Il signor Lehmann

“Brunch, già la parola fa schifo, solo a rifletterci un po’ su, pensò, cosa diavolo significa, brunch, brunch, forse se l’è inventata un inglese con il singhiozzo,. Ma ancora più piccolo borghese e più tremendo della parola brunch è il fanatico del brunch. Anche i fanatici del brunch sono esseri umani, ma perché mai dovranno esibire senza pudore il loro disgustoso hobby: sono come i nudisti o gli scambisti, o che so io, alzano un dito bisunto e dicono cose tipo: “Potrei aver un altro uovo” o “Avevo ordinato un altro caffelatte”, pensò il signor Lehmann, e non si rendono per niente conto di quanto tutto ciò sia disgustoso”.
Le definitive parole sul rito del brunch e sui suoi “fanatici”occupano tutto il terzo capitolo del “Signor Lehmann”, un romanzo scritto due anni fa da un esordiente e che rimase inattesamente per molte settimane ai primi posti delle classifiche in Germania, vendendo duecentomila copie. In Italia lo pubblica questa settimana Feltrinelli. Racconta alcune settimane di vita del tutto ordinaria di un cameriere berlinese alla viglia dei trent’anni – una sorta di Oblomov contemporaneo, ha scritto un critico tedesco – e della esanime e viziata condizione della capitale tedesca alla viglia del crollo del muro. Che le piccole storie dei protagonisti e la grande storia europea si vadano a incontrare, il lettore lo capisce poco a poco, man mano che gli vengono fornite informazioni sul tempo in cui si svolge il racconto: a poco a poco realizza che la fatidica data del trentesimo compleanno del signor Lehmann, è il 9 novembre 1989 verso cui culmina il libro.
“Debbo farla a pezzi, questa mia vita, oppure sedermi e guardarla passare?”, cantava una volta Lucio Dalla: sembra la domanda che Herr Lehmann si pone nel momento in cui sta per compiere trent’anni, un nuovo amore anima le sue giornate e i suoi temibili genitori annunciano che verranno a trovarlo a Berlino, scombussolando le sue pigrizie e le sue abitudini. Il capitolo sul brunch è esemplare, perché l’ambiente raccontato è la comunita degli impiegati negli infiniti locali berlinesi, che trascinano giornate prive di senso frequentandosi tra loro anche fuori dal lavoro, con l’alibi di essere a Berlino, di essere sfuggiti al militare, di dedicarsi a questa o quella presunta ricerca artistica. “La vita da queste parti è facile quando si è giovani: si lavora quel tanto che basta, gli affitti sono bassi, ci si diverte un mucchio. Ma alla lunga la maggior parte della gente ha bisogno di qualcosa per dare un senso a tutto ciò. E se anche questo qualcosa viene meno… bum!”, spiega il medico del pronto soccorso dopo aver visitato il miglior amico del protagonista in piena crisi depressiva.
Sven Regener, l’autore, ha 42 anni ed era già noto in Germania per la sua band “Element of crime” in cui canta e suona la chitarra. È un formidabile scrittore di dialoghi – quasi tutto il libro è fatto di dialoghi, quasi tutti davanti al bancone o ai tavolini di questo o quel bar – e non indulge in giudizi. I suoi personaggi sono simpatici ma debosciati, o debosciati ma simpatici. Ma suggerisce che prima o poi nella vita debba arrivare qualcosa a darle un senso, e prende in giro i nostalgici della Berlino del muro, quelli per cui adesso è finita la fantasia della città e tutto si va omologando, facendo capire che i giovani bohémien di allora se la raccontavano molto, ma alla fine concludevano poco, e probabilmente la vitalità della città stava agonizzando.
Lo zoo dei frequentatori dei locali è esilarante, e impressionantemente fedele per chiunque abbia conosciuto un po’ il mondo dei bar e dei ristoranti berlinesi. Regener racconta tipi umani e piccole sensazioni, e descrive lungamente fantastici aneddoti insignificanti. Il libro si apre con il confronto notturno tra il protagonista ubriaco e un cane ringhioso che gli blocca la strada, che dura un capitolo intero di ironia e tensione.
Del Signor Lehmann si sta facendo un film, che dovrebbe uscire in Germania quest’anno. La settimana scorsa Time ha definito il libro “di culto”, indicandolo come testo di riferimento per visitare la Berlino dei locali. Che ne esce un po’ triste, molto grande.