Studenti volenti e studenti nolenti

La frase di Matteo Renzi insofferente con Angela Merkel perché qualcuno “fa il professore e tratta gli altri da studenti” sta nella stessa categoria dei “non accettiamo lezioni”, di cui già molte altre volte ho scritto mi sembri del tutto illogica e rivelatrice di un complesso di inferiorità.

 

Ma se mi ostino su questa cosa è perché – oltre al fatto che Renzi ne sta facendo un’abitudine invece che un incidente isolato – mi sembra mostri anche come pochissimi di noi si accorgano del suono che hanno le cose in bocca a noi stessi: siamo pessimi giudici di noi stessi, e passiamo le giornate a dire o a scrivere su Twitter cose che se leggessimo o sentissimo da qualcun altro troveremmo immature, ingenue e ridicole. E sono convinto che lo stesso Renzi, se leggesse questo tweet scritto da qualunque altro leader europeo, ne noterebbe per prima e prevalente cosa la stizza risentita e rivelatrice di un’insicurezza. Ho provato a pensarci: non riesco a figurarmi nessun personaggio di riconosciuta leadership nel suo campo e sicurezza dei propri mezzi che possa dire una cosa del genere, o un “lei non si deve permettere!” o simili, anche di fronte ad attacchi, critiche o insulti. Barack Obama, Paul Krugman, Nelson Mandela, Bob Dylan, Bill Clinton, George Clooney, Steve Jobs, scegliete chi ritenete. Invece quando uno dice “non mi tratti da studente”, la prima cosa che tradisce è il suo sentirsi trattato da studente: considerazione che – occhio – non c’entra niente con l’altrettanto infantile e scemo “ah, ti arrabbi, quindi vedi che ho ragione!”. In questo caso, per esempio, Renzi può anche avere ragione e Merkel torto, anzi può darsi che ce l’abbia: ma spostando la risposta dal merito delle ragioni e dei torti, ai presunti modi inadeguati con cui si sente trattato tradisce di essere il primo a non avere certezza delle proprie ragioni o dell’essere all’altezza di sostenerle.

Come prima di lui e dopo di lui tutti quelli che diranno “non si permetta”, “non accetto lezioni”, “non faccia il professore”, “smetta con quella spocchia”, “la superiorità morale della sinistra”, “il ditino alzato”, eccetera, di fronte alla semplice realtà di qualcuno che giudica quello che fai, sei o dici, come è normale, o che mostra maggior sicurezza di te su determinate opinioni. E che alla fine, se anche ha torto – spesso ce l’ha – vincerà proprio perché invece di dimostrarglielo, o di ignorarlo, o di alleggerire, ti sei mostrato offeso e fragile, incapace di affrontare una opinione o un giudizio come molti altri, e hai rivelato di ritenere “studente” un insulto (piuttosto che una condizione naturale permanente e benvenuta, tra l’altro). E di essere quindi tu il primo a interpretare da subordinato uno scambio che fino a un attimo prima, per tutti, era tra pari (lo spiegò Gianluca Briguglia, sempre su Renzi, già mesi fa). Poi certo, molti di noi sono insicuri, subordinati, non all’altezza, o si sentono tali: infatti non siamo andati a fare il Presidente del Consiglio.

(i commenti sono chiusi perché ultimamente le cose che riguardano Renzi ricevono 45% di commenti pregiudiziali antirenziani e 45% di commenti pregiudiziali filorenziani: chiedo scusa al restante 10%)

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