Barack Obama, avercene

A chi interessano queste qualità, Barack Obama è stato indiscutibilmente il presidente più intelligente, equilibrato, brillante, onesto, sensibile della storia americana dell’ultimo mezzo secolo almeno. Il tema interessante è proprio questo: se queste qualità umane e intellettuali facciano “un buon presidente”.

Malgrado il confronto a priori con il suo successore potesse essere un modo semplice e ovvio per risolvere la questione, la qualità degli otto anni di presidenza Obama è stata molto discussa in questi mesi, come è giusto. In mezzo alla grande produzione di opinioni, anche molto e ben argomentate, due cose di contesto sono chiare. La prima è che non siamo più in tempi che permettano giudizi condivisi su una presidenza (probabilmente su niente, nemmeno sui fatti, come sappiamo): un tempo i giudizi erano formulati pubblicamente e con grande impatto da un numero limitato di giudici, e adottati universalmente; le sintesi storiche avevano rapidamente maggiori sintonie e minori sfumature. Per non dire della diminuita attitudine di tutti a formulare apprezzamenti e giudizi positivi su qualunque cosa: criticare ci fa esistere, apprezzare ci umilia. Ma altre cose le spiegò Chris Cillizza sul Washington Post.
La seconda è che in particolare con Barack Obama le varietà e complessità dei fronti oggetto di giudizio sono molto grandi, e anche la quantità di premesse: pensate solo al primo presidente nero, a un progressista, un Nobel per la Pace, pensate a cosa sta succedendo del mondo, per non citare appunto il confronto con il suo successore, e il quadro delle attenuanti e aggravanti è molto confuso.

È quindi oggettivamente impossibile – malgrado le sbrigatività giornalistiche e quelle di noialtri umani scalpitino per averlo – un giudizio unico e lesto sulla presidenza Obama. Le critiche più solide riguardano la deresponsabilizzazione nei confronti del mondo: alcuni la giudicano un fallimento – per viltà o inettitudine, a cominciare dalla Siria – altri una prudenza dai costi troppo alti. E però l’asticella per Obama è altissima, coi critici a sinistra che gli imputano cose imparagonabili – a cominciare dalla politica estera – a quelle che erano imputabili e imputate al suo predecessore: fenomeno mondiale nella legittimazione di sé – attraverso la critica interna – di quella parte di sinistra. Ma ci sono molte altre cose che vengono spostate su uno o sull’altro piatto della bilancia: la presidenza Obama, per dirne un’altra, è stata un fattore della vittoria di Trump? Più della candidatura Clinton?

Resta, quindi, che Barack Obama sia una persona eccezionale, per le qualità umane e intellettuali di cui dicevamo (otto anni di amministrazione senza scandali o accuse extrapolitiche, tra l’altro): uno di cui – se fosse vostro amico – direste “è la persona più in gamba e intelligente che conosca”. George Packer sul New Yorker ha per esempio appena raccontato il suo particolarissimo rapporto con il linguaggio, quello di uno che non riesce a non essere sincero e attento all’uso corretto delle parole, e sfugge agli slogan: e le battute dei giorni scorsi rispetto alle sue pause sono fondatissime. Obama è infatti uno che si vede che pensa a ogni parola che userà, a costo di fermarsi ed esitare nella scelta: al contrario di suoi predecessori e colleghi che sanno riempire molto rapidamente gli spazi del discorso con frasi fatte, formule, espressioni rituali o universali.

After eight years, few lines from Barack Obama’s Presidential speeches stay in mind. For all his literary and oratorical gifts, he didn’t coin the kinds of phrases that stick with repetition, as if his distaste for politics generally—the schmoozing, the fakery—extended to the fashioning of slogans. He rarely turned to figurative language, and he never stooped to “Read my lips,” or even “Ask not what your country can do for you.” His most memorable phrase, “Yes we can,” spoke to the audacious odds of his own run for the Presidency, not a clear political vision. He sought to persuade by explaining and reasoning, not by simplifying or dramatizing—a form of respect that the citizenry didn’t always deserve.
This aversion to rhetoric, like Obama’s aloofness from Congress, is a personal virtue that hurt him politically. It’s connected to his difficulty in sustaining public support for his program and his party. Even the President’s hero, Abraham Lincoln, was a master of the poetic sound bite.

Daccapo, può darsi che quelli che sono eccezionali tratti di intelligenza, riflessione e sensibilità alle cose e alle persone non siano tratti prioritari per fare un buon presidente degli Stati Uniti, di fronte alla grandezza spietata delle aspettative: è la considerazione più banale che si possa fare, e una particolarmente di moda in questi tempi in cui le qualità intellettuali e culturali vengono disprezzate demagogicamente, e risultati e cambiamenti reali dati per scontati.

Ma per chi pensa – intanto che lavoriamo alla riduzione del danno, di ogni danno – che il mondo si migliori soprattutto migliorandone gli abitanti, e che questo passi soprattutto per la creazione di modelli e lezioni di fiducia e motivazione, Barack Obama è stato ancora di più un presidente preziosissimo per il suo paese – di cui ha comunicato un’immagine onesta, moderata, rassicurante e ottimista: presentabile, a dir poco – e soprattutto un leader unico per i progressisti del mondo. È quello che ha indicato lui stesso nel discorso di Chicago: questa eccezionalità, questi otto anni, il suo semplice essere stato lui l’inquilino della Casa Bianca – loro: Michelle Obama ha avuto altrettanto valore – resteranno molto di più nelle vite di tante persone e del mondo di qualunque puntuale scelleratezza possa essere decisa dal suo successore, ma anche degli stessi effetti di una riforma sanitaria, delle aperture su Cuba, della ripresa economica e di tutto quello che questi otto anni hanno realizzato. Il mondo si cambia nelle teste, unendo le persone, motivandole, rendendole orgogliose.

Aggiornamento: Megan McArdle ha scritto per Bloomberg cose interessanti e simili, su questo tema.

Politics is the art of creating winners and losers, and getting some of the losers to vote for you anyway. The basic tools of this trade are, for want of a better word, tawdry: shameless pandering and cheerful hypocrisy, sucking up and selling out.
The fact that Obama seemed above this made him an attractive figure to those of us who hated politics-as-usual. But as we enter our ninth year of politics-as-unusual, it’s fair to wonder which sort of politics really occupies the moral high ground.

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