Il M5S ha vinto a Torino

Pensieri post ballottaggi, lasciate passare le 24 ore minime necessarie.

1. C’è un tema generale di riduzione a sintesi minima e a slogan di fenomeni e dati che sono complessi. Ne abbiamo parlato spesso. Che Raggi abbia stravinto a Roma si può dire senz’altro, lì la complessità è assai ridotta. Ma altre cose stanno venendo vendute come semplici ed esatte in cerca di titoli, zizzanie, catastrofi, successoni, eccetera. Il primo esempio è il risultato generale, che anche adesso come due settimane fa non è riducibile a una frase da titolo, e quindi i titoli sono costretti ad essere ingannevoli. Il presunto plateale successo del M5S è dato in ultima analisi solo dalla vittoria del M5S a Torino (che non è poco, di per sé). Provate a immaginare che Fassino e il PD avessero conservato Torino e realizzerete che ora non staremmo qui a celebrare questa pretesa grande ondata grillina: staremmo a celebrare di certo la straordinaria ma prevista vittoria di Roma, e una discreta quantità di vittorie del M5S in alcuni comuni non capoluogo (nei capoluoghi resta sempre a tre su venti): che siano “19 su 20” di quelli in cui era andato al ballottaggio è appunto un bel risultato ma manca un pezzo della storia. Era infatti andato al ballottaggio in 20 comuni su 126, e in quasi tutti gli altri – prendi Milano su tutti – non era un caso che non ci fosse: era perché è troppo debole. Aveva già perso prima di arrivarci, al ballottaggio, o prima del primo turno addirittura.
Quindi la notizia è che il M5S ha vinto a Torino: notizia grossa, ma che da sola ha spostato tutte le valutazioni sul risultato complessivo e spinto commentatori compulsivi – e alcuni un po’ interessati – a sancire il trionfo del M5S, le sue possibilità di governo, la crisi palese del renzismo. La crisi palese del renzismo c’è, ma non da lunedì: c’era già e si vedeva in altre cose (ci arrivo dopo). Quanto alle possibilità di governo del M5S – che fino a quindici giorni fa era ritenuto un partito in rallentamento, confermato dai risultati dei primi turni – di certo tutto questo “hype” mediatico finirà per aiutarle, come accade spesso con questi meccanismi, autodimostrandosi. Ma per valutare i numeri  e le potenzialità del M5S sarebbe scientificamente più saggio guardare i risultati del partito al primo turno, non quelli dei candidati al ballottaggio, che con le elezioni politiche c’entra ben poco.

Un secondo campo dove si è applicata la stessa fuorviante sintesi è Milano: dove da 17mila voti e il 3,4% dei votanti si è fatto discendere un caso esemplare di successo del centrosinistra e del PD, da esibire come trionfo nel generale disastro. Ma a Milano è successo che nella città in cui era esibita e riconosciuta la migliore amministrazione tra quelle del centrosinistra, vantata come l’asset più prezioso e ricco del candidato Sala, candidato di continuità rispetto a tanto successo e apprezzamento, il candidato Sala ha vinto per appena 17mila voti, il 3,4% dei votanti. E in questa città dove il centrosinistra aveva governato così bene e che lo stesso Matteo Renzi aveva presentato ovunque come il vanto del PD, il centrodestra nel suo periodo più scalcagnato e imbarazzante – sul piano nazionale e milanese – ha ottenuto uno dei suoi migliori risultati, con un candidato che ha perso di appena 17mila voti, il 3,4% dei votanti. In questa città dove i pretesi trionfatori delle elezioni, gli avversari più temibili – quelli del M5S -, manco c’erano, e il PD giocava senza di loro, il PD ha vinto di 17mila voti, il 3,4% dei votanti. Lo chiamerei uno scampato disastro, più che un successo: con tutto il rispetto per gli scampati disastri e per le vittorie ai punti. Ma le analisi sul modello Milano e sulla felice macchina da guerra elettorale milanese forse vanno un po’ ridimensionate.

Come dicevo, è un vecchio e affascinante tema: il tuo tiro da tre punti arriva un centimetro più in là e la tua nazionale di basket vince le Olimpiadi, trionfo, celebrazioni, titoloni, eccetera. Un centimetro più in qua – anello – e hanno vinto gli altri, trionfo, celebrazioni, titoloni, eccetera. Ed è giusto così, quel centimetro conta, come contano i 17mila voti. L’importante è non trarre da quel centimetro la conclusione che una squadra sia oggettivamente e definitivamente più forte e l’altra debba ripensare tutto il suo gioco, oppure viceversa.

2. In questo genere di tic infondati sta anche una cosa più piccola: l’espressione “uniti si vince”, tanto banale quanto sciocca (segnalo che Salvini l’aveva usata molto su Milano dopo il primo turno, e ieri chissà come ha smesso). Non solo è infatti ovvio che “uniti” si sia più forti che divisi, a meno che non ci si unisca a quattro gatti nazisti controproducenti. Ma è anche falso che “si vince” per forza: a Milano il centrodestra unito ha comunque perso. A Roma il centrosinistra unito avrebbe straperso comunque.

3. Adesso come al solito “si porta” la crisi renziana, come dice il Foglio. Metti che poi vince il referendum – ci sta e non ci sta, solita questione di centimetri – e tutto sarà cancellato dalla grande epopea rivoluzionaria renziana di cui scriveranno tutti (salvo i nemici di professione, per quelli sarà eventualmente “vittoria azzoppata” o “colpo di stato”, a seconda del grado di ebbrezza), in modo altrettanto enfatico e ridicolo. Sarebbe divertente anche solo per vedere scendere e salire dai carri.

A tirare su la testa e guardare in giro ci pensano in pochi. Sia nel tempo che nello spazio, quello che sta succedendo ora in Italia sta dentro una cosa assai più estesa. Nel tempo, il M5S non nasce oggi, né i suoi successi: alle scorse elezioni politiche è stato il secondo partito, e per poco non era il primo. A giudicare da quello, i suoi risultati di domenica continuano a essere deludenti. Ma che esista una cosa che ne alimenta il successo non è una novità e non c’entra con Renzi o con questa fase in particolare del PD (non era “renziano”, il PD che assistette a quel trionfo del M5S): quella cosa esiste da un pezzo, e prima del M5S era cresciuta intorno a Berlusconi e alla Lega, e in certi fascismi giustizialisti di sinistra.
E quella cosa non è solo italiana: alimenta molti successi anomali e nuovi in molte parti del mondo. Che si tratti di movimenti che sembrano più di destra o più di sinistra – hanno spesso cose di entrambe -, questi successi sono visibili in molte parti d’Europa (nel Regno Unito poi dopodomani votano persino per uscire dall’Unione Europea). Ma sono arrivati – dopo le avvisaglie dei Tea Party – anche negli Stati Uniti con dimensioni impensabili e con la vittoria di Trump alle primarie, che sarebbe il primo presidente a non aver servito il suo paese in politica o come militare. Se vi ricorda qualcosa, questo essere “fuori dalla politica”.

C’è un andamento sociale che riguarda tutto l’Occidente e che – caso raro nella storia, ma non inedito – muove le sue civiltà verso il regresso e non verso il progresso: anzi rivendica spesso il regresso stesso, contesta la competenza, la cultura, l’esperienza, e usa gli strumenti che sono arrivati per superare il gap tradizionale dato da quei caratteri e sostenere che sia meglio il “normale” dell’eccezionale, l’ignoranza della sapienza, l’ingenuità dell’esperienza. Non che non ci siano colpe e responsabilità delle élite, in questo – sono enormi -, però di questo parliamo, di un fenomeno mondiale e dei tempi: altro che analisi ombelicali sulla crisi del renzismo (se esiste poi il renzismo: esiste Renzi) e ipotesi che il fenomeno si arresti con dei ritocchi alla legge elettorale. Se si arresta, si arresta rispondendo alle ragioni che lo hanno creato e lo alimentano, e consapevoli che è un lavoro difficile e controcorrente.

4. E infatti un tema Renzi c’è: c’è da un pezzo. Detto che il PD non è in condizioni di consenso peggiori di tutti i PD che lo hanno preceduto, l’idea era di fare molto meglio, di tutti i PD che lo avevano preceduto. Condivido abbastanza come la mette Gramellini, per ragioni di spazio un po’ sbrigativamente. Ma il problema di Renzi è che da quando è andato al governo – sbagliando, continuo a pensare – è progressivamente diventato meno Renzi. Ha abbandonato l’idea di fare le cose diversamente, di nuovi metodi, di altre logiche: e si è spostato progressivamente sull’idea di fare le cose come gli altri, di usare le vecchie logiche – l’ascesa al governo in quel modo ne fu l’annuncio – per fare scelte presunte migliori in quanto le prende lui e non quelli di prima. Che ci può stare – ci sono persone più brave di altre – ma alla lunga non cambi niente, e in giro se ne accorgono. Primo perché a un certo punto sbaraccherai anche tu, e se il paese e le teste sono sempre quelli, torniamo daccapo; secondo perché se anche fossi mooolto bravo, non puoi fare tutto; e se per quello che non puoi fare tu ti affidi soltanto a disciplinati esecutori e non a una nuova brillante classe dirigente che temi di non controllare abbastanza, non stai creando niente. Il renzismo non esiste: esistono Renzi, i renziani fedeli che vanno dal leale e corretto all’ottuso aggressivo (alcuni di questi sono ormai della stessa pasta dei tanto contestati squadristi bersaniani del giro prima, e si avvicinano a quella degli squadristi grillini), e i renziani brillanti e capaci che se ne sono quasi tutti andati. Il progetto di “superare le divisioni”, di unire, di coordinare e mettere insieme “le forze migliori del paese”, di cambiare metodo alla politica, si è riconvertito a “gufi!” e lanciafiamme. Tutto già visto.
Niente di irrisolvibile e definitivo – non cederò pure io all’analisi drastica e perentoria – se sei mooolto bravo: ma se eri mooolto bravo forse non perdevi Torino, eccetera.

Altre cose:

11 commenti su “Il M5S ha vinto a Torino

  1. layos

    Vale la pena ricordare che le elezioni che chiameremmo di “mid term” se fossimo americani i partiti di governo le perdono spesso, Berlusconi era riuscito a prendere dei cappotti memorabili, come il celebre 12 a 2 delle regionali, conservando a stento due roccaforti come Lombardia e Veneto. Eppure alle elezioni politiche successive, forse anche per merito della “porcata” sulla legge elettorale, perse di un’incollatura, prendendo 24 mila voti in meno alla Camera e 400 mila in più al Senato, che gli valsero di stare in minoranza solo perchè i premi erano attribuiti su base regionale. Un ferro sul tiro da tre, per restare alla tua metafora, che avrebbe probabilmente cambiato e di molto la stora repubblicana (altri presidenti della Repubblica e chissà che fine avrebbe fatto il PD).

  2. Corrado Truffi

    Concordo quasi su tutto. Ma c’è un errore: a Roma il centrosinistra non si è presentato affatto unit. Non che se si fosse presentato unito sarebbe cambiato qualcosa.

    Sì, grazie, hai ragione: ho corretto come dici. L.

  3. fdt

    si gioca con le parole, per distinguersi. Non esiste il renzismo ma solo Renzi, i lealisti per lo più fanatici e i brillanti che se ne vanno. Ma è proprio questo il renzismo: il vuoto attorno a un ego!

  4. tanogasparazzo

    Io vivo come una grande ingiustizia…Inoltre si è alimentato l’invidia sociale cosi parlava il marito tradito Fassino, oppure l’amante che viene lasciato dopo cinque anni, uno che dedicava 16 ore di lavoro nel gestire la città. Eppure i Torinesi che non si sentivano amanti, ne avevano la vergogna di aver tradito, ovvero di aver girato le spalle, hanno solo cambiato, scegliendo una donna, oppure semplicemente con una coppia di donne, le due città importanti nella geografia politica. La somma di tutto ciò fa molto male ecco perché questo sfogo di Fassino, o lo stil novo di Giachetti che si assume tutte le responsabilità, come una Giovanna D’Arco, “ante litteram”. Vale la pena ricordare che non sono stati elencati nello scritto di Sofri, i molteplici errori politici commessi, nella nuova geografia, che gli esperti stanno chiamando fase della Tripolarità. Non vorrei ricordarli tutti, ma esempi: Referendum anti trivella, Job’s act, prepensionamento mutuo con restituzione, prima della dipartita, uccisione dei piccoli risparmiatori, da molteplice bad banche regionali, governate da clientele politiche d’inesperti con forte connotazione familistica, povertà. Inoltre la politica delle porte girevoli, ovvero insediare nei posti di comando, persone egoiste, che pensano solo a se stessi, perfino si aumentano gli emolumenti, vedi l’ex ministro Profumo, poi Peveraro ex trombato nelle ultime elezioni regionali. Tutt’ora hanno la faccia tosta, di non dimettersi per rispetto di chi ha vinto, in tutto questo c’è molta massoneria vecchia piemontese. bene i volti nuovi delle donne stanno per far dimenticare, le passate gestioni. fatte eccezione del signor Fassino, che prima di lasciare, lancia strali pesanti: del tipo questa città che consegno non è Calcutta, una battuta molto infelice.

  5. andrea61

    A me pare manchi un pezzo importante nell’analisi ed è la assenza delle riforme che la gente si aspetta da anni.
    I costi della politica che non scendonio, la corruzione che non viene affrontata, la titubanza nel colpire seriamente i colletti bianchi che rubano, i privilegi che non vengono aggrediti se non in maniera limitata e solo per gli anni a venire, un fisco che a noi viene a chiedere conto del singolo euro e poi si permette a fondazioni e partiti di garantire l’anonimato ai benefattori eccellenti.
    In sintesi, è la strenua difesa del doppio binario sull’applicazione di diritti e doveri tra cittadini comuni e tutto ciò che ruota intorno alla politica.
    Poi può anche capitare che il risentimento vada a colpire persone serie e bravi amministratori come Fassino.

  6. Julian B. Nortier

    Ormai il Pd è allo stremo,e come prevedibile,ecco il post minimizzatore di Sofri jr.Il Pd perde perchè ormai è un partito “pariolino” (perde pure nella Roma bene,quella di Sofri,ma insomma ci siamo capiti) e non ha più vocazione popolare,da tempo,ma nemmeno piccolo borghese.L’unica cosa che ancora lo salva sono gli interessi di tanti suoi elettori potenti e l’amicizia che parecchi giornali-e blog come questo-gli danno.Il perchè lo fanno,non serve spiegarlo,sono tutti abbastanza grandi,a patto di non essere dei piddini folgorati sulla via di Damasco…
    E non si può ridurre quanto successo domenica a un discorso generale dell’occidente,perchè un fenomeno come il m5s e un prodotto post berlusconiano come Renzi sono difficilmente inquadrabili in paesi davvero civili.
    Insomma,lasciamo i piddini bloggger a rosicare,gli altri sanno già che quanto avevo scritto qui era foriero di una certezza.
    Dedicato a Caltagirone.

  7. AT

    Faticoso leggere quello che hai scritto. Questo è già di per sé indice che forse l’analisi è forzata. Resto convinto che è proprio il risultato di Torino il miglior indice del successo presente e futuro del M5S, ma come è ovvio può essere che sia in errore. Sono, sinceramente, certo che dopo aver donato vari “n-euri” al PD e a Renzi in particolare niente mi è più inviso, a me che né ho né voglio santi in paradiso, ma solo giustizia ed equità, di Renzi, della Boschi e di questi nuovi yuppies (cit. Luca Barbarossa). Non mi vergogno di insultarli esplicitamente dicendo che sono gente che merita il mio profondo disprezzo.

  8. cinziaopezzi

    io credo che a torino fassino sia stato messo a sostituire il candidato, ex preside, come si chiamava, designato, all’ultimo momento, 5 anni fa, perchè c’erano prolemi. a quell’epoca è partita una sorta di protesta mygugno contro di lui in quanto rappresentante di un gruppo di vecchi che impediscono ai giovani di proporsi (notoriamente e da tempo la mezz’età è stata abolita). vecchi elettori del pd sostenevano che non erano disposti a votare gente nuova e sconosciuta. quindi è stato chiesto a fassino di governare 5 anni dando modo a qualcun’altro di sua scelta di farsi conoscere per potersi candidare questa volta. il volto nuovo doveva essere il vicesindaco. quindi fassino è stato accettato.
    poco tempo dopo è scoppiato uno strano scandalo in cui è stato coinvolto il vicesindaco… appena eletto quindi sicuramente non responsabile. da lì in poi non ho più seguito. non so se qualcuno confermerebbe questa mia memorai/interpretazione.

    passati 5 anni non hanno nessun altro da proporre.
    chiaro che fassino è una persona sicura e altamente rispettabile. chiaro che non è stato lui a far saltare la cosa. chiaro che però, nella logica di chi si aspetta un ricambio e una maggior rappresentanza, cioè un candidato che rappresenta soprattutto un altra area di persone, senza ignorare quelle abituate a contare di più, nella testa di queste persone si tratta dell’ennesima pigliata per il c.
    e magari decide che basta così
    semplicemente
    dopo molto tempo e molta fiducia data e non ricambiata
    senza dire una parola, senza tentare di trattare, senza niente.
    e magari questo è sufficiente

  9. Qfwfq71

    Provando ad alzare al testa e a guardare le cose in una dimensione storica.
    La lotta di classe si è spostata dalle vecchie categorie Desta vs Sinistra (questo si sa già da un po’).
    Oggi la lotta riguarda proprio il modo di intendere il rapporto tra la classe dirigente e gli elettori (o il popolo se preferite).
    Le spinte popolarie populista che nascono in giro per l’europa e negli USA non sono altro che un rinato desiderio di partecipazione e coinvolgimento dal basso alle scelte di governo (del territorio, della città, degli enti pubblici, del paese, dell’europa, ecc.).
    Da una parte ci sono queli che in qualche maniera si sentono garantiti e protetti dall’Establishment, ma soprattutto quelli che (non senza qualche ragione) ritengono che per fare le cose bisogna stare dentro le stanze dei bottoni, conoscerne i meccanismi; quelli che in generale detengono il know how di come si fa a fare funzionare il sistema. Questi sono gli esperti che difficilmente possono vedere di buon occhio il processo di disintermediazione che ha innescato (o meglio favorito) la rivoluzione digitale.
    Questa categoria è quella che ovviamente rifiuta anche il benchè minimo dialogo con il popolo; troppo occupata a salvare il sistema e il mondo per fermarsi a domandare se il mondo vuole essere realmente salvato.
    Questo establishment utilizza le sue competenze per innalzare barriere allo status quo e la sua competenza come una clava da abbattere verso qualsiasi critica vine emossa da elemeni esterni. Avviene per tutte le categori erudite (dal medico all’architetto fino all’economista, con alterne fortune a seconda del peso contratutale della categoria).
    Dall’altra ci sono invece gli esclusi; quelli costretti sistematicamente a subire gli effetti di scelte (nel bene o nel male) e decisioni prese in luoghi distanti e sconosciuti.
    Queste persone in fondo oggi chiedono semplicemente più partecipazione; queste persone non sono più disponibili a delegare e pretendono di essere trattati come persone in grado di capire le cose.
    Queste persone finiscono per vedere la competenza e l’erudizione come una minaccia, una barriera alla loro opportunità di inciedere sulle scelte di governo.
    Di qui nascono diverse espereienze (dai tea party in america, a Podemos, al M5s fino ai partiti xenofobi sparsi un po’ in tutta europa). Ma tuttte insieme chiedono solo a chi comanda (i poteri forti) di scendere un po’ dal loro olimpo.
    In fondo la storia del PD non è altro che questo, un lento schiacciarsi verso posizioni d’elite e una progressiva perdita di consensi sul fronte popolare.
    In fondo è tipico dell’illuminsmo di sinistra fare tutto per il popolo ma niente con il popolo.

  10. hermann

    Ottima occasione per fare un bilancio parziale sul Governo Renzi. Al netto dei problemi della gestione troppo personalistica, del giglio magico e altre amenità, io vedo tante buone intenzioni: il tentativo genuino di fare delle cose buone per il paese. In questo senso per me è promosso. Meglio di innumerevoli altri governi, forse tra i migliori di sempre, almeno nelle buone intenzioni.

    Ci sono tanti provvedimenti che probabilmente hanno migliorato le cose piuttosto che peggiorarle, tuttavia quasi nessuno sembra veramente rivoluzionario. Molte misure sono state sotto le aspettative, per non parlare delle moltissime che non hanno visto nemmeno la luce. Io mi accontento, ma l’elettorato sembra insofferente per questi tentennamenti.

    Se la premessa è vera, ne traggo la conclusione che l’errore di Renzi sia stato entrare al Governo senza vincere prima le elezioni. Renzi è schiavo di un Parlamento capriccioso, cosa che tra le altre cose lo costringe ad alleanze di fortuna mentre usa il pugno di ferro con il proprio partito.

  11. Julian B. Nortier

    Un altro post minimizzatore,tanto per non ammettere la sconfitta.Il m5s è criticabile nella misura in cui la politica vecchia risponde presente,ossia è sempre meno criticabile.Ormai il Pd-partito a vocazione centrista-lo votano solo raccomandati e figli di papà,e le sue lotte di potere sono l’unica cosa interessante-parlando a livello ludico.
    Si,credo che ormai-tolti blog come questo-è difficile per tanti non vedere come la tendenza semidestrorsa dei renziani sia sempre più lampante.Ma,si sa,in parecchi hanno nulla da guadagnarci,ad ammetterlo.
    La Raggi e la Appendino hanno un discreto futuro nelle amministrazioni,perchè la risposta piddina latita,e chissà per quanti anni ancora latiterà.
    Buone(Non) Olimòiadi a tutti,i Piddini…

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