Un giorno in traghetto

Finalmente anch’io come Piero Ottone: ho un aneddoto di nautica e ne trarrò una severa lezione sul Belpaese. In realtà io l’avevo già letto in una lettera al Venerdì, qualche settimana fa, che i traghetti per le Eolie farebbero schifo: oltre a essere decrepiti e di nessuna accoglienza, scriveva il lettore, ci si mangia malissimo dopo file interminabili, ti devi fare il letto da solo, e altre mediocrità del servizio. Quindi sono arrivato preparato – anche se la lettera non segnalava l’odore di fogna di Mindanao che usciva dalla doccia – e mi sono subito levato il pensiero di fare i letti per tutta la famiglia arrampicandomi nella microcabina. Dopo aver rinunciato a lavarli, ho deciso di alleviare almeno la sete dei bambini, e sono andato al bar a comprare dell’acqua. Ci ho messo mezz’ora, perché c’era un solo cassiere che serviva una fila di quaranta persone al ristorante (erano ormai le undici di sera) e una di quindici al bar, spostandosi da una cassa all’altra, mentre due camerieri al bar aspettavano pigramente che i clienti passassero da quella forca caudina (il loro ruolo sarebbe stato di comunicarmi poi che l’acqua c’era solo gelata). Così ho aderito a un’insurrezione di gitanti e ho urlato “vergogna”, e “in Danimarca non succederebbe mai”, e cose così. È arrivato un contrammiraglio e mi ha chiesto quale fosse il problema. Io gliene ho detti una mezza dozzina, per sapere se lo trovasse normale. “No, non è normale”, ha ammesso lui. Poi dice le privatizzazioni: se il signor Moby legge questa rubrica lo pregherei di comprarsi la Siremar. (Sì, lo so che questa sarebbe una rubrica di tivù, ma al giornale mi hanno detto è estate, sii più frivolo).

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