È uno sciopero, baby

Il Post domani sciopera e come ha spiegato in questi giorni è convinto delle ragioni della protesta e poco convinto dei suoi modi: uno sciopero è sempre la scelta più facile e pigra, ma non è il giorno giusto per discuterne (verrà prima o poi, però, no?).
La cosa di lana caprina che volevo invece aggiungere qui è quanto mi sembri priva di fondamento, nella sua esposizione che tutti sbandierano, la tesi per cui sarebbe assurdo protestare col silenzio contro una legge che pretende il silenzio. Son tutti lì a ripeterlo convinti di aver pensato una cosa furbissima e ovvia assieme. Ma lo sciopero è uno sciopero, e impone la sottrazione dal lavoro. Anche gli operai minacciati di perdere il lavoro scioperano e quindi non lavorano, e nessuno va a dire loro che è una sciocchezza protestare contro il rischio di non lavorare non lavorando.
Oppure non ci hanno mai pensato: vedo già Feltri andare a spiegarglielo, alla prossima occasione.

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15 commenti su “È uno sciopero, baby

  1. dario salvelli

    Non si tratta di sbandierare il non silenzio Luca ma davvero proprio contro una legge del genere il silenzio, l’oscurantismo, non hanno senso. Una legge che prevede la prigione per chi filma e documenta un reato va contrastata in modo diverso. Lo scopero dei blogger, i bavaglini, i CSS tolti, sono manifestazioni positive per carità ma sono delle gocce amare. E te lo dice chi ha organizzato una protesta dura, autonoma e mondiale in Rete contro il regime birmano proprio attuando il silenzio. Semplicemente non funziona.

  2. cacioman

    Sono tutti lì a ripeterlo (a me sembra con rammarico e non con l’espressione del primo della classe che dici tu), perché è così.

    E’ vero, gli operai minacciati di perdere il posto, scioperano; ma gli operai minacciati dal fallimento, occupano l’azienda e magari si incatenano anche alle ciminiere. Con un po’ di retorica, la difendono (senza stare a sentire che dice Feltri).

  3. bstucc

    Va benissimo così. Dopo ogni sciopero della stampa, il numero delle copie vendute diminuisce e non recupera nel tempo. Affretta la morte del giornale stampato, e prima avverrà, meglio sarà. In Italia ci sono più giornalisti randagi (freelance) che lettori; diamo loro una possibilità di scrivere, se sono capaci, su altri media.

  4. Hytok

    Ma invece di scioperare, far uscire un giornale interamente (o anche per metà pagine) dedicato all’argomento legge-bavaglio?

  5. abo

    Un operaio che sciopera danneggia, economicamente ma non solo, chi lo ha minacciato di licenziamento.
    Un giornalista che sciopera non scrive, e così facendo non danneggia affatto chi cerca di ridurlo al silenzio. Anzi, seppure per un solo giorno, lo asseconda.
    Credo abbia ragione Hytok, servivano edizioni potenziate sull’argomento, non uno sciopero muto. Quella in cui nessuno fa le pulci a nessuno sarà una giornata serena per il palazzo, temo.

  6. RCarter

    Proposta: e fare un intero numero (o post o quello che è) con tutte le intercettazioni, tutte le notizie che non sarà più possibile dare?
    Così viene sbattuto in faccia ai lettori tutto lo schifo in un colpo solo, sapendo che non potranno più essere informati di queste cose in futuro

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  8. Carlo M

    io invece credo che abbia ragione luca.

    uno sciopero, in qualunque settore, non lo si fa per “danneggiare” il datore di lavoro, lo si fa per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su una questione, anche mettendo a rischio il proprio lavoro. ripassatevi la storia mondiale degli scioperi, e contate quanti lavoratori – quando il diritto di sciopero non era tutelato come oggi – hanno perso il posto dopo uno sciopero.

    gli internettiani rattusi che si augurano che lo sciopero affretti la morte dei quotidiani stampati fanno davvero pena. la contrapposizione fra i diversi strumenti d’informazione è la cosa più datata e ridicola del mondo.

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  10. Broono

    @Carlo M:

    Un paese nel quale i quotidiani sono la cosa meno letta, superata persino dalle etichette negli ascensori, il problema dell’attenzione è un problema più esteso di un argomento in particolare, ma è un problema che investe i media stessi.

    In soldoni, come può un quotidiano (uno qualsiasi, il discorso è sul mezzo) che difetta di capacità di catalizzare attenzione quando stampato e distribuito, essere ritenuto capace addirittura di aumentarla non uscendo?

    Alla maggior parte della popolazione non fregherebbe assolutamente nulla se i quotidiani domani scomparissero tutti.
    Quelli che verrebbero colpiti dalla cosa, dal silenzio, sono quelli che già oggi comprano il quotidiano e dato che lo comprano non hanno bisogno di essere sensibilizzati rispetto all’importanza di leggerlo.

    Infine:
    “quando il diritto di sciopero non era tutelato come oggi”

    Dici “oggi” così, per dire negli ultimi vent’anni, o ti riferisci proprio all’oggi, cioè non hai aperto un quotidiano (qualsiasi) negli ultimi due?
    No perché quelli che leggo io mi raccontano un oggi nel quale se c’è una cosa in via di demolizione questa cosa è, in ordine di importanza dopo le poche conquiste che le donne erano riuscite a raggiungere dopo anni di lotta culturale, proprio lo sciopero.
    Leggo i giornali sbagliati io, o forse tu usi i due termini “diritto” e “sciopero” come indicassero la stessa cosa e lo stesso obiettivo?
    Secondo i miei lo sciopero te lo lasciano lì, costituzionalmente garantito.
    E’ il diritto a servirtene che è smantellato goccia a goccia quasi definitivamente, attraverso lo spostamento del significato del termine da “diritto” quale è a “convenienza” quale ti …suggeriscono… di considerarlo.

  11. Luca

    Il discrimine del dibattito – di lana caprina, lo ripeto: da giornata di sciopero – è ancora una volta la differenza tra il ritenere il nostro modo di intendere le cose perentoriamente assoluto e universale, oppure pensare che le cose hanno molti motivi, interpretazioni, contesti, e legittimazioni personali. Se uno sciopero può essere una forma di protesta, non si sta a sindacare se però allora siccome eccetera e si sfotte il prossimo che non capisce i nostri allora siccome eccetera. Al massimo si dice la propria, se la si ritiene di caso in caso un’idea di protesta efficace e adeguata: basta che sia la propria e non si sia prepotenti volendo infliggere agli altri le proprie interpretazioni. Era tutto qua, e non era sul merito di protestare o no e come (liberi tutti): era sulla pretesa di dire agli altri come devono protestare.

  12. kilgoretrout

    Concordo con la posizione del post ma, da cassaintegrato Alitalia, posso ben dire che uno degli argomenti usati è palesemente sbagliato.
    Ogni volta che veniva dichiarato uno sciopero contro la cassa integrazione, sulla stampa era un fiorire di “è una sciocchezza protestare contro il rischio di non lavorare non lavorando”.

  13. HGW

    Luca
    Non sono d’accordo sul parallelo tra lo sciopero dei giornalisti e quello degli “operai minacciati di perdere il lavoro”. Questi infatti smettono di lavorare, mica fanno silenzio. Ed anzi, protestano ad alta voce. Smettono di lavorare apposta per protestare.

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