Due anni fa chiesi a mia moglie di accompagnarmi al concerto dei Pet Shop Boys nel parco di una villa milanese. All’ultimo momento mi disse che non si sentiva tanto bene: “vai tu”. Io valutai che lei sarebbe probabilmente sopravvissuta mentre io non ero mai stato a un concerto dei Pet Shop Boys in vita mia, pur ricordandomi benissimo dove mi trovavo la prima volta che ascoltai “West end girls”, nel 1984.
Sono in effetti uno dei rarissimi fans eterosessuali dei Pet Shop Boys: anche se chi considera l’omosessualità una malattia non potrebbe credere a che io sia sfuggito al contagio dopo quella sera. E chi mi abbia in quel contesto visto cantare a squarciagola “The Sodom and Gomorrah Show” avrà di certo consolidato opinioni diverse sulle mie attitudini (ma conto sulla proverbiale omertà della comunità).
E insomma, noi della comunità gay part-time non possiamo non condividere la nostra eccitazione quando esce un altro disco dei Pet Shop Boys, gli intellettuali dell’elettropop, gente che ci ha messo dentro Eisenstein, i paninari, Zelda Fitzgerald, Morrissey e Bruce Weber. A questo giro suona con loro anche Johnny Marr degli Smiths (già loro complice in vecchie cose), a ulteriore conferma che quelli che li hanno sempre trattati come un’altra band degli anni Ottanta non hanno mai capito bene come stavano le cose. E comunque di cosa pensate non ce ne importa niente niente niente, oh.