Mark Zuckerberg balbetta

Ha girato molto il video dell’audizione al Congresso di Mark Zuckerberg nel passaggio in cui Alexandria Ocasio-Cortez lo sbriciola incalzandolo con una serie di domande su cui lui è chiaramente in difficoltà, malgrado siano le domande più ovvie che si potesse aspettare e che tutti fanno da qualche anno. Infatti la parte interessante non è tanto quella più celebrata che riguarda lei – ormai un format, e si capisce che il suo obiettivo è replicare il fortunato show di candore e spietatezza che il pubblico si attende da lei, più che altro – ma quella che riguarda lui, e che è il simbolo del casino irrimediabile in cui ci siamo messi.

L’antefatto è che per molti anni le piattaforme cosiddette hanno cercato di raccontarsi e raccontarci che sarebbero state neutrali e che neutrali dovevano restare, e la maggioranza del mondo ha voluto crederci: “non siamo editori!” era la loro risposta, mentre molti insistevano che “siete editori!”, in questo tic umano e inevitabile che abbiamo di ricondurre le complessità e le variabili dell’oggi a figure e contesti di ieri, “editori”. Ma siccome ieri si era anche detto e sancito che “il mezzo è il messaggio”, era chiaro che questa storia della neutralità ce la stavamo raccontando e non stava in piedi: anche solo gli algoritmi che scelgono cosa vediamo sono già un intervento editoriale decisivo. Ma qualcuno provava a distinguere tra gli interventi di questo genere e quelli sui contenuti, malgrado fossero già usuali e ufficiali molti interventi censori su cose di sesso, violenza, o semplicemente nudità. Poi sono entrati in ballo i soldi e YouTube ha dovuto acconsentire a intervenire per rimuovere i video di contenuti protetti da copyright, soprattutto musica e poi tv e cinema. La storia del “non siamo editori, non interveniamo” ha continuato a essere spacciata ma la sua ipocrisia era diventata evidente.
Poi c’è stato il guaio dell’uso di Facebook per disinformare gli elettori americani e influenzare il risultato delle elezioni presidenziali, Facebook per primo non ha più potuto eludere le accuse e le responsabilità, e ha accettato e sdoganato che certi interventi di controllo e rimozione fossero necessari e possibili. E da lì è crollata la linea di difesa, per quanto ipocrita: le piattaforme non possono più dirsi neutrali e impossibilitate a intervenire per definizione, sono “editori” (nel frattempo Google era stata costretta a fare i conti con le richieste di rimozione per diritto all’oblio: un’altra storia, ma un’altra storia di formalizzazione ufficiale di massicci interventi editoriali).

Così adesso il povero Zuckerberg si trova nella irrisolvibile situazione di dovere rassicurare il mondo che Facebook sta facendo qualcosa e di doverlo rassicurare che Facebook non sta facendo troppo: se non controlla le falsità su Facebook, è complice dei disastri che ne seguono, se le controlla entra nel terreno impossibile della censura e della discrezionalità su cosa sia vero e cosa falso, cosa pericoloso e cosa no. Da preteso spettatore è diventato arbitro, e l’arbitro – si sa – prende insulti e accuse da tutti, soprattutto quando l’arbitro non è stato legittimato e condiviso da niente.
Ma non è solo questo: è che la partita non è arbitrabile, le regole non esistono, e non potrebbero esistere. E qui la condizione di Facebook diventa peggiore di quella degli “editori” tradizionali, che sono comunque abituati e legittimati a intervenire sui propri contenuti come ritengono, seguendo linee editoriali, politiche, commerciali. Possono insomma fare come vogliono. La condizione di monopolio e di “servizio pubblico” di Facebook somiglia più a quella di un editore di servizio pubblico, come la Rai – e avete presente le guerre quotidiane sulle scelte dell’informazione Rai – ma senza che ci siano organismi riconosciuti e rappresentanti del pubblico e delle istituzioni democratiche che lo governino e ne compensino possibili arbitrii (anche che lo facciano male, nel caso della Rai, ma legittimati): e soprattutto su una scala mondiale e con contenuti infiniti.

Non è risolvibile. Zuckerberg si trova come uno che abbia messo mille persone su un’astronave annunciando che le avrebbe portate su Marte, e passata metà del viaggio l’astronave inizia a perdere pezzi e le persone a morirci dentro per cause le più varie ma le più ovvie. Non si salverà nessuno, né andando avanti né tornando indietro. E arriva AOC, di tre quarti, bella come il sole, e gli chiede: cosa pensa di fare, mister Zuckerberg?

Lui balbetta. Non si può fare niente. È inutile che ci lambicchiamo o che “chiediamo regole”, espressione rituale nei titoli delle interviste da anni, a cui nessuno è capace di fare seguire un’idea praticabile su “quali regole”. Altri dicono che proprio per questo bisogna togliersi dalla testa di intervenire, e che non si sarebbe mai dovuti intervenire su niente. Il discorso ha una sua particolare plausibilità per quanto riguarda le comunicazioni pubblicitarie a pagamento (la distinzione tra queste e i contenuti prodotti dagli utenti è una parte di ulteriore complicazione delle riflessioni). Carlo Blengino ha fatto un brillante esempio qualche giorno fa, rispetto all’obiezione di AOC (“e se qualcuno pubblica date sbagliate delle elezioni e le promuove su un target di potenziali elettori avversari?”) o di chiunque altro sia preoccupato che con le falsità si possano influenzare i risultati elettorali: “in Italia cinquant’anni fa il parroco diceva a messa che i comunisti mangiavano i bambini e la gente votava DC: è vero che il risultato è stato che il PCI non è mai andato al governo, ma non abbiamo vietato di dirlo per questo, né abbiamo pensato di farlo; abbiamo lavorato per costruire una consapevolezza che permettesse di riconoscere quella bugia come tale”.
L’obiezione trascura il cambiamento quantitativo – che diventa qualitativo – e l’idea della “post verità“, ovvero che sia cambiato qualcosa nella misura di tutto questo: quanta disinformazione possiamo concedere al funzionamento delle democrazie, perché possiamo ancora chiamarle democrazie?
Ma l’obiezione ha una sua parte di senso, riassumibile così: nessuno trascura il problema e i pericoli, ma se interveniamo sui contenuti (oltre ciò che già prevede la legge: ricordiamoci che esistono la diffamazione, il procurato allarme, eccetera) peggioriamo le cose e li aumentiamo, i problemi e i pericoli; le falsificazioni liberamente espresse si combattono con le verità liberamente espresse, anche perché decidere quali siano le verità e le falsificazioni, o da che punto in poi la distinzione sia chiara e l’intervento sia condiviso e indiscutibile, è impossibile. Che è la ragione per cui Zuckerberg balbetta, quando AOC gli chiedeva “dov’è il confine?”. Non lo sa. Non lo sa nessuno, secondo me.

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