La zona grigia

Sto studiando da un po’ con curiosità gli sviluppi contemporanei di quella parte di contenuti giornalistici che un tempo erano chiamati “pubbliredazionali” e oggi sono diventati una cosa molto più complessa e importante all’interno dei quotidiani. Diciamo che il settore in generale è “zona grigia in cui non si distingue esattamente il contenuto giornalistico da quello pubblicitario”. Un tempo, con i testi “pubbliredazionali” la distinzione era più chiara: c’era scritto, intanto; e poi la grafica era più triste o comunque diversa, e il contenuto formalmente riconoscibile, una specie di comunicato stampa con toni molto promozionali.

Oggi i quotidiani sperimentano sempre di più pagine “speciali” dedicate a eventi o prodotti, in cui l’incentivo promozionale non è quasi mai indicato e dove si mescolano 1. pubblicità tradizionali, 2. articoli che descrivono i prodotti, graficamente indistinguibili dagli articoli canonici del giornale, 3. articoli “a tema”, spesso di firme autorevoli del giornale e anche di contenuto interessante e qualitativamente valido per il lettore: ma ispirato dal prodotto che lo speciale promuove.

Sui quotidiani maggiori, avrete visto spesso quelle doppie o quadruple pagine dedicate a mostre o a “Eventi”, in cui lo sponsor di tali mostre ed eventi è ben segnalato nelle titolazioni e nei testi; o di recente, il notevole inserto di Repubblica dedicato genericamente al “tempo” con articoli di illustri autori, molte pagine di recensioni (naturalmente non critiche) di orologi e moltissime di pubblicità di orologi.

Attenti, che non vorrei essere equivocato. Ci sono due temi: uno è la chiarezza e la correttezza con i lettori. È importante. È quello per cui ci aspettiamo di sapere quali ragioni sottendono alla scelta, alla scrittura e alla pubblicazione di un articolo, per poterlo valutare obiettivamente e in modo informato. È quello che imponeva un tempo di scrivere “pubbliredazionale”. Ed è oggi del tutto ignorato: quasi nessuno degli inserti e speciali ha mai indicazioni che dicano al lettore che è stato fatto per ragioni promozionali, più o meno dirette (sono pagine pagate? sono pagine frutto di un accordo generale con l’inserzionista? sono pagine fatte per compiacere un inserzionista?). Ed è una chiarezza che prescinde dal contenuto: che spesso è una sfacciata marchetta assolutamente inaffidabile e altre volte è un buon articolo la cui parzialità è data soltanto dalla scelta della sua pubblicazione. In ogni caso, io vorrei saperlo, se quell’articolo è lì perché la riunione di redazione ha deciso che c’era una notizia, o perché lo ha deciso il marketing. Lo troverei corretto.

Un secondo tema è più contemporaneo e più delicato: ed è quello delle forme e dei compromessi che può raggiungere questa nuova categoria dell’informazione. Che se è chiarita nella sua natura, non è né una marchetta né una pubblicità, ma una nuova delicata zona grigia. Cos’è, quell’articolo di Rampini sul tempo che introduce lo speciale sugli orologi? E quello di Smargiassi? E quello di Maurizio Porro sui divani nel cinema che guarnisce lo speciale sul museo della poltrona Frau? Come dobbiamo giudicarli, come dobbiamo leggerli? Sono buoni pezzi, potrebbero stare e farsi leggere in un magazine o un allegato; ma se sono lì è per arricchire la promozione dell’inserzionista. Sono marchette di qualità, mi perdonino gli autori per la formula che non vuole essere offensiva.

Ho parlato con persone molto diffidenti e indignate di questa che pensano una rischiosa o già pericolosa deriva. Ma ho anche parlato con persone più indulgenti e pragmatiche. Quegli speciali, gli inserzionisti li chiedono con molta frequenza e insistenza. Rendono, direttamente o indirettamente. E sono tempi difficilissimi per la pubblicità sui giornali. E sono anche tempi in cui l’informazione sta cambiando molto e la confusione dei contenuti, giornalistici e non, è una tendenza già molto sviluppata. Se vi fermate a pensarci – i lettori di questo blog lo sanno – ci sono già sui giornali cose molto meno “notizia” e molto più inaffidabili e parziali di quelle che possiamo leggere in quegli speciali. Da dove la vedo io, oggi sui giornali fa più danni lo sdoganamento del sensazionalismo, del terrorismo, delle storie non verificate, delle non notizie, che non gli articoli promozionali, tutto sommato riconoscibili.
Certo, ogni volta che un giornale o un autore concede se stesso a formule di questo genere, cede un po’ della sua credibilità, non c’è dubbio. Bisogna vedere se ne ha un patrimonio sufficiente da poterla scalfire senza grandi danni, oppure no.

Insomma la questione è complessa e vale la pena affrontarla laicamente, o almeno parlarne. Chi si indigna preventivamente provi a mettere in conto l’ipotesi – per niente remota – che i maggiori quotidiani debbano chiudere, se rifiutassero di scendere a questi compromessi. Chi è invece più tollerante, però, sappia che la chiarezza e la correttezza di cui sopra, quelle sì che sono indiscutibili. In fondo – buffa storia – ieri l’ordine dei giornalisti ha sospeso due direttori di un giornale che aveva violato proprio questa regola:

il Consiglio ha ritenuto che i loro comportamenti  siano stati in violazione dei doveri deontologici del giornalista, il quale ha l’obbligo di essere e di apparire indipendente, non può occuparsi di pubblicità né di informazione a pagamento e deve garantire la massima trasparenza al fine di consentire al lettore di comprendere quando vi sia una contropartita economica per la pubblicazione di una notizia.

La cosa buffa è che il giornale condannato è il Messaggero di Sant’Antonio.

Altre cose:

28 commenti su “La zona grigia

  1. freeskipper

    Ma “quelli” di sinistra sono forse migliori di Berlusconi?

    Sento dire certa gente per la strada… “Ma come si fa a votare ancora per Berlusconi!? E’ roba da pazzi irresponsabili! Basta! Non se ne può più!”. Premetto che io non sono berlusconiano e non ho mai votato per il centro-destra, ne penso ad eventuali ripensamenti futuri, me ne guardo bene!!! Però trovo assurdo che proprio da sinistra arrivi un monito del genere. Certo il governo Berlusconi non ha fatto nulla di quanto aveva promesso e il “miracolo italiano” si è trasformato da barzelletta in dramma nazionale! Ma Berlusconi è Berlusconi! Ormai lo sanno anche i muri! Ma la sinistra? La sinistra non è che abbia fatto meglio, anzi… Va bene che c’è stato il crollo del muro di Berlino e poi il trasformismo che ha traghettato il vecchio PCI verso il Partito Democratico, pur tuttavia la storia della sinistra, i suoi simboli e i suoi massimi esponenti politici parlano chiaro e stanno sempre lì a testimoniare un’ispirazione operaia, una matrice popolare, ad arrogarsi un diritto quasi naturale a rappresentare i più deboli. Insomma, la sinistra si è sempre dichiarata dalla parte dei lavoratori e dalla classe operaia ha sempre tratto i maggiori consensi. Ma i post comunisti, i cosiddetti di “sinistra”, cosa hanno fatto per i lavoratori? Cosa hanno fatto per il bene comune? Hanno spianato la strada alla destra, hanno creato e cresciuto “il berlusconi politico”, hanno appoggiato il governo Monti e la Troika, hanno votato in parlamento la linea del rigore, ma solo per i soliti noti, hanno mantenuto integri tutti i “loro” privilegi di casta, hanno fatto pure “loro” i loro porci comodi. Ma la cosa più grave di tutte, hanno rinnegato le loro origini, il loro popolo, la loro gente: hanno lasciato i lavoratori in mezzo ad una strada dissestata e cosparsa di lacrime e sangue, le nostre!

  2. avantasia

    Freeskipper, potrei non aver capito capito nulla dell’articolo oppure l’ossessione Berlusconi ha raggiunto tutto un nuovo livello

  3. Broono

    Allora te lo chiedo qua, ché sul Post il commento è finito in quella lunga lista di miei commenti che con notevole frequenza non vedono la luce.
    pochi giorni fa il Post ha pubblicato la galleria fotografica che mostrava il contenuto dei cassetti della cucina di Giallozafferano.
    Se su una testata di proprietà Banzai si pubblicano foto che ritraggono cassetti di un altro sito di proprietà Banzai scattate da un fotografo che lavora per Banzai e le foto, sulla cui qualità sorvoliamo perché soggettiva e perché non pertinente, sono una lunga sequenza di prodotti commerciali con etichette belle in evidenza nessuna delle quali oscurate o rese irriconoscibili, la testata che pubblica quell’articolo ha fatto informazione, un publiredazionale o semplice pubblicità?
    Se è informazione l’informazione qual è?
    Se è un publiredazionale l’oggetto sono i siti di Banzai, i prodotti usati, Banzai o il fotografo?
    Se è semplice pubblicità, la scelta di mischiarla tra le altre gallerie fotografiche periodicamente offerte senza distinzione di sorta, come risponde al bisogno di garantire la massima trasparenza al fine di consentire al lettore di comprendere quando vi sia una contropartita economica per la pubblicazione di una notizia?
    Nel caso in cui quelli di Giallozafferano vadano al mattino al mercato a comprarsi da soli i prodotti, quelle foto sono un regalo promozionale che, anche non fosse stato richiesto, le aziende avranno gradito non poco, certo in misura sufficiente da trovare alquanto strano che né la redazione né il fotografo abbiano notato l’anomalia delle etichette tanto da porsi il problema della scelta.
    Nel caso in cui Giallozafferano i prodotti li ricevesse invece in omaggio in cambio del dichiarato utilizzo, quelle foto sono pubblicità non dichiarata anche se il fine della gallery fossero realmente i cassetti in quanto cassetti.
    In entrambi i casi c’è uno spazio “informazione” in cui è difficile individuare l’informazione (I cassetti sono pieni è l’informazione? La cucina è corredata come una cucina? Come sono comodi i complementi Ikea? Qual è l’informazione?) mentre è assolutamente facile individuare quali prodotti vengano utilizzati.
    Di che colore è la zona dove il Post colloca quella galleria di foto, priva di qualsiasi nota circa i prodotti mostrati che fornisca al lettore la certezza che di regalo spontaneo si è trattato, in un mondo nel quale foto come quelle hanno un valore economico e comunicativo parecchio superiore alla soglia sotto la quale si può non porsi il problema di comunicarlo esplicitamente?

  4. stefano bonilli

    Nel mondo del food&wine la marchetta nascosta è sempre in agguato anzi, potenzialmente tutto potrebbe essere marchetta e solo la credibilità dei singoli permette di distinguere un giudizio positivo e professionale da una deliziosa marchetta ben pagata.
    La rete è anche peggio perché molti blog per due lire o un pugno di lenticchie hanno copiato i peggiori vizi della stampa tanto criticata.
    Credo che in tempi di crisi nessuno voglia fare chiarezza e la zona grigia è per questo destinata ad allargarsi.

  5. segnaleorario

    Cedere ai redazionali servirà sicuramente a non far chiudere i giornali, ma li scredita ulteriormente. E, quello che poi conta, fa inevitabilmente perdere ancora più lettori. Che senso ha, allora, tenere in vita per forza questi giornali se riescono a sopravvivere con, diciamo così, espedienti che ne minano la credibilità e l’autorevolezza? Un esempio su tutti: Il Manifesto. Da lettore di sinistra sono il primo a dire che se non riesce a stare sul mercato fa meglio a chiudere piuttosto che chiedere l’elemosima ai già dissanguati lettori o, peggio ancora, al Geronzi di turno.

  6. Broono

    Giusto per fornire prova della fondatezza della domanda, in questa foto:
    http://www.ilpost.it/files/2012/12/807_10151273200107591_189101432_n.jpeg
    la confezione di biscotti è stata posizionata dopo l’apertura e lo si capisce dall’ombra che è davanti al pannello laterale del cassetto, una posizione che non può essere l’originale dal momento che messa così il cassetto non si apre e non si chiude.
    Questo significa che dopo aver aperto il cassetto chi ha fatto da assistente (quello in piedi davanti al fotografo di cui si vede la scarpa opposta alla posizione di chi scatta) ha preso la confezione e l’ha riposizionata.
    Se lo si fa con una confezione dotata di marchio visibile, lo si fa o per posizionarla in modo che il marchio non si veda o per ottenere il risultato opposto e cioè che si veda, in posizione che appaia il più possibile casuale.
    Se nessuno dei due risultati fosse cercato, non si avrebbe la necessità di riposizionare la confezione ma la foto verrebbe scattata col cassetto così come è all’aperura.
    Quella foto ci entra nella zona grigia di cui parli e che stai ultimamente studiando?
    Io credo che, molestia del commentatore antipatico e puntiglioso (ma io in quel mondo ci sto dentro con tutti i piedi, non leggo i dettagli perché sono Furio) a parte, il direttore di una testata che propone queste cose che è almeno il caso di classificare come al confine con l’ambiguo, e che propone come argomento di riflessione la zona grigia della comunicazione promozionale all’interno dell’informazione, dovrebbe esser pronto a esporsi a queste domande e, anche là dove domandare lecito e rispondere è cortesia, magari anche dire una parola in risposta.
    Almeno per capire se quando in casa tua ti presenti come libro pensatore e quando in ufficio vesti i panni del direttore, ti collochi in punti diversi della questione.

  7. Luca

    La risposta alla domanda di “Broono” (ammesso che gli interessi una risposta) è: Giallo Zafferano è un sito di straordinaria popolarità (che al Post fa piuttosto invidia) e l’immagine di come sono le loro cucine è interessante (oltre che esteticamente notevole), così come lo è stata a suo tempo quella degli uffici di Google, o come lo sarebbe quella dei cassetti di Oscar Niemeyer, eccetera. Fine, era facile.

  8. Broono

    A “Broono” interessava la risposta altrimenti non avrebbe posto la domanda.
    Interessava la risposta riguardo alla luna ovviamente, non riguardo al dito.
    Tu hai sollevato la questione e l’hai proposta come spunto d’analisi, io ti ho proposto un caso concreto a te vicino per approfondire quell’analisi e te l’ho proposto in maniera sufficientemente articolata da dimostrare che la domanda aveva un senso oltre che una pertinenza, ritenendo la cosa (l’articolarla) quasi un dovere nel momento in cui pongo una domanda di questo genere, tu hai preso l’unico 1% della domanda che ti permetteva la scenetta e hai sorvolato sul restante 99%.
    Lo “spread” tra l’articolazione della mia domanda e quella della tua risposta è a suo modo la risposta al restante 99%, quindi sì, confermo, alla fine era facile.
    Come dicevo domandare è lecito e rispondere è cortesia.
    La solita cortesia e io sono a posto così, grazie.

  9. Broono

    Anzi no, a posto così ancora no, perché mi stavo perdendo l’unico argomento da te offertomi.
    Se il motivo per cui quella cucina sì è meritata la pubblicazione è il suo essere “esteticamente notevole” quanto lo erano le farm di Google, allora accetta un consiglio: dì alla redazione di buttare due euro a natale per regalare un libro di fotografia all’autore del servizio, se mai avesse intenzione di affidargliene un secondo per motivi che non siano il solito essere della cumpa.
    Non serve un libro da chissà quanti euro, il livello di quelli che trovi in edicola è sufficiente.
    A pagina 2 troverà il capitolo in cui si parla di quella cosa sperimentale che si chiama “Messa a fuoco” (http://www.ilpost.it/files/2012/12/559774_10151273200702591_1282972466_n.jpeg) mentre a pagina 3 troverà l’altro capitolo d’avanguardia che si chiama “le luci non servono solo a farsi la barba” (http://www.ilpost.it/files/2012/12/480297_10151273199927591_314923396_n.jpeg).
    Le foto sulle farm di Google erano da galleria d’arte, un po’ di misura e di consapevolezza nei paragoni non guasterebbe.
    A riprendere l’Esteticamente notevole mandate “uno” che nemmeno mette a fuoco e chiudi pure con l’espressione di chi con l’argomentazione schiacciante ha fatto ori primiera e settebello.
    Boh, saprai tu.

  10. Epicuro

    Bravo Broono.
    Il paragone tra i cassetti di giallozafferano e quelli di Niemeyer poi è una chicca assoluta.

  11. Cafonauta

    Articolo che fornisce molti spunti di riflessione.
    Peccato ti abbiano beccato con le mani nella marmellata.
    Perchè questo si evince dalla tua risposta.

    Mah

  12. pifo

    Sofri confina la “zona grigia” agli speciali o agli inserti (probabilmente commissionati) dei quotidiani mentre alcuni suoi lettori (e io tra loro) la estendono anche a certi tipi di “pezzi sciolti” che compaiono anche sul sito de IlPost
    (questa cosa qui ad esempio io non riesco molto a distinguerla da un pubbliredazionale camuffato http://www.ilpost.it/2012/12/08/subbuteo/ – Massimo Coppola, direttore della ISBN, non sara’ mica la stessa firma de IlPost? ).

    E’ vero … la questione e’ complessa e’ vale la pena affrontarla laicamente, senza moralismi, parlando innanzitutto della propria esperienza, partendo cioe’ dalle pagliuzze delle proprie palpebre e lasciando stare per un momento le travi conficcate negli occhi dei quotidiani.

    Saluti.

  13. Corrado Truffi

    Si, in effetti le mani nella marmellata de ilPost possono essere un problema, visto che l’argomento è la “zona grigia”. Però – non per fare il difensore d’ufficio, ma per inquadrare meglio la questione – ilPost è gratuito in rete (quindi vive di sola pubblicità, evidentemente), mentre i giornali di cui si parla qui sopra no.

  14. Broono

    @Corrado:
    In ogni caso, io vorrei saperlo, se quell’articolo è lì perché la riunione di redazione ha deciso che c’era una notizia, o perché lo ha deciso il marketing. Lo troverei corretto.
    Fine, è facile

  15. Broono

    Luca, visto che ti diverte allora ti pongo un’altra serie di domande tra le quali puoi scegliere l’1% che ritieni più in linea con l’analisi che hai voluto proporre nel tuo post:
    Se l’articolo su GZ è lì perché la cucina è interessante e esteticamente notevole e non per fare promozione più o meno esplicita, come mai contiene i link ai due libri in vendita della Peronaci?
    Disinteressati anche i due link o presenti perché esteticamente notevoli se messi sugli scaffali tra le mandorle e i fagioli?
    Poi, sottodomanda: facendo il percorso che dal sito GZ porta alla pagina d’acquisto del libro si viene indirizzati su EPrice, considerabile quindi il sito di vendita che l’autrice o i gestori del sito comunicano essere quello principale, mentre utilizzando i due link che avete messo nell’articolo sulla notevole estetica dei cassetti vieni mandato su Amazon in entrambi i casi.
    Come per la scatola di biscotti, quindi: se un sito di vendita ufficiale già c’è, perché “riposizionare” gli acquirenti su uno diverso?
    Ma la domanda delle domande in realtà è quest’ultima: posto che tra i tanti oggetti di possibile promozione (GZ? Ikea? i Prodotti? Banzai? etc…) si inserisce a questo punto anche Amazon visto che la scelta di non utilizzare il link ufficiale EPrice è voluta e quindi motivata (il motivo? hanno bei cassetti anche loro?), come mai quando clicchi i due link, nell’indirizzo che si compone nel browser compare la parola “wittgenstein”?
    Ecco, se hai tempo/modo/voglia di buttare via altre tre righe di risposta per zittirmi di nuovo con un secco 1%, tra le tre domande a me piacerebbe scegliessi quest’ultima.
    A “Broono” piacerebbe un sacco capire come e perché Wittgenstein a un certo punto casca dentro ‘sta cosa qui.
    (e su, dai, sbloccami il commento in moderazione da ieri sera, fatevi almeno sfottere un po’)

  16. Luca

    1. I link su Amazon ai libri citati li mettiamo sempre, li puoi trovare in decine di articoli del Post.
    2. Wittgenstein è il nome di login utilizzato per l’iscrizione del Post al servizio Affiliati di Amazon, quello che fa sì che se tu compri quello o altri libri di Amazon via quel link, circa un decimo del suo prezzo sia attribuito al Post: visto che sarà la domanda successiva ti dico che il Post ha ricavato in questo modo in media 150 euro al mese negli ultimi mesi.
    3. Per farla breve, la tua idea che una qualunque mini gallery del Post sulle foto di una cucina di Giallo Zafferano fossero un’idea di Banzai o ispirata da ingenue seconde intenzioni (Giallo Zafferano fa cinque volte i numeri del Post) era una cretinata, e questo potrebbe esaurire tutto il tema su cui ti sei tanto trattenuto.
    4. Io ho pazienza con le curiosità ma con le malevolenze incercadirogne meno. Ho voluto ritenere finora le tue domande nella prima categoria malgrado una palese apparenza contraria. Mi convinceresti meglio se adesso mi dicessi: “ok, le tue risposte sono state pazienti e esaurienti, e io mi sono infilato in un post che parlava d’altro cercando di coglierti in castagna, per ragioni mie che non sto a dirti”. Ma vedi tu quanto ci tieni ad avere ulteriori risposte pazienti a esaurienti, eventualmente.

  17. maragines

    Mi pare che nessuno abbia fatto notare che il problema non è la gratuità o meno del servizio (pezzo), né il fatto che c’è qualcuno che propone il pezzo lo chiede e lo paga (o meno).
    Ma, mi pare, il problema sta tutto nel fatto che l’informazione viene “etero-diretta” c’è una ragione che guida il giornalista che non è più quella di dare una notizia (esistente e già circolante), ma la ragione diventa quella di promuovere un bene o un servizio.
    Che lo faccia per nobili ragioni di amicizia, perché ritiene che sia “importante” o perché c’è un inserzionista che paga profumatamente è cosa che conta poco, mi pare.

  18. Broono

    1: Lo so che tutti i link/libro del Post portano ad Amazon, il dubbio rispetto a questo in particolare non è sul perché abbiate scelto Amazon ma sul perché, quando GZ ne ha uno già scelto e utilizzato per vendere il libro e l’oggetto dell’articolo è GZ, venga sostituito con uno diverso.
    La risposta è evidentemente quella contenuta nel punto 2: perché su EPrice l’account Wittgenstein non ha la % mentre su Amazon sì.
    Legittimo? Certamente sì.
    Opportuno? è soggettivo e come tale suscettibile di critica.
    Ma questa scelta di scrivere un articolo che vi porta % di guadagno che se non aveste reindirizzato i link non sarebbero arrivate, rende o no quell’articolo una promozione e non informazione (come detto nella tua prima risposta) a prescindere da quanto ci abbiate guadagnato, visto che il confine informazione/promozione non è un’asticella che scatta solo sopra il milione di euro ma al semplice reindirizzare i lettori su siti su cui voi avete guadagnato, poco o tanto che sia?
    3: Per farla breve, la cretinata è stato rispondere alla mia prima domanda dicendo che Giallo Zafferano è un sito di straordinaria popolarità (che al Post fa piuttosto invidia) e l’immagine di come sono le loro cucine è interessante (oltre che esteticamente notevole) quando quell’articolo è lì perché è una promozione e non lo dice il cretino Broono ma il tuo confermare che avete reindirizzato gli acquisti e così facendo ci avete guadagnato.
    Guarda che nessuno dice che hai violato leggi o meriti la Siberia, si sta solo dicendo che se quando sei Luca Sofri suggerisci ai tuo lettori di considerare corretto un giornale che li informa chiaramente e palesemente quando un articolo appare perché è una notizia e quando perché è marketing (e quindi implicitamente di considerare scorretto il giornale che non lo fa), mentre quando sei il Peraltro direttore del Post di questo concetto di correttezza hai tutt’altra idea, qualcuno che salta fuori e ti chiede conto di questa differenza di posizioni è probabile che arrivi.
    4: io non ti devo convincere proprio di nulla, sei tu che al massimo devi convincere i tuoi lettori della validità dei tuoi scritti e delle tue posizioni perché sei tu che con il web e con i loro soldi ci paghi il mutuo e sei tu che hai deciso di fare del web il tuo terreno d’appartenza.
    E quando scegli questo purtroppo, come tu spesso hai insegnato, sai che ti esponi al factchecking che se piace quando usato per contestare gli altri dev’essere ritenuto meritevole di serietà anche quando lo si riceve, senza fare come sempre quello che insulta, quello che ha avuto pazienza, quello che fa il grande onore di dare spazio a questi utenti del web che sono un tesoro quando il factchecking lo fanno a Bersani e degli incercadirogne quando lo fanno a te.
    Io non ci tengo ad avere nessuna risposta né paziente né esauriente, tu hai sollevato un tema e io ho partecipato con un episodio preciso circostanziato e mi pare piuttosto evidente o comunque che evidente lo è diventato dopo le tue risposte, leva di nuovo i commenti se non reggi il gioco e torna ad avere un sito dove scrivi quello che ti pare senza rischio di contestazione.
    Paziente è concetto soggettivo tanto quanto lo è esauriente.
    Quanto tu sia stato sia il primo che il secondo non lo stabilisco io e non lo stabilisci tu, ma il web appunto, che ha questa caratteristica/funzione che avevo inteso considerassi preziosa.
    Secondo me non abbiamo altro da dire entrambi, in merito, perché la questione ha offerto tutti i dettagli utili e sono lì sopra senza bisogno di aggiungerne altri.
    Se andassimo avanti sarebbe perché ti seguo sul solito terreno di insulti dove puntuale sposti ogni volta le critiche, terreno che non ho percorso prima né ho voglia/tempo di percorrere adesso.
    Io volevo sapere se quell’articolo è informazione o promozione, nella prima risposta fai il sarcastico dicendo che è informazione, nella seconda fai il sarcastico dicendo che è promozione.
    Anche chi se ne frega di chi l’abbia richiesta, il punto è che ora è chiaro cosa fosse, prima non lo era.
    Ho solo voluto riportare il tutto a quella che tu stesso hai chiamato correttezza e l’ha dovuto fare un tuo lettore perché non l’avete fatto voi del Post.
    Se hai qualcosa da dire su questo accomodati, altrimenti ciao.

  19. maragines

    Quando Repubblica (ipotesi del tutto immaginata non so se adattabile a casi concreti) decide di pubblicare un ampio servizio sulla mostra eccezionale delle pellicce italiane che si tiene a Pavia, e sovvenzionata generosamente da Anna Bella, sta indubbiamente facendo un’operazione pubblicitaria, e nel dare la notizia che, a Pavia, c’è questa mostra sulle pellicce in qualche maniera, forse, sta creando la notizia. Nel senso che, in realtà, a quasi nessuno interessa ‘sta mostra, o almeno, non al punto da meritare un ampio servizio su un quotidiano nazionale come Repubblica.
    *
    Quando il post segnala delle fotografie della cucina di Giallo Zafferano, invece, non sta dando una notizia. Sta proponendo qualcosa che alla redazione (intesa come soggetto globale) pare molto interessante, al punto da meritare di essere proposta.
    Il fatto che ci sia, dietro questa segnalazione, un interesse economico (più o meno vantaggioso) a me pare del tutto marginale, se i lettori troveranno la segnalazione interessante bene, se no (che ci sia stato o meno un interesse economico) registreranno che non sempre le segnalazioni della redazione sono interessanti. Ma, la notizia in sé non è stata affatto “costruita” o inquinata. Perché sin dall’inizio è fondata sulla auctoritas della redazione che dice “guarda come è interessante” questa cosa che ho trovato io.
    ***
    Poi in concreto, se GZ fa numeri così maggiori del Post ogni supposto e bieco interesse non ha ragione d’esistere.

  20. pifo

    Dunque, la redazione de IlPost, secondo la sua insindacabile auctoritas ma facendo leva sulla credibilitá e sulla autorevolezza che ha saputo accumulare, mi segnala un libro in uscita sul gioco del Subbuteo edito dalla ISBN. Io trovo la segnalazione, arricchita da una bella preview, interessante, avvalorata, in qualche modo garantita dal marchio culturale de IlPost e ignaro di tutto quanto ruota intorno al programma di affiliazione Amazon, decido di seguire il link e di acquistare il libro.
    Dopo, molto dopo e, tonto come sono, grazie solo alla curiositá di Broono, scopro che circa il tot% del prezzo di copertina é andato direttamente a IlPost attraverso il servizio affiliati. Tra i collaboratori de IlPost si annovera il direttore della casa editrice che ha pubblicato il libro e che, a quanto mi si dice, potrebbe essere “un amico”.
    Beh, che dire? Illecito? No davvero. Inopportuno? Mah! Non sono nato ieri, sto qui a scrivere commenti e la colpa é mia, dovrei conoscere come funziona il servizio affiliati Amazon.
    Dovrei sapere questo e un sacco di altre cose che vorrei sapere.
    Io vorrei sapere, ad esempio, se quell’articolo è lì perché la riunione di redazione ha deciso che c’era un libro del quale valeva la pena parlare e al quale dare credito o perché lo ha deciso qualcuno per fare un piacere ad un carissimo amico.
    Lo troverei corretto, per tutte le questioni delle quali Sofri ha parlato.
    E tu Maragines?
    Con simpatia.

    P.S. https://programma-affiliazione.amazon.it/gp/associates/join/getstarted

  21. alloo

    in realtà linkare dal proprio sito ad un sito di maggior popolarità potrebbe non essere così “innocente”. ovvero (e non voglio dire che siate colpevoli di chissà che, ma che a volte usate gli articoli per fare altro che non della semplice informazione) può migliorare il posizionamento del proprio sito. vuol dire mettere in pratica un po’ di tecniche seo semplici, cosa che mi pare ilpost.it faccia con una certa frequenza da qualche mese almeno.

  22. pallmall

    Come è difficile capire quando è vero amore e quando è una marchetta!
    Ad esempio l’articolo sul Subbuteo per me non era una marchetta, mentre l’articolo su Giallo zafferano mi aveva irritato molto. Non perché le fotografie fossero dozzinali ma perché mi sarei aspettato un discorso più approfondito. GZ fa dei numeri straordinari, ma è un sito di una qualità infima, con uno sguardo pornografico sul cibo e la cucina. Approfondire come è rappresentato il cibo in Italia oggi è più interessante che aprire i cassetti di GZ.
    Questo per quanto riguarda la deriva presa dai commenti, per quel che riguarda l’articolo mi viene da dire che i quotidiani stanno prendendo un’abitudine imperante nelle riviste di moda o di arredamento ove informazione e pubblicità sono diventati sinonimi. Da qualche parte in rete si può trovare un intervento di Tyler Brulé, il fondatore di Monocle, in cui sostiene, ohibò, sia cosa buona e giusta.
    Con la frammentazione dell’informazione la situazione è diventata imbarazzante, una food blogger la compri letteralmente con un piatto di pasta.
    E’ un problema reale.
    Perché porta a rendere affidabile come unica fonte di informazione il blog di Grillo, anche per la ricetta del pesto.

  23. Broono

    @Maragines
    Poi in concreto, se GZ fa numeri così maggiori del Post ogni supposto e bieco interesse non ha ragione d’esistere.
    È proprio il contrario.
    Se io prendo margini sulla vendita di un libro, è evidente che avrò interesse a stimolare la vendita di un libro di qualcuno che autonomamente fa già grandi numeri, piuttosto che quello di mio cuggino.
    Mica perché guadagno su quelli che vende di suo, ma perché quei grandi numeri faranno da traino ai miei.
    GZ da solo ne vende 5, io da solo ne vendo 1, insieme facciamo 6.
    GZ non ha bisogno del Post per vendere il libro, Lapalisse for president, ma venderne 5 o venderne 6 è 1/5 in più che schifo non fa e oggi le promozioni non sono più studiate per fare il botto su un canale unico ma per fare la somma di tanti piccoli bottini distribuiti su più canali possibili.
    Il Post ha al contrario bisogno della notorietà di GZ per poter suggerire il libro nella sua pagina “cultura” (pensa te) presentandolo come caso d’interesse.
    Ovvio che ti serve uno specchietto per le allodole e le foto dei cassetti nient’altro che questo sono, tant’è vero che belli fantastici stupefacenti come le Farm di Google per noi la parte interessante è questa eh! e poi ci mandano un fotografo che non mette nemmeno a fuoco e usa le luci come uno con la cataratta come se nei bar di corso vercelli non ci fosse uno che sa fare due foto finto-professionali per salvare almeno la facciata di dispensatori di qualità.
    Non è questione di chi ha bisogno di chi, è semplicemente un uso sinergico delle proprie imprese, che è poi la natura di Banzai nonché il motivo per cui la sua principale attività è acquisire imprese in continuo, da presentare poi agli inserzionisti come garanzia del suo essere in grado di prendere il tuo prodotto e farlo passare attraverso la mente di una serie infinita di categorie di possibili acquirenti, chi perché lo trova scritto dentro una ricetta, chi dentro una gallery sulla pagina cultura di un quotidiano, chi dentro un dialogo tra casalinghe su FB e lo può fare perché è sua la ricetta, è suo il quotidiano, è sua la comunity su FB.
    Nel caso in questione Banzai possiede GZ, il Post ed Eprice, quindi chi scrive il libro chi lo promuove e chi lo vende (ricorda qualcuno?), GZ scrive libri e ne vende un tot, il Post li promuove e ne vende un altro tot sulla cui vendita prende %; veicolandolo attraverso entrambi non se ne vende solo 1 ai lettori del Post o solo 5 ai lettori di GZ, ma 6 complessivi a cui sommi il moltiplicatore twitter di entrambi che rende il tutto esponenziale.
    Si chiama diversificazione ed è chiaro che ha bisogno di almeno un attore da grandi numeri che traini il tutto per funzionare.
    Nel percorso perdi per strada i pochi euro che Amazon trattiene ma considerato che il sistema fa sì che quello sia praticamente l’unico costo esterno che hai perché il resto è distribuito tra i costi di gestione delle varie imprese tutte di proprietà, direi che il gioco di aumentare le vendite moltiplicando le platee senza investire un euro in più in promozione perché l’intera filiera (che è quello che vendi alle aziende: la certezza di controllare la filiera intera) è tua, valga decisamente la candela.
    E non è 150 euro, ma 150 euro moltiplicati per ogni libro che passa attraverso gli ”interessanti” articoli di Cultura.
    E non è questione di chi fa più numeri di chi semplicemente perché né GZ né il Post sono l’anello finale in gara quindi tra loro, ma entrambi sono anelli intermedi di un meccanismo promozionale che Banzai proprietario di entrambi (potrebbero mai essere in competizione?) vende come percorso che è efficace in base a quanto è controllato in ogni suo anello, che non a caso è sempre più un gruppo di amici della cumpa che gira e rigira sono sempre gli stessi dentro ogni anello.
    Niente di nuovo né di criminale, bieco o da colpevolizzare, è il modello Compagnia delle Opere applicato alla vendita del dentifricio.
    Legittimo, pure bravi a farlo, si chiama Impresa, basta non prendersi in giro dicendo che quell’articolo è lì perché i cassetti sono belli come Google e gli faccio pure l’applauso.

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