Da zero a dieci, cinque

C’era un’emozione, una curiosità, un’occasione di scoperte e riflessioni, nella “fase 1” in cui ci trovavamo in una condizione unica nella storia del mondo, e tutto era diverso: faticoso, doloroso, ma estremo, ed eccezionale.
C’era una promessa di opportunità e cambiamenti, e vittorie: un bisogno di opportunità e cambiamenti, e vittorie. Da zero a dieci, zero: non era sopportabile, ci siamo dati da fare in solidarietà, progetti, proposte, discussioni. Ci siamo detti, credendoci, che stavamo diventando migliori.

La “fase 2” è una schifezza ibrida, né di qua né di là: è la normalità di prima, ma il suo peggio. E non è più nemmeno eccezionale e temporanea, estrema: c’è traffico per strada, è tornata la politica stupida e polemica, i fessi si riscoprono fessi sui social network, e tutto intorno però è tristemente peggiorato.
E con la sensazione che – il progetto tanta pazienza – tutto resterà così a lungo, e ci si adatterà, volenti o nolenti. Ci si sta adattando. Le rivoluzioni avvengono quando sono inarrestabili, inevitabili: se invece troviamo il modo di convivere con le miserie, ci conviviamo. Attenuarle un po’, ci basta. Noi sfigati quaggiù, e anche chi dovrebbe progettare una soluzione, o una battaglia almeno.
Testare, tracciare, isolare? Basta, neanche ne parliamo più. Costruiamo divisori in plexiglas.
Ripensare tutto? Combattere? Ma che ci eravamo messi in testa? Camminiamo rasente i muri, e ce lo facciamo bastare: ci infiliamo negli interstizi tra i virus.

La “fase 2” improvvisamente sembra allora un piano, davvero: ma un piano B. Abbassiamo il dramma, avviliamolo, rimettiamo le file di auto ai semafori, usciamo con le mascherine e tenendoci a distanza. Ordiniamo un gelato, facendo la fila. È un po’ normale, no? Che altro vogliamo?
Da zero a dieci: cinque. Il nostro risultato preferito.

(lasciate stare, è un attimo: il gelato è buono)

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