Il balletto di bronzo

La cosa più respingente del nuovo programma di Piero Chiambretti è andata in onda subito. Sono bastati pochi secondi. Il programma si è aperto con un balletto. Un balletto. Nel 2009.
I balletti nei programmi televisivi erano per me un mistero (ora lo sono meno, e tra poco vi dico perché). C’è qualcuno là fuori che è contento di vedere i balletti? Se sì, credo gli si possa applicare il ragionamento che Adolf Loos faceva sui tatuaggi: sono stati un grande contributo alla storia della creatività umana, ma chi se li facesse nell’Europa moderna di Loos non poteva essere che un degenerato. Lo stesso dicasi per i balletti, la tv, e il terzo millennio. Il balletto nun se po’ guarda’: è uno spazio buttato via, come un intervallo con le pecore. Dentro Domenica In fa l’effetto inesorabile dei carri di cartapesta al Carnevale di Viareggio. Ma nel programma di Chiambretti, in totale mancanza di ironia, il balletto è come un grosso sottopancia che dica “Cambiate canale! Adesso!”.
E allora perché? Chissà, magari a loro piace. Ma chi si occupa di tv vi dirà che il balletto – come altri anacronismi lingustici: le “scenette”, per esempio – è tra i criteri con cui la SIAE assegna un programma a una categoria creativa maggiore, e attribuisce contributi più alti ai suoi autori. Ancora oggi nel 2009. Voi guardate un balletto sbadigliando, e gli autori incassano qualcosa di più.
Almeno sapete che sbadigliate per qualcosa.

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