La mafia esiste, appunto

Aggiungo una cosa alle discussioni sulla sentenza del processo per la cosiddetta “Mafia capitale” (cosiddetta a sproposito, secondo la sentenza: e a prescindere dal merito, che una sentenza prevalga su uno slogan promozionale è già una buona notizia): per suggerire una lettura un po’ più larga e preoccupata della questione su cui in molti litigano da ieri.

Le definizioni di “mafia” e “mafiosa” eccetera, non sono solo una questione concettuale o linguistica: nel definire o meno tali i crimini commessi a Roma il problema non è che se ne diminuisca o aumenti l’importanza, li si sottovaluti, o sopravvaluti, o ci si metta dalla parte dei criminali o dei giustizialisti filoprocure. Ci sono state delle condanne, dei reati provati e sanciti: nella sostanza, quello conta, non come li chiami.
Se lo chiami o no “mafioso”, un reato non è solo più grave: è diverso.

Il fatto è che nella storia legislativa e giudiziaria italiana più recente la mafia è stata trattata come un’emergenza eccezionale e invincibile usando le norme ordinarie: e sulla base di questa eccezionalità si sono create e sono state usate procedure, regole, leggi eccezionali, che non accettiamo se non per quel caso eccezionale. Il tema delle leggi emergenziali è un tema delicatissimo e senza risposte chiare e rassicuranti: che si tratti di terrorismo, mafia, o altro, viene sempre dimostrata la loro efficacia e vengono sempre dimostrate conseguenze collaterali gravissime, soprattutto sul lungo periodo. Ma se siamo arrivati alla decisione di accettarle è solo con la garanzia assoluta che siano eccezionali e le loro occasioni di applicazione siano definite esattamente e limitatamente. Interrogatori senza avvocati, detenzioni senza diritti, reati sfuggenti, esistono nel nostro codice e nelle nostre regole investigative e processuali: li abbiamo introdotti – chi opponendosi, chi no, ma con preoccupazione e prudenza – per combattere la mafia, in questo caso. E ce lo siamo detto chiaramente (e ciò malgrado, ci sono e ci sono stati abusi).

Se noi adesso decidiamo di chiamare “mafia” altre cose, nelle inchieste e nei tribunali, quelle eccezioni le estendiamo ad altre cose: e la scelta non può quindi basarsi su un’analisi storica, geografica o sociale, come sembrano intendere molti: “è ora di rivedere un reato applicabile solo a gruppi capeggiati da meridionali”, ha scritto Roberto Saviano. La questione invece è giuridica, di rispetto del Diritto e dei diritti e delle garanzie.
Avevamo detto “c’è la mafia, è un nemico eccezionale e terribile, facciamo delle eccezioni alle regole per questo nemico, ma solo per lui”. Ma dopo molti anni di dimostrati risultati e dimostrati abusi, la procura di Roma ha deciso di sostenere che possiamo chiamare “mafia” anche delle altre cose che prima no, e che quindi quelle eccezioni le possiamo fare in altri casi oggi, e chissà quali altri domani. E trasformare ancora una volta l’emergenza in consuetudine, l’eccezione in regola, la cessione del Diritto in routine. Oggi Roma con questi reati, domani Modena con chissà quali, eccetera.
Mantenere invece i limiti accettati non significa dire che “la mafia non esiste”: al contrario, significa dire che esiste ed è una cosa ben precisa. Casomai è chi ne estende il significato a tutto a dire di fatto che “la mafia non esiste”, perché tutto è mafia.

Il problema era questo, ed è in questi termini – ricordando che i reati sono stati sanciti e i colpevoli condannati assai severamente – che è il caso di giudicare la sentenza di ieri.

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2 commenti su “La mafia esiste, appunto

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