Piuttosto che portarli al circo, uno si dispone a guardare la televisione con i bambini: e persino a guardare quello che vogliono loro. Inutile dire che il vecchio genitore trombone, facendo zapping sulla successione di canali satellitari dedicati ai cartoni, tende a soffermarsi su quelli dei miei tempi: l’orso Yoghi, i pronipoti, Winnie the Pooh. Qualche volta gli va bene – soprattutto con i due classici imbattibili: gatto Silvestro e il canguro, e il Cat concerto di Tom e Jerry – ma spesso gli toccano certe robe giapponesi inguardabili e tutte uguali (presto il genitore dirà anche la musica di oggi è tutta uguale, solo bùm-bùm-bùm
e sarà nonno senza neanche i nipoti).
In questo quadro, l’elemento che ha unito le generazioni della mia famiglia è Pucca. Pucca è una bambina sudcoreana (o almeno, l’hanno inventata i sudcoreani qualche anno fa) che passa il tempo a corteggiare un suo coetaneo ninja – Garu – che non ne vuole sapere. Va in onda solo da un mese su RaiDue (prima su Jetix) ma ha ormai un discreto culto anche da noi. La cosa che incuriosisce il vecchio genitore trombone è l’associazione tra le trame assolutamente infantili e semplificate e il disegno stilizzato e modaiolo (creato con un popolare software per animazioni su internet, Flash) tipico di certe riviste da giramondo elegantoni. Non ho ancora capito se Pucca sia una cosa per bambini, teenagers o trentenni rampanti. O per noi che odiamo il circo.
Vanity Fair