Tra le tante cose che gli ultimi quindici anni di rivoluzioni digitali hanno cambiato nei nostri rapporti con la musica c’è il percorso dei colpi di fulmine con le musiche ascoltate per caso. Una volta sentivamo una canzone commovente durante la scena di un film e poi restavamo a vedere i titoli di coda fino in fondo per leggere cos’era. O ascoltavamo brandelli di una canzone in sottofondo in un bar, o un negozio, e andavamo con imbarazzo infantile a chiedere alla cassa cosa fosse. O molestavamo il deejay a una festa per farci mostrare nel baccano la copertina di un disco che stava suonando. E quando non ne cavavamo niente, alle brutte andavamo dal commesso del negozio di dischi e gli chiedevamo “ce l’hai quella che fa faffa-fafa faffa-fà?”.
Dopo, è diventato tutto più facile e accessibile: come molte altre cacce al tesoro, internet ha eliminato anche le difficoltà di ricerca della musica. È un attimo, basta ricordare un brandello di testo, o mettere insieme due informazioni. Ed è un attimo anche ottenere quello che si cerca: si esce dal cinema a mezzanotte e a mezzanotte e mezza si è a casa che si sta ascoltando proprio quella canzone.
E alla fine, è arrivato pure Shazam: l’applicazione per iPhone, Android e altri sistemi di smartphone inventata in Inghilterra e diventata popolarissima ed efficacissima negli ultimi anni. Riconosce praticamente qualunque canzone le facciate sentire e ve ne dice tutto, consentendovi di scaricarla al volo.
E metterla insieme alle altre diciassettemila.