Webnotizie (una rubrica per il Foglio)

Caro direttore, ci sono delle cose a proposito di internet che vorrei scriverti oggi. Vedo su Repubblica che Alleanza Nazionale ha presentato un disegno di legge sui domini web (gli indirizzi dei siti, per capirsi) per “evitare che altri registrino nomi già in uso da parte di soggetti che ne detengono l’esclusiva titolarità ai sensi della normativa vigente”.
Questa vicenda dei domini e della loro registrazione è discussa da alcune settimane, soprattutto da che Nicky Grauso ha sostenuto di essersene comprati a centinaia e nessuno ha ancora capito se era vero, ma si sono tutti scandalizzati. Allora, la cosa che penso io, ma forse sbaglio perché tutti, non solo AN, sembrano convinti del contrario, è anche in questo posto chi prima arriva debba essere premiato. Se io registro l’indirizzo www.giulianoferrara.it non rubo niente a nessuno. Registro, pagando, un indirizzo che è ancora disponibile (facciamo finta che lo sia). E Giuliano Ferrara non ha particolari diritti morali sul suo nome, né ha fatto niente per meritarselo: gli è capitato per accidente. Ma se anche ne avesse, non sono pù di ogni altro Giuliano Ferrara sulla terra: ma allora perché una Rosalinda Sgavazzapreti non deve avere la chance di rimpiazzare quel terribile nome almeno sul web,  e usare www.giulianoferrara.com? Per quali colpe?
E perché la lungimiranza e la destrezza imprenditoriale di chi per primo ha l’idea di registrare il sito www.giulianoferrara.com non devono essere riconosciute? Invece pare che io, in nome di chissà quale merito, possa arrivare quando voglia e comprarmi il mio nome sul web che è interdetto a tutti gli altri. E se un ragazzo sveglio ha capito che aria tira e si è comprato il dominio www.billclinton.com per tempo, deve arrivare Bill Clinton due anni dopo, senza aver mai capito niente del web, e riprenderselo.
Provo a dirlo in un altro modo: se scoprissero un nuovo pianeta colonizzabile uguale alla terra in ogni sua forma, io potrei accampare il diritto ad avere le stesse terre che possiedo quaggiù?
Qualcuno dice che non è giusto approfittare di un nome il cui successo è stato costruito da altri: ma non è quello che succede alla maggior parte delle categorie professionali (per esempio agli avvocati di Giuliano Ferrara, il cielo li preservi)?

Quando, ospite del Foglio, ho chiesto aiuto per capire se la cosiddetta new economy si fondi su un bluff formidabile (i guadagni che tutti immaginano possano rientrare, ma nessuno vede), l’ho detto con sincera ammirazione. Quando sento dire che le leggi dell’economia non perdonano e che “la bolla si sgonfierà”, mi piacerebbe pensare che la rivoluzione stia invece proprio nel fatto che le leggi dell’economia possano essere sovvertite e la bolla non si sgonfi. Che la new economy sia questo: il bluff dura all’infinito e la catena di Sant’Antonio degli investimenti continua ad alimentarsi all’infinito.
Mi par di vedere che non sarà così. Solo oggi sono stati pubblicati i seguenti articoli: Crash and learn, una guida per sopravvivere all’e-business (Business 2.0); A proposito di quei debiti (Wired, ma anche Repubblica, sui guai di Amazon); Giorni da cane per le dot-com (CBS News, secondo cui in due anni sopravviveranno solo il 20% di queste imprese); Darwinismo digitale, spariscono le dot-com (MSNBC, “in un mese si è saziata una generazione di io-l’avevo-detto”); Brutto risveglio per le aziende online (CNN).
Sarà per un’altra volta.

Un convegno promosso dall’università di Tor Vergata di cui riferiscono i quotidiani sancisce che “il futuro di internet nel nostro paese non sarà legato ai personal computer, ma per lo più ai sistemi mobili”. Il WAP, la rete che dovrebbe applicare internet ai telefonini, viene sbandierato ovunque come la nuova rivoluzione. Per ora offre un milionesimo, a esagerare, di ciò che si trova sul web. Nel giro di un anno potrebbe progredire fino al millesimo, a esagerare. Un test pubblicato da Panorama web spenge gli entusiasmi sul presente. Io posso sbagliare, come al solito (e di solito sbaglio), ma le conclusioni del convegno romano, e quelle di alcuni altri, devono essere state mal sintetizzate dalla stampa.

Il deputato socialista Christian Paul ha presentato al governo francese un progetto per la creazione di un ente nazionale per la regolazione di ogni materia controversa che riguardi internet. Il “Forum dei diritti su internet” non legifera né ordina, ma apre di volta in volta dei “dibattiti” sulle questioni che emergono e pubblica dei documenti e delle raccomandazioni finali. L’idea è che sia antidemocratico e impossibile prevedere una legislazione preventiva su una materia fatta come internet. “La regolazione dei contenuti non è impossibile, ma deve obbedire a principi diversi e applicare metodi nuovi” dice Paul, e “i tempi della legge o di un giudice non sono e non possono essere quelli di internet”. Quindi meglio far nascere le questioni dai soggetti interessati piuttosto che stabilire dei criteri fissi a cui sottomettere quello che verrà. I francesi, duole dirlo in questi giorni, sono bravi.

Oggi ho letto le notizie e gli annunci sul nuovo sito web delle Poste Italiane. Sono andato a vedere e mi è sembrata una cosa eccellente, in cui una cosa pubblica si mostrava preparata e tempestiva nello sfruttare internet come si deve. Dal sito Poste.it si può inviare un e-mail, che le poste stampano su un foglio di carta, mettono in una busta e inviano con la posta tradizionale a chiunque voglio, senza che debba andare a cercare una buca delle lettere. Lo stesso vale per i telegrammi. E altre cose, ma già a questo punto ero entusiasta e ho cliccato per iscrivermi. Va riempito un modulo con pochi dati. I miei risultavano errati. Ho controllato: il mio nome, il mio codice fiscale, il mio indirizzo, il mio luogo e data di nascita. Invio ancora, errore di nuovo. Controllo e invio altre dieci volte, niente da fare. Così cambio programma, lascio Netscape e provo con Explorer: riapro il modulo, lo riempio, invio e ricevo un messaggio di errore, “sessione scaduta, riprovare”. E riprovo, sempre più velocemente. Dieci volte, invano.
Così, con solidarietà per il servizio che prometteva così bene e che sconta evidentemente qualche difficoltà di avvio, clicco su “contattaci” per mandare un email a Poste.it in cui spiego i miei problemi (info@posteitaliane.it). Il mail mi torna indietro dopo due minuti, primo caso di efficacia e tempestività dell’intera operazione, col seguente messaggio: “The following destination addresses were unknown <info@posteitaliane.it>”.

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