VRFC

La prima cosa che sentii di Vasco Rossi fu “Siamo solo noi”, e avevo sedici anni: poco dopo lui andò a Sanremo e cantò “Vado al massimo” e si fece notare. Io scrivevo “VRFC” sotto le sedie del mio liceo con un pennarello nero: il fan club era inventato e le sue uniche attività erano le suddette scritte col pennarello e il mio ascolto di una manciata di canzoni; me ne piaceva solo qualcuna ma mi piaceva soprattutto il tipo e il suo ribellismo, anche se non era il mio genere, e forse proprio per quello: ribelli che non lo eravamo.

Sabato sera ho visto il concerto di Modena in tv, come ogni italiano su tre e mezzo: lui ha fatto praticamente tutte le mie canzoni preferite e anche alcune di quelle che trovo più bruttine e infine persino certe che non sapevo. Sono sempre rimasto un fan discontinuo e laterale: avendo avuto la fortuna di ascoltare in anteprima quel disco che si chiamava Buoni o cattivi per un’intervista, gli dissi che a me era piaciuta “Un senso” e lui commentò che fossi un fan anziano. A un certo punto, sabato sera, ha cantato “Stupendo”, che ha un refrain molto bello e liberatorio ma un testo che non mi ha mai convinto, ignorante e demagogico, lo scrissi una volta.

Messo in canzone suona meglio, ma il luogo comune per cui quelli che volevano “al potere la fantasia” adesso sono “queste facce qui”, e si intende occupate in qualche potere o entrate in banca pure loro, è ingenuo e superficiale. Quasi tutti quelli che volevano “al potere la fantasia” hanno fatto delle vite più normali e faticose di quella di Vasco, o della mia. E non risulta che invece Berlusconi o Prodi abbiano fatto il Sessantotto.

Comunque, messe in fila nel concerto, le canzoni di Vasco che hanno un messaggio simile sono tante. Il messaggio è: siamo gente normale, con vite un po’ sfasciate e i nostri cazzi, e per questo siamo gente speciale, e affanculo quelli potenti e ipocriti che ci fanno la morale. Noi siamo gente speciale, siamo noi: siamo solo noi. Michele Serra oggi la scrive un po’ meglio.

Moltissime delle sue canzoni — testi per niente letterari, poco cantautorali, semplici a volte fino alla brutalità — parlano di qualcosa che sbanda, che non regge, gli amori inconcludenti, la rincorsa di un senso, i sogni che si consumano, la libertà che da sola non basta, la vita che non ha pietà e bastona, leva illusioni, consuma speranze, crea il mare immenso degli sconfitti (molto di più di duecentoventimila persone…). Anche la sua voce cede e strascica, è una voce che nasce incerta, introversa, in certi passaggi è come se gli pesasse anche cucire assieme le sillabe. Ma si rialza sempre, quella voce imprecisa, sfinita. Si rialza e quasi di colpo gonfia la musica come una vela, trova energia incredibile e voglia di cantare forte, accende lo stadio, risolleva la folla.

Ci sono due considerazioni accessorie – tutto è accessorio quando uno ha fatto un sacco di belle canzoni, punto – su questo genere di testi, di canzoni, di condivisione con i fans. La prima è che questo messaggio è politico, a momenti esplicitamente politico, e ha per esempio estese sovrapposizioni con quello di Beppe Grillo e del M5S (“uno vale uno”), ma con una differenza rilevantissima: che laddove questi ultimi lo usano per concludere “facciamoli fuori tutti, bastardi”, Vasco si limita a dirci che le nostre sofferenze e fatiche ci rendono speciali e quello è il premio: godersi tutto questo, farsene forza, condividerlo, anche e soprattutto a forza di canzoni di Vasco. Affanculo gli stronzi, ma non ci riguardano. Ribelli che non lo siamo.

La seconda cosa è che questi messaggi finiscono per essere molto autoassolutori per chi li riceve: una sorta di estensione al plurale del famigerato concetto del “sii te stesso” (un altro bravo a raccontarla così era Prince). E c’è una differenza tra l’usare la musica come potente e preziosa consolazione parallela alle fatiche e ai dolori della vita, e usarla invece proprio come legittimazione di quelle fatiche e dolori. Le canzoni dovrebbero farci stare meglio intanto che miglioriamo noi stessi e le nostre vite, e anzi aiutarci a farlo: non dirci “è ok così, questa vostra cazzo di vita” e lasciarci confortati nel nostro bozzolo di dolori e frustrazioni. Va bene va bene va bene va bene così.
Va bene tenere duro quando si sta male, ma a un certo punto cerchiamo pure di stare bene, no?

Poi comunque rimane quella cosa che – come dicono sempre certi dal palco e ci sembra un po’ retorica, e invece – in forse nessuna occasione come ai concerti, sentendo la musica, si generano oggi così tante emozioni e sentimenti buoni, sinceri, positivi, non bellicosi, litigiosi e aggressivi. Se non si è proprio stronzi, ci si vuole bene, ai concerti, perché di quella roba lì ce n’è per tutti, e ci prende la sbronza affettuosa. Quindi chi se ne frega del resto, poi.

Ogni volta che non sono coerente, ogni volta che non è importante.

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