Un tempo qua era tutta campagna

La musica country. Ne vogliamo parlare di nuovo? Il vecchio luogo comune voleva che la musica country fosse una cosa che piace solo gli americani, e non si era mai capito bene perché. Non si era mai capito bene neanche se il mistero fosse che piacesse agli americani o che non piacesse a noialtri qui. Scemi loro o ignoranti noi? La prima tesi naturalmente ha tutta una sua consuetudine nella nostra cultura: scemi loro. E poi sarà che gli ricorda i cowboy e che insomma poi ci si abitua alle cose e ci si resta legati: noi facciamo le processioni dei santi patroni, loro ascoltano il country.
Poi però un revisionismo esterofilo portò a ridimensionare questa strafottenza. Guardate che i più grandi successi dell’industria musicale sono dischi country, guardate che lì ci sono molte radici del rock alternativo di questi decenni, guardate che Hank Williams era un maestro, eccetera. Adesso poi è arrivato nei cinema “Crazy Heart”, con gran fanfara sull’interpretazione di Jeff Bridges e sulle canzoni scritte da T-Bone Burnett per il personaggio del cantautore country sfasciato. Il film è piuttosto piatto e prevedibile, Bridges è bravo ma niente di paragonabile a Lebowski, le canzoni oneste. E ci avevamo sempre visto giusto: la musica country – come il free jazz punk inglese, peraltro – è una barba mortale.

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