Qualcuno deve pur farlo

Sono circolati molti temi che hanno a che fare col giornalismo e con l’informazione questa settimana, collegati tra loro in piccole o grandi parti. Faccio un pastone un po’ scalfariano della domenica di riflessioni e analisi logiche che magari servono a chi vuole capire cosa sia giusto o cosa no (non che poi lo capisca, ma almeno mettiamo in comune gli elementi). Non suonino affermazioni apodittiche, se lo sembrano è colpa mia: sono condivisioni di argomenti.

Sul ruolo dell’informazione e della buona informazione
Avercela coi “giornali” è diventato come avercela coi “politici”: abbiamo detto altre volte che le similitudini nelle recenti storie dei due ambiti sono tante, ma c’è anche quella di un qualunquismo diffuso, gratificante per chi lo pratica, e piuttosto ignorante che si compiace di scrivere “pennivendoli” o “giornalai” e intanto si beve le balle più grosse. Nell’ambito del nostro atteggiamento da “allenatori della Nazionale” nei confronti di ogni cosa, come si fanno i giornali (o le televisioni) e con quali scelte e attenzioni è una cosa che da fuori si conosce e capisce persino meno di come si tiene alto il centrocampo.
Ma poi c’è una differenza sostanziale, nelle critiche a politica e informazione: i politici, per quanto abusata e pretestuosa sia tutta quella retorica, sono davvero pagati “coi soldi nostri”; i giornali no. Quindi nessuno deve niente a nessuno – salvo il rispetto delle leggi: non scrivere il falso, per esempio – e ognuno è libero di scegliere come informarsi. Questo è un punto trascuratissimo, e che i disastri provocati dalle norme passate e vigenti sul finanziamento pubblico dei giornali hanno sepolto.

L’informazione è “un servizio pubblico”: al pari della sanità, della giustizia, dell’istruzione. Forse in generale è persino più importante di questi: è importante, ovvero, che una società e una democrazia siano bene informate, per funzionare bene, come società e come democrazie. La cultura migliora le comunità e le loro vite, l’ignoranza le peggiora (notare come siamo entrati in un tempo in cui queste cose bisogna ricordarle): abbiamo affidato allo Stato le scuole, per questo motivo. L’informazione giornalistica svolge la stessa funzione delle scuole, per gli adulti (funzione che poi in misure differenti svolgiamo tutti, ogni giorno, concorrendo in modi diversi a una migliore informazione degli altri, quando lo facciamo).

E però, pur essendo un fattore essenziale del buon funzionamento delle nostre società democratiche, a differenza degli altri fattori citati lo Stato si disinteressa di provvedere all’informazione post-scolastica. Che persino lo Stato la ritenga necessaria è testimoniato dall’esistenza del “servizio pubblico radiotelevisivo”: che però, a prescindere dal giudizio che ognuno abbia sulla sua riuscita, è veramente parte esigua rispetto alle necessità di informazione corretta e adeguata di un paese. Attenzione: questa estraneità pubblica alla gestione dell’informazione ha un fondamento. L’informazione è un servizio che opera in un campo assai più delicato, fluido, opinabile, non nei maggiori rigori resi possibili dalla conoscenza sulla salute o dalle normative penali sulla giustizia. Infatti lo stesso insegnamento scolastico, che pure si fonda su una conoscenza radicata e piuttosto condivisa, ogni tanto conosce controversie rispetto a questo o quell’approccio: e la deroga delle scuole private, per permettere un’istruzione non “di Stato”. Insomma, non è auspicabile che esista un servizio di “informazione di Stato”, né pensabile praticamente.

Ma di conseguenza una distorsione rimane: il funzionamento delle cose pubbliche ha bisogno di un servizio che però viene chiesto ai privati. Lo Stato non ne sostiene i costi e si aspetta che li paghino i privati: ed è così una consuetudine, che gli stessi cittadini se lo aspettano. Leggiamo cose che non ci piacciono, e per cui nella gran parte dei casi non abbiamo pagato un centesimo (e negli altri casi niente ci ha obbligati a farlo), e ci sentiamo in diritto di lamentarci e pretendere altro: che è come andare a una festa a ingresso libero, farsi dare da bere dai camerieri, servirsi al buffet, e poi protestare col padrone di casa che non c’erano le tartine al tonno o che il daiquiri si fa con meno rum.

Certo che lo so che anche qui c’è una differenza: molti di noi – io per primissimo – ci lamentiamo non della bassa qualità di un servizio gratuito, ma di due cose più distinte: una sono le conseguenze di questo servizio, che nella sua prevalente mediocrità e inaccuratezza causa danni e catastrofi (ignoranza, risentimento, frustrazione, egoismo, soluzioni sbagliate a problemi complessi, peggioramento della vita civile, elezioni che danno frutti autolesionisti, eccetera) a differenza dell’assenza di tartine al tonno. L’altra è l’ipocrisia dell’informazione stessa, che diversamente dell’organizzatore della festa gratis non si limita a dire “noi facciamo un prodotto commerciale e dobbiamo attirare il pubblico”, ma si attribuisce un supremo e nobile ruolo di tutore della verità, sentinella della democrazia, guardiano del potere (ci sono pochi poteri più solidi di quelli nei media, come si sa): pretendendo quindi per sé trattamenti e protezioni di riguardo, eccezioni alle regole comuni in nome del diritto all’informazione eccetera. E i casi sono due: o svolgi davvero un servizio pubblico, e allora devi dimostrarlo con la qualità del servizio – che mi pare poco dimostrata, cosa su cui non credo ci sia dissenso – oppure sei un privato che vende un prodotto, e fai come ti pare ma vieni perseguito ogni giorno che violi le regole o dici il falso, e non fai la vittima se qualcuno ti fa notare che il tuo prodotto fa schifo, persino se è grillino: perché spesso ha ragione.

L’Ordine dei Giornalisti
La contraddizione suprema in tutto questo è l’Ordine dei Giornalisti: potete leggere qui un’esposizione approfondita che lo spiega. Ma la sua assurdità più palese è che è regolato da una legge che si contraddice ogni giorno.

Art. 45. (Esercizio della professione). – 1. Nessuno puo’ assumere il titolo ne’ esercitare la professione di giornalista, se non e’ iscritto nell’elenco dei professionisti ovvero in quello dei pubblicisti dell’albo istituito presso l’Ordine regionale o interregionale competente. La violazione della disposizione del primo periodo e’ punita a norma degli articoli 348 e 498 del codice penale, ove il fatto non costituisca un reato piu’ grave

Se questo articolo fosse rispettato – grazie al cielo non lo è – bisognerebbe perseguire ogni giorno centinaia di persone che fanno le stesse cose da non professionisti dei loro colleghi professionisti: vengono ovvero pagate per fare informazione di vario genere all’interno delle testate giornalistiche, senza che siano iscritte all’albo. Io stesso ho “esercitato la professione” pubblicando articoli da collaboratore di diverse testate, vent’anni fa, senza aver fatto altro che proporre degli articoli e scriverli – un criminale, quindi – prima di essere costretto per le ragioni formali di un contratto in una grande casa editrice a sostenere un esame che mi ha insegnato cosa fosse un “tamburino” e quale fosse il quotidiano più antico d’Italia, cosa che ho dimenticato (la Gazzetta di Parma, ho guglato), e che ora mi fa ricevere una richiesta annuale di pagare cento euro.

Trascuro qui la valutazione sulla qualità del servizio svolto dall’Ordine, che pretende di legittimarsi spacciando una presunta maggiore accuratezza del giornalismo professionale vigilato dall’Ordine stesso, accuratezza che invece è inesistente. Ma non perché siano particolarmente mediocri i giornalisti – come me – creati e conservati dall’Ordine: è perché sono persone come tutte, a cui l’Ordine non dà nessun incentivo (carota, o bastone) a fare le cose meglio degli altri, anzi li protegge da concorrenze (isolo questo incredibile passaggio di una letterina al Corriere di l’altroieri del presidente dell’Ordine della Lombardia, che immagino una brava persona che vive in una favola). E allora perché deve esserci una distinzione tra iscritti e no, soprattutto in un tempo in cui il potenziale informativo e le conseguenze di una cosa scritta o detta da Chiara Ferragni o Alessandro Gassman o Beppe Grillo o Alessandro Masala sono superiori a quelle scritte o dette dalla gran parte dei giornalisti professionisti?
Detto questo, io penso anche che chissenefrega: è la realtà ad aver superato l’anacronismo italiano e nella maggior parte dei casi il ruolo reale dell’Ordine si manifesta nell’ingresso gratis nei musei e nel parlarne male.

Sugli uguali diritti, e uguali doveri
Però faccio presente una cosa, a chi condivide un desiderio di abolizione dell’Ordine dei Giornalisti e di accesso libero alla professione: che se si aboliscono le maggiori tutele si aboliscono anche le maggiori responsabilità. Le regole siano uguali per tutti, e stiano nelle leggi e nel codice penale: e se – come è giusto – chiunque può fare informazione liberamente (e oggi molti lo fanno, grazie a internet e ai social network, senza testate, albi, eccetera), chiunque sia soggetto alle stesse regole. Quello che Facci scrive su Libero non può essere sanzionato diversamente da quello che io scrivo su questo blog, da quello che Massimo Mantellini (che fa il medico) scrive sul suo blog, da quello che chiunque di noi scrive su Facebook, eccetera. Soprattutto nel tempo corrente non esiste distinzione, e non ha ragione di esistere: le cose che scrivono online molti non professionisti possono avere conseguenze e autorevolezze presso i lettori molto maggiori di quelle che scrivono molti professionisti. E non si capisce per quale criterio i primi debbano essere meno responsabili.
Ma d’altronde, sparendo l’Ordine sparirebbe la distinzione formale, e io e Mantellini saremmo uguali, responsabili delle nostre azioni, siano scrivere una cosa sul blog o guidare in autostrada o fare la dichiarazione dei redditi.

Sulla Rai e Fazio e i compensi
Per ragioni di discrezione e conflitto di interessi familiare non scrivo della Rai – e ne avrei – da un anno e mezzo. Faccio una piccola eccezione per una cosa che non riguarda più Rai3. Penso che le esagitate polemiche su Fabio Fazio siano esagitate da avversità politiche o insofferenze personali, altrimenti non si spiegherebbe la spettacolare illogicità di quello che molti vanno dicendo. Fazio non viene pagato coi “nostri soldi” più di quanto non sia pagato coi “nostri soldi” qualunque lavoratore in Rai: la ragione del suo alto compenso è che quei soldi alla Rai tornano, in ricavi pubblicitari, e questo non lo contesta nessuno nemmeno tra i suoi più incattiviti nemici (sarebbe un’obiezione valida, quella sì, a dimostrarla). Se la Rai non gli dà quei soldi – a lui e a ogni altro dipendente Rai ben pagato – lui probabilmente sceglierebbe dove abbia un’offerta migliore, come fa ognuno di noi nelle sue scelte di lavoro, ponderando anche il fatto che davvero le condizioni di lavoro in Rai – come dimostra la demolizione dell’ultimo direttore generale – sono molto più complicate che altrove dalle ingerenze politiche. E se Fazio va via dalla Rai qualcuno sarà anche contento (ma saranno più gli scontenti, dicono i dati sugli ascolti), ma la Rai ci perde in soldi (i “soldi nostri”) e in qualità del servizio (dicono gli ascolti e i gradimenti). Non mi pare un buon sistema di far funzionare l’azienda e il servizio pubblico, quello di pagare qualcuno meno di quello che offre il mercato per non far arrabbiare alcuni di noi, una minoranza tra chi paga il canone.

I soldi del canone li paghiamo tutti. Quindi l’argomento “non voglio pagare per una cosa che non mi piace” è assurdo: per soddisfarlo bisognerebbe che ognuno degli italiani decidesse un pezzo di palinsesto. Funziona come in democrazia, nel bene e nel male, prevalgono i pareri della maggioranza. Quando paghiamo le tasse non chiediamo che il nuovo cavalcavia dell’Anas sia in stile barocco, se no a noi non piace e smettiamo di pagare le tasse: deleghiamo all’Anas e ci aspettiamo che il cavalcavia funzioni. Ci arrabbiamo se il cavalcavia crolla. Sulla Rai, è giusto lamentarsi se la qualità del servizio pubblico è inadeguata – ma allora è chiaro che non è dai programmi di Fazio che si deve partire, simpatico o no che ci stia – o se dei soldi vengono sprecati, e abbiamo visto che non è il caso.
(allego queste cose che Fazio disse un mese fa, per chi lo accusa di non aver mai parlato pubblicamente delle sue pretese economiche)

Per finire su questo punto: anche le proteste sulla sproporzione dei compensi sono assurde e figlie evidentemente di altro. George Clooney è pagato molto più della maggioranza degli attori; Ronaldo è pagato molto più della maggioranza dei calciatori; Zuckerberg è pagato molto più della maggioranza dei manager; eccetera (certo, anche in Rai ci sono persone pagate molto per rendere poco, in ricavi o qualità, come in molti giornali: critichiamo quello). E ripeto, non c’è una differenza col “pubblico”: quei soldi torneranno dal “privato”, con vantaggio per il “pubblico”. Se non ci piace, allora privatizziamo la Rai, e poi giudichiamo cosa diventerà: non dico sia sbagliato, eh, ma avremo una qualità peggiore (e non è che non sia critico sulla qualità complessiva dell’offerta Rai) e compensi agli artisti alti. Si sarà abolito il canone, ma allora diciamolo, che la nostra priorità – legittima – è risparmiare quei soldi annuali, punto. E rispondo pure a chi dice “teniamo una rete di servizio pubblico pagata col canone”: ok, ma dopo non si torni a lamentarsi delle sue scelte “coi soldi nostri”, e si abbia presente che il potenziale di servizio pubblico e informazione di un’azienda editoriale fatta di una rete sola sarà quello che sarà, rispetto al mondo come viene raccontato dai privati con interessi e posizioni politiche definiti.
Io propongo un esercizio: immaginate che il compenso di Fazio sia stato offerto al comunicatore che più stimate (Piero Angela? Milena Gabanelli? Alberto Angela? Fiorello? Romano Prodi? o fate voi) perché facesse due programmi in Rai e non accettasse un’offerta analoga a La7, e vedete di quanto si attenua la vostra indignazione. Magari di niente, certo.

Su Facci
Penso la cosa migliore l’abbia detta Mentana all’inizio: “non voglio sapere cosa abbia scritto” per contestare la sua condanna da parte dell’Ordine. Lo penso perché non voglio che la discussione sia usurpata da una discussione sull’articolo di Facci. Che era una stronzata o come ognuno lo vuole chiamare, ma appunto, non è quello in discussione, era indifendibile: è in discussione un ente che pretende di sancire quali opinioni possano essere espresse e quali no, e multare le violazioni (ente che sulla falsificazione dei fatti non interviene mai, peraltro). E poi quando qualcuno scrive che odia Berlusconi, con termini aggressivi e insultanti, cosa si fa? E se io scrivo il pezzo di Facci sostituendo “musulmani” con “turisti giapponesi”? E se sostituisco “turisti giapponesi” con “juventini”, e protestano gli juventini? E se poi sostituisco “juventini” con “naziskin”? E se quel pezzo Facci lo scrive sul suo blog? E se lo scrive un altro, non giornalista, sul suo blog?
Se dobbiamo discutere del pezzo di Facci, la discussione è già finita. Se dobbiamo vietargli di scrivere, come pretende l’Ordine, rimando all’abolizione dell’Ordine: o chiedo in subOrdine che siano sospesi tutti i direttori di giornali responsabili di falsificazioni per colpa, la più grave violazione dell’etica giornalistica. Che equivale ad abolire l’Ordine.

Chi paga per la buona informazione
Torno al punto iniziale: c’è in questa epoca un problema di cosa si sia disposti a dare per un’informazione migliore. Nella Storia prima di oggi un sistema economico di cui eravamo partecipi in molti permetteva di ottenerla (senza esagerare: non era ‘sta meraviglia di affidabilità, ma almeno aveva le risorse per stare in piedi e fare le cose un po’ meglio) con una grande distribuzione degli sforzi e costi minimi per ognuno. Oggi quel sistema là non funziona più. O arrivano molti Jeff Bezos – ma poi non ci allarmiamo dei “rischi” (solo perché Jeff Bezos non ha comprato noi, di solito) -, o lo Stato si prende le sue responsabilità e mette mano ai soldi – ma non nei modi risicati, clientelari e indiscriminati attuali: e quindi probabilmente in nessun modo -, o tutti noi cominciamo a “put our money where our mouth is”, come dicono gli americani, e la paghiamo più cara, l’informazione che pretendiamo di criticare, fosse anche solo per poterla criticare con qualche diritto. Oppure il caos attuale e crescente di “contenuti” in cui l’accuratezza informativa, la comprensione del mondo, la “cultura”, non sono che alcuni di tanti ingredienti, minoritari.
Tutto questo per dire anche – troppe ne ho dette, oggi, e affastellate: “sarà il caldo” – che il giornalismo mediocre, demagogico, aizzatore, pigro, cialtrone è in debito col Paese e con i suoi disastri, e va bene: ma il giornalismo buono e prezioso – che c’è, anche se si vede meno – è in gran credito, fa un lavoro che lo Stato non fa e non deve fare, e a quello vediamo di portare rispetto.

p.s. come giustamente mi suggerisce Mario Tedeschini Lalli, c’è una controversia sul quotidiano più antico d’Italia.

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