Sono un aggiotatore

Sono un aggiotatore. Stamattina ho comprato il Feyenoord e il West Ham. Ieri il Penarol e l’Atalanta. Ho scoperto un negozio, a Pisa, dove una squadra te la porti via con appena sei euro e mezzo. A Milano in centro, ne vogliono undici. Certo, potrei comprare su internet. Sul sito di Astrobase hanno ancora qualche centinaio di squadre in catalogo, a dieci euro l’una. Ma l’aggiottatore ha sete di sfide, di ricerche, di tesori nascosti. Prima di natale a Roma in un negozio di Monteverde ho trovato un Manchester United, a nove euro. E ieri ho ricevuto le versioni degli anni Ottanta di Argentina e Sochaux, che avevo comprato usate su eBay. Quelle mi sono costate un po’ di più.
Dal 1 gennaio 2005 non esisterà più il Subbuteo come lo conoscevamo. Cioè come quel gioco che simula il gioco del calcio su un panno verde di un metro per un metro e mezzo con degli omini di plastica alti un paio di centimetri e un pallone più grande di loro, che spopolò in Italia e in molti altri paesi negli anni Settanta. Lo aveva inventato, sviluppando un’idea precedente, un signore inglese di nome Peter Adolf, nel 1947. Come tutti sanno, il nome lo aveva preso da quello del Falco Subbuteo, comunemente noto come falco lodolaio. Un appassionato ornitologo, il signor Adolf.
Il Subbuteo era stato dato per morto già una volta, cinque anni fa, sotto i colpi dei videogames. Hasbro, la multinazionale americana che aveva comprato pochi anni prima la società inglese Waddington – quelli del meccano – non era riuscita a inserirlo proficuamente nei suoi modelli commerciali, e aveva deciso di sbarazzarsene. A salvare il gioco era intervenuto all’ultimo momento uno dei suoi padri adottivi internazionali, la Edilio Parodi. Ovvero la società di giochi genovese che lo aveva distribuito con successo in Italia fino a quando nel 1995 la Hasbro si era ripresa la licenza. Alla Edilio Parodi avevano chiesto di provarci loro, e avevano ottenuto una nuova licenza per la produzione del Subbuteo destinato a tutto il mondo. E in questi ultimi due anni ci erano riusciti, smaltendo tutto l’invenduto degli anni precedenti e ricostituendo un’attività in profitto.
Adesso però alla Hasbro – nella parte dei cattivi, come avrete capito – hanno deciso di fare a modo loro, e si sono ripresi la licenza. Niente è ancora ufficiale, ma le notizie sulle loro intenzioni hanno scosso e depresso i molti fans del gioco in tutto il mondo. Alla Hasbro – una leggenda aggravante vuole che il responsabile della prima scelta di dismettere il Subbuteo sia stato Paul Wolfowitz, attuale viceministro della Difesa americana e allora amministratore delegato della società – pensano di coniugare la vendita del Subbuteo con quella di una serie di figurine dei calciatori, che è già tra le loro attività. E metteranno in vendita solo poche squadre (otto, nove: i maligni sostengono la scelta sia legata a certe sponsorizzazioni), disegnate in modo molto più povero del vecchio Subbuteo. Giocatori piatti, praticamente bidimensionali e privi di identità, su cui applicare a scelta le figurine adesive corrispondenti ai veri calciatori. Fine delle squadre, fine dei colori dipinti a mano, fine dei ginocchietti lievemente piegati. “È una cosa molto lontana dal cuore degli amanti del Subbuteo”, dice Enrico Tecchiati, l’appassionato che ha rilevato dalla Parodi le squadre ancora in magazzino e le vende online sul sito Astrobase.
Pochi maschi della mia età non hanno un repertorio di ricordi legati al Subbuteo. Un circo di riti, cerimoniali, tecniche e aneddoti. Ogni vero professionista per prima cosa inchiodava il panno verde di gioco a una robusta tavola di truciolato: gli altri lo facevano aderire al tappeto di casa, anche col ferro da stiro. C’era chi appesantiva le basi dei giocatori con delle rondelle comprate dal ferramenta, chi ci spruzzava del Pronto sostenendo che scivolassero meglio, chi si dipingeva le proprie squadre (ricordo con orgoglio la perizia con cui pennellai le righe sulle maniche e i numeri dall’uno all’undici sulla schiena dei miei olandesi: solo Johnny Rep ricevette uno sbaffo bianco sul collo), chi era un sapiente incollatore di gambe spezzate. L’incidente più comune per i fragili omini del Subbuteo consisteva nel rimanere schiacciati per errore sotto le ginocchia (di quelli del tappeto) o sotto i gomiti (di quelli del truciolato) di un incauto giocatore. Una mia mezzala del Boca Juniors era diventato una specie di grosso grumo di Bostik, a forza di riparazioni, ma ancora teneva bene il centrocampo. C’era chi diventava un grande collezionista di squadre (se ne vendevano quasi 180 diverse) e chi non si separava mai dalla sua prima confezione di semplici “blu” e “rossi”. Io e mio fratello litigavamo sempre per chi teneva i rossi, per via di un’educazione di sinistra. Si litigava un sacco, giocando a Subbuteo: in ogni caseggiato si creavano varianti alle regole ufficiali (lo “spostamento”, “l’omino del portiere”, il numero dei tocchi), e si accampavano scuse e proteste (“Non ero pronto!”). I bambini ricchi si portavano dietro alcuni dei mille costosi accessori che erano stati messi in vendita con successo negli anni: le transenne, l’arbitro, le panchine, i riflettori, le tribune, il pubblico, gli omini con le braccia alzate per il fallo laterale.
Si calcola che ci siano in giro per il mondo cinquecento milioni di omini del Subbuteo: uno ogni dodici terrestri. Due settimane fa ho ricevuto una confezione del gioco degli anni Settanta – anche questa comprata su eBay, premurandomi che non avesse giocatori incollati – uguale a quella che avevo da bambino e che era andata persa in qualche trasloco: ho aperto la scatola e le stanghette dei portieri erano ancora quelle in metallo, i palloni erano enormi e uno struggente odore di muffetta umida mi ha avvolto. Ho chiamato mio fratello che ora abita in un’altra città e e abbiamo organizzato una partita per il mese prossimo. Io prendo i rossi.