La fattoria degli animali che ci portiamo dentro

Il libro nuovo di Francesco Piccolo ha una buona idea, che negli anni scorsi avevo visto abbozzata solo in alcune parti del romanzone di Edoardo Albinati, ovvero raccontare, condividere e discutere il peso e il ruolo della formazione maschiocentrica dei giovani maschi in quello che diventeranno e saranno (e di conseguenza in quello che sono le nostre civiltà). Ci sono delle cose “da maschi” che dominano le nostre educazioni, le nostre infanzie e adolescenze (di noi maschi, intendo), e che a un certo punto cominciamo a rimuovere, tacere, sfogare occasionalmente tra noi maschi, ma senza averle effettivamente superate, elaborate, equilibrate con altri pezzi della nostra formazione di persone: primo tra tutti il rapporto col sesso, col sesso predatore e competitivo, e in generale il rapporto con le donne come strumento di affermazione di sé presso se stessi e presso gli altri maschi.
Diventano cose private, fuori dalle discussioni pubbliche o dal repertorio oggi infinito e continuo della condivisione pubblica di sé.

Il giudizio mio, per quel che vale (da fan) è che la buona idea di Piccolo abbia un’esecuzione piacevole alla lettura e che si gode fino in fondo, malgrado l’apparenza sia di una scrittura un po’ flusso-di-coscienza, senza grandi cure o raffinatezze. E che metà delle cose che Piccolo racconta raccontando di sé – o del suo personaggio, che non so quanto sia esattamente autobiografico – siano vere, fondate, molto taciute, e valide per tutti i maschi o quasi: e che quindi la lettura sia istruttiva per i maschi che non le hanno mai messe in fila con tanta sincerità (persino troppa, uno pensa ogni tanto, tentato di fare una telefonata affettuosa al povero autore) e per le donne a cui interessi capire i maschi, a loro rischio e pericolo.

Lo sforzo è rintracciare il rapporto tra quello che si è stati e quello che si è diventati. Il rapporto tra quello che ti hanno imposto di essere e quello che hai cercato di essere. Il tentativo di essere altro: in quanta percentuale questa cosa è riuscita, in quanta percentuale non è riuscita e – dentro quei singoli episodi che appartengono all’immaginario di tutti – cosa si può rintracciare di determinante per il resto della vita, cioè cosa si è annidato per sempre dentro e come si è tentato di combatterlo; e con quello che non si è riusciti a combattere, come si è tentato di conviverci.

Su un’altra metà delle cose, è il mio parere, Piccolo esagera nel rappresentare la sua esperienza come universale: “l’animale” che si porta dentro alla fine è il suo. Ogni maschio ne ha uno, ma quello di Piccolo ha una sua specificità che il mio – per esempio – condivide fino a un certo punto: nella lettura mi trovavo continuamente a passare da una totale e stupita identificazione (mi era già capitato) a una netta e serena distanza da questo o quel comportamento, sentimento, riflessione maschile di Piccolo: “parla per te”. Entrambi i casi erano avvincenti da leggere, ma appunto, il modo di Piccolo di rappresentare entrambi come assoluti e comuni a tutti ogni tanto allontana un po’. Sono contento che lui si rallegri sereno e un po’ compiaciuto anche delle cose più animalesche a cui dà un qualche tipo di senso, ma mi viene da telefonargli (di nuovo, meno male che non ho il numero) e dirgli che io mi rallegro di no. Poi è vero che il suo personaggio viene da un’educazione meridionale molto maschile e maschilista, e il mio da famiglie di insegnanti progressisti in una città universitaria: e quindi quello che a lui hanno dato a un certo punto i libri, il “sentimentalismo”, la cultura e le sensibilità, a me lo hanno specularmente dato – in termini di completamento e compensazione – il frequentare fuori dalla famiglia gruppi di adolescenti maschi di provincia mediamente bestie che facevano battute sul sesso per la maggior parte del tempo. Nella mia educazione “sentimentale” si è infilata una preziosa educazione “animale”, a lui succedeva il contrario.

Poi ci sono dei passaggi interessanti in generale su un tema che a Piccolo non interessa ma che affiora inevitabilmente, ed è quanto si possa diventare “maturi” rispetto alle proprie formazioni adolescenziali: se si diventi “adulti”, e se questo eventualmente diventarlo sia in relazione con quelle due parti, animale e sentimentale, di cui parla. Qui, per esempio, parla di ragazzi e intanto sta parlando di tutti.

Perché questa è una caratteristica fondamentale del maschio in età puberale: bisogna sempre mostrare di sapere già quello che non si sa ancora; quindi se qualcuno comincia a parlarne non bisogna mostrarsi curiosi ma indifferenti, come chi sa bene di cosa si sta parlando. Bisogna far finta di sapere già. E questo porta un doppio risultato: non far scoprire agli altri quello che non sai; e però avere meno informazioni di quante ne vorresti perché non puoi chiedere visto che già sai.

Ma tornando all’obiezione di prima, il passaggio più interessante, in cui Piccolo si rende infine conto di non esserlo, universale, perché oltre che maschio è “scrittore”, è questo.

E alla fine sono grato all’animale, perché ha formato la persona che sono, l’ha indirizzata verso il senso del vero invece che verso il senso del giusto – che è il principio primo per essere degli scrittori nel modo in cui credo bisogna esserlo. E io volevo esattamente questo. Ed è merito dell’animale.

Noialtri non scrittori continuiamo a occuparci del giusto, per quanto possiamo.

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