Che faccia faccio

Sono stato ospite a una puntata dell’Infedele. All’Infedele hanno quelle eleganti sedie di legno molto scomode, soprattutto a starci due ore e mezzo, e quindi presto ho cominciato a spostarmi e rigirarmi cercando di sgranchire le ossa. Mia moglie mi dice sempre di non stare piegato in avanti quando parlo in pubblico, e allora cercavo di obbedirle. E mi è venuto da pensare al confronto tra Rutelli e Alemanno che avevo visto la sera prima, e alla professionalità impostata di Rutelli in uno studio televisivo (Alemanno invece si arrotola e contorce sulla sedia, come se non vedesse l’ora di andarsi a buttare su un prato). Stavo lì e cercando di non distrarmi dagli altri interventi, pensavo a Rutelli, a come sta ben dritto, persino con i fogli sulle ginocchia, e al gesto signorile con cui si toglie gli occhiali come a dire e-adesso-ve-lo-spiego-io. E sempre guardando nella telecamera. Io dopo tanti anni ancora non ho imparato qual è, la telecamera in onda, e quando comincio a parlare perdo contatto con il mio corpo e potrei appoggiarmi alla spalla del mio vicino senza accorgermene (quella del giornalista del Corriere Massimo Mucchetti, nel caso specifico). E poi le mani? Dove le metti? Dicono sempre “non stare con le braccia incrociate, che fa respingente”, ma con le mani in grembo mi sento una vecchia zia nella sala d’aspetto del dottore, e di gesticolare non sono tanto capace. Forse i fogli aiutano, in questo, ma rischi anche di fare la figura di quello che si è scritto l’intervento. A pensarci, mentre mi dimeno sulla elegante sedia dell’Infedele, forse gli occhiali di Rutelli servono a quello: a passare – mettendoli e togliendoli – dalla modalità state-a-sentire-questa alla modalità e-adesso-ve-lo-spiego-io. La prossima volta me li porto: gli occhiali, e gli appunti. E un cuscino.
Vanity Fair