Il problema con Calcutta

Poi una volta parliamo del tratto comune di ignoranza che unisce governanti populisti di mezzo mondo e del suo manifestarsi in particolare sulla conoscenza geografica. Ora lo citiamo solo perché è un buon esempio per mostrare concretamente le conseguenze dei modi approssimativi in cui vengono diffuse le notizie in molti giornali, e specialmente in quelli italiani.

Se tu infatti ti precipiti a scrivere che c’è stato un incidente nell’atterraggio di un aereo a Calcutta, come hanno fatto le più lette e note testate italiane venerdì pomeriggio, solo perché hai letto “Calicut” e hai concluso che dovesse trattarsi di Calcutta (non ci saranno mica due città coi nomi così simili, no?), il problema non è solo che stai facendo saltare i motivi fondamentali per cui fai il giornalista (informarti per primo, controllare, farti venire dei dubbi, approfondire, essere consapevole della tua responsabilità) e non il semplice retwittatore di cose lette male in giro, come mezzo paese che fa altri lavori.

Il problema è che nel dare priorità a una precipitazione e a una supponenza che non ti fa venire la prudenza di controllare, tu non sei più niente di diverso del sottosegretario Di Stefano che saluta gli amici “libici” di Beirut, del ministro Di Maio che pensa che Pinochet fosse in Venezuela o che scrive a Le Monde della “millenaria democrazia” francese, o di Trump che ne infila una al giorno.
E quando sul tuo giornale racconterai e sottolineerai severo queste ignoranze e incompetenze di ministri degli Esteri, presidenti, eccetera, chi ti prenderà sul serio, se tu stesso che dovresti spiegare le cose ed essere informato avrai dimostrato le stesse ignoranze e la stessa goffaggine nell’esprimerti e nel parlare di cose che non sai? “La gaffe di”, avrai il fegato di scriverlo? Di criticarlo? E i lettori, cosa ne penseranno?

Voi direte: ma sì, sono quisquilie, in fondo, e dimostrerete che appunto l’indulgenza sulle cose fatte male è già passata. Ma diciamo che Calicut e Calcutta siano quisquilie (e allora anche Cile e Venezuela, e libici e Libano, però).
Il fatto è che quando si passa a cose palesemente più importanti, il problema è lo stesso: ed è che se con la stessa precipitazione e approssimazione racconti anche tutto il resto (gli esempi sono superflui, ma metti che ci sia qualcuno nuovo) poi finisci per assolvere e legittimare gli attacchi e le polemiche dei più teppisti minacciatori di giornalisti tra i politici. Finisci per dare loro argomenti e motivi, e per non essere più credibile quando li critichi anche con buone ragioni. È il grande problema della cattiva informazione italiana: non tanto che ci siano bugie e invenzioni e propaganda e “fake news” – ci sono in tutti i paesi simili al nostro – ma che manchi un contraltare autorevole e credibile come ce ne sono (con la loro inevitabile quota di errori) in tutti i paesi simili al nostro. Manca qualcuno che si prenda la briga di provare a fare le cose bene: non tra i giornalisti, per carità – che sono spesso bravissimi – ma tra chi decide come si facciano i giornali, che rigore applicare, che criteri usare prima di pubblicare le cose, se sia un problema o no capovolgere i fatti per arrivare primi. Chi ha scritto “Calcutta” non è il problema (come dimostra il fatto che lo hanno scritto in tanti): il problema è un sistema che perpetua e conserva una cultura per cui non sia un problema e le priorità del giornalismo siano altre. E lo scrivo anche per i miei amici giornalisti che si indignano quando poi il politico teppista di turno attacca i loro giornali: c’è un modo, per difendersi.

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