Non sono stato io, è stata internet

È  un‘abitudine molto comune, molto umana, quella di pretendere dal nuovo molto più di quello a cui ci ha abituato il vecchio. In ogni novità vediamo grandi difetti, ma gli stessi difetti abbiamo smesso di criticarli nello status quo. Un esempio facile ed attuale è il famoso ricambio generazionale della classe politica. Andiamo dicendo che non vediamo in giro grandi giovani leader, e magari è vero: ma chiediamo molto meno ai nostri rappresentanti, di cui tolleriamo le peggiori inadeguatezze pur di non affidarci al nuovo.
Idem per il cliché sull’inattendibilità di internet o sulla sua inclinazione a diffondere falsità. Ne ha scritto ancora Michele Serra sul Venerdì, questa settimana. Sentite l’argomento di Serra: il Giornale ha scritto una balla (la balla riguarda la scuola a cui sarebbero iscritte le figlie di Anna Finocchiaro). La balla è stata segnalata come vera da un lettore a Michele Serra, che ha pubblicato la sua lettera nella rubrica sul Venerdì. E Anna Finocchiaro gli ha scritto per smentire la balla. “Ma quello che mi ha maggiormente colpito”, scrive questa settimana Serra analizzando l’accaduto, “è scoprire che l’errore del Giornale ha centuplicato i suoi effetti grazie a internet”. Serra conclude che “fa pensare la velocità con la quale le bufale galoppano in rete”.
Insomma, un giornale – stiamo parlando di gente che di mestiere dovrebbe dire la verità e controllare le fonti – pubblica una cosa falsa; un altro giornale la riprende – ancora senza porsi il problema di controllare – e Serra  è colpito dal fatto che il loro falso sia “galoppato in rete”. E non una parola sul difetto di professionalità o accuratezza dei giornalisti, non una parola su chi ha sellato il cavallo.
Non è la prima volta che sento quest’inversione logica. In altri casi è capitato che giornalisti attribuissero all’inaffidabilità di internet la falsità di cose che avevano scritto, rimuovendo completamente la questione della loro responsabilità o attenzione, assai più rilevante.
Internet è un pezzo di mondo, non la voce di Dio: se io sento dire al bar che Michele Serra ha tre orecchie, non lo scrivo sul giornale. E se lo scrivo, la responsabilità è mia, non del bar. E non mi colpirà il fatto che il giorno dopo ne parlerà tutta la città: mi colpirà la mia dabbenaggine. Invece molti giornalisti, sempre pronti a sostenere che gli unici intitolati a informare sono loro, poi pretendono di usare quello che trovano in giro in rete come se fosse una voce dell’Enciclopedia Britannica, e di non verificare niente e non saper distinguere una fonte affidabile. Ma la quantità di notizie false, inesatte, smentite, di comunicati stampa neanche riletti, di sentito dire non verificati, che leggiamo ogni giorno sui giornali è invece perdonata e tollerata, come la loro capacità di seminare false convinzioni nei lettori: è tutta colpa di internet. E se scriviamo una fesseria, ci lamentiamo della rete che ne ha “centuplicato gli effetti”. 

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