Non c’è niente da fare, coi social network

Come notano in diversi, la discussione se Facebook e Twitter e Google debbano essere considerati o no “editori” non ha senso, da un pezzo. La tentazione delle nostre teste di convertire ciò che è nuovo a modelli conosciuti è normale e comprensibile, ma genera fallimenti e contraddizioni: probabilmente qualcuno, quando si è trattato di regolamentare il traffico delle prime automobili, si è chiesto se andassero considerate carrozze o navi, prima che infine si capisse che non erano né carrozze né navi, e che però erano anche entrambe le cose.

Le “piattaforme” non sono editori ma non sono neanche non editori: sono una cosa molto diversa dagli editori come siamo abituati a immaginarli, ma non sono neutrali e intervengono sui contenuti che ospitano e sulla loro diffusione in molti modi, proprio come fanno gli editori. Censurando contenuti per ragioni diverse, incentivandone altri, e promuovendo con i famigerati algoritmi questo rispetto a quello, ovvero stabilendo nei fatti cosa leggiamo e cosa no. La neutralità dei social network è una balla e la frase di Zuckerberg sul “non poter essere arbitri della verità” è un’ipocrisia contraddetta dai mille annunci di Facebook degli ultimi anni su questo o quell’intervento del social network contro le fake news (compreso arruolare “arbitri della verità” terzi, scelti da Facebook, arbitro degli arbitri della verità).

Riconoscere a Facebook o Twitter questo potere e il suo esercizio nei fatti genera naturalmente una montagna di problemi: di responsabilità innanzitutto, ma soprattutto di incoerenza, e di pesi e misure. Il caso di Twitter e Trump è interessante: l’intervento su Trump vuole limitare la diffusione di una informazione falsa che genera un grosso pericolo per la società nello svolgimento del suo meccanismo democratico. Se decidiamo che Twitter non deve farlo perché non decide Twitter cosa sia falso, allora perché non abbiamo protestato quando Twitter ha annunciato che avrebbe segnalato le notizie false sul coronavirus? E se decidiamo che Twitter non deve farlo perché non decide Twitter cosa sia pericoloso, allora perché non protestiamo quando Twitter blocca o censura le persecuzioni e le molestie personali?

Sto dicendo cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, in tutto questo? O se abbia ragione Twitter o Trump? No, per una semplice ragione: che è impossibile dirlo. È diventato impossibile. I criteri di giusto e sbagliato, rispetto alle regole a cui eravamo abituati, sono saltati, per quanto riguarda le grandi piattaforme online. La risposta più semplice, per esempio, sarebbe che Twitter e Facebook e Google sono imprese private e completamente nel loro diritto – salvo violazioni della legge, ovviamente – nel fare scelte editoriali o commerciali: non sono un servizio pubblico, noi cittadini non paghiamo le tasse per un servizio di cui veniamo defraudati, la scelta se usarli o non usarli è libera, le condizioni contrattuali sono note.
E però.
E però sono diventati un servizio ineludibile di fatto, perché agiscono in un regime di monopolio, legale ma ricattatorio. Non si può farne a meno, nei fatti, perché non ci sono alternative. E, a peggiorare le cose, sono monopoli che devono il loro successo proprio alla loro condizione di monopolio. Molti dicono che il problema non esisterebbe se ci fossero “cento social network tra cui scegliere”: ma non ci possono essere cento social network tra cui scegliere perché la qualità e l’efficacia di un social network (o di un motore di ricerca) si deve proprio alla sua capacità di essere usato da tutti e raccogliere le informazioni di tutti: è la natura del social network, a differenza di un fornitore di elettricità o che so io che può essere concorrenziale anche soltanto con la convenienza e con la qualità della fornitura. Pure se lo uso io solo.

Le sfumature ulteriori, gli esempi, le contraddizioni, i paragoni, possono essere ancora tantissimi, in un dibattito che è pure avvincente per gli scenari e le questioni che pone, da un paio di decenni. Ma la sintesi è una sola: è saltato tutto, e queste contraddizioni non si risolvono più con un pensiero e dei criteri novecenteschi, e probabilmente non si risolvono più in nessun modo, meno che mai con l’ingenuo “sono editori o non sono editori”. Nessuna regola, precedente o paragone si attaglia più e avranno sempre tutti torto e tutti ragione: e speriamo che questo non si estenda a tutto il resto.