico all’informazione di qualità e accurata (che abbia mostrato di esserlo, di qualità e accurata) sono diventate più indulgenti, in questi anni di disastri creati dalla cattiva informazione e di declinante sostegno del mercato (la buona informazione è un servizio pubblico fondamentale, come la sanità e l’istruzione, di cui lo Stato però si disinteressa – con la sola limitata e contraddittoria eccezione della Rai – e che appalta ai privati senza nessun sostegno), ma le complicazioni di giudizio e applicazione di criteri di “giornalismo accurato” mi mantengono diffidente del finanziamento pubblico. Penso sarebbe giusto, ma non so se sia fattibile. Le norme appena approvate che rivedono criteri e testate interessate sono un piccolo tentativo di miglioramento – sempre con diverse concessioni piuttosto opache, diciamo – ma il problema è più grosso, in quel caso.

Ma qui stiamo invece parlando di una cosa assai diversa, che prescinde giustamente dalle distinzioni di merito riferendosi a un comparto industriale e commerciale, e che però mostra palesi contraddizioni e le ripristina, le distinzioni di merito – per cui non mi meraviglia che i giornali non si siano diffusi in spiegazioni -, e mi interesserebbe che qualcuno sciogliesse queste contraddizioni.

1. Se si stanno dando aiuti di Stato a un comparto in difficoltà, quel comparto non può essere limitato ai prodotti editoriali di carta. Se si stanno dando aiuti di Stato legittimati da una funzione sociale e di servizio pubblico, idem.
La crisi dei ricavi pubblicitari riguarda altri settori e formati della “stampa” (che tra l’altro non è nel testo definita in nessun modo – “prescinde” – quindi immagino stiamo ugualmente incentivando anche la pubblicità su “Miracoli”, “Topolino” o “Cucina moderna”, con tutto il rispetto per “Miracoli”, “Topolino” e “Cucina moderna”), e soprattutto internet (mentre la tv, per un desueto ma solidissimo regime tutto italiano, prospera nelle quote di ricavi pubblicitari). È come dire che il settore dell’allevamento è in crisi e ha bisogno di aiuti, e però darli solo agli allevatori di pollame (e non stabilire criteri di qualità della produzione per ottenerli, ma ancora, “prescindiamo”).

2. Quella che si crea è una violazione di un regime libero di mercato e della concorrenza (la pubblicità che diventa così più conveniente su “Miracoli” è pubblicità tolta al Post, per non eludere l’inevitabile parzialità del mio punto di vista: l’incentivo disincentiva altro): un doping da cui vengono danneggiati tutti gli altri fornitori di informazione (e vengono favoriti in sostanza i grandi gruppi che sono maggiori collettori di pubblicità e più impensieriti dalla concorrenza di Google e Facebook). Non solo perché prodotti online e prodotti di carta sono concorrenti, da tempo, ma anche perché le agevolazioni riguardano gruppi editoriali che operano anche online, godendo di vantaggi complessivi che i loro concorrenti non hanno (mi chiedo poi come verranno evitate le confusioni, nel corrente sistema di “pacchetti” e sconti sulle inserzioni, tra gli investimenti su un quotidiano di carta e quelli sul suo sito).

Questo finanziamento suona insomma un buon tentativo di attenuazione degli squilibri creati dai poteri economici pubblicitario/televisivi, che però diventerebbe un imbroglio per favorire i giornali di carta, imbroglio che si spiegherebbe col potere di lobby/ricatto della stampa tradizionale e dei suoi editori, e con la sudditanza della anacronistica politica italiana nei confronti della stessa stampa tradizionale: né più né meno delle norme che tuttora favoriscono assurdamente i giornali di carta sugli obblighi di pubblicazione dei bandi pubblici. E che va nella direzione opposta della realtà: invece che prendere atto dello spostamento online del nostro modo di informarci (e delle conseguenti opportunità economiche), cerca di frenarlo e favorire investimenti promozionali che il mercato sta giudicando perdenti, a fronte di nessun miglioramento del servizio per i lettori.

Ho usato il condizionale perché magari le mie sono malevolenze inutilmente sospettose, e i legislatori avranno voluto, con l’espressione “stampa quotidiana e periodica” indicare non soltanto quella di carta ma anche quella online, e l’ambiguità sbadata contenuta in questa espressione sarà chiarita dal governo al momento della formulazione dei decreti attuativi del provvedimento, in modo che qualunque inserzionista sappia che promuoversi su dei giornali di carta non gli conviene fiscalmente rispetto a promuoversi sui siti internet e che chi fa informazione online abbia su questo le stesse opportunità delle grandi testate cartacee.

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