Lontani dalla realtà

Un articolo su FiveThirtyEight – “The Media Has A Probability Problem” – dice delle cose importanti sulla distanza che c’è tra la domanda di semplificazione e di certezze che rivolgiamo a politica e giornalismo (la politica ce la aggiungo io), e la complessità variabile che è nelle cose e nella realtà: e di come i nostri interlocutori sul piano della comprensione del mondo – politici e giornalisti – piuttosto che guidarci verso una proficua consapevolezza di questa complessità variabile, e spesso inafferrabile, rispondano demagogicamente alla nostra domanda con semplificazioni e certezze fallaci e ingannevoli. Un inganno, una rimozione collettiva, con conseguenze assai pericolose per il funzionamento delle società.

Nate Silver, autore dell’articolo, e famoso per alcuni suoi passati successi nella valutazione probabilistica di futuri risultati elettorali, parte dal semplice esempio di come alle previsioni meteorologiche – in questo caso a proposito dell’uragano Irma – vengano chieste delle esattezze che non possono dare, e di come queste esattezze vengano comunicate anche quando non ci sono (avviene lo stesso con i sondaggi elettorali, spacciati e ricevuti come realtà). Col risultato di farle giudicare dei fallimenti quando i fatti non corrispondano esattamente a quelle esattezze. Associated Press aveva pubblicato e successivamente cancellato un tweet in cui indicava come il percorso dell’uragano avrebbe toccato una città piuttosto che un’altra, quando quelle due città sono separate da una distanza troppo piccola per rendere plausibile quella previsione.

You won’t be surprised to learn that I see a lot of similarities between hurricane forecasting and election forecasting — and between the media’s coverage of Irma and its coverage of the 2016 campaign. In recent elections, the media has often overestimated the precision of polling, cherry-picked data and portrayed elections as sure things when that conclusion very much wasn’t supported by polls or other empirical evidence.

L’articolo di Silver si diffonde molto in spiegazioni interessanti per i molti equivoci e ignoranze che hanno portato giornalisti, commentatori e pubblico a convincersi di una sicura vittoria di Hillary Clinton che invece non era sicura per niente. Uno di questi equivoci, assai diffusi, è l’inclinazione di tutti ad associare ai numeri un’idea di certezza che invece i numeri non offrono quasi mai: se uno scienziato ci dice che ci sono 70 probabilità su 100 che avvenga una certa cosa, il “maggioritario del pensiero” porterà a una sintesi per cui quella cosa viene data come scontata, con indifferenza verso il significato di quel cospicuo 30.

A major takeaway from my book and from other people’s research on prediction is that most experts — including most journalists — make overconfident forecasts. (Weather forecasters are an important exception.) Events that experts claim to be nearly certain (say, a 95 percent probability) are often merely probable instead (the real probability is, say, 70 percent). And events they deem to be nearly impossible occur with some frequency. Another, related type of bias is that experts don’t change their minds quickly enough in the face of new information, sticking stubbornly to their previous beliefs even after the evidence has begin to mount against them.

Ma la parte che mi interessa riguarda quello che dicevo all’inizio, e su cui avevo scritto una cosa assai meno sostanziata due anni fa:

il futuro e il presente sono quasi sempre complessi e la risposta più corretta a molte domande che li riguardano dovrebbe essere “dipende”, da parte di chiunque. Diversi contesti generano spiegazioni diverse, mille variabili orientano risultati differenti, il nesso di causa ed effetto è sempre molto più labile di come lo disegniamo. Ma “dipende” è una risposta che non siamo più in grado di accettare, vogliamo risposte chiare e semplificate, e di conseguenza nessuno si dispone a darla. Che si tratti di obiezione di coscienza o di crisi economica o di mille altre questioni, le cose hanno spiegazioni diverse e mai universali. Quello che è vero qui non è più vero un metro più in là, quello che è vero ora non lo sarà tra dieci minuti: e quel vero è poi solo un pezzo di ciò che spiega e orienta le cose. Questa complessità – che da sempre viene tradotta in inevitabili, prudenti e preziose semplificazioni da chi divulga, giornalisti, storici, insegnanti – oggi la sostituiamo invece con un sistema di slogan, titoli, risposte ad effetto, regole universali, forzando quel metodo un tempo cauto. Siamo una cultura di “regole per” e di “risposte su”, che chiede formule esatte e poco impegnative per comprendere ogni cosa e poterne fare illusorio tesoro replicabile. Col risultato di renderci impreparati a capire e ad adattarci alle variabili sempre più numerose di quello che ci sta intorno. A un solo  pensiero duttile preferiamo infinite rigidità.

Silver spiega che il giornalismo oggi ha come priorità la costruzione di una narrazione, ovvero che fa discendere i fatti da una tesi e non viceversa. E – dico io – è questa la vera “lontananza dalla realtà” da parte di giornalisti e politici: non quella che non fa vedere loro “i problemi della gente”, ma quella che spinge a dare risposte superficiali, facili, espiatorie, ai suddetti problemi.

The world is a complicated place, and journalists are expected to write authoritatively about it under deadline pressure. There’s a management consulting adage that says when creating a product, you can pick any two of these three objectives: 1. fast, 2. good and 3. cheap. You can never have all three at once. The equivalent in journalism is that a story can be 1. fast, 2. interesting and/or 3. true — two out of the three — but it’s hard for it to be all three at the same time.
Deciding on the narrative ahead of time seems to provide a way out of the dilemma. Pre-writing substantial portions of the story — or at least, having a pretty good idea of what you’re going to say — allows it to be turned around more quickly. And narratives are all about wrapping the story up in a neat-looking package and telling readers “what it all means,” so the story is usually engaging and has the appearance of veracity.
The problem is that you’re potentially sacrificing No. 3, “true.” By bending the facts to fit your template, you run the risk of getting the story completely wrong.

È interessante tutto l’articolo, ma ripeto che questa inclinazione del giornalismo – che ha già rovinato la credibilità della politica – ha delle ricadute molto gravi e attualissime: non solo nella diffusione di “fake news” eccetera, ma anche nella conseguenza di creare risentimenti e sfiducie, crisi delle autorevolezze, e qualunquismi generali di cui approfitta il primo buffone di passaggio.

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Un commento su “Lontani dalla realtà

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