Teach your newsroom

Dal nostro punto di vista, ci sono diverse ragioni per cui abbiamo pensato con la scuola Holden di organizzare un corso di “giornalismo online”, dal mese prossimo. Una è che ci accorgiamo di avere imparato molte cose in questi due anni e mezzo del Post, e che sono cose ancora poco condivise. Una è che abbiamo un’inclinazione a condividere. Una è che il Post riceve molte offerte di collaborazione da persone in gamba e volenterose ma inevitabilmente ignare di molti meccanismi che regolano le nostre scelte e i modi con cui facciamo le cose. Una è che ci piace la scuola Holden, con cui abbiamo già da tempo fertili relazioni. Una è che alla domanda “ma il tempo dove lo troviamo?”, siamo sempre incoscientemente sordi. E altre ancora ne abbiamo.

Poi alla Holden hanno le loro. Se ne avete anche voi, chiamateli.

5 commenti su “Teach your newsroom

  1. bobryder

    Considero la Holden la classica scuola per figli di papà quattrinai e, dati i costi e la sede,per i soliti raccomandati.Non credo che grandi scrittori usciranno da lì.Baricco come romanziere fa sbadigliare.Ma è chiaro che se ti ammanichi con lui hai la strada spianata,in un paese dove si va avanti-e si pubblica-per conoscenze,e non per meriti.Salvo poi affermare il contrario in tv.In italia quasi tutti i migliori scrittori(e poeti) non sono quelli pubblicati e pubblicizzati dai giornali e dai siti “glamour”,o recensiti da “La repubblica” e “L’espresso”.Ma in un paese in cui lo scrittore più venduto(sotto i 50) è Fabio Volo niente deve più stupirci.

  2. bobryder

    Lucarelli, Lella Costa e un certo Vacis(che sembra Gabriele Albertini sputato ma con dieci anni di meno) come testimonial della succitata scuola.Philip Roth e Ces Nooteboom stan già tremando…

  3. lucio

    Torino è purtroppo lontanissima per me. Avrei partecipato con molto piacere, sono il direttore di un sito di informazione locale in Calabria e il post è il primo sito della lista preferiti.

  4. fafner

    In una scuola intitolata a un ragazzino bugiardo ora si insegna giornalismo: direi molto professionalizzante.

  5. Drockato

    L’iniziativa potrebbe risultare anche interessante se solo, per la mia modestissima opinione, non partisse da presupposti sbagliati. E su cui, tra l’altro, si potrebbe realizzare una tesi di laurea. Non credo che la migliore strada per insegnare giornalismo online sia quella di indirizzare i futuri giornalistii verso l’analisi SEO, le digital PR e il social marketing. Proprio perchè non si tratta di giornalismo, ma di marketing online e di analisi di mercato, di cui si occupano una miriade di agenzie pubblicitarie. Più utile sarebbe studiare il metodo con cui si costruisce l’inchiesta giornalistica, come si scrive in italiano comprensibile, la raccolta e l’elaborazione delle notizie, la cura delle fonti.

    L’altro fattore che mi lascia perplesso è quello per cui si considera Il Post (grande prodotto editoriale, organizzato bene ed efficace, nato per la mancanza di un vero aggregatore di notizie) un quotidiano. Si tratta però di un blog, o un “superblog”, come recita il colophon. Cioè realizzato sulla base di notizie riprese da altri media. Trattasi dunque di gatekeeping, non newsmaking, come piace pensare a molti. Chiedere a quel bel tomo di Will McAvoy per conferme (fa figo vederlo in tv e dire “io faccio proprio quel mestiere lì”, nevvero? Il problema è che No, non lo fate, per come la vedo io). Volendo analizzare il giornalismo online dovreste chiedere di intervenire alla redazione o al direttore de l’Inkiesta che di giornalismo quotidiano si occupa.

    Ultimo, ma non per ultimo, mi lascia sgomento l’idea di cercare un partner in Baricco, chiedendone l’expertise in materia di scrittura (o sbaglio?). Sarò anche un “categorizzatore”, ma qualcosa ho imparato nel mio mestiere. Qualche volta stavo addirittura attento durante le lezioni di teorie e tecniche del giornalismo, all’università. Un bel giorno il docente ammonì l’intera classe. “Se volete diventare giornalisti perchè vi piace scrivere lasciate perdere. Non è il lavoro che fa per voi. Bussate alla porta di un editor, non di un direttore”.

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