Dov’è Abbottabad

Così ci regoliamo una volta per tutte, che stamattina ho letto che sia un sobborgo di Islamabad, che sia a un’ora da Islamabad, che sia nei pressi di Islamabad, che sia a cento chilometri di Islamabad, eccetera.

Abbottabad è qui (Islamabad è dove leggete Rawalpindi, le due città sono vicinissime):

La distanza tra Abbottabad e Islamabad in linea d’aria è di circa 60 chilometri. Però ci sono le montagne in mezzo, quindi la strada più breve che le unisce è lunga – secondo Google maps – 116 chilometri, e sempre secondo Google maps in macchina ci si mette un’ora e 54 minuti. Quindi non è “un sobborgo di Islamabad”, per come di solito si intende un sobborgo. Né è “a un’ora di macchina da Islamabad”.

Quello su cui possiamo metterci d’accordo, volendo trovare una formula sintetica da articolo di giornale, direi che sia questo:

“Abbottabad, una città a due ore di macchina e cinquanta chilometri a nord di Islamabad”

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.

Abbonamento mensile
8 euro
Abbonamento annuale
80 euro
Altre cose:

3 commenti su “Dov’è Abbottabad

  1. albertopennella

    Carissimi, sono stato ad abbottabad nel 2004. sono andato lì per una settimana mentre aspettavo il visto per l’india. mi pare ci vogliano due ore e mezzo di bus dalla città. si esce e comincia a salire la strada, è un avamposto per l’himalaia, ai piedi delle montagne. la vecchia cittadina era piuttosto simpatica, bazar tradizionali e pochi stranieri. dormivo nel pieno centro di essa in una chiaikana dove si mangiucchiava e beveva the. il mio avere la barba(a quel tempo lunga), mi lasciava muovere abbastanza liberamente, finchè non parlavo… molti afgani li, un pò come a Quetta dall’altra parte del pakistan, in belucistan, che confina con la parte più tradizionale dell’afganistan, la zona degli odiati Pasthun. era l’inizio della guerra in iraq e spesso parlavo con afgani(a segni a volte) sulla situazione politica, di cui mi smarcavo spesso… avevo fatto subito amicizia con un uomo che vendeva semenze sotto l’alberghetto dove alloggiavo. abbottabad è un luogo in cui si nutre una certa simpatia per i “partigiani” afgani, anche perchè le differenze con i nostri paesi democratici sono enormi… mangiavo sabzi(verdure cotte) da afgani perchè al tempo ero vegetariano e mi rispettavano perchè si erano convinti che era una cosa religiosa e in qualche modo rispettabile. i rapporti con gli occidentali per loro non sono semplici, anche per via dell’enorme differenza di riferimenti di valori e stile di vita, non hanno tutti i torti. certo se parliamo di donne e di tantissimi soprusi evidenti che sono accaduti soprattutto con l’influenza di komeini, con l’etica di weber e/o con la coscienza culturale collettiva dei nostri paesi ha ben poco a che fare… ma è necessario guardare a quei luoghi e a quelle persone con cautela e con conoscenza di causa. la simpatia culturale e politica che proviamo noi italiani nei confronti degli stati uniti(anche quella inconsapevole), ci potrebbe far associare ai crimini evidenti che la politica di esportazione della democrazia ha fatto, e forse, continuerà a fare. intendiamoci non sto e non voglio difendere nessun killer, perchè è di questo che parliamo, di gente morta ammazzata da un ideologia o l’altra. l’ideologia, qualsiasi essa sia, porta alla violenza perchè è esclusiva, pone un limite tra i rapporti umani e mette le persone in conflitto: tu di quà e io di là. vabbè. la mia percezione di abbottabad è quindi di un luogo simpatizzante per la difesa di una certa cultura tradizionale e locale. una sorta di localismo ideale/territoriale e in qualche modo riflette e/o cerca di difendersi dall’esigenza di globalità mondiale che ci avvolge tutti. abbottabad è anhe un centro di cultura, ci sono scuole importanti lì. appena fuori comincia la foresta con un panorama bellisssimo in cui si vede la valle dall’alto. e dall’alto si vedono intorno le roccaforti militari pakistane. da lì cominciano una schierata di caserme a macchia verso il nord e verso l’est. non dimentichiamo che stiamo parlando di una zona dove comincia il cosiddetto “disputed territory” tra jammu e kashmir. è un pò come era da noi in friuli e chissa se cantano: ” il piave è sacro! piave avanti!… osama è morto, ma non è morta la cultura locale e hainoi, forse, neanche i fondamentalismi. democrazia e cristianesimo compresi. peace must start from within dicono i grandi maestri, ma quando all’interno di una chiesa entra uno nudo scatta la violenza! in molti villaggi delle foreste vedrebbero strano il contrario…e forse si incazzerebbero come delle iene! se in un bazar con vestiti lunghi e la gente che prima di cominciare qualsiasi trattativa si fa una serie di rispettosi e umili salamelecchi, si beve un the e poi comincia a discutere, anche animatamente, ecco, proprio li arriva un robocop americano che ti guarda in atto di sfida e giudizio, in atto di analisi e timore, di diffidenza, capite che la disarmonia è palese… sono solo immagini lo so, ma immagini che ho visto più volte e mi lasciavano sgomento per questa tremenda alterità. osama è morto e il bene pare abbia vinto sul male, ad abbottabad comunque, tutto fila liscio. una cittadina che vive il suo tram tram con i vicini afgani in cui si parla più Hindko che Urdu, linguaggio indoiranica molto più vicino al Farsi e al Pasthu anch’esso di origine vedico persiana. c’è un sottile filo culturale che li lega, che li unisce, che li vincola. la bagarre politica tipo: “difendono i terroristi!” non tiene conto di mille aspetti della cultura, le mille sfaccettature dell’essere umano appartenente a un territorio, un luogo mentale e una coscienza collettiva locale, una storia di fratellanza e disgrazie naturali comuni, una strada di passaggio tra i propri paesi, come fosse la via emilia… la politica a quei livelli è hainoi, calcolo che ha dimenticato il cuore. grazie, alberto

  2. Pingback: Best of my feed #101 | Vita di un IO

  3. albertopennella

    nessuna offesa a luca sofri che rispetto @vita di un IO. mi è venuto naturale descrivere il luogo con una riflessione personale su di esso per tutti. spero che non sia dispiaciuto lui per il delirio :)

Commenti chiusi