La leggenda del pianista sull’Oceano Pacifico

Sono le cinque del mattino. Fuori è ancora buio, ma qua sotto il capannone c’è una luce di neon bianchissima. E un gran rumore di seghe elettriche e carriole a motore, o come volete chiamare questi grossi monopattini che mi sfrecciano intorno, guardandomi storto se non mi levo rapidamente di torno. Davanti a me, una distesa di tonni. Tonni morti. Tonni morti ghiacciati. Centinaia e centinaia. Mai visti tanti tonni in vita mia, mai visti tanti animali morti tutti assieme. E ne arrivano altrettanti ogni mattina, nell’immenso mercato del pesce di Tokyo, pronti per diventare sushi, sashimi e quant’altro. Sono più che morti, sono inanimati, pietrificati dal surgelamento avviato già sulle navi e dalle mutilazioni di coda e pinne. Sono file di grossi siluri ovali depositati a terra sul cemento: mi sento dentro l’Invasione degli Ultracorpi.

Al mercato del pesce di Tokyo si viene a quest’ora, all’alba. Per godersi la cerimonia dell’asta dei tonni, già le sette è troppo tardi. Oggi ci sono pochissimi turisti, io e altri tre o quattro. Alzarsi così presto, che è ancora buio, è facile per il turista europeo, stordito dal jet-lag. Tutte le guide lo consigliano, e anzi, vien da pensare che lo abbiano inventato per le notti insonni dei turisti occidentali, il mercato del pesce. Strano che non ci andasse Bill Murray, nella sua alienazione spazio-temporale di Lost in translation.

Sono a Tokyo tre giorni, tipica condizione da mercato del pesce all’alba. Sono a Tokyo tre giorni perché non mi fido degli uffici stampa. Meno ancora di quelli che si occupano di musicisti. A sentir loro ogni nuova uscita è “attesissima” e ogni sbadiglio di uno spettatore è un “clamoroso successo di pubblico”. I loro comunicati sono un po’ come gli annunci immobiliari: tutti sanno che sono gonfiati e ipocriti, e dopo un po’ ci si abitua a leggere tra le righe.

Eppure, quando ho ricevuto il comunicato che diceva del ragguardevole successo giapponese di Cesare Picco, ho esitato prima di spostarlo con un clic nella cartella “trash” della posta elettronica. Intanto aveva una sua misura: non diceva che Picco avesse riempito stadi o scalato classifiche. Però una popolare radio di Tokyo lo programmava con insistenza, e stava vendendo in numeri abbastanza inusuali per un disco di pianoforte: due grossi negozi cittadini lo davano tra i loro primi dieci. E poi Picco lo conosco: è bravo. Ha 34 anni, e fa il pianista. Lo ha fatto con collaborazioni e iniziative versatili per molti anni: poi, l’anno scorso, ha messo insieme un disco suo più compiuto, “My room”, in cui ha aggiunto al pianoforte ritmi e suoni elettronici. Quasi contemporaneamente ha pubblicato solo su internet una raccolta di musiche di natale, che è finita imprevistamente ai primi posti di iTunes tra nomi assai più altisonanti. Evento che mi suggerì di invitarlo in radio, al programma che conduco tutti i giorni su RadioDue: dove Picco venne, suonò, e per settimane arrivarono mail chiedendo sue notizie.

Insomma, questa storia del successo giapponese sembrava interessante. Ed eccola: una delle maggiori radio nazionali – J-Wave – ha un programma settimanale di culto (di quattr’ore) dedicato alla musica del resto del mondo meno mainstream e nota. Si chiama “Modaista” e la conduce un giapponese di origine italiana di nome Andy Pompilio. Otto milioni di ascoltatori secondo alcune fonti, trentadue secondo altre. Numeri pazzeschi per noi, ma non per il Giappone. Potete immaginare la potenza di promozione che abbia un programma come quello di Pompilio nel momento in cui decide di mandare in onda “Seguimi”, una delle canzoni di “My room”. In poche settimane un’etichetta giapponese decide di stampare entrambi i cd, e la scorsa estate la sede di Tokyo del più celebre locale jazz del mondo, il Blue Note, chiede a Picco di suonare là, a dicembre. E tutti quanti, di concerto, invitano il sottoscritto ad andare a dare un’occhiata. E così mi trovo, insonne tra i tonni. A cercare di raggranellare qualche esperienza da queste settantadue ore nella città che non dormi mai.

È che Tokyo, per uno che ci capiti rapidamente e sprovvedutamente, è una via dimezzo tra Lost in translation e il catalogo dei luoghi comuni sui giapponesi. Il senso di alienazione è dato non solo dal jet-lag, ma anche da un irreale silenzio (un traffico pazzesco, e mai nessuno che suoni un clacson; migliaia di persone su ogni marciapiede, e pare che nessuno apra bocca) e dal totale disordine edilizio della città, che non ha due edifici in relazione tra loro. Sembra che abbiano pescato a caso nel sacco delle case e dei grattacieli e le abbiano sparpagliate per la città. Prevalgono i rumori artificiali: ronzii di scale mobili, voci registrate, echi dei locali di Pacinko, le sale giochi di qui. E ti aggrovigliano la vista gli straordinari accrocchi di cavi elettrici che solcano i cieli di ogni strada intricandosi attorno a pali e lampioni e i giapponesi con le mascherine bianche per non ammalarsi o non ammalare il prossimo; e ti trovi a riflettere sulla tavoletta del water autoriscaldata e con il rumore di scroscio incorporato, e sul culto dei biglietti da visita come elemento di relazione (io non ce l’ho, e sono visto come una specie di freak). Con l’imbarazzo di trovarsi a pensare le cose più banali dopo essere qui da solo quarantott’ore: per esempio, che qualsiasi elemento di sovversione delle regole possa mandare in tilt l’intero sistema, come la mia proposta di cumulare tre buoni sconto colazione dell’albergo che innesca un giro di telefonate e consultazioni per cui rischio di perdere l’aereo del ritorno.

La sera del doppio concerto di Picco i biglietti sono già quasi tutti venduti: gli ultimi se ne vanno poco prima dell’inizio. Lui e il bassista Matteo Malavasi salgono sul palco e il pubblico è già caldissimo. Giapponesi entusiasti: un locale pieno di giapponesi entusiasti e commossi. Gli stessi che ti chiedono il biglietto da visita. Quando Picco suona “Seguimi” è come se Tiziano Ferro facesse “Sere nere” in Messico: e alla fine del concerto conto esterrefatto centosette giapponesi – quasi tutti giovani – che fanno ordinatamente la fila per farsi autografare il cd. Due di loro si sono sposati stamattina, altri due hanno ricamato il nome dell’artista su un asciugamano celeste. È un po’ esterrefatto anche Picco, che ha imparato un discreto repertorio di frasi beneducate e grate, e di inchini. Pompilio è eccitatissimo, e giustamente fiero.

Ci salutiamo, e torno in albergo a piedi, nella notte di Tokyo. Ci sono luci artificiali ovunque, e luci di natale. Torri e grattacieli incombono sugli orizzonti.

Io penso ai tonni.

Vanity Fair

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