Le notizie che non lo erano e le procure

Il parallelo tra le due principali decadenze etiche e sociali italiane degli ultimi decenni – quella della politica e quella dell’informazione – mi incuriosisce da tempo, e ne ho scritto spesso. Sono i due ambiti verso i quali un tempo ci si dirigeva per cambiare il mondo il meglio, sono diventati quelli più responsabili della stagnazione e addirittura dell’involuzione morale e culturale che vediamo da tempo: allo stesso tempo sintomi e ispiratori della più ampia inclinazione italiana a fare le cose male e in cerca di propri piccoli interessi.
Le similitudini sono molte, ma ci sono anche molte differenze: la principale è che la politica ha già cominciato a raccogliere quel che di male ha seminato, prima sotto forma di inchieste giudiziarie e pene, e poi di riprovazione e odio popolare. I giornali (intendo chi li fa e chi costruisce la pubblica opinione) non sono stati finora chiamati a rispondere giudiziariamente della cattiva conduzione del loro incarico (e considerato com’è andata con la politica, spererei che non avvenga), mentre si sta cominciando ad appesantire il carico del disprezzo collettivo, complici anche le campagne grilline: ma per natura della loro condizione privilegiata (si decapitano i tiranni, più raramente i loro consiglieri, cortigiani e fomentatori), potrebbero riuscire a passarla liscia.

In questo quadro, che uno dei formati principali dell’inadeguatezza giornalistica corrente – la “notizia che non lo era” – registri un notevole caso di intervento sanzionatorio della magistratura, è notevole e interessante. Non so se sia il primo passo verso un nuovo percorso di “supplenza della magistratura”, che quindi progressivamente sarà accusata – a ragione o torto – di volersi “sostituire ai giornalisti”: ripeto, non credo. Abbiamo costruito per l’informazione più tutele e libertà che per la politica (e questo dovrebbe suggerire quale delle due categorie sia ritenuta più importante e responsabile del bene comune).
Ma intanto archivio anche questa, sotto “destini paralleli”, e intravedo nelle familiari parole del gip la possibilità che rimpiazzi la mia stessa rubrica.

belpietro

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10 commenti su “Le notizie che non lo erano e le procure

  1. http://alternativanomade.wordpress.com/

    Sofri, pur riconoscendo una certa libertà dell’italiano quanto alla concordanza dei tempi, se nella frase reggente il verbo è al condizionale presente, nella frase subordinata in rapporto di posteriorità sarebbe più elegante e anche corretto usare il verbo al congiuntivo imperfetto: spererei (adesso) che non avvenisse (nel futuro); potrebbe obiettare che il condizionale presente spererei è stato usato come una forma ingentilita del presente indicativo spero, ma in tal caso allora avrebbe dovuto scrivere: spero (adesso) che non accadrà (nel futuro).

  2. GULLIVER65

    No scusa, è uno scherzo?! E’ veramente tua mamma? Sembra una situazione rubata da Infinite Jest

  3. Fibonacci

    Non so se sia più divertente la risposta di Sofri o il commento di Gulliver.. so che avete notevolmente migliorato il mio umore, grazie!

    Detto questo, (oddio! ma ci andava la virgola dopo questo?! Attendo tremebondo il verdetto della “mamma”) mi pare che senza i pezzi battuti nei vari palazzi di giustizia i quotidiani uscirebbero con quattro pagine in meno ogni giorno. Il problema mi pare stia soprattutto in una cosa: che ormai venga tutto pubblicato sostanzialmente senza filtri, che scompaia il mestiere di giornalista nella sua funzione fondamentale di fegato dell’organismo sociale. Sinceramente un trapianto con i pm e/o gli uffici stampa di vario genere non mi va per nulla, preferisco darmi da fare per curarlo il nostro caro vecchio organo, non fosse altro perché se finiamo sotto anestesia non è per nulla detto che poi ci svegliamo più..

  4. splarz

    “Complici le campagne grilline” significa “grazie a Grillo e al V2Day, uno dei pochi momenti in cui si protestava rispetto alla terribile informazione italiana divisa tra Minziolini, Vespa e Fede”, vero?

  5. Robdale

    Scusate se la faccio un po’ tragica. Per me il problema è più ampio. Non è solo la politica, non è solo l’informazione a contribuire all’involuzione del nostro paese. Loro sono solo lo specchio. Riflettono lo stato comatoso in cui vivono quasi tutte le nostre istituzioni. Bisognerebbe capire come ci siamo arrivati. Ma è molto più difficile capire come uscirne. Siamo sempre stati un popolo servile, abbiamo molto successo in quei campi manuali come la cucina e la sartoria, ma per il resto non è che andiamo molto bene. Forse, se iniziassimo a tirare una linea, a guardarci intorno, vedere come funzionano le cose negli altri paesi. Se iniziassimo ad essere un po’ più umili. Capire come possiamo migliorare prendendo esempio dai nostri vicini europei, anziché fare sempre i criticoni, i superiori. Mi capita spesso di andare all’estero, e altrettanto spesso m’imbatto nell’italiano criticone: “Beh, sì, da noi ci sono problemi, però guarda questi qua!” E parte la lista di cose che dovrebbe sancire la superiorità morale dell’italiano. Ma quando mai! E mi chiedo, ma non è che questa supponenza (senza offesa per la “mamma” di Sofri che addirittura registra un dominio!), questa attitudine a sottolineare il pelo nell’uovo, anziché considerare quali straordinarie possibilità questo uovo può offrirci, sia uno dei mali che ci affigge? Adesso, mamme, puristi e scassa m**chie di tutto immondo, crocifiggetemi pure!

  6. odus

    “Il parallelo tra le due principali decadenze etiche e sociali italiane degli ultimi decenni – quella della politica e quella dell’informazione – mi incuriosisce da tempo, e ne ho scritto spesso. Il parallelo tra le due principali decadenze etiche e sociali italiane degli ultimi decenni – quella della politica e quella dell’informazione – mi incuriosisce da tempo, e ne ho scritto spesso.
    Il parallelo tra politica e informazione, non solo in Italia, non solo negli ultimi decenni ma da sempre – Livio, Tacito, Machiavelli, Mussolini (direttore de l’Avanti) et similia – è pacifico in quanto gli addetti all’informazione oggi chiamati giornalisti, non sono altro che politici mancati che sognano di diventare ministri e qualcuno ci riesce ed attivisti o militanti di partito che dir si voglia, i quali, anziché attaccare manifesti sui muri, scrivono articoli sui giornali a sostegno di questa o quest’altro partito o corrente di partito, di questo o quest’altro politico.
    Quanto alla decadenza dell’una e dell’altra in Italia negli ultimi decenni, mi permetto di osservare che la politica non decade mai. Non esiste nella Storia dell’umanità nessun periodo, per quanto buio e decadente o decaduto (giudicato tale poi da chi? dai “posteri”?) senza politica o politici al potere.
    Perché senza “politica” un uomo non potrebbe avere non dico un luogo dove vivere, ma nemmeno un atto di nascita e, conseguentemente, un nome ed un cognome, sia pure un soprannome.
    Finché c’è una “polis” che sia stato, città o borgo, c’è “politica”. E sempre, dopo Mussolini o Hitler o Stalin o Mao c’è qualcuno che segue, senza mai un vuoto politico.
    Anche quando il re scappa, rimane sempre un luogotenente.
    Questo non toglie che ci siano periodi culturalmente decadenti o decaduti che producano addetti dell’informazione oggi chiamati “giornalisti” molto scadenti. Gli esempi in Italia sono centinaia di migliaia e non si deve andare tanto lontano per rendersene conto.
    Si dovrebbe semplicemente risalire all’albo nazionale dei giornalisti – immagino che esista – redatto in ordine alfabetico, pubblicarlo ed assegnare alla pubblicazione il premio dell’insipienza e dell’ignoranza assoluta.

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