È già un miracolo

Quando allora chiedevo al mio amico Mirco spiegazioni – Mirco aveva un Apple IIe negli anni Ottanta e senza di lui probabilmente non starei scrivendo queste cose in questo blog – su come mai qualcosa non funzionasse come mi aspettavo, lui rispondeva: «Ma tu hai mai visto com’è fatto un computer, dentro, hai visto che cos’è? È già un miracolo che si accenda».

Informatica a parte, è una considerazione che bisogna avere presente spesso, nelle cose del mondo. Prendete tutte le nostre delusioni, critiche, incredulità, sui fallimenti e le inefficienze delle nostre organizzazioni pubbliche e statali, sul fatto che le cose non funzionino come pensiamo dovrebbero, che vengano fatte male, che le gestioni di bisogni e opportunità siano insoddisfacenti e inadeguate. E chiedete a Mirco: come è possibile?
Mirco risponderà mostrandovi il primo e il secondo direttore sanitario della Calabria. Oppure il responsabile degli appalti in Puglia. E dirà, con la pazienza di quella volta là: «Ma tu hai visto come sono fatte le persone che si occupano di queste cose? È già un miracolo che qualcosa funzioni».

È una constatazione di rassegnato disincanto verso un risultato ineluttabile? No.

Negli ultimi trent’anni i computer, dentro, sono diventati una cosa pazzesca, rispetto a quando trafficavamo con gli Apple IIe (o con un Olivetti M20 ereditato, io): è ancora miracoloso, quello che fanno, ma fanno tutto straordinariamente meglio. Fanno molto di più. Le nostre aspettative crescono e i computer si adeguano e dopo poco le soddisfano. Tra di noi ci sono generazioni che non avevano il telecomando per la tv, ci alzavamo per cambiare canale: e ora ci spazientiamo di mezzo secondo in più di attesa per caricare una pagina web da cui abbiamo accesso al mondo intero. Ogni giorno tutto funziona meglio, là dentro.

Lo so, gli umani non sono computer. Ma nemmeno pezzi di legno, con rispetto parlando per i pezzi di legno. Nel giro di qualche millennio siamo diventati capaci di fare cose pazzesche, e con grandi accelerazioni nell’ultimo secolo. Non solo come civiltà e comunità, ma anche come singoli. Leggiamo e scriviamo tutti, qui da noi: se vi sembra una cosa qualunque, fatevi un giro nell’Ottocento. Abbiamo adottato principi di rispetto e convivenza inesistenti un secolo fa, e ne abbiamo adottati di più ogni decennio. Ci abbiamo lavorato, ci si può lavorare, e siamo migliorati. È una questione culturale, lo è stata sempre. È pieno di persone, in giro, che non direbbero mai quelle fesserie su ciondoli e cationi: ma sono troppo poche, evidentemente. Fino a che non destiniamo tutti gli sforzi possibili a informare e istruire noi stessi a non credere che un ciondolo fermi il Covid, a non pensare che le mascherine non servano a niente, a non trascurare di leggere carte e documenti per sapere cosa dobbiamo fare, la gente morirà per l’ignoranza incompetente che stiamo coltivando con indifferenza e indulgenza. La scienza, letteralmente, è quella cosa lì: sapere le cose. E le cose vanno insegnate, con grandi investimenti di impegno, idee, priorità e risorse. Ovvero metterci dei soldi e debellare la deriva demagogica anticulturale e antiscientifica che negli scorsi anni è arrivata a occupare i luoghi in cui si prendono le decisioni politiche. Altrimenti, è già un miracolo che arriviamo vivi alla fine della giornata, chi ci arriva: ci avete visti, dentro?

sciènza s. f. [dal lat. scientia, der. di sciens scientis, part. pres. di scire «sapere»]. – 1. Il fatto di sapere, di conoscere qualche cosa; notizia, conoscenza

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