Post sbilenco

Il tema dell’eccessivo nervosismo in rete è vecchio ormai di molti anni ed è stato affrontato con molte semplificazioni, sia da chi dipinge tuttora internet come un covo di teppisti sia da chi minimizza e rimuove i grandi cambiamenti nelle relazioni e nel relazionarsi indotti dal diverso e rivoluzionario contesto.
Potrei dire che in rete ci sono le stesse persone che ci sono fuori dalla rete, e che la confusione è data sia da chi pensa che scrivere una cosa su internet sia uguale a dirla in televisione a reti unificate, sia da quelli che invece pensano che internet sia come il bar sotto casa: mentre la realtà è che la rete è ambedue, e anche molte altre cose in mezzo, ma non siamo abituati a pensare le cose nuove in termini di complessità e sfumature. Abbiamo bisogno di ricondurle a schemi semplici: pubblico e privato, responsabile o irresponsabile, ufficiale o ufficioso, giornalista e blogger. E quindi registriamo delusioni e casini, quando le cose diventano più complesse.

Voi direte: e perché stai riscrivendo queste cose adesso? La risposta è che volevo raccontare una cosa particolare che ora invece mi sembra insignificante. È un post sbilenco, questo.

2 commenti su “Post sbilenco

  1. makeroo

    C’è un fattore importante che entra in gioco nelle conversazioni in rete (quindi non blog ma email o commenti fb, etc.): la ridotta percezione dell’interlocutore.
    Quando parliamo a quattr’occhi non usiamo soltanto le parole ma anche la vista, e quindi tutto il corpo. Al telefono perdiamo la vista, ma oltre alle parole contano sempre il tono di voce, il ritmo, i tempi.
    In rete manca tutto questo e le faccine non compensano. Accade che compensiamo con la nostra immaginazione, ci costruiamo un’immagine dell’interlocutore. E parliamo ad essa.
    È un continuo “processo alle intenzioni” se vogliamo. Ed è anche uno specchio: se interpretiamo ciò che leggiamo come rabbia è molto probabile che siamo arrabbiati noi stessi.

  2. layos

    @makeroo mi hai letteralmente rubato le lettere dalla tastiera. Al bar sottocasa, per chi lo frequenta, ogni persona che parla ha una reputazione, buona o cattiva, e parla con una cerchia ristretta di persone che fra l’altro non sono pescate in modo randomico fra la popolazione, ma sono evidentemente già frutto di un filtro sociale, anagrafico, di genere, che ci fa stare vicino solo a persone meno dissimili da noi di altre.
    In Rete questo svanisce. Le tue “armi” le devi spendere nello spazio di un post, nessuno sa chi sei, nessuno ha timore reverenziale che avrebbe se sapesse che sei un colosso di 2 metri per 140 kg, oppure la strafottenza che avrebbe sapendo che sei un mingherlino cacasotto, o, in altri contesti, che sei il riccone professionista ammanicato influente, piuttosto che un insignificante signor nessuno. Agli albori di Internet ricordo l’impaccio dei primi rari politici che provavano ad entrare nei forum con la loro vera identità pubblica e si trovavano immediatamente spiazzati dal “tu” e dall’assenza assoluta di quella deferenza a cui erano abituati per ruolo e per censo. E ricordo anche alcuni cyber bulli rivelatisi poi di persona delle mammolette (non dico per farci a cazzotti, ma nammeno per infervorarsi in una di quelle belle discussioni al calor bianco su Inter e Juventus).

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