Una domenica grigia

I sistemi accettabili per gestire proficuamente il funzionamento di una comunità – che garantiscano sufficiente qualità della vita e della convivenza, e sufficiente giustizia – sono storicamente due: quello di un’oligarchia illuminata e quello della democrazia.
Il primo affida le decisioni a chi possiede sapere e competenza, permettendo così un funzionamento migliore ed efficiente della comunità e la realizzazione dei suoi bisogni. Il suo limite è che è un sistema che nei fatti non si realizza mai esattamente: le oligarchie illuminate non sono mai abbastanza illuminate o vengono contaminate da elementi poco illuminati, e le inclinazioni individuali all’interesse personale o di classe hanno sempre un peso che finisce per essere inaccettabile, e per creare iniquità e ingiustizie. Nel migliore dei casi teorici funzionano, ma non sono giuste: nella pratica funzionano un po’ (hanno costruito gran parte delle nostre società e dei loro progressi) ma sono molto ingiuste e squilibrate.

Il secondo sistema, quello democratico, sbilancia le priorità: garantisce giustizia, perché fa partecipare tutti in uguale misura, ma così facendo diluisce il valore di sapere e competenze e la qualità del risultato. Il modo in cui questa controindicazione è stata attenuata, nella storia, è stato di definire che il sapere sia un valore e una priorità immediatamente successiva: tutti possiamo decidere e il nostro voto ha uguale valore, ma condividiamo anche che per decidere e votare dobbiamo essere più informati possibile e che coloro che eleggeremo come nostri rappresentanti dovranno essere persone di eccezionale sapere e competenza, oltre che giuste e corrette. La democrazia è giusta, ma funziona solo se è informata (altrimenti può persino generare dittature).

Tecnicamente, oggi le democrazie funzionano: la gente può votare e vengono eletti i rappresentanti preferiti dalla gente. Quella che oggi chiamiamo “crisi della democrazia”, e quello che nella pratica ci sembra aver smesso di funzionare e che ci demotiva, è quindi in realtà la scomparsa di questa priorità e di questo valore: quello del sapere e dell’informazione. La democrazia non funziona più perché le nostre società democratiche stanno fregandosene sempre più di queste qualità e riducendosi al solo diritto di voto, scriteriato (letteralmente). Abbiamo demolito le divinità laiche della cultura e del sapere, disprezzando intellettuali, tecnici, sapienti, ed esaltato chi parla chiaro o dice cose demagogiche ma false o sciocche, facendosi apprezzare dagli ignoranti. Votiamo poco informati, dando poco valore alla conoscenza delle cose e molto ad altri fattori: e votiamo rappresentanti poco esperti e sapienti, dotati di altre presunte qualità del tutto superflue o addirittura controproducenti (successi economici, fascino personale, aggressività, promesse di rivalsa, eccetera).

Tutto questo è avvenuto per molte ragioni, di cui abbiamo assai parlato: i fallimenti passati e presenti di alcune classi dirigenti e i loro tradimenti della fiducia, il disincanto e la ritirata dei colti e degli intellettuali, la perdita di attrattiva della politica per i capaci e i competenti, la promozione di battaglie anti-intellettuali e anticulturali da parte di ignoranti interessati, la “cultura di massa” che ha dato alle masse il potere straordinario di creare nuove domande culturali basse e mediocri ma di grande attrattiva economica per chi ha saputo dar loro risposta, l’avvento di una psicologia della competizione e dell’affermazione di sé che ha come primo strumento la demolizione degli altri: e ancora ce ne sono, e hanno creato dei circoli viziosi verso il peggio che ancora sono in moto.

Tutto questo è il contesto, quindi hai voglia ad auspicare leader o leaderetti che facciano scelte più oculate, partiti che funzionino più democraticamente, giovani che partecipino, o leggi elettorali più eque: i loro limiti sono tutti il frutto di questo contesto, che si ribalta solo con un lavoro culturale (e politico) enorme, di lunghissima durata, e con leaderoni illuminati ed eccezionali.
Quindi forse non si ribalta proprio.
Come dice John Malkovich in I love you daddy:

Tutta questa gente impegnata a capire come possiamo risolvere tutto… A capire qual è la chiave per far funzionare l’umanità. Quando in realtà la civiltà, comunque la metti, beh, è un complesso e inevitabile casino di disastri appena appena coerenti, di persone che si amano e si odiano, si baciano e si uccidono, raccontano verità e bugie, comprano e rubano. Non c’è soluzione.
E non vorrei che fosse diverso da così.

Il personaggio di Malkovich è cinico e insopportabile (ma anche simpatico), e molti di noi invece vorrebbero che fosse diverso da così, e non riescono a liberarsi di questo desiderio. Ma ha probabilmente ragione lui, almeno di questi tempi. Nei quali non solo non riusciamo a “risolvere tutto”, ma neanche a vivere pacificamente due centesimi di sacchetto, in una democrazia funzionante.
Lo so, è una domenica grigia e deprimente; o forse sono finalmente diventato non giovane. È pieno di altre bellezze, però.

riflusso s. m. Nel linguaggio economico e politico, e specificamente nell’uso giornalistico, regresso, dopo un periodo particolarmente positivo e favorevole, verso condizioni e situazioni negative o nettamente inferiori. Per estensione, nel linguaggio politico e giornalistico, riflusso del privato, e assoluto riflusso, atteggiamento e comportamento caratterizzati, in un clima di caduta di grandi tensioni politiche e sociali, e di aspettative deluse, dal ritorno a valori ritenuti superati o retaggio del passato, e dal ripiegamento nella sfera del privato, con concomitante disimpegno politico e sociale: il riflusso (nel privatodopo il ’68, degli anni ’80 del Novecento.

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