Anche un po’ meno

Su un tema molto trattato ultimamente e che ci diventerà sempre più familiare – la ricerca quotidiana del consenso altrui, il terrore quotidiano del dissenso altrui, soprattutto sui social network – un comico americano che si chiama Patton Oswalt ha detto delle cose in un’intervista al Washington Post, parlando della sua decisione di sospendere l’uso di Twitter nei mesi scorsi. In particolare sull’influenza nella vita “reale” dei nuovi meccanismi mentali indotti da internet.

Non è che fossi drogato di Twitter in sé: ero drogato da «Che reazioni avranno? Cosa diranno nei commenti?»
C’entra qualcosa il fattore-estate o è stato semplicemente il momento più adatto per staccare?
Quando ero ragazzo, il periodo compreso fra giugno e settembre era quello in cui eri in giro a fare cose, provare cose: e quello che facevo in quei tre mesi mi arricchiva per i restanti nove. Quindi ho scelto questi tre mesi, giugno, luglio e agosto – e lo farò ogni giugno luglio e agosto – e ho detto: stacco coi social. Non avevo in programma di fare nulla che non fosse andare in giro, fare cose da vita-vera e relazionarmi col mondo in questo modo.
Com’è stata la prima settimana? È stato come spegnere una parte del tuo cervello?
È stato più come spegnere un modo di pensare. Quello che fa: «Come ne scrivo? Come faccio a dirlo in pochissime parole ed essere sicuro che nessuno mi fraintenda?». Su Twitter, ero in ansia a dire come la pensavo, e riflettevo tre volte su tutto quel che mi veniva in mente, cosa che per un comico – ma anche per qualsiasi essere umano – è mortale. Stavo iniziando a pensare tutto così: «Qual è la cosa più sicura da fare in questo caso? Cosa interesserà alla maggior parte delle persone?». È il contrario di quello che ho sempre fatto nella mia carriera e che rendeva così originale quello che facevo: mi sembrava che i social me la stessero portando via. Ora che me ne sono liberato, mi sono accorto di quanto inferisca poco sulla tua vera vita, il tuo vero mondo, la tua vera carriera.
Hai parlato di come raggiungere «la maggior parte delle persone»: da una parte Twitter ti dà la possibilità di seguire una data persona in particolare, ma dall’altra pone un problema fra “ottenere l’attenzione della maggior parte delle persone” e “esprimere la propria opinione”.
Esatto. «Se non la pensi esattamente come me in merito a ogni singola cosa, ti provocherò e distruggerò». E mi ha fatto pensare, e mi sono chiesto se potesse influire sulla mia carriera. Quest’estate, poi, ho tenuto degli spettacoli e ho realizzato: caspita, la gente che si arrabbia online, poi non va a sfogarsi in giro. Restano dentro a un computer, e non danneggiano quello che fai come comico. Magari fanno un po’ di casino, ma niente che abbia una conseguenza diretta nella vita reale.
Prima di scrivere qualcosa online, quindi, eri consapevole delle potenziali critiche che avresti attirato.
Sì, pensavo a quanti fan avrei potuto perdere. Ci è voluto un po’ per farmi realizzare che non ci sarebbe stata nessuna conseguenza. Se mi mettessi a pensare prima a tutto quello che viene fuori dalla mia bocca, tutto ciò che direi sarebbe mediocre. La peggiore cosa che possa accadere alla comicità è che un comico pensi due, tre o quattro volte a una cosa prima di dirla. Dilla e basta, cazzo. E se per caso dici qualcosa di sbagliato, scusati e prosegui oltre. Siamo sempre qui ad immaginare un mondo pieno di commentatori, a farci un’idea di quello che potrebbero dire prima ancora che lo scrivano. Non è la situazione migliore per inventarsi qualcosa.
Come cambierai il modo di relazionarti agli altri, quando tornerai su Twitter? Cercherai di modificare la percezione che gli altri hanno di te? Come ti comporterai con le critiche?
Mi prenderò ancora più libertà nelle cose che dirò e sarò meno sensibile all’indignazione. Ho imparato due cose: che cioè posso spingermi ancora più in là di quanto pensassi e che posso rispondere meno. Ho verificato che queste cose hanno un senso, e che sono in grado di farle.

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5 commenti su “Anche un po’ meno

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  2. ErniTron

    Thanks for Sharing

    (no… è che sembra tratto da una riunione di disintossicazione della Associazione Utenti Twitter)

  3. fp57

    Il terrore quotidiano del “dissenso altrui” risuona strana, come espressione, ma comincio a capire il Tuo stile e lo apprezzo.
    Mi viene da dire qualcosa sulla bellezza e il pregio di essere anonimi, nel senso dell’anonimato in rete:
    sembra infatti che la spontaneità non sia un valore verso cui tendere (quando ci si conosce o si è conosciuti), e che le relazioni fra persone siano caratterizzate dal riscontro, dalla soddisfazione, dalla ricerca del consenso altrui.
    Solo essendo anonimi, perciò, ci si può permettere di mettere in gioco la propria spontaneità

  4. Luca Segantini

    Sicuramente è preferibile un anonimato sincero a un’identificazione ipocrita, ma l’anonimato apre anche la porta a una miriade di comportamenti scorretti… Personalmente preferisco rischiare un po’ di più (cosa, poi, concretamente?) e firmare quello che dico.

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