La sua vita disegnata male

Io Gipi lo conosco. Ma non da tanto. Strano. In una città come Pisa si è sempre convinti di conoscersi tutti, e io ci ho passato i primi 35 anni della mia vita, e lui i primi 40. E in effetti poi è venuto fuori che frequentavamo le stesse persone, gli stessi posti, facevamo le stesse fesserie da giovani (no, lui ne faceva di più, come vi dirò tra poco). Però ci siamo incontrati solo molto dopo, e siamo diventati molto amici. O almeno credo: Gipi ha un’inclinazione instancabile a raccontare e raccontarsi per cui dopo una sera non puoi non pensare che siate molto amici.
Gipi, secondo il Wall Street Journal, “non ha rivali nella raffigurazione delle pose e delle svogliatezze dell’adolescenza”: lo hanno messo il mese scorso tra i sei più interessanti autori di graphic novel in Europa. Ma gli altri non gli legano le scarpe.
Gipi, secondo me, è l’autore del più bel romanzo uscito quest’anno. Si chiama “La mia vita disegnata male” – e già il titolo è formidabile – ed è appunto un romanzo disegnato. Sarà in edicola per Fusi Orari (la casa editrice di Internazionale) sette novembre. Gipi si chiama GianniPacinotti, cognome molto pisano, e la gente si ricorda di lui perché è quello che illustra spesso le pagine centrali di Repubblica con i suoi acquarelli e che ha una striscia fissa su Internazionale: non si guadagna una notorietà nazionale facendo solo grandi romanzi disegnati. Neanche se poi vincono premi e critiche eccellenti in molti posti del mondo. Ma in molti posti del mondo hanno portato le pose e le svogliatezze dell’adolescenza pisana – lo dico con orgoglio –  e anche la geniale capacità di raccontare di Gipi. Dentro “La mia vita disegnata male” c’è la sua vita fino a oggi, una specie di seduta psicanalitica disegnata, alternativa a quelle tradizionali e fallimentari a cui si è sottoposto per superare i suoi traumi infantili (il maniaco che entrò nella sua casa al mare quando era piccolo) e i suoi malanni di salute. “Gianni, ma sei sicuro di raccontare tutte queste cose di te?”, gli chiede la sua fidanzata. “Perché? Sto solo parlando del mio problema al pisello”, spiega candidamente lui. “È che non mi hanno fatto il pudore”, dice: ma è un limite che diventa una dote straordinaria agli occhi dei lettori. Che vengono travolti da un ipnotico repertorio di casini giovanili: droghe, problemi con le ragazze, sensi di colpa, maldestri tentativi di suicidio, omosessualità latenti, pentole lasciate sul fuoco, dieci giorni in galera. “E sapessi quante ne ho lasciate fuori: potrei farci un altro libro”. Anni addietro Gipi incontrò Andrea Pazienza, che gli disse di cercare di scoprirsi e di capirsi, e di essere sincero: e se ne vedono spesso le tracce, nelle tavole di “La mia vita disegnata male”. Ci sono momenti di genio narrativo, alternati a momenti di poesia, a momenti di cinismo ribelle, a scarti formali improvvisi. E c’è l’idea, che sta alla base dei più bei romanzi disegnati recenti, che tutte le nostre vite rimangano poi sempre attaccate e aggrovigliate a quando avevamo dieci, quindici, vent’anni: sia che li ricordiamo con nostalgia o con raccapriccio, viene tutto da lì.

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