“A me non la raccontano”

Michele Serra oggi spiega bene una cosa di cui questo blog si è occupato spesso, il conformismo dell’anticonformismo:

Io non ci credo che Feltri scriva quello che scrive sotto ordine o consiglio di alcuno. Lo scrive perché quelle sono le sue idee, e perché sa che quelle idee riflettono con buona approssimazione la mentalità e la cultura politica di buona parte degli elettori di centrodestra. Feltri è maggioritario e vincente, lo è perfino nel lessico e nei luoghi comuni (il «compagno Fini»), e quasi ogni riga del suo Giornale raccoglie e rilancia gli umori degli italiani di governo (gli stessi che da sessant’anni, con brevi pause, vincono le elezioni, salvo raccontarsi la fola che sono i comunisti e i sindacati che comandano). Il capolavoro di Feltri (semantico e psicologico) è credere e far credere ai suoi lettori che questo linguaggio sia di fronda, sia «fuori dal coro», sia di opposizione. Così che si possa rimanere conformisti, con tutti i comfort e le pigrizie del caso, però con un’aura di coraggiosa libertà di spirito, della serie «a me non la raccontano». Però l’invito a «rientrare nei ranghi» (testuale) rivolto al compagno Fini tradisce, perfino con ingenuità, la vocazione governativa e filogerarchica del nostro e dei suoi lettori. Ma sono troppo convinti, l’uno e gli altri, di essere fuori dal coro per farsene un problema.

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