Re: No Subject

All’inizio del 2001 io ero a Milano a fare questa specie di lavoro da un anno e poco più. Stavo in un’impresa sventata e morigerata assieme, che si chiamava Mondadori.com e scrivevo per questo e quello. Un giorno mi chiama Paolo Bonanni e mi chiede se pranziamo assieme. Paolo era allora il direttore di Max e una persona fantastica e saggia più di quanto la sua carica potesse far sospettare. Io comunque non ero in grado di fare lo schizzinoso: avevo appena lavorato a un progetto – poi abbandonato – per un maschile Mondadori, in tentativo di imitazione del successo di FHM (tentativo che ha girato per diversi editori italiani, e hanno rinunciato tutti). Ci divertivamo molto, comunque. Insomma, pranzo con Paolo in una paninoteca di Segrate e lui mi chiede di fare qualcosa con Max. Io dovevo averci già pensato, perché chiamo Christian Rocca e gli propongo di fare una corrispondenza tra me e lui su qualsiasi cosa (eravamo tuttologi e superficiali già allora) col suono delle mail, che per quei tempi erano quasi una novità.

Insomma, così si fece “Re: No subject”, che poi Bonanni si portò anche a GQ quando traslocò là, e durò cinque anni e mezzo: quando Bonanni lasciò GQ, chiudemmo. Nel riordino generale, ho ricomposto le oltre trecentocinquantamila battute (un libro) in una sola pagina nel giusto ordine cronologico: C’è dentro di tutto, e parecchie cazzate, naturalmente.

Marzo 2001

From: Luca <l.sofri@agora.it>
To: christian rocca <christianrocca@hotmail.com>
Sent: Mon, 12 Feb 2001 17:44:24 +0100
Subject: No subject

Caro Christian,
visto che a te era piaciuto tanto, forse puoi spiegarmi perché questo Libra di Don DeLillo sia tradotto così bislaccamente. La macchina della verità è detta “Prova del poligrafo” e la canzone Bianco Natal, “Notte silente” (temo sia dall’inglese Silent Night). Vabbè che da quando un tipo del Corriere della Sera scrisse che ai “pink slip parties” (pink slips sono le lettere di licenziamento: nella Silicon Valley – che qualche tuo collega ha definito “Valle del Silicone” – si organizzano delle feste d’addio quando se ne riceve una) si va con le mutande rosa, ogni strafalcione è Disneyland, al confronto, ma la frase “i miei sogni sono in franti”, sarebbe più adeguata al libro Cuore. A proposito, tu che sei uomo di mondo e hai fatto il militare a Cuneo, perché si dice “il libro Cuore”, e non “il libro Libra”?

From: Christian Rocca <christian.rocca@ilfoglio.it>
To: luca sofri <sofri@mondadori.com>
Sent: Monday, February 12, 2001 6:24 PM
Subject: Re: No subject

Caro Luca,
sai una cosa? non ho letto il libro Cuore. A dieci anni preferivo Tex.
E’ grave? Libra, sì, mi è piaciuto molto, anche se ho capito soltanto dopo duecento pagine perché diavolo De Lillo abbia intitolato così un libro sull’assassinio di Kennedy. Diciamo che ho subito escluso l’ipotesi che JFK fosse stato ucciso a bordo di una Lancia Libra, come quella di Harrison Ford nella pubblicità. Tu ti lamenti della traduzione. Sai cosa è successo a me? La mia copia mancava di venti pagine. Proprio alla fine del libro. Ammetterai che è peggio di “prova del poligrafo”. Specie se ti trovi a Formentera (a proposito, ho appena comprato “Islands” dei King Crimson – i papà dei Radiohead – il primo brano, ti ricordi?, è “Formentera Lady”). Comunque non mi sono accorto di queste cose che dici tu, anzi mi pare che quando il libro è uscito i giornali abbiano scritto che la traduzione era stupenda e meravigliosa e ineguagliabile. O forse lo scrivevano a proposito di Underworld? Comunque, chissenefrega della traduzione, guardati su Telepiù JFK di Oliver Stone

From: Luca <l.sofri@agora.it>
To: christian rocca <christianrocca@hotmail.com>
Sent: Mon, 12 Feb 2001 20:41:22 +0100
Subject: Re: Re: No subject

Caro Christian,
sono lieto che tu ti tenga al passo con i tempi: “Islands” dei King Crimson. Se trovi qualcosa di buono di Simon and Garfunkel, fammi sapere, credo che spopoleranno, quest’estate a Formentera (per via di “I am a rock, I am an island”). Quanto ai Radiohead, sarai felice di sapere che sta già per uscire un nuovo cd, anche se a te e a quelli che si sono bevuti quella roba inascoltabile dell’anno scorso non piacerà: l’avevano già messo in cantiere quando la casa discografica temeva un gran flop, e pare che contenga – tu non ci crederai – delle canzoni. Dico sul serio, tipo quelle due che erano finite per sbaglio in Kid A. Per tenerti su ti mando una cover di Wish you were here fatta dagli Sparklehorse e da Thom Yorke dei Radiohead. A un certo punto – a quel certo punto – dice “so you think you can tell, heaven from hell, blue skies from rain”. E uno dice, ovvio: blue skies from rain. Solo che i Pink Floyd dicevano: blue skies from pain. Perché non ce ne siamo mai accorti? Cosa accidente c’entravano i blue skies con pain? Credi si sia trattato di un refuso, uno sbaglio che poi è rimasto lì, come il biblico errore della cruna dell’ago (già, che forse non conosci la Bibbia: è un libro piuttosto vecchio dove a un certo punto si vorrebbe che un cammello entri nella cruna di un ago, cosa piuttosto insolita. In effetti ci fu un errore di traduzione, si trattava di una fune, non di un cammello). Dimmi che ne pensi, quando hai finito di ascoltare Cat Stevens.

From: Christian Rocca <christian.rocca@ilfoglio.it>
To: luca sofri <sofri@mondadori.com>
Sent: Monday, February 12, 2001 11:04 PM
Subject: Re: Re: Re: No subject

Caro Luca, 
Cat Stevens non l’ho mai ascoltato. Figuriamoci adesso che è un integralista islamico. Io, come dire, sono un po’ integralista con gli integralisti (specie se islamici). Per carità, liberi di predicare, dire, fare e baciare ma almeno che non cantino. Questione gusti musicali: sì, è vero, sono un po’ agé, ma almeno un giorno potrò dire di non aver mai posseduto un disco dei QueenTié.
Su questa cosa dei Radiohead si divide il mondo. Per me Kid A è un capolavoro, mi ricorda i King Crimson, i Pink Floyd, Charles Mingus, il jazz radicale e anche, sì, lo ammetto, quel meraviglioso disco dei Sigur Ros che mi hai regalato. Ti prego, contro Kid A non mi citare la recensione di Nick Hornby sul New Yorker Quello ha scritto Alta fedeltà e lo ringraziamo: ci ha ricordato tutti i nostri tic feticisti (uno per tutti: la passione con cui facevamo le cassette alle ragazze). Ma cristosanto il protagonista (chi era l’attore nel film, John Cusack?) ascoltava musica funky
A proposito di cose su cui si divide il mondo, te ne propongo tre di fondamentali: 1) la pizza si taglia a triangoli o in modo concentrico? 2) sei un “generalista” o un tecnico” 3) Mac o Pc?

From: Luca <l.sofri@agora.it>
To: christian rocca <christianrocca@hotmail.com>
Sent: Tue, 13 Feb 2001 11:11:09 +0100
Subject: Re: Re: Re: Re: No subject

Caro Christian,
rispondo con ordine alle tue acute domande. 1) mi scrivi ancora dall’ospedale psichiatrico o ti hanno lasciato tornare a casa? La sera che vai in pizzeria, ti prego non mi invitare: lo spettacolo potrebbe uccidermi. 2) assolutamente generalista, come tutti quelli ignoranti come capre, con rispetto parlando per le capre. 3) Ieri una ragazza mi ha chiamato dopo avermi dato buca (in genere nemmeno chiamano, dopo) sostenendo che era rimasta “fino a tardi davanti al piccì”. Io ho pensato che parlasse della sezione di quartiere, o del comitato elettorale, e le ho spiegato che l’appuntamento era davanti al cinema Plinius. La risposta è Mac, ovviamente, e ti spaccio un motivo tra mille: non ha l’infame cartella Temp.
La mia lettura di Libra prosegue: così ho capito che “in franti” era un modo per tradurre gli errori di ortografia di Oswald, e me ne scuso con il traduttore e l’interessato. E piantatela di accanirvi col povero Cat Stevens, che ha smentito da un pezzo di aver appoggiato la condanna a morte di Salman Rushdie, ma ancora glielo rinfacciate. Già ha un nome che solo lui e Gatto Pancieri, perché infierire?
p.s. dopo il tuo messaggio integralista sui Queen, sono uscito e ho comprato Spirits Having Flown dei Bee Gees, per ritorsione.

From: Christian Rocca <christian.rocca@ilfoglio.it>
To: luca sofri <sofri@mondadori.com>
Sent: Tuesday, February 13, 2001 1:04 PM
Subject: Re: Re: Re: Re: Re: No subject

Caro Luca, 
ma a uno normale – uno, per capirci, che taglia la pizza partendo dal bordo in direzione mozzarella – può piacere sia Gwyneth Paltrow che Angelina Jolie? Me lo chiedevo ieri sera mentre probabilmente tu aspettavi davanti al Plinius. Io sono andato a vedere “La tigre e il dragone”, ‘sto film che sta facendo impazzire gli americani. Boh. Bello è bello. Ma una volta questi erano considerati b-movie. Almeno così li definivano i critici. Io li chiamavo “film di karatè”. Lo sai no? Quindici anni fa i film si dividevano in 1) film western detti anche film di indiani; 2) film di guerra; 3) film gialli; 4) film di ammazzatine; 5) film di spadaccini; 6) film americani in bianco e nero; 7) film di karatè detti anche film di brus lì; 8) film di Dario Argento; 9) film di 007; 10) film di pelo. La Tigre e del dragone è genere 7, in più volano. Sì, volano. Come i super eroi dei fumetti, e come quelli di Matrix. Poi combattono con le spade e a un certo punto c’è una scena che sembra copiata da Ombre Rosse di John Ford. Sullo sfondo, come nei romanzi di Mishima, c’è l’etica del samurai, l’onore del guerriero. Se fanno un sequel prendono Taricone.

Aprile 2001

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Okefenokee
Sent:

Caro Christian, parlando di ragazze, la ragazza che mi piace di più, dopo la ragazza che mi piace di più, si chiama Femi Oke. Fa le previsioni del tempo sulla CNN, non so di dove sia prima di essere americana, forse nigeriana, forse si chiama Femi Oke e basta. Muove nuvole e tornado con una goffa grazia impegnandosi seriamente a mettere ogni cosa al suo posto e ha un’aria mortificata quando il risultato mette a rischio i weekend. Ma è al tempo stesso fatalista nei confronti del grande disegno meterologico e con garbo imbarazzato restituisce rapidamente la linea ai conduttori del notiziario, per non disturbare. Mi piacerebbe portarla a casa e presentarla ai miei, Femi Oke – non fosse per alcuni impedimenti – e sentirmi in un Indovina chi viene a cena? rovesciato, con la mia mamma che le chiede che tempo farà domani, tra il dolce e il caffè. Chissà se usa l’ombrello. Conosci nessuno che mi possa invitare a una festa dove c’è anche lei?

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Anchorgirls
Sent:

Caro Luca, che cos’è questa svolta intimista? E’ andato male il weekend? Sei single da troppo tempo? Provo a risponderti: alle feste hanno smesso di invitarmi, però c’è un tipo che un incontro con Femi – un “date” direbbe lui – potrebbe organizzartelo. Si chiama Pierluigi Diaco, fa il giovane Dj e parla molto di sé: stai tranquillo che conosce Ted Turner. Comunque io non guardo mai le previsioni del tempo, non ci credo, mi sembrano stregonerie, e non capisco questa ossessione degli americani (anche degli inglesi però) per i weather report. Che poi gli unici Weather Report che mi interessano hanno le maiuscole e suonano Birdland. Come te, invece, guardo le giornaliste dei Tg. Ecco la mia short list, direbbe il tuo amico Luttazzi togliendola di bocca a Dave Letterman: 1) Annalisa Spiezie del Tg5; 2) WXWXWW 3) la biondina di Sky news; 4) la bruna con gli occhi neri del Tg3; 5) la prima che sostituirà Lilli Gruber. Detto ciò, indovina chi porterei a cena dai miei? Quella modella che nella pubblicità di Versace sta sdraiata e mostra di sé soltanto il culetto nudo. Non per vedere la faccia dei miei, ma la sua, eccheccazzo!

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Re: Anchorgirls
Sent:

Caro Christian,
delle ragioni che mi fanno seguire le previsioni del tempo ti ho detto. Non so se abbiano tutti un debole per la stessa ragazza, o se si tratti di una sorta di convenzione sociale tra un certo rango di persone, quelli che controllano che tempo fa a Tokyo, che rifiutano il pasto sull’aereo e che hanno tutti i cd del Buddha Bar. Che per il pasto sull’aereo non hanno tutti i torti, quello dell’Alitalia potrebbero usarlo per l’innevamento artificiale nelle località sciistiche. Facci caso, esiste cibo più sprecato al mondo, a parte quello con cui nutrono Morgan dei Bluvertigo? Ci ingrasserebbe il Senegal, con la roba che buttano via le compagnie aeree. Credo che nemmeno le leggendarie ruspe che spappolavano la frutta siciliana in sovrammercato arrivassero a tanto. Chissà se succede ancora: ne sai niente, tu che sei del posto e possiedi sicuramente degli aranceti? (rispondimi con comodo, quando hai finito la cassata).

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Re: Re: Anchorgirls
Sent:

Caro Luca, possiedo un aranceto ma non mangio arance (fanno troppo bene): sarà per questo che non mi mandano le ruspe?
Mi interrogo anch’io da anni sul cibo plastificato che danno sull’aereo, ma non ho mai visto nessuno che rifiuti la sbobba, anche se sono le quattro del pomeriggio e gli scodellano un’insalata gamberetti, tonno e cetrioli. Che poi ha lo stesso sapore della torta di mele che ha divorato su un Milano-Helsinki di due anni prima. Una volta, in volo verso le Maldive (sì, mi spiace deluderti, ci sono stato e mi sono pure piaciute), avevo appena preso sonno, quando una hostess mi ha portato delle scaloppine ai funghi. Erano le cinque del mattino. Mi sono guardato intorno e tutti mangiavano di gran gusto. Boh. A me piacciono le tratte transoceaniche per i film in anteprima. Infatti sono invidioso di una mia amica che ha già visto Almost famous. Tu che ne sai?
Un’altra cosa: devi leggere assolutamente “La versione di Barney” prima delle elezioni del prossimo mese, ti inizierà al politicamente scorretto e ti tornerà utile nel segreto dell’urna.

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Wilma dammi la clava
Sent:

Caro Christian,
altro che deludermi, io alle Maldive ci traslocherei (c’è campo?): dici che il clima è adatto per Femi Oke? Lei lo saprà senz’altro, comunque. Almost Famous l’ho appena visto in una versione pirata ignobile scaricata dalla rete. Ogni tanto si vedeva uno spettatore alzarsi e andare in bagno, però mi è piaciuto lo stesso e tornerò a vederlo. Dopo cinque minuti il bambino mette su Tommy della sorella e comincia a sfogliare una serie di copertine di dischi da commuoversi, ma non voglio rovinarti la sorpresa. Sulla versione di Barney (dici che nel segreto dell’urna ci si annoia parecchio, eh?) l’altro giorno mi sono giocato una battuta su Fred Flintstone, convinto di essere spiritosissimo, ed è venuto fuori che anche quella stava già nel libro e ho fatto la figura del pirla. Quindi credo che non lo leggerò. E poi piace solo agli uomini e quindi non mi torna buono con Femi Oke, che mi sembra più un tipo da concerto dei Blur (vincitori morali della contesa con gli Oasis, sarai d’accordo) o di Lenny Kravitz (vincitore morale della contesa con Gianni Bella, ma il dato è più controverso).
Ad ogni modo, se davvero hai voglia di sentire questa storia, io invece leggerò per l’ennesima volta Il giovane Holden – che poi è un po’ Barney da giovane – e al diavolo le celebrazioni del cinquantenario e compagnia bella: quello è il più fenomenale libro che sia mai stato scritto, parola mia. Roba da restarci secchi.

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Rock
Sent:

Caro Luca, così non vale. Io voglio sapere tutto di Almost Famous. Voglio quei dischi, voglio quelle copertine, voglio quel film. A patto che non ci sia neanche una nota di Elton John. Davvero. Perché, vedi, il vulnus, come direbbe Bossi, è proprio questo: ti fanno i film sulla tua infanzia, sui tuoi dischi, sui tuoi cantanti maledetti, sulle zampe d’elefante, sui deliri pschidelici, e poi e poi ci mettono Elton John. Uno ha passato l’adolescenza a pane e King Crimson, a merende e Genesis (fino all’uscita di Peter Gabriel, ovvio), a paletta e Rolling Stones e poi tutti gli altri; ha sopportato che gli amici lo guardassero male e che alle feste non si divertisse perché c’era Donna Summer e il Giocagiué, ecchecavolo questo poverocristo ora si sarà guadagnato il diritto a un film su misura o no? Certo, poi, con gli U2 e i Rem, li abbiamo fregati, ma c’è sempre un Lionel Richie dietro l’angolo ricordatelo. Grazieaddio Mojo di marzo aveva in copertina Genesis e King Crimson. O è una mia allucinazione? Sai, l’altra sera, sul satellite, ho rivisto il “live at Pompei” dei Pink Floyd. Pazzesco, ancora oggi. Preso da un botto di nostalgia, ieri ho comprato da un rigattiere una specie di grammofono da gita in campagna: marca Lesaphon, o qualcosa del genere. Funziona, anche se qualsiasi disco suona come in un film di Pupi Avati. E ho deciso di far riparare anche il mio vecchio Brionvega, quello molto anni 70 con le due casse a forma di cubo. Baci e saluti a Femi (che se s’intende davvero di tempo saprà spiegarti l’inenarrabile incipit di “Pioverà” di Peppino di Capri: “Habibi ene’, tra i pomodori sto pensando a te”).

Maggio 2001

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Macchine di scrivere
Sent:

Caro Christian,
altro che Moulin Rouge, ho assistito a un evento formidabile: il circo delle macchine da scrivere. Succede questo, che in Italia l’esame per diventare giornalista professionista comprende una prova scritta da svolgere con la macchina da scrivere. Tu lo saprai perché l’hai fatto, ma io ci sono rimasto di stucco è un barbatrucco. Nel 2001, con una probabilità di dover usare mai una macchina da scrivere pari esattamente allo zero per cento (0%), e con una generazione di esaminandi che in buona parte non ha mai avuto motivo di usarla, l’esame richiede l’esplorazione di una cantina – propria o di un collega anziano – alla ricerca di una-macchina-da-scrivere. Che senso ha? Nessuno, pensavo, ma mi rimangio la parola dopo aver partecipato a una spettacolosa simulazione dell’esame organizzata dall’Ordine dei Giornalisti. Cento praticanti tra i venti e i trentacinque che arrivano con arnesi raccolti chissà dove e nel giro di cinque minuti sono o attorcigliati nel nastro, o impiastricciati di inchiostro, o a chiedere aiuto in giro. Guarda che non è mica facile cambiare il nastro: devi sapere che va cambiato il nastro, per esempio. E poi non troviamo lo zero, non abbiamo idea di come si vada accapo, dobbiamo picchiare sui tasti e sbrogliarli quando si aggrovigliano, non sappiamo come si spezza una parola (e soprattutto perché). Cattiveria pura, poi ti chiedi perché i giornalisti diventino così stronzi: ma uno show fantastico. All’esame da notaio si va con pennino e calamaio? Per fare l’odontoiatra ti presenti con una tenaglia? Forse sì, mi voglio informare. Ieri ho visto questo film che si chiama “Scoprendo Forrester”: c’è un ragazzo di sedici anni che ha sempre scritto a mano, e all’improvviso si trova davanti a una macchina da scrivere e parte a battere a raffica come se l’avessero allattato con il bianchetto. Je volevo menà. Hai sentito il cd nuovo dei REM?

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Macchine per scrivere
Sent:

Caro Luca, 
ti prego: macchina per scrivere, anche se macchina da scrivere è entrato nell’uso comune (ma a quando la macchina già scritta?). Io, comunque, non la so usare e al mio esame ho scritto prima a mano e poi ho ricopiato in bella con la macchina. Ci ho messo un casino, specie al pit stop per il cambio del nastro. Vincino, anni fa, ha provato a farne a meno e ha presentato un tema fatto di vignette e cartoni. Non hanno gradito. Meglio, molto meglio di un esame di Stato è la procedura per ottenere la licenza di guida ai Caraibi: basta scucire 30 dollars, cash of course e sull’unghia (ma che vuol dire sull’unghia?). Sono appena tornato da Anguilla, isoletta delle Sopravento. Nella quiete delle Indie occidentali mi sono riproposto di dare un consiglio agli amici più cari: usate i bagni degli handicappati. Sono i migliori. Spaziosi, poco frequentati, con quel bel cessone alto, ché se ti siedi ti senti un Re e anche un pizzico orgoglioso. E, poi, quel maniglione laterale ma perché non ce lo fanno anche a casa? Insomma è come viaggiare in business. Pensaci, tu che guardi sempre Satyricon. Il nuovo REM, non l’ho sentito, com’è?

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Eggers
Sent:

Caro Christian,
ti vuoi pure fregare i bagni dei disabili? Poi dicono la destra. Il nuovo dei REM è come i vecchi dei REM, ovvero una meraviglia. Un disco molto coraggioso. Potevano cambiare del tutto genere, fare un cd intitolato “Guy E” di musica ipnotica, farraginosa e strumentale e vendersi come grandi innovatori e tutte le copertine sarebbero state per loro. E invece hanno voluto sfidare tutti e fare un bel disco dei REM del tutto prevedibile. Esce tra pochi giorni, come un libro per cui vado altrettanto matto (l’ho letto in inglese l’anno scorso, chissà che ho capito), “L’opera struggente di un giovane genio”, in cui un newyorkese di ventisei anni racconta vicissitudini e tragedie familiari con gran leggerezza e ironia. Scrive come un drago e ha un sacco di belle idee confuse, note, salti di palo in frasca, riflessioni di riflessioni: “L’autore desidera anche riconoscere la sua propensione all’esagerazione. E inoltre, la sua propensione a spararle grosse per farsi bello”. E poi volevo dirti: macchina-da-scrivere, macchina-da-scrivere, macchina-da-scrivere, tiè.

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Re: Eggers
Sent:

Caro Luca, 
mi provochi? Accetto la sfida. Sui Rapid Eyes Movement posso scrivere a occhi chiusi. Fino a Lifes Rich Pageant, i Rem erano riconosciuti come uno dei pochi gruppi al mondo che riusciva a migliorare album dopo album. Poi, ammettilo, si sono un po’ fermati. Sempre dischi ottimi, ovvio. Canzoni bellissime, posti alti nelle hit parade. Ma un po’ uguali a se stessi. Soltanto con Automatic for the people, New adventures in hi-fi e Monster hanno provato a cambiare un poco. Io ora sto ascoltando Anja Garbarek in segno di rispetto a suo padre Jan; la colonna sonora di Scoprendo Forrester (Miles Davis, Bill Frisell e Ornette Coleman) per starti dietro; e Jocelyn Pook su consiglio di Peter Gabriel e di Stanley Kubrick che l’ha scelta per Eyes wide shut (Eyes wide shut, altro modo per dire Rapid Eyes Movement, tié).
Un’ultima cosa, anzi un problema: ricevo per lavoro centinaia di mail il giorno (il giorno, non al giorno; per scrivere, non da scrivere). Molte sono da cestinare, ma tant’è. All’inizio ne facevo un punto d’onore: leggerle tutte e magari rispondere. Faticosissimo. A un certo punto pensavo di aver trovato la soluzione grazie a un tackle scivolato salva-coscienza del direttore di Esquire.com: fregarsene e cancellare senza neanche aprire. Poi mi sono messo a leggere Herzog di Saul Bellow, ed eccomi innamorato del protagonista grafomane che scrive lettere a tutti. Preso dal rimorso, scriverei anche a Umberto Bossi (per manifestargli il mio Sicilian pride, però). Per fortuna, ne converrai, non tutte le mail sono nocive: per esempio ci sono quelle deliziose che ci arrivano da quando abbiamo iniziato questa rubrica. Anche tu ne ricevi di carine?

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Lettrici
Sent:

Caro Christian,
aspetta un momento. Vuoi farmi capire che tu ricevi delle e-mail dai lettori di Max (deliziose, per giunta!)? E quante, di grazia? A me non ha scritto nessuno in due mesi. Due puntate, zero messaggi. Perché scrivono a te, scusa? PERCHÉ SCRIVETE A LUI? Ti parlano di me, anche? No, comunque, meglio così, non avrei tempo di leggerli, e poi non me ne importa neanche granché, sono quasi sempre seccatori. Ti ha scritto Nina Moric? Ti ha scritto Giovanna Mezzogiorno? No, vedi. E allora chissenefrega, anzi, meno male che non mi ha scritto nessuno. Ah, sì.
p.s. ma quante, esattamente?

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Re: Lettrici
Sent:

Caro Luca, 
sei fortunato. Le e-mail anche quando sono deliziose possono fare davvero male. Ti racconto cosa è successo a un mio amico che ha scherzato col fuoco telematico: usciva con una ragazza, e invece di starsene tranquillo e buonino ha cominciato a corteggiarla con messaggi di posta elettronica, fingendo di essere un altro. Per gioco. E’ finita che questa l’ha lasciato perché si era innamorato di lui. Cioè di lui quell’altro. Insomma, forse i lettori di Max scrivono a me, ma in realtà vogliono te. O qualcosa del genere. Se ti può rallegrare, non mi ha ancora scritto la mia anchor-woman preferita, Annalisa Spiezie del Tg5. Ma io aspetto. Anche i primi exit poll.

Giugno 2001

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Esanimi esami
Sent:

Caro Christian,
c’è baruffa nell’aria, si avvicinano gli esami di maturità. Del mio ricordo due cose. Il professore di religione – un prete gran tifoso della Fiorentina e giustizialista che un giorno mi spedì dal preside solo perché alla sua domanda “dov’è il male?” avevo risposto “a Tillenia” – subito prima di inoltrarci al compito di matematica pensò di allentare la tensione con una freddura. “Sapete perché l’aria la mattina è fresca? Perché è stata fuori tutta la notte”. Che poi è vero. Una vera freddura. Comunque, poi mi ricordo anche uno dei temi del compito d’italiano. Tienti forte. Diceva, suppergiù, “Dite che cosa significa per voi essere cittadini del proprio tempo”. Gesù. La nostra generazione ha passato periodi tremendi, altro che guerre e sessantotti.

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: A Gagarin!
Sent:

Caro Luca, 
nella mia scuola si raccontava sempre del tema di maturità di un ragazzo qualche anno più giovane di me. Si chiamava Carlo e non era per niente in grado di scrivere tre temi in un’ora e poi venderne due, come Berlusconi. Non era in grado neanche di scriverne uno, a essere sinceri. E allora si portò dietro un bignamino con i temi già svolti. Gli capitò una traccia sulle scoperte tecnologiche e scientifiche. “Che culo, ce l’ho” disse sfogliando il bignami. E allora cominciò a copiare frasi sulla cagnetta Laika e su Yuri Gagarin, per concludere poi, profeticamente: “E chissà, di questo passo, un giorno arriveremo sulla luna”. Lo scrisse nell’84, copiando un libro del fratello datato 1961. Un genio. A proposito di 1961 e di geni, quell’anno finì la collaborazione tra Miles Davis e John Coltrane. Quei due, con Bill Evans, fecero “Kind of Blue”, il disco jazz “perfetto”. Spegni Napster e ascoltalo. Un giorno forse arriverai sulla luna anche tu.

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Re: A Gagarin!
Sent:

Caro Christian,
mi meraviglio che con il tuo background tu non abbia alluso a “The dark side of the moon” (ti do una dritta per far bella figura in società: il lato buio della luna è un po’ meno della metà esatta, perché la luna ruota sculettando un po’). Beh, senti questa: su internet ci sono diversi siti di squilibrati che sostengono che il disco dei Pink Floyd sia stato composto come colonna sonora del Mago di Oz. Giuro. Esibiscono coincidenze, parole che collimano, musica sincronizzata, e suggeriscono di provare a guardare il film e sentire il cd assieme. Io non mi azzardo, che poi magari divento dianetico o mi convinco che Bill Gates è l’anticristo. Tra l’altro sto sentendo il cd nuovo degli Air, che sono parecchio lunari e anni Settanta pure loro. Ho costretto il mio parrucchiere o barbiere (ma un nome normale, se ti tagliano i capelli, non ce lo possono avere?) a metterlo mentre sottostavo alle sue volontà. Hai notato che nello specchio del barb/parr si viene sempre con la faccia da idiota? Tutti, anche Bogart e Marlon Brando. E un’altra cosa: capita pure a te di sentir vibrare il telefonino anche quando l’hai lasciato a casa? Sono già dianetico, dici?

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Roth
Sent:

Caro Luca, 
ti ci metti anche tu? Ora mi misuri i metri quadri della Luna, domani mi spiegherai che per non far sgasare la coca cola devo infilare un cucchiaino dentro la lattina. Sono cose da ingegneri dianetici, e tu non hai nemmeno lasciato Nicole Kidman né suoni il piano come Chick Corea (ma se balli come Tony Manero sono disposto a ritrattare). Ieri è stata una giornata balorda. Sono stato in uno di quei ristoranti fighetti che invece di darti una pastasciutta ti obbligano al menu degustazione con 18 mini portate, che dopo tu spendi 100 mila e poi devi comunque passare da un McDonald’s per sfamarti. Ce l’ho anche con la Paulaner che ha fatto una bottiglia di birra (Salvator 2000 si chiama) da 225 dollari; io volevo comprarla ma la birra non mi piace e quindi devo trovare un altro modo per buttare via mezzo milione in cose meravigliosamente superflue (suggerimenti?). Cazzo, ma quando lo inventano un telecomando che passi attraverso i miei piedi e i corpi delle donne? Sta’ attento a quella cosa revisionista sui Pink Floyd, io mi sono già fatto fregare da una mia amica alla quale avevo regalato “My favorite things” di John Coltrane. Lei l’ha sentito e mi fa: “Bella, la cantava Julie Andrews in Tutti insieme appassionatamente”. Porcamiseria era vero. Meglio cominciare a leggere “La macchia umana” di Philip Roth (“per me numero 1”, diceva Dan Peterson). Macchiare, bada bene, era una della favourite things improprie dell’umano Bill Clinton.

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Il fratello di Sebastian Coe
Sent:

Caro Christian,
che tu voglia far passare un telecomando attraverso i corpi delle donne getta una nuova luce sulle tue perversioni erotiche: ti facevo più morigerato. Il libro di Roth l’avevo comprato nell’edizione americana, perché sedersi a un tavolino di un bar del centro con un libro in inglese fa piuttosto figo. Infatti non l’ho ancora letto ma è tutto macchiato di gin tonic. Vorrei fare lo stesso con il nuovo libro di Jonathan Coe, ma me lo ha prestato mio fratello e non glielo posso rovinare, quindi mi toccherà leggerlo. Magari mi piace: quello di prima, “La casa del sonno” è uno dei miei preferiti. Ho scoperto che va fortissimo con le ragazze: ovvero, tu glielo regali, e a loro piace un sacco. Per ora ho scoperto solo questo. Ti tengo informato.

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Elezioni
Sent:

Caro Luca, 
questa cosa del telecomando non è una pratica erotica, è una cosa seria: mi serve un aggeggio che funzioni anche quando le donne passano e ripassano davanti allo schermo.
In questi giorni vado a prenotare per le vacanze. Mi dicono che quest’anno è un casino: pare ci siano un sacco di italiani pronti a fare le valigie dopo il risultato elettorale del 13 maggio. Il problema è che poi ritornano. E sono costretti a mettersi in coda, come tutti gli altri (come me, ma io sarò meglio posizionato). La coerenza non è necessariamente un valore (lo scrivo perché sono davvero convinto che non lo sia). Guarda David Byrne: ha sciolto i Talking Heads e poi fa questo “Look into the Eyeball” che è il più talkingheads dei suoi dischi. Io vado a Formentera (e poi in Sicilia). Se vuoi raggiungimi, e non ti portare “La casa del sonno”, lì si dorme poco ma scoprirai lo stesso che cosa piace alle ragazze.

Luglio 2001

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: O Manu Ciao Manu Ciao
Sent:

Caro Christian, ora che il paese è libero dalla dittaura delle sinistre, si può dire che Manu Chao ha stufato? Non è che uno può indovinare un bel disco, rimasterizzarlo con i titoli cambiati e il solito “ting!” tutto il tempo, dire che andrà a Genova per il G8, e diventare il portabandiera del disagio giovanile e della ricerca musicale, no? Allora tu cosa dovresti essere? Due anni fa suonava la notte, a sorpresa, in piazza del Duomo, o sui marciapiedi di Milano e lo intervistavi solo se ci facevi amicizia a forza di canne: quest’anno se lo sono mangiato le copertine e le vetrine dei negozi del centro. Più dice che ha fatto un disco intimo e personale e più il marketing lo vende come il ribelle Manu Chao (con quel nome che sembra “Minchia Sabbri”, poi). Pare che parli Jim Morrison, che per incidente è morto trent’anni fa. L’incidente non fu stradale, come ricorderai. In memoria, piuttosto che guardare The Doors di Oliver Stone (una palla: sai che ora che siamo liberi dalla dittatura delle sinistre quasi quasi ti dico anche che Oliver Stone è una chiavica, salvo JFK dove si è trovato tutto già fatto?), ho scoperto una versione di Light My Fire cantata soul da Al Green, che è stata una vera sorpresa e ti consiglio. In cambio dimmi la tua sul G8, che ho le idee confuse.

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Re: O Manu Ciao Manu Ciao
Sent:

Caro Luca, ho la soluzione contro Manu Ciao o come minchiasabbri si chiama: affidarlo alle cure di Tony Soprano. Altro che ting gli fa lui Ma vuoi davvero sapere la mia sul G8? Sul serio? Eccola: il G8 è la riunione più democratica del mondo e qualcuno prima o poi dovrà spiegare ai manifestanti dell’antiglobalizzazione che stanno sbagliando bersaglio. Sempre che sappiano contro cosa protestano. A me il popolo di Seattle sembra come La Pantera raccontata da Gabriele Muccino in “Come te nessuno mai”: voglia di far casino, canne e ragazze insomma perfetto e condivisibile se non aggiungessero tutti quei “cioè, perché noi siamo contro le privatizzazioni, no? contro, cioè, questa società che vuole omologare le nostre coscienze”. Così come agli studenti non gliene fregava niente della scuola, questi di Seattle non hanno mai assaggiato il lardo d’Arnaud. Invece che tirare sassi contro i capi di governo, dovrebbero farseli amici. Dovrebbero fare proposte, scendere a patti, e capire che quelli del G8 sono i loro rappresentanti, non gli avversari. E poi, comunque, se proprio vuoi battere gli avversari devi fare come Allen Iverson dei Sixers di Philadelphia: lo sai no?, prima di scendere in campo e farsi un solo boccone dei Lakers, negli spogliatoi si fa fuori due Big Mac menu. Large, credo.
P.S. Che ne sai di questo Joe Henry, cognato di Madonna?

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Joe Henry
Sent:

Caro Christian, un giorno che non so del 1992 me ne andai da Pisa in un posto che si chiama Finale Emilia a vedere un concerto di Joe Henry: il posto si chiamava “dance hall” o qualcosa del genere, e pareva la “sala grande del Palace Hotel” dei Blues Brothers, c’era pure la palla con gli specchietti. Eravamo in cinquantasei, compreso Joe Henry che allora faceva un rocchetto di ballate dylaniane abbastanza di repertorio, ma con canzoni molto belle (per sentirle ero andato fino a Finale Emilia, con la Uno).
Beh, ha fatto un cd nuovo di cui tutti parlano perché c’è una canzone che aveva prestato a sua cognata per il suo ultimo disco. Ma la sua versione è mooolto più bella, e tutto il cd è una favola e molto più raffinato e jazzato, con musicisti di cui tu sei più esperto di me. Ornette Coleman, Brad Mehldau e compagnia. Ti dico il titolo della prima canzone. Ti ricordi di Richard Pryor, quel comico nero famoso da noi per la serie Non guardarmi non ti sento? La canzone si intitola “Richard Pryor si rivolge alla nazione”. E non ho ancora visto i Sopranos. Quando lo danno? Vado a farmi un Big Mac.

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Van Wick
Sent:

Caro Luca, appunti sparsi: 1) ci tengo a precisare che preferisco i Burger King ai McDo. Non dimenticherò mai il mio primo “New-double-cheeseburger-with-bacon-de-luxe”. 2) sto per andare a New York a verificare come diavolo si pronuncia il nome della strada, Van Wick expressway si chiama, che congiunge l’aeroporto Kennedy alla città: fan weik o fan waik o fan wik? Pare che sia un caso in città, almeno così scrive il New Yorker. E il bello è che anche gli eredi di Van Vick, che fu il primo sindaco di New York, litigano sulla pronuncia. 3) visto che ci sono, indagherei sui motivi che hanno portato la Nba a cambiare lo slogan del basket da “I love this game” a “It’s all good”, che sembra una canzone di quelle facili degli U2. 4) a proposito di chi non ne azzecca mai una: oltre a Oliver Stone un altro è Gore Vidal. Entrambi cercano sempre un Licio Gelli che muove i fili della Storia. E prendono cantonate. In “L’età dell’oro”, il suo ultimo libro, racconta la politica americana del Dopoguerra piena di intrighi e complotti. Però è perdonato perché scrive da dio ed è pure nato a West Point. 5) I Soprano li puoi vedere il sabato sera intorno alle undici e mezzo. Un orario da veri criminali. 6) se vieni con me a NY ti porto in un negozio dove so che vendono l’ultimo ritrovato della tecnologia: un vibratore dotato, come ben si dice in questi casi, di lettore Mp3.

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Dove volano gli Eagles
Sent:

Caro Christian, vengo se mi porti anche nel negozio per cani omosessuali. L’ho letto su Vanity Fair, si chiama Argos. Voglio assolutamente sapere come si riconosce un cane omosessuale. Seconda condizione, voglio vedere Swordfish, un film che pare sia piuttosto stupido ma con un John Travolta eccezionale (e una colonna sonora messa insieme dal re dei dj di questi tempi, Paul Oakenfold). E infine voglio che torniamo in tempo per il primo concerto degli Eagles in Italia. Non erano mai venuti in trent’anni, ma ora che è finita la dittatura delle sinistre è tutta un’altra vita. Sono a Lucca il 14 luglio, e se fanno Hotel California credo che potrei commuovermi. La registrai la prima volta su una TDK di quelle verdi, modello del 1979. Ma la mia canzone preferita degli Eagles è di Tom Waits e si chiama “Ol’ 55”: parla di tornarsene a casa all’alba dopo aver passato la notte a casa di una ragazza, e ridendo e scherzando. Tom Waits, altro che Minchia Sabbri.

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: A part of it
Sent:

Caro Luca, vuoi andare a New York e subito tornare a casa? Soffri di saudade come Edmundo? Allora ti consiglio la lettura dell’ultimo Milan Kundera, “L’ignoranza” s’intitola. E’ una specie di saggio travestito da romanzo sull’insostenibile nostalgia di cui soffrono gli esuli dell’ex mondo comunista (tu sei un po’ comunista, no?). Scappati da quei regimi, hanno trovato grande accoglienza in Europa e specie in Francia, ma una volta caduto il Muro e tornati a casa si sono sentiti esuli in patria e non più bene accetti nei paesi d’adozione. Insomma come Stallone in Rambo. A proposito di omosessuali, sai che a New York ha chiuso la storica libreria gay “A different light”? La comunità è in subbuglio: c’è chi è disperato e chi invece sostiene che questo è un segno della fine del ghetto. Quanto ai cani omosessuali, secondo me si riconoscono davanti alla scodella dell’acqua: se bevono con il mignolo della zampa alzata, stai sicuro che sono gay.
P.S. Va bene tutto, ma se andiamo a New York insieme, si va anche nei topless bar.

Agosto 2001

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Cosmopoliti
Sent:

Caro Christian, oggi resto in camera, col cartello di non disturbare appeso alla maniglia. I due concerti a cui mi hai portato ieri sera mi sono stati fatali. Qui a New York sparano un’aria condizionata da pinguini e mi sono ammalato. Tra l’altro, nella hall del mio albergo – che devo per forza attraversare per uscire – ci saranno sei gradi: secondo loro fa figo, perché hanno letto Glamorama di Bret Easton Ellis e lì si gelava in tutti i locali e si ordinavano sempre dei Cosmopolitan. Ho provato pure quello, è una specie di sciroppone di mirtillo con un po’ di vodka al limone. Quando se la vogliono tirare davvero, ci mettono a galleggiare una violetta. Certo che sono dei deficienti, sai che notizia. Forse più tardi esco dalla scala antincendio, e ci vediamo da Starbucks.

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Mance
Sent:

Caro Luca, io sto all’Hudson, a Columbus circle, è l’ultimo albergo disegnato da Philippe Starck. E’ molto bello, anzi molto hip, come dicono qui. E non è neanche carissimo, se non ci fosse l’imbroglio. Lo sai no? In tutta New York funziona così. Ti dicono che una stanza costa cento, poi però devi tippare (non pippare, come in Glamorama, “tippare” da “tip”: mancia). Appena arrivi devi dare due dollari al tizio che ti apre lo sportello del taxi. Uno che sembra uscito da Milanovendemoda. Poi un altro paio di dollari a quello che ti apre la porta dell’hotel, e 3 o 4 all’altro che ti porta in camera le valigie. La mattina dopo, devi lasciare 3 dollari alla donna delle pulizie che peraltro non è una donna delle pulizie normale ma gira vestita di Prada. Ogni giorno così. Capisco perché resti in camera.

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Rieducational channels
Sent:

Caro Christian, il vero motivo per cui resto in camera è VH1, il canale televisivo di documentari sulla storia del rock 24 ore su 24. Lo sapevi che Gary Glitter fu condannato per pedofilia? Anche qui al Paramount sono vestiti come elegantoni delle pompe funebri. Tra l’altro, voglio darti una dritta, secondo me il mondo della moda è pronto per un uovo di colombo: le scarpe una diversa dall’altra. Non mi stupirei.

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Caffè Tina
Sent:

Caro Luca, vediamoci in Mercer street, a Soho, e facciamo colazione al Caffè Tina. Ho conosciuto il proprietario, è un italiano. Dice che il bar è frequentato da Julia Roberts, Brad Pitt, Matthew Broderick, Sarah Jessica Parker e mille altri così. Io da giorni faccio la posta, ma vedo sempre una ragazza di Cesenatico: sbaglierò orario. Ieri notte mi sono accorto che il sindaco di questa città, Rudy Giuliani, è un gigante del pensiero occidentale. L’ha ripulita ed è diventata la metropoli più sicura del mondo. Ma intorno al 20 luglio, non può fare una capatina a Genova?

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Re: Caffè Tina
Sent:

Caro Christian, non le dire troppo grosse su Genova, per favore. Comunque ripulita è la parola giusta, pare si sia avvalso di metodi piuttosto biechi e non credo che tutti ne siano felici. Ma i risultati per noi ricchi si vedono. Puoi girare ovunque con queste Nike spaziali che vanno qui ora, le Air Hyperflight, e nessuno te le rapina. Devi avere un certo fegato lo stesso, però.

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Re: Re: Caffè Tina
Sent:

Caro Luca, quella su Genova era una battuta. Comunque Giuliani non è un mostro di destra, è stato rieletto con il 73 per cento dei voti in una delle città più di sinistra d’America. E’ un duro, come Clint Eastwood quando faceva l’ispettore Callahan. Come sai a me non piacciono quelli dai modi spicci, ma se ha fatto bene perché non riconoscerglielo? Tolleranza zero, invece, con un mio amico: Filippo Facci, che è di Monza e va in vacanza a Ponza. L’altra sera portava due Adidas diverse. E io lo sputtano.

Settembre 2001

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Duce de qua, duce de là
Sent:

Caro Christian, metti in borsa una maglia pesante, vieni via da quei posti fighetti di quarta mano tipo Formentera dove vai tu, che è come essere a Milano al bar Magenta in mutande, e vieni a Campo Imperatore, Gran Sasso. Non c’è un cane, solo rare gite parrocchiali, molte mucche e una montagna mai vista. Si dorme bene, al fresco, e se ti piazzi nell’albergo fascista in cima alla seggiovia ti mostrano tale e quale la stanza dove dormiva il duce sorvegliato da duecento carabinieri, in questi giorni nel ’43. L’avevano sballottato da Roma a Ponza alla Maddalena e poi quassù, dove passava il tempo rimuginando sulla sua gloria perduta. Lui pensava di essere finito, l’avevano destituito con uno schiocco di dita senza che sospettasse nulla e aveva pure sessant’anni, e invece arrivarono i tedeschi dal cielo e se lo portarono via: gli toccò farsi un altro anno e mezzo di repubblica di Salò. L’avessero lasciato buono imbriccato quassù, oggi sarebbe un tranquillo signore di 117 anni, altro che piazzale Loreto. Mi sono sdraiato sul suo letto, aveva un plaid ispido e pesante, porterà sfiga?

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Formentera
Sent:

Caro Luca, permettimi di odiare la montagna, ché quella sì che è roba da fighetti veri. A me piace il mare, e Formentera è imbattibile, nonostante quest’anno sia arrivato un mucchio di gente con gli zaini griffati dei tour operator. Nell’isola, poi, c’è in ballo una gara importantissima. Dicono che sia il campionato più bello del mondo. Funziona così: prendi tre punti se concludi con una ragazza, ma soltanto se concludi davvero. Due punti, invece, se il rapporto è di quelli che un presidente americano definisce “impropri”. Un solo punto, che serve pur sempre a smuovere la classifica, lo prendi per qualsiasi altro tipo di contatto fisico. I soliti vitelloni in trasferta, dirai tu. No, c’è anche una copertura culturale. La trovi in un libro di John King uscito in Italia qualche mese fa, “Cacciatori di teste”. C’è un gruppo di tifosi del Chelsea che riempie il vuoto tra una partita e l’altra con queste prodezze amatorie. A Formentera, in vantaggio c’è il mio amico Giuseppe con 26 punti in 15 giorni (1,8 punti di media, rischia quasi un impeachment il giorno). Ma sulla vittoria finale non ci scommetterei, specie se qualcuno decide di giocarsi il micidiale bonus da 10 punti. Il regolamento parla chiaro e li assegna a chi fa lo stronzo, in senso tecnico, nella borsetta di una ragazza.

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Re: Formentera
Sent:

Caro Christian,
sono sbigottito. Mi chiedo come abbiano potuto fare senatore a vita la Levi Montalcini invece del tuo amico Giuseppe. Qui sul Gran Sasso l’unica gara è il Quesito con la Susi della Settimana Enigmistica, ma io esibisco molto in giro le Nike Air Hyperflight che abbiamo comprato a New York. Sono così spaziali e strafighe che a Milano mi vergognerei ad andarci in giro: qui le mucche sono piuttosto invidiose ma non lo danno a vedere. Le deve aver disegnate un aficionado di Burning Man – le Nike, dico, non le mucche – quel bivacco di pazzi postfricchettoni che fanno ogni anno nel deserto di Black Rock in questi giorni. Ho letto che i fedelissimi si lamentano che la festa si stia un po’ imborghesendo, ma dev’essere una roba fenomenale. L’anno prossimo, Burning Man.

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Re: Re: Formentera
Sent:

Caro Luca, 
ascolta me. Non sei ancora in pensione, lascia stare le mucche e la montagna e vieni qui. E’ per il tuo bene che lo dico. Puoi portarti le Nike, se vuoi. Qui siamo tutti sì-global e nonostante in spiaggia si stia nudi, nudi davvero, le scarpe sono ammesse. Gli italiani, come al solito, sono dei fenomeni: costretti dalle usanze locali ad abbandonare il costumino firmato, si bardano di tutto punto tranne che lì, sul pisellino. E dunque: infradito Nike, orologione subacqueo, occhiali Prada e in testa la regolamentare bandana batik (anche se quest’anno è in calo, ed è un bene per il paese). Nudismo super accessoriato, lo chiamo io che non faccio punti né mi tolgo il costume. Io mi godo lo spettacolo.

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Palahniuk
Sent:

Caro Christian, fai bene a non toglierti il costume, che poi i commenti arrivano anche qui in Italia in un battibaleno e mi metteresti in imbarazzo. Se lì in spiaggia vanno di moda le competizioni erotiche a sfondo letterario, comunque, vorrei consigliarvi un libro che si chiama Choke, che ho appena finito di leggere. L’autore è Chuck Palahniuk (si pronuncia Polòniik, credo), quello che aveva scritto Fight Club, e la storia è altrettanto eccessiva e forte. C’è un giovane sessodipendente che frequenta centri di riabilitazione dove incontra un campionario di depravazioni sessuali spettacolare, con particolare attenzione alle inserzioni rettali e ai maniaci di sesso nel cesso dell’aeroplano. C’è un sacco di altre cose, nel libro, che lo rende formidabile, ma per voi ho uno dei personaggi che racconta l’emozione della sua prima masturbazione adolescenziale: “La prima pippa che mi sono fatto, fui certo di averla inventata io. Guardavo quel mio mucchietto di roba e pensavo: “con questo ci divento ricco”.”

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Cile
Sent:

Caro Luca, forse stiamo sboccando un po’ troppo. Credo che sia colpa del caldo e di questo ritorno della musica latinoamericana. Due palle così. La notizia positiva, in tempi di sproloqui sul Cile, è che il leader degli Inti-Illimani, Horacio Salinas, si è rotto pure lui di quei puebli unidi e di quei flauti andini. E ha lasciato il gruppo, come Jack Frusciante. Il mio amico Walter, invece, che è per metà siciliano e per l’altra di Santiago, è l’unico al mondo che se gli dài del cileno è felice come un bimbo. Figurati che va in giro con la maglia di Zamorano, uno che a tirar calci in uno stadio è peggio di Pinochet. E’ sempre così, quando si usano le parole come insulti: dà i del macellaio a Milosevic ma non ti accorgi che i macellai, come i cileni, esistono davvero. Ovvio che s’incazzino. Un’ultima cosa: in vacanza mi sono portato quattro libri (Un amore di Dino Buzzati; La macchia umana e The dying animal di Philip Roth; e In caso di disgrazia di Georges Simenon). Li ho scelti a caso tra quelli che dovevo leggere, e sai una cosa? Tutti e quattro hanno la stessa trama: un uomo anziano che perde la testa per una ragazza giovane giovane. Secondo te, quanti punti vale?

Ottobre 2001

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Autogrill
Sent: Monday, September 10, 2001

Caro Christian, hai poi letto il libro nuovo di Nick Hornby, quello di Alta Fedeltà? Io non ancora, e perdo tempo leggendo certe fesserie. Senti questa: “Per il 35 per cento degli italiani, l’incontro fatale con il partner avviene in autogrill. A dirlo è una ricerca dell’Istituto di psicologia psicanalitica di Roma”. E non era su Cronaca Vera (esiste sempre? Con quei titoli tipo “Violentata da un alieno mentre guida contromano in autostrada a fari spenti su una macchina rubata al figlio minorenne e tossicodipendente”); stava su Repubblica. Secondo loro, quindi, dovremmo credere che un italiano su tre pensa di incontrare l’anima gemella in autogrill (chissà gli altri due: al check-in dell’aeroporto? Alla lavanderia a gettone? In coda alle poste?). Uno invece pensa: A, mi prendono per il culo; B, speriamo che il mio analista non abbia studiato in quell’istituto; C, da domani, hai visto mai, tutti in autogrill.

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Hornby
Sent: Monday, September 10, 2001

Caro Luca, sì, ho letto “Come diventare buoni” di Hornby. Carino, si legge d’un fiato ed è come tutti i libri di Hornby: cioè sembra un programma di Fabio Fazio. Musica e calcio e telefilm e cartoni animati e merendine e pubblicità e videogames e incredibili Hulk e tutte quelle cose global che fanno commuovere i trenta-quarantenni di tutto il mondo. La protagonista è una donna di sinistra in crisi perché le cose della vita la portano a urlare “fanculo i senzatetto”. Se ci pensi, al congresso dei Ds sarebbe una mozione mica male. E’ strepitosa la classifica dei sopravvalutati, che Hornby fa compilare a due amici semi falliti che se la tirano molto: praticamente noi due (quando cominciamo a farla anche noi? EHI, DIRETTORE DI MAX, VORREMMO FARE L’ELENCO DEI SOPRAVVALUTATI DI TUTTI I TEMPI, POSSIAMO?). L’altra sera Hornby ha presentato il libro a Milano, io avevo propositi bellicosi perché sul Newyorker lui aveva criticato quel capolavoro che è “Kid A” dei Radiohead. E invece non ho fatto niente, sarò diventato buono? Tu dici che si cucca in autogrill? Qui a Milano il posto migliore è l’Esselunga di Viale Piave. Si incontra un sacco di gente, si sceglie lo yogurt, si chiacchiera e si finisce a parlar di surgelati rincarati.

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Psicopatici psicanalitici
Sent: Monday, September 10, 2001

Caro Christian, so che a Milano c’è una scuola di pensiero che sostiene che all’Esselunga di viale Papiniano si cucca di più che in viale Piave. Hai notizie sugli indirizzi di Roma? Comunque ho preso informazioni sull'”Istituto di psicologia psicanalitica di Roma”. Sull’elenco non c’è, su internet nemmeno. Viene fuori che si è reso responsabile nei mesi scorsi di altre due prodigiose ricerche. Secondo la prima “il peggio dei comportamenti dei padri viene fuori durante le vacanze”. Su questo risultato i media ottennero un parere persino da Michele Cucuzza. Ma occhio alla seconda: il 20% dei visitatori di musei italiani “ha consumato una fugace avventura erotica” durante la visita stessa. Segue una classifica dei musei deputati guidata dal palazzo del Principe Doria a Genova e dalla Pinacoteca di Brera. Largo all’immaginazione sul carattere delle fugaci avventure erotiche. Ora, le cose che uno pensa sono: A, mi prendono per il culo; B, l'”istituto di psicologia psicanalitica di Roma” è una stronzata inventata da qualche società di pierre per gabbare i giornali (B1, i giornali non vedono l’ora di farsi gabbare); C, domani comunque glielo chiedo, al mio analista, dove ha studiato. Ti lascio, che c’è il Napoli su Stream.

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Re: Psicopatici psicanalitici
Sent: Tuesday, September 11, 2001

Caro Luca, finalmente si parla di calcio. Lo sai no? Il campionato lo vincerà la mia Juventus, ma io sono triste lo stesso perché abbiamo perso il più forte giocatore del mondo. Non è Zidane. No, quello è bravino ed elegante ma il più forte giocatore del mondo è Pippo Inzaghi. Aspetta. Fermati. Non urlare. Provo a spiegarmi. Segnare un gol a 6 centimetri dalla porta è un’arte. Non è semplice, infatti gli altri non ci riescono. Gli altri calciano da 30 metri e indirizzano la palla giusto nell’angolino. Sai che bravura. E che ci vuole? Basta provare e riprovare in allenamento. I parvenu del calcio vanno in visibilio per quei tiri arcuati che girano girano girano e poi superano il portiere. I tifosi si spellano le mani ma, se ci pensi bene, sono gesti tecnici scontati. Tutti si allenano per fare gol così. Pippo se ne frega di queste sovrastrutture. Lui sta lì, famelico, pronto a catapultarsi col suo fisico di gomma verso il pallone. Con la nuca, col ginocchio, col tallone, con l’anca, con uno stinco, stai certo che l’ultimo tocco è il suo. Non sono neanche gol di rapina i suoi, sono gol di scippo. Ci vogliono rapidità, scaltrezza, imbroglio, capacità di cogliere di sorpresa la vittima. Pippo è una mosca tse tse, corre, capitombola, si aggrappa, spinge, ruba palla, è scoordinato. Io lo amo. Amo anche questi Sparklehorse che mi hai consigliato tu. Ma chi sono?

From: Luca Sofri
To: Christian Rocca
Subject: Sparklehorse
Sent: Tuesday, September 11, 2001

Caro Christian, una volta era tutto più facile: se c’era un nome e cognome, quello era un solista, e se c’era solo un nome bislacco, quella era una band. Oggi, per via delle mezze stagioni e tutto quanto, capita che c’è un nome di band e si scopre che fa tutto uno da solo. Vale per gli ottimi Bright Eyes di Conor Oberst e per gli 883 di quello lì, come si chiama. E vale per gli Sparklehorse, che sono Mark Linkous, e tutti i suoi strumenti e carabattole. Si fa aiutare da un socio che campiona suoni con un Macintosh G4 (dopo Mark Eitzel, sta diventando un vizio), o da Tom Waits che gli canta una canzone, o da PJ Harvey, che appare qua e là. Anni fa è stato assai malato e quasi per tirare le cuoia, ma ora sta benone e verrà in concerto in Italia. Spero che qualcuno ne parli, magari questo giovane deejay di RadioTre che si chiama Francesco Mandica e di cui tutti parlano benissimo. Se vuoi altri consigli, eccotene un intruglio: i nuovi dei notturni Mercury Rev e dei vivaci Beta Band. Gira alla larga da Bob Dylan e da Zucchero. Leggi “Kavalier and Clay” di Michael Chabon, che è quello che scrisse Wonderboys, e se ce la fai con l’inglese, “The Corrections” di Jonathan Franzen: gli americani ne stanno andando matti. E al cinema vai a vedere il film di Carpenter: me lo ha consigliato il direttore, quello che ci paga.
p.s. non ci crederai, pare che l’istituto eccetera esista.

From: Christian Rocca
To: Luca Sofri
Subject: Re: Sparklehorse
Sent: Tuesday, September 11, 2001

Caro Luca, vorrei parlarti di un sacco di cose: dell’inedito di John Coltrane appena uscito, di questo Michael Kimball che ha pubblicato un bel libro copiato pari pari da Faulkner, del Magnum double chocolate dell’Algida, ma non ce la faccio. Scusami davvero, ma il colesterolo mi sta dando alla testa. Sono appena stato a Bra, in provincia di Cuneo. Mi sono fatto due giorni incredibili a Cheese 2001, la fiera dei formaggi organizzata da Slow Food. Ho cercato di assaggiarli tutti, ma è stato impossibile. Ho partecipato a cinque “Laboratori del gusto”. Uno si chiamava “Formaggi e vini della Provenza”, un altro “Tome dal Rhone Alpes”, e poi “Formaggi rari”, “Formaggi del Nord della Germania” e uno spettacolare “Formaggi e birre”. L’unica cosa che non ho capito è questa: che ci facevano tutti quei militari in libera uscita davanti al seminario dal titolo “A tutta pecora”?

Novembre 2001

Caro Christian, la quattordicesima cosa a cui ho pensato, quel maledetto undici settembre, è quel sandwich bar al numero 4 del World Trade Center con i panini formidabili e le poltrone bislacche dove abbiamo mangiato un giorno tre mesi fa: era una catena e aveva un nome strambo che non ci ricordavamo mai. Avevamo riso del macchinoso sistema di ordini, consegna e pagamento dei panini, e anche lì ci era sembrato che gli americani mettessero a ogni impiego il doppio delle persone necessarie. Ho pensato che quella ragazza nera che si impiastricciava le mani nelle focacce avrà senz’altro avuto il tempo di venir via di là prima che le torri si scaraventassero a pezzi sopra quell’edificio più basso. La quindicesima cosa a cui ho pensato è che il Brooks Brothers lì di fronte – quello che hanno adattato a obitorio – è l’unico dei tre in città in cui non abbiamo comprato niente, invece. Anche quei commessi premurosi che ci rincorrevano offrendo aiuto dovrebbero esserla cavata, spero. La sedicesima cosa è stata la libreria Borders a fianco dove abbiamo abbandonato i libri su un bancone perché alle casse c’era troppa fila. Spappolato anche Borders. Poi ho smesso di pensare, perché mi intristivo.

Caro Luca, due mesi dopo september eleven a me viene quasi da ridere a pensare quello che dicevamo della zona delle Torri, il Financial district lo chiamano loro: è la più brutta di New York, dicevamo noi. Eppure proprio lì sotto, a un passo dalle Torri, ti eri chiesto quanto fosse figo abitare al 100 di West Broadway. Ti ho trattenuto a stento, stavi informandoti su quanto veniva al metro quadro. Ora sarà evacuato, quel palazzo con il numero civico tondo tondo. Hanno chiuso per un paio di settimane anche la Knitting Factory dove ascoltammo il concerto di Marc Ribot & i suoi cubani posticci che tu non conoscevi e poi ti meravigliasti del successo che ottennero a Umbria jazz un mese dopo. La Knitting sta a otto isolati da ground zero e la polvere e i detriti devono essere arrivati fin lì. E mi viene di nuovo da ridere a pensare al bar dove comprai due coke: c’era un adesivo giallo, sul muro dietro il bancone. Giuliani jerk, c’era scritto. Giuliani stronzo. Lo consideravano un fascistone per i suoi modi spicci contro la criminalità mentre per me (e molti altri) era il genio che aveva risanato la città. Ora che il sindaco è diventato l’Eroe, chissà se hanno tolto quell’adesivo. Secondo me sì.

Caro Christian, trovato: si chiamava XandoCosì, perché si erano fuse due catene con due nomi scemi per farne una con un nome superscemo. Poi non so perché mi devi sempre far fare la figura del cretino: Marc Ribot mi era piaciuto. Ti segnalo anzi che lui e una ghenga di altri portenti suonano nel nuovo cd di Chocolate Genius, un nero di Brooklyn che fece un disco formidabile un tre anni fa. Quello nuovo si chiama Godmusic e in Italia esce in questi giorni. Pare che la passeggiata di Brooklyn sia ancora tutto un tappeto di ricordi, fiori e omaggi al pezzo di panorama che non c’è più, lì di fronte, e alle persone sparite dalla foto. Mi sono perso il concerto di beneficenza in tv, com’era? Ma oggi vorrei essere là per vedere le finali del baseball, che si giocano in questi giorni. Spero che gli Yankees ce l’abbiano fatta: sono come la Juventus, ma faccio il tifo per loro lo stesso.

Caro Luca, dunque, la situazione concerti aggiornata è la seguente: il primo “Tribute to heroes” è stato fatto subito dopo l’attacco ed è andato in onda a reti unificate su tutti i network. Gli ascolti sono stati altissimi, quasi quanto quelli che faceva Taricone (A proposito di Taricone: ha consigliato al Pentagono di cambiare il nome all’operazione in Afghanistan: via “Enduring Freedom”, meglio “After shave”, cioè tagliamo ‘sta barba ai talebani, guaglio’). Ottimo è stato Neil Young che ha suonato al pianoforte Imagine, buoni Sting con Fragile e Springsteen e gli U2, poi una meravigliosa cover di Wish you were here dei Pink Floyd fatta da tre chitarristi, due dei Limp Bizkit’s e uno dei Goo Goo Dolls. Hanno raccolto 150 milioni di dollari, ed è in arrivo il disco. Il 2 ottobre c’è stato il concerto per le vittime e per John Lennon. C’era Kevin Spacey che ha cantato “Mind Games” e poi Lou Reed, Alanis Morrissette e altri (disco in arrivo). Il 20 ottobre Paul McCartney ha organizzato “The concert for New York”. Con la solita compagnia di giro. Con un disco in arrivo e il nuovo cd di Paul, “Driving rain”, già nei negozi.

Caro Christian, ho saputo che anche i Phish faranno uscire dei nuovi cd dal vivo: sei all’anno – tutti doppi – d’ora in poi. Lo so che ti pare una roba da pazzi, ma a) loro sono pazzi, e b) sono una band che ha fatto una quantità di concerti inimmaginabile, con un seguito di fans fedelissimi. Una grande jam session band, o una sorta di Grateful Dead contemporanei. Adesso si sono temporaneamente sospesi, ma sono dei musicisti straordinari e hanno fatto show di ogni tipo: per quello di fine millennio delle Everglades in Florida suonarono otto ore di fronte a 75 mila persone. Dal vivo fanno di tutto, e covers di chiunque: a volte suonano dal vivo tutto un disco di altri. Hanno fatto versioni live di Dark Side of the Moon, Quadrophenia e Remain in Light dei Talking Heads da far paura. E quanto alla paura, non so se sei tra quelli che leggono Stephen King o tra quelli che non leggono Stephen King, ma ti segnalo che è appena uscito un suo nuovo libro, che è il seguito del vecchio Il Talismano. E che è in America è nei cinema il film tratto da “Cuori in Atlantide”, con Anthony Hopkins. Ultima cosa, vedo con piacere che almeno oggi mi hai risparmiato Oriana Fallaci, il tuo ultimo guru.

Caro Luca, sai qual è la cosa che mi fa incavolare? Che ci scassano le palle con un sacco di storie: c’è troppa globalizzazione, gli americani ci hanno egemonizzato, la nostra bella cultura europea sta andando a farsi fottere, Hollywood e gli hot dog ci stanno facendo perdere la trebisonda, i reality show lì e la Coca Cola qui e McDonald’s eccetera. Dicono queste cose. Che magari sono anche vere. Eppure, in Italia non si riescono a vedere le tv americane. Ti pare possibile? Non c’è uno straccio di satellite, di pay-per-view, di pay qualsiasi cifra purché qualcuno ti trasmetta un tg di New York. Sì, c’è la Cnn, ma è Cnn International con gli spot sugli alberghi di Dubai e le previsioni del tempo dell’Africa subsahariana. Quella americana è un’altra cosa. Anche perché c’è Paula Zahn, una con la faccia alla Meg Ryan. Scusami la rabbia & l’orgoglio fallaciano: a proposito, quando esce in libreria l’ennesimo capolavoro di Oriana? Ti segnalo due cose: un disco di Charles Lloyd, sassofonista jazz, con Brad Mehldau (Hyperion with Higgins) e la figuraccia dei nostri amici di Starbucks: hanno presentato il conto di 130 dollari di acqua minerale ai rescue workers di ground zero. Poi si sono scusati, però.

Dicembre 2001

Caro Christian, sono dentro la rivincita dei nerds con quindici anni di ritardo. Nell’ultimo mese ho comprato i seguenti. Il nuovo iBook Macintosh che per ora mi sta facendo venire il mal di mare: il System X sarà anche straordinario (e per farlo non hanno violato tutte le leggi antitrust del mondo, se non altro), ma io tengo a portata di mano il sacchetto per vomitare. E la notte mi sogno di essere inghiottito da bolle colorate traslucide. Poi, il DVD. Figata, in molti film ci sono un sacco di optionals e scene accessorie che prima mi parevano una fregnaccia da fanatici: adesso passo il tempo a vedere Paul Newman e Robert Redford sul set di Butch Cassidy o a Il padrino con i sottotitoli in portoghese. Controfigata, tendi a comprare un film al giorno e non sai più cosa fare dei VHS, soprattutto quelli che hai comprato con le riviste. Infine, il lettore di CD portatile Samsung che legge anche i CD di mp3. Ottimo, anche se qualche volta fa il difficile con gli mp3 masterizzati sul Mac: adesso vado in giro con il lettore e soli due cd, 120 pezzi ciascuno (uno per quando sono di buon umore e uno per quando sono di buon umore, ma ho sonno). E fra poco esce il lettore mp3 iPod Apple, che pare un gioiellino. Del ferro da stiro e della lavatrice ti parlo un’altra volta.

Caro Luca, io invece sbandiero da un mese circa. E’ diventata una malattia, me ne rendo conto. Alla manifestazione in solidarietà con gli Stati Uniti sono andato con tre bandiere. Una, ovvio, americana. Un’altra: britannica. Una terza: israeliana (quella che mi hai regalato tu). Le prime due per motivi autoevidenti, per la terza purtroppo qui in Italia bisogna spiegare: Israele è l’unica democrazia da Gibilterra a Nuova Delhi (più in là, poi, è peggio). Per pareggiare i conti patriottici mi sono messo ad riascoltare un po’ di musica italiana. Roba vecchia, anche se so già che il nuovo di Elisa mi piacerà moltissimo. Dunque ho ripreso Rimmel e Bufalo Bill di De Gregori che ora hanno ristampato e rimasterizzato eccetera. Ebbene, sono fantastici. Veramente belli, ancora oggi. I testi, poi. Specie quando dicono: “Tra la vita e la morte/tra la vita e la morte/avrei scelto l’America”.

Caro Christian,
e mi ricordo infatti un pomeriggio triste, continua la canzone. E qui si fa la faccia pensosa. Vista la tua recente passione, ti ricordo anche “Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre l’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre”, malgrado piuttosto abusata. Il tuo messaggio mi ha convinto, e sono andato a comprare anch’io i primi De Gregori, “Alice non lo sa” e quello con “Dolce amore del Bahia”. Se esce un DVD di De Gregori dal vivo nei primi Ottanta, lo compro. Dopo, ha detto cose sbilenche e pubblicato un live all’anno. Niente da capire.

Caro Luca, e allora visto che ci siamo diciamole tutte sugli italiani. Guccini è insopportabile, tutto. E poi il Premio Tenco, che pretende di rappresentare la buona musica italiana, è una ciofeca. Quest’anno si è aperto ai giovani e ha omaggiato Sergio Endrigo. Io preferisco di gran lunga Sanremo, male che vada ti fai un sacco di risate. C’è poi la cosa più importante: il Battisti migliore è l’ultimo, quello che non ha venduto niente. Quello con i testi di Pasquale Panella (altro che Mogol!!!). Anche se mi rendo conto che in spiaggia è più facile canticchiare “le bionde trecce/gli occhi azzurri e poi/le tue calzette rosse” piuttosto che “assumi pose inesplose/e non ti pungi più/non fai più la raccolta/ di incanti ardenti ed arsi”. Ma vuoi mettere quel fantastico cd “La sposa occidentale”? Ora che ci penso è anche un inno alla superiorità della nostra civiltà sui burqa islamici.

Caro Christian, a costo di fare la figura del cerchiobottista, vorrei difendere l’inno a tutti gli sfigati del mondo, quel momento imbarazzante per l’umanità intera in cui lui dice “scusa, credevo proprio che fossi sola, credevo non ci fosse nessuno con te, scusami tanto se puoi, signore chiedo scusa anche a lei”. Io mi vergogno per lui ogni volta che lo sento. Anche se sono d’accordo con te che “Fatti un pianto” è artisticamente superiore. Uno dei momenti più alti della musica italiana, insieme alla musica di Twin Peaks di Angelo Badalamenti (tra l’altro, pare che sia molto bello “Mulholland Drive”, il nuovo film di Lynch, ancora con Badalamenti). Comunque, da Pasquale Panella, o da Stefano Bartezzaghi, o da uno psicologo del linguaggio, io vorrei capire finalmente qualcosa del misterioso fenomeno per cui metà della popolazione italiana quando deve dire Jovanotti, Trapattoni e Casarini, dice “Jovannotti”, “Trappattoni” e “Casarin”. Facci caso. Sto cercando di capire se sono sempre gli stessi.
p.s. a me “Autogrill” di Guccini piace.

Caro Luca, facciamo un po’ d’ordine sennò a furia di fare gli anticonformisti finiamo col dire meraviglie del Festivalbar. Dunque: è uscito anche il primo live dei Radiohead. Bello, breve e con un solo brano inedito. E’ sul genere dei due precedenti e quindi probabilmente non ti piacerà. Ti consiglio, al solito, anche un disco jazz: l’ultimo di Keith Jarrett, “Inside out”. Altre quattro cose flash. Un film: “No man’s land”. E’ una commedia tragica (si può dire?) sulla guerra in Bosnia. Con una formidabile accusa di inefficienza all’Onu. Due libri: “Piattaforma” di Michel Houllebecq, un genio della scrittura che dice cosettine tipo queste: “Bisogna tentare di pervertire i valori islamici e cercare di portarsi a letto le musulmane”. L’altro è “Note di Note – Parole per raccontare la musica”. Sono i deliri notturni di Filippo Facci, geniale giornalista-scrittore che ha raccolto i suoi scritti sulla musica in un libro per stupire le ragazze e cercare di portarsele a letto. Facci, per la cronaca, non fa distinzione di religione.

Gennaio 2002

Caro Christian, ma se tu fossi gay faresti outing? Cioè, non ti sto chiedendo un consiglio personale, aspetta a chiamare la mia ragazza. È che ho letto la storia di come fu svelato che Rock Hudson era omosessuale, quando era malato, quasi vent’anni fa. Io vado matto per “Lo sport preferito dall’uomo”, con la gara di pesca sul lago Wakapugi, e “Torna a settembre”, dove è simpatica persino la Lollobrigida. Comunque, nessuno diceva pubblicamente che lui era gay, e a un certo punto lo fece un giovane scrittore che aveva avuto una storia con lui, e ci furono molte polemiche, quando ancora la parola outing nemmeno esisteva. Adesso è uscito in Italia l’ultimo romanzo di quello scrittore delatore, Armistead Maupin. Sì, lo so, che cazzo di nome è Armistead? Ma è bravissimo, e il libro è molto bello, hitchcockiano e commovente insieme. E a noi eterosessuali cavernicoli spiega qualche cosa di vero sui gay.

Caro Luca, si dice coming out. Se uno vuole far sapere al mondo intero di provare sentimenti omoerotici, come già fecero Rocco del Grande Fratello e Gianni Baget Bozzo di Forza Italia, allora deve dire coming out. Chi fa outing non è gay, è lo stronzo che svela che lo sei. Non so se l’espressione si usi solo per gli omosessuali, boh. Ma se si può, vorrei fare outing e accusare i rockettari italiani per non aver suonato nemmeno una nota in solidarietà con le vittime di New York. Gli americani e gli inglesi e i canadesi e gli irlandesi, invece, hanno messo da parte l’ideologia e ricordato i morti cantando e raccogliendo fondi per le famiglie. Io, nel mio piccolo, ho comprato i due dischi doppi di quei concerti. Costano un casino, ma vuoi mettere il piacere di cantare con Paul McCartney “I will fight for the right to live in freedom”?.

Caro Christian, ora che tutti quelli che hanno avuto il piacere di cantare con lui – Linda compresa – sono morti, preferisco lasciarlo fare da solo. Ha appena fatto un cd onesto con un paio di buone canzoni ma che non lascerà traccia alcuna e sarà venduto allegato alle riviste per smaltire le scorte. Mai numerose come quelle di Mick Jagger, pover’uomo. Invece Dylan riesce a stravendere anche se fa un disco scarso, perché tutti i critici musicali hanno la sua età e si commuovono e gli fanno una gran pubblicità. Preferisco roba nuova, di questi tempi, e tengo d’occhio Sodapop, che è il miglior sito italiano di rock che non va in radio. Malgrado l’orrenda copertina, ti consiglio gli Czars: suonerà blasfemo per gli integralisti rock, ma ricordano gli A-ha, se hai memoria abbastanza. Quanto agli italiani che non scrivono canzoni d’impegno newyorkese, fai pure le tue critiche politiche. Io al posto tuo ringrazierei il cielo.

Caro Luca, non ci avevo pensato. Faccio ammenda, hai ragione: meno male che non hanno cantato (conserva questa frase: non mi capita quasi mai di dare ragione a qualcuno). Quanto ai vegliardi del rock, io aspetto il nuovo di Neil Young che non mi delude quasi mai. Una canzone, “Let’s roll”, l’ha dedicata agli ammutinati del volo 93, quello che s’è schiantato in Pennsylvania. Quello che è successo su quel volo è pazzesco, e l’ha ricostruito Newsweek. La storia è questa: il volo era partito in ritardo, e quando è stato dirottato, i passeggeri hanno avuto la notizia delle Torri dai cellulari. Quei terroristi hanno proprio sbagliato aereo, perché lì a bordo c’era gente tosta. Guidati da un openly gay e da un cattolico tradizionalista hanno fatto fuori quei deficienti. E sono morti sapendo di aver salvato la Casa Bianca. Sull’argomento, sui deficienti dico, leggiti la nuova versione del capolavoro di Oriana Fallaci, finalmente è in libreria. Poi c’è anche un bel libro di Gianni Riotta su New York che ti consiglio.

Caro Christian, su Oriana Fallaci ho fatto voto di rispettoso silenzio. Tra gli anziani, meglio Gene Simmons. Alcuni secondi per ricordarti chi è Gene Simmons, ecco, ci sei quasi, ecco. Bravo, Gene Simmons dei Kiss, quelli di I-was-made-for-lovin’-you-baby, lui era quello col metro di lingua. Leggo una sua intervista sul New York Times e scopro che è nato ad Haifa in Israele da genitori ungheresi sfuggiti ai campi. Quando arrivò in America da ragazzino, vide un babbo natale che fumava una Kent in un cartellone e pensò che fosse un rabbino locale. Ora sta lavorando alla sua rivista, dopo aver lanciato un curioso prodottino, la bara dei Kiss. Perché non la metti in soggiorno al posto del divano? Vabbè, allora ti segnalo uno che ingombrerà molti soggiorni presto: si chiama Jack Vettriano, è scozese e dipinge. Dipinge delle cose un po’ leziose ma molto belle, anni Quaranta, tra Hopper e Rockwell. Andrà fortissimo presto. Sempre nel genere tipi sobri, vado matto per Billy Bob Thornton (anche la sua fidanzata non è male, lo so): ho visto Bandits, ho visto il film dei fratelli Coen, sto aspettando che esca Monster’s ball, dove c’è anche Peter Boyle. Il mostro di Frankenstein jr., quello che cantava Puttin’ on the Ritz. Ti saluto. Rimetti a posto la candela.

Caro Luca, ora che sono finite le vacanze di Natale e la scuola ricomincia ti confesso una cosa: hai presente le cose che sono state dette sugli occupanti del Tasso? La solita solfa dei figli di papà che giocano alla rivoluzione, eccetera? Secondo me sono tutte stronzate. Mi sbaglierò ma questi ragazzi mi sembrano diversi da come li raccontano (e peraltro li raccontavano così anche dieci anni fa). Diversi da come li descrivono quei giornalisti che hanno fatto il 68 e il 77, e oggi scrivono dei loro figli pensando a come erano loro venti o trenta anni fa. Eppure ci aveva già pensato Muccino, con il suo film “Come te nessuno mai”, a rompere un mucchio di luoghi comuni. Sì, c’è sempre qualcuno che dice “no, perché, cioè, c’è questa società che ci opprime” e anche chi si professa “pacifista guevarista” (non sapendo che il Che era il più guerrafondaio del pianeta). Poca roba. Uno dei leader – Francesco, si chiama – ha occupato in giacca e cravatta e partecipato all’Usa Day. Mi ha detto che oltre alle droghe vuole liberalizzare anche le pensioni, come neanche Tremonti. E poi, pensa: non hanno sfasciato la scuola e e hanno sperimentato il digiuno come forma di protesta. Io se fossi in loro farei coming out: non siamo comunisti.

Febbraio 2002

Caro Christian, ho rivisto parecchie volte questo video: le fiamme che si mangiano l’edificio, il fumo che sale, le persone sotto che guardano più stupefatte che spaventate, e poi il crollo. Non erano le twin towers: bruciava la sinagoga di Buhl, in Germania, sessant’anni prima. Il video è proiettato nel museo ebraico di Berlino, inaugurato tre mesi fa. È una costruzione formidabile e difficile da descrivere, niente che si sia mai visto per un museo, pieno di trovate simboliche e geniali. L’architetto si chiama Daniel Libeskind. Comunque, quella volta là, a quelli che bruciarono la sinagoga di Buhl gli fecero la guerra. Nei bombardamenti morirono un sacco di persone, per esempio a Dresda, come racconta Kurt Vonnegut in “Mattatoio 5”. Poi a Berlino in questi giorni va fortissimo “Il signore degli anelli”, come in tutto il mondo: io non l’ho mai letto perché dopo poche pagine mi confondevo con i nomi. Si dice ancora che fosse un libro da fascisti, ma non gliene frega niente a nessuno, come per Lucio Battisti. A proposito, sei sicuro che Pasquale Panella abbia scritto una buona canzone per Mino Reitano a Sanremo?

Caro Luca, prima cosa: vieni a casa mia a vedere il festival, i pretzel portarli tu. Per il resto sono d’accordo, a tutti quelli bruciano le sinagoghe di Buhl e i pentagoni di Bush va sempre fatta sempre la guerra, ma vallo a spiegare a Loredana Berté. In realtà non so cosa pensa la Bertè della guerra al terrorismo, magari non è una signora ma una falca tostissima, per un paio d’anni però ha dedicato la sua musica al Che, tanto che io la chiamavo Berténotti. Vabbé, te la lascio stare. E poi anche a me piaceva, specie per Bjorn Borg. Scommetto che tu eri per quel fighetta di John McEnroe (conosco già la tua risposta: “McEnroe? Io sono per il Mac e basta”). Ah, visto che ci siamo: io stavo con Barazzutti, e se scopro che ti piaceva quel montato di Panatta non ti faccio vedere le vecchie scarpe Diadora rosse di Tonino Zugarelli che conservo in casa come una reliquia. Volevi sapere di Panella e Reitano? Se Mino non si impappina con i giochi di parole di Pasquale credo proprio che ce la faranno ad arrivare ultimi. So che preferisci i crooner, ma per me al primo posto ci sarà sempre quell’urlatrice di Oriana Fallaci.

Caro Christian,
ragazzino: io passai la prima notte in bianco della mia vita per vedere alla tele la finale di Davis in Cile, quella dove ce ne fregammo che lì stessero massacrando la gente e gli facemmo un sacco di bella pubblicità pur di portarci a casa la coppa. La tele era un CGE in bianco e nero senza telecomando e con sette tasti per i canali. A me Borg non piaceva in effetti, malgrado abbia un debole per i paesi scandinavi. Lassù sono bravi. Le migliori di questi tempi sono il ministro norvegese cinquantenne che ha sposato il suo fidanzato (pensa da noi), e il cd dei Koop, due di Uppsala (con l’accento sulla U) convinti di essere in un cocktail bar di Hollywood negli anni Sessanta. Ti lascio che devo correre al cinema: pare che sia l’unico al mondo a non avere ancora visto Harry Potter.

Caro Luca, Harry Potter non mi interessa, però sono amico di Giampiero Mughini che con quegli occhiali blu è uguale. I nordici, invece, mi piacciono e in quest’ordine: la principessina di Norvegia, il sassofonista Jan Garbarek, sua figlia Anja e il jazz che fanno lì, la carne di cervo con le bacche dell’Artico, una lappone che ho visto una volta a Kuopio – Finlandia, Ingemar Stenmark, i Sigur Ros e Michael Laudrup cioè il più forte giocatore in allenamento. Poi c’è questo libro: “Rekjaivik 101”, lo ha scritto un islandese Helgason Hallgrimur che non fa altro che andare in giro per i pub della città. La scrittura è formidabile, tipo i minimalisti americani e un po’ anche come il tuo amico Dave Eggers. Ogni volta che scrive di una ragazza che incontra, aggiunge tra parentesi una cifra. Ed è la cifra che sarebbe disposto a spendere per portarsela a letto. A un certo punto c’è anche una giornalista italiana (250.000 corone): è Oriana Fallaci, no?

Caro Christian, non amo la gente che strilla. Resta sugli scandinavi, che è meglio per tutti. Con l’eccezione di Stenmark, che qualche snobbetto pretende migliore di Alberto Tomba: ci passa come tra Platini e Maradona. I primi sono degli elegantoni, i secondi sono i più grandi campioni della storia. Che passassero col rosso e si sniffassero anche i gessetti, chissenefrega. Comunque, non sono riuscito a vedere Harry Potter neanche stavolta: c’era la fila un’ora prima ancora adesso. “Vanilla Sky” non so se mi è piaciuto, ma ha una colonna sonora formidabile: non fosse che mi vergogno ad avere in casa un cd con Tom Cruise in copertina.

Caro Luca, ecco l’elenco dei miei dischi imbarazzanti: Zerolandia, di Renato Zero, nonostante “dài su sbattiamoci/tanto per conoscerci/di più”; Walking up di Topper Headon, ex batterista dei Clash; l’ultimo di Elisa (lo so: a scatola chiusa ti avevo detto che mi sarebbe piaciuto); Spirits having flown dei Bee Gees con tre macchie indelebili di nutella sul vinile; Don’t go breaking my heart di Elton John e Kiki Dee; e questo inutile Is this it degli Strokes. A proposito di cose imbarazzanti, una è la deriva di Telepiù. Trasmette pochissimi film decenti e s’è specializzata in serie televisive scarsine, documentari e spettacolini di cabaret. L’altra sera volevo vedere un film e in prima serata mi hanno servito un documentario dal titolo Latina/Littoria, storia di una città di provincia tra passato e futuro. Ho spento, ho messo sul lettore il disco di una ragazza bella e brava che si chiama Susanne Abbuehl e mi sono riletto La Rabbia e l’Orgoglio di Oriana.

Marzo 2002

Caro Christian, delle volte c’è del genio anche nella violenza. Questi di Phonebashing.com, o sono grandi o andrebbero arrestati. Si travestono da telefonini mettendosi addosso degli accrocchi di gomma, e ridicoli così vanno in giro per strada: e quando incontrano qualcuno con un cellulare in mano – un qualcuno che rimane impietrito dalla meraviglia e un po’ divertito a vederseli davanti – glielo portano via di mano allegramente e lo distruggono sbattendolo per terra. Il tutto è ripreso da un complice e queste comiche performances sono visibili sul loro sito. Sono moralmente contrario, ma sto ancora ridendo. Garantito che se qualche giornale italiano ne parlasse titolerebbe “Piange il telefono”, che quelli son gente fantasiosa. Anche se ho letto due ottimi articoli di Michele Serra e Natalia Aspesi che affossavano finalmente il gusto del trash e le sue sopravvalutazioni. Vorrei solo sapere che fine ha fatto Renato Cestié, con rispetto parlando.

Caro Luca, mi spiace ma io sono nonviolento, tutto attaccato, che è diverso da non violento scritto staccato. Il nonviolentotuttoattaccato se lo attaccano risponde e non perde tempo ad attaccar bottone con comizietti pacifisti. E infatti Gandhi era interventista contro Hitler, mica cantava rap da Bruno Vespa.
Bush non è per niente nonviolento (né attaccato né staccato) ma visto che l’11 settembre è stato attaccato mica da ridere, è il mio leader spirituale. Specie dopo che un giornalista del New York Times ha raccontato in un libro che Bush non ha mai sentito nominare Leonardo DiCaprio. E sai qual è il suo attore preferito? Chuck Norris. Diglielo tu a Michele Serra, ché io mi vorrei occupare di rivalutare il grande Maurizio Merli e la sua Alfa Romeo Giulia. Bianca.

Caro Christian, come fai a scrivere con la camicia di forza? Sei bravo, tu. Tra poco avrai compagnia, comunque, i geni incompresi si moltiplicano. Steve Rubinstein ha illustrato sul San Francisco Chronicle il suo sistema “per cambiare il mondo”. “Basterebbe che ogni volta che qualcuno riceve la telefonata di un questuante, un venditore, un seccatore, rispondesse ‘Aspetti un attimo, per favore’. E poi appoggiasse la cornetta sul tavolo e tornasse a farsi i fatti suoi”. Secondo Rubinstein nel tempo in cui il questuante resta lì ad aspettare, evita di seccare qualcun altro. E spiega anche tutta una matematica a sostegno della sua idea rivoluzionaria. “Cinque piccole parole. Ricordate, i grandi movimenti nascono piccoli”. Se non ti mandano lui a farti compagnia, ti spedisco il cd nuovo dei Giant Sand, che ha una cover stupenda di “Out on the weekend” di Neil Young. Ho visto in ritardo “I vestiti nuovi dell’imperatore”: a un certo punto Napoleone dice “Confido in sole due cose: il mio valore e l’amore del mio popolo”. Mi ha ricordato te. Riguardati, e non litigare con gli infermieri.

Caro Luca, a fine mese ci sono gli Oscar, e a quanto sembra Nanni Moretti non ce l’ha fatta. Eppure In the Bedroom, che pare la traduzione di La stanza del figlio, ha ricevuto un paio di nominations. E’ la storia di una famiglia che affronta il dolore causato dalla perdita di un figlio. E’ un po’ più complicata di così, la sceneggiatura c’è, e infatti gli americani ci hanno fatto un film (si è capita la battuta?). Comunque per me oggi esiste soltanto Nicole Kidman, di tutto il resto non mi frega niente: da mesi mi rivedo continuamente i primi 32 minuti di Eyes Wide Shut, e non esiste niente di più erotico di quei 32 minuti (salvo quella punizione di Platini contro la Rometta). Ora c’è questo suo film, Birthday Girl, dove Nicole è bruna, mai così bella. Tu, Michele Serra e i dottori democratici sono certo che preferiate Penèlope Cruz perché è bruna, per la cultura europea, il fascino latino, le bocce e tutte quelle cose lì. Che ti devo dire?: “Ve la meritate Natalia Estrada, ve la meritate”.

Caro Christian, “le bocce”? Ma come parli? Non vi passano delle riviste, lì dove sei? Ho visto Birthday Girl e se non mi sono addormentato è solo perché avevo dormito il pomeriggio a vedere Il signore degli anelli. Tutto il tempo a vedere dei cattivi mascherati che rincorrevano un nanerottolo. Cacciatori di Frodo. Questo mese almeno escono due ottimi romanzi di cui avevamo parlato l’anno scorso, Choke di Chuck Palahniuk e The Corrections di Jonathan Franzen. Ultimamente i traduttori sono molto bravi: eccezionale Massimo Bocchiola che ha dovuto reinventarsi lo scozzese incomprensibile dei personaggi di Welsh, l’autore di Trainspotting, di cui ora è uscito Colla. Mi piace molto quando all’inizio Duncan va felice a comprare il nuovo singolo di Elvis, The wonder of you. Ad agosto sarà il venticinquennale della morte del Re, che è più un fenomeno culturale che un campione musicale, ma di sicuro ha cantato grandi canzoni che qui da noi non si fila nessuno. Gli americani impazziscono. Dovrebbe esserci una via di mezzo. Una Terra di mezzo. Cielo che noia, se ripenso a Frodo mi viene sonno. Sarà la primavera, che fretta c’era.

Caro Luca, non so: sto leggendo l’ultimo libro di uno dei miei autori preferiti, Ian McEwan. “Espiazione”, ed è di una noia mortale, così ho dato la colpa alla traduzione. Racconta di una bambina-scrittrice e davvero non se ne può più di tutti questi ragazzini al cinema e sui libri. Meno male che esce “Lo scrittore fantasma” di Philip Roth, cioè il più grande scrittore vivente. Sono strane queste case editrici italiane: pubblicano adesso un libro di Roth del 1979 e non traducono dell’anno scorso, The dying animal”. Forse perché il protagonista, l’animale morente del titolo, è un vecchiaccio o è la-globalizzazione-bellezza? Io sto con Lester Thurow, economista di sinistra che al Forum dei potenti di New York, dove c’era anche Bono degli U2, ha spiegato che l’equazione America=globalizzazione è una stronzata, perché solo una delle 5 major discografiche è americana, mentre la loro più grande casa editrice è di proprietà tedesca. E poi: i giocattoli più di moda sono i Pokemon, lo sport globale è il calcio, i sushi bar sono più numerosi del McDonald’s, due grandi studios di Hollywood sono francesi e giapponesi, e le dive del momento sono straniere cioè la Kidman e la Cruz. Che ti devo dire: Io non sono un autarchico.

Aprile 2002

Caro Christian, ti scrivo dalla cafeteria sul tetto del Centro Pompidou, a Parigi. Un posto da attempate insegnanti di lettere in gita scolastica – penserai tu, che saresti andato al Buddha Bar – ma si da il caso che adesso sia stato conquistato dai fratelli Costes. Quelli dell’Hotel Costes e della compilation lounge (o chil-out o quelle altre espressioni dl cazzo), e ora quassù è diventato un posto strafigo con il deejay, le rose che galleggiano sui tavoli, le candele bianche, le calle, e tutto il repetorio dell’International Style tipo Wallpaper. Roba che ormai la vedi anche a Bogotà, hai ragione, ma Parigi è sempre Parigi eccetera. Al Buddha Bar poi, ci ho incontrato il mio ex suocero; è cosi’ inflazionato che il suo diretto concorrente, che si chiama Man Ray, è uguale identico: grande sala sotterranea, ballatoio con banco del bar, superstatue patacche orientali e ventimila per un gin tonic. Comunque, sto litigando con un mio amico che dice che la vera capitale culturale d’Europa è Londra, cioè il posto che ci ha dato il principe Carlo, Mister Bean e i tifosi dell’Arsenal. Ma lui dice anche che c’è una new wave norvegese: Kings of Convenience, Royskopp, St, Thomas, tutta roba che sparirà come lacrime nella pioggia. L’Islanda, i Sigur Ros, i Mum, e il runtur il sabato sera: è là che succedono le cose, o a Parigi. Londra, tsé. Fatemi il favore.

Caro Luca, te l’ho già detto: per me la musica migliore viene dal profondo Nord, che non è Belluno ma Oslo. Prova ad ascoltare uno Jan Garbarek qualsiasi e poi mi dici. Sui locali non so, a me fanno tutti schifo e davvero non capisco che divertimento ci sia a stare tutti piagiati uno addosso all’altro e fumare e pagare 10 euro un cocktail che poi non è un granché. Io preferisco stare a casa. L’estate scorsa sono andato all’inaugurazione di un locale supertrendy fichissimo a Formentera. C’era anche Jovanotti con il cappello nonostante i trenta gradi. Una noia infinita, avrà composto lì “Salvami”. Pensa che c’era anche Paolo Bonolis in short e marsupio. Una cosa terribile. Io ripristinerei le balere con le ragazze sedute in fila, ciascuna sulle sua sedia, disponibili ad accettare l’invito del maschio. Tutto ordinato, pulito e pratico. Sono d’accordo con te sulla sopravvalutazione di Londra, specie ora che le Church’s sono diventate di proprietà italiana; ma Parigi, ti prego no: è un posto dove si ascolta ancora musica etnica e dove invece che computer dicono ordinateur. Io ho questa tesi: la vera capitale culturale europea è New York.

Caro Christian, stappa lo spumante e torna a sorridere. Quelle che tu chiami balere, “con le ragazze disponibili ad accettare l’invito del maschio” (del maschio? Ma come parli?) esistono ancora e si chiamano night (solo con preposizione articolata: andare “al night”). Se risparmi un po’ sui cd di jazz vedrai che poi ti troverai bene e vorrai tornarci. Quanto ai bar, mi sa che sei andato in quelli sbagliati. Se individui quelli costosissimi, lì non c’è quasi nessuno e si sta una pacchia: risparmia sui night e ti troverai bene e vorrai tornarci. Ti consento Garbarek, e il resto della Norvegia: ma insisto che ci si risparmi la sonnolenta norwegian wave. Al museo d’arte moderna qui sotto, ho appena visto una cosa (le chiamano installazioni, ma mi vergogno) fantastica, che non so spiegarti bene: ci sono dei massi di cartapesta o di plastica appesi a un soffitto e dei monitor che mostrano immagini pigre al rallentatore e un a musica meravigliosa esce dai massi e tutto quanto è opera di uno che si chiama Rondinoni e insomma: io sono ignorante, ma se il maestro Rondinoni come immagino legge fedelmente queste pagine mi manderebbe una cassetta di quella musica meravigliosa?

Caro Luca, a proposito di locali, due nostri amici dei quali mi vergogno per loro a farti il nome hanno deciso di aprire un ristorante. Non è un ristorante qualsiasi e neanche uno di quelli fusion che fanno molto trend. No, è un ristorante da e per cretini. Si chiamerà Forno a microonde o qualcosa del genere, e servirà soltanto cibi del supermercato e di marca specifica. Mi hanno fatto vedere il menu. Dentro ci sono i biscotti Oro Saiwa, i quattro salti in padella, il latte condensato della Nestlé, i Ferrero Rocher, il Chinotto San Pellegrino, lo zuccotto Algida, i Kinder Brioss e le Spinacine Aia. Io, piuttosto che chiamare il 113, ho suggerito due cose: aggiungere i biscotti scozzesi Walkers, quelli al burro, e assumere come maitre di sala Fabio Fazio. La musica del maestro Rondinoni, ci andrebbe da Dio. Io l’altro giorno, invece, sono andato a una mostra milanese che si intitolava “Understatement – Stati di calma apparente”. Tra gli altri esponeva un mio amico che si chiama Francesco Simeti. Non lo vedevo da un sacco di tempo e l’avevo lasciato che scolpiva ometti in terracotta, ora invece fa carta da parati. Non sapevo che esistesse la carta da parati d’autore, eppure c’è, e se la chiami wallpaper, in inglese, fa pure il suo effetto. Comunque era bella. Poi, incauto, ho pestato un’installazione di una giovane artista che aveva messo dei fogli di carta velina per terra e pare avessero un certo significato. A me sembravano i resti dell’imballaggio, ma è colpa mia se il maestro Rondinoni s’era dimenticato d’accendere lo stereo?

Caro maestro Rondinoni, perdoni il mio amico, non voleva assolutamente offenderla: son ragazzi.

Caro Christian, sei scemo? Che figure mi fai fare? Per farti perdonare, prenotami un tavolo al Forno a microonde, la sera dell’inaugurazione. Ci si può portare la Fiesta Ferrero da casa? Ma quando esci, ti danno la monnezza da portar via? Sto leggendo “Un amore dell’altro mondo”, di Tommaso Pincio, e mi ha fatto venir voglia di rivedere “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel, che è di ispirazione al protagonista. Il film dei baccelli, per capirsi, ti ricordi? Comunque, il libro mi piace, lui scrive come se fosse americano – “Il baseball e cose del genere” – e ci sono passaggi che sembrano tradotti. Leggendo le nostre pagine, il mese scorso, ho visto che dicevi di Philip Roth che è il più grande scrittore vivente, e mi sono ricordato che io l’avevo scritto di Don De Lillo, qualche mese fa. Mettiamoci d’accordo.

Caro Luca, come diceva Dan Peterson: “Per me Roth numero uno”. Ma De Lillo ci sto a metterlo al secondo posto. So che stai cercando casa e sono problemi grossi, ma mai quanto quelli dei vicini di John Travolta, a Isleboro nel Maine. Nel garage ha un Boeing 707 della compagnia aerea Qantas, e nel weekend si fa un bel giretto lungo la costa. I vicini di casa sono incazzati neri, ma lui se ne frega e ora pare sia in trattativa per comprarsi anche un 747 che fino a novembre collegava regolarmente Sidney con Giacarta. Ah, ti segnalo due ragazze che vanno forte di questi tempi. Una è Audrey Tautou, l’attrice di Amelie, quella antipatica del film. Sta girando un film, Dirty Pretty Things, e pare che finalmente si darà una mossa. Interpreta una cameriera disinibita che insieme a una puttana cinese risolverà un delitto. L’altra è Halle Berry, candidata all’Oscar per Monster’s Ball e che abbiamo visto in Jungle Fever e Swordfish (con Travolta che volava dentro a un autobus). E’ bellissima, ma non è uguale a Olga Ferrando, la traduttrice del Costanzo Show?

Maggio 2002

Caro Christian, come va laggiù? È vero che stanno tornando di moda le Pony – tra le scarpe da tennis più brutte della storia – come ho letto da qualche parte? Certo, il fatto che le usino Fred Durst dei Limp Bizkit e Enrique Iglesias non è proprio la rivelazione di una moda, ma so che hanno fatto una pubblicità con Pamela Anderson e alla Puma sono preoccupati. Notizie del campionato di calcio ne hai, ma volevo raccontarti il livello dei giornalisti sportivi italiani: un paio di domeniche fa nei collegamenti dagli spogliatoi, prima è apparsa una inviata che ha chiesto a Nedved cosa pensava del fatto che la Lazio si sarebbe venduta la partita con l’Inter, creando il panico e alcuni svenimenti tra i suoi capi in studio; poi, da Verona, un suo collega ha intervistato Moro del Milan mostrandosi avvolto in alcuni foulard del Chievo. Resta laggiù, che almeno è cominciato il campionato di baseball, e quella è gente seria. Vado a vedere se trovo le Tiglio Go-Scarpa di quando ero ragazzino, che magari tornano di moda.

Caro Luca, uozzamericandaun infine mi sono trasferito a New York. Starò qui for a couple of weeks che non vuol dire “un paio di settimane” ma “un periodo compreso tra le due settimane e l’eternità”. Appena arrivato ho dovuto fare alcune commissioni. Primo: prendere un adattatore per la corrente, e con le linee elettriche che hanno in città ho capito perché i pompieri sono considerati eroi. Poi ho fatto un abbonamento a un telefonino americano e ora vado in giro con due cellulari, uno con la scheda italiana e l’altro con quella Usa che però appena esci dall’area di New York non funziona, ma-non-mel’avevano-detto-puttana-eva. Sembro un portoricano, specie nella Upper West Side dove tutte le ragazze somigliano a Gwyneth Paltrow, però se la tirano di più. A casa ho fatto mettere Road Runner, che è il nome del cartone animato che da noi si chiama Bip-bip. E’ un collegamento superveloce a Internet via cavo, e col cavo mi hanno dato anche quattrocento canali tv, tra cui Rai international. Felice come un bimbo ho comprato sei bottigliette di acqua Evian al supermercato qui sotto, me le hanno fatto pagare 21 dollari. Sono rimasto a casa a guardare Domenica In.

Caro Christian, sei un po’ il Bukowski del Duemila, devastato dal vizio e in preda all’autodistruzione. D’altra parte, da quando lo stesso Tom Waits ha rinnegato la mistica dell’ubriaco, non restano che l’acqua minerale e Mara Venier. Immagino che lo stesso Waits aspetti l’ispirazione guardando “Saranno famosi”. Aspetta oggi, aspetta domani, alla fine si è rassegnato a fare uscire due cd di cose scritte gli anni scorsi per due opere teatrali. Una è “Alice”, tratta da Lewis Carroll, e la prima canzone è meravigliosa. L’opera di Waits si divide, per suo stesso dire, in “canzoni romantiche e canzoni comiche”. A me piacciono le prime, benché la storiografia attribuisca alle seconde, con i loro suoni fantastici e andamenti sbilenchi, la grandezza dell’artista. Forse sto invecchiando e mi piace assopirmi con la musica meno rumorosa, e infatti impazzisco per i Lambchop, che fanno canzoni da piano bar quando sono rimasti solo gli ubriachi e quelli delle pulizie. Ma in certi sprazzi giovanilistici mi piace molto anche la colonna sonora di “About a boy” di Badly Drawn Boy, che ricorda molto l’ottimo Elliott Smith. Comprateli, quando passi da Tower Records: per quando finisce Porta a Porta.

Caro Luca, lavoro molto e il mio inglese migliora. Tanto che ora riesco a fare figuracce in lingua. L’altro pomeriggio ero al Rockfeller center, nell’isolato dove si concentrano i tre capisaldi del pensiero occidentale, il negozio dei firefighters, quello della Nba e quello delle camicie Brook’s Brothers. Mi presentano una simpatica e carina. Parliamo, chiacchiere eccetera. A un certo punto mi avventuro in una discussione sugli Oscar, e le dico che secondo me il film più bello dell’anno è No man’s land che ha vinto il premio come miglior film straniero. Lei si incazza e mi dice che quel film non le piace per niente. Io cerco di argomentare, ma lei alza la voce e secondo lei l’unico bel film sulla guerra in Jugoslavia è Underground di Emir Kusturica. Hai presente, no? Quella cagata di uno che ha visto troppi film di Fellini. Io le dico dài è un filo serbo. E lei: “Can I tell you something?”. Sure, le dico io. “I’m serbian”. Ah, minchia, sorry, farfuglio io. Cambio discorso e le parlo di Black Hawk Down, bellissimo no? E la Somalia è lontanissima da Belgrado. “Well – mi fa lei – sono cresciuta a Mogadiscio”. Bye Bye e sono corso a casa, dove mi sono fatto una pinta di un fantastico gelato al cioccolato belga con pezzi di Cheese Cake, marca (e ci credo) Godiva. In tv, c’era Paolo Limiti.

Caro Christian, la globalizzazione è una brutta bestia: una volta al massimo ti toccavano un paio di guerre mondiali, nella vita, se eri molto sfigato. Adesso uno riesce a partecipare a una dozzina di tragedie internazionali che non è ancora adulto. Quaggiù per fortuna, a parte Porta a Porta, va tutto abbastanza bene. La dimensione di tragedia internazionale con cui ho a che fare è che a giugno la mia fidanzata ha affittato una bellissima casa al mare senza televisione. Non che mi mancherà Paolo Limiti, ma tu sai cosa succede a giugno, vero? Se Totti è in forma gli concedo anche di andare in giro vestito come un pusher di Miami Vice, basta che ci risparmi la tragedia internazionale di due estati fa, con supplemento di crisi politica interna. Vado a misurare il televisore, per vedere se riesco a farlo stare in macchina con i bagagli e il coccodrillo gonfiabile gonfiato (me lo gonfia il benzinaio sotto casa, prima di partire, così risparmio il fiato).

Caro Luca, cioè mentre io sono qui al fronte (non al Fronte del Porto, stupido) – al fronte vero, quello della guerra al terrorismo – tu pensi alle vacanze e a Francesco Totti? Guarda che lo dico ad Oriana Fallaci, appena la incontro. Totti è fortissimo ma mi deve fare il piacere di imparare un’altra frase oltre a quella che sa già. Anyway, “è normale che”, come direbbe Totti, al primo ascolto non mi sia piaciuto il disco di Neil Young, ma ora non riesco più a smettere di canticchiare “Are you a passionate?”. A proposito di passioni, sai cosa è successo a Steven Seagal? E’ diventato buddista, giuro. Come Baggio e Richard Gere. E siccome si è appassionato un casino alla nuova religione, “è normale che” ha deciso di non fare più i film alla Van Damme, quelli in cui la sceneggiatura prevede un colpo di kick boxing ogni tre battute. “E’ normale che” i produttori gli abbiano chiesto 60 milioni di dollari di danni. Ma a Seagal che gli frega? Pensa una cosa zen nella sua villa con piscina, ed è a posto. Io “è normale che” in attesa di Tottigol, per il momento guardi Incantesimo.

Giugno 2002

Caro Christian, quando queste righe saranno pubblicate ti pregherei di farmi una telefonata. Se non rispondo, avvia le ricerche del mio corpo. Potrei trovarmi privo di conoscenza riverso su un molo di Mergellina, all’indomani di Napoli-Como, comunque sia andata. Se è andata male, quando mi riprendo ditemelo con molta cautela. Se è andata bene, ti offro un camion di taralli, una napoletana con doppie acciughe e la pastiera di Scaturchio. Il caffè te lo paghi, e insomma. Non ti invito a berlo da me, che comprai quella sòla di caffettiera che doveva fare la schiuma, lanciata con gran clamore cinque o sei anni fa: faceva la schiuma, ma faceva anche schifo, e così il caffè lo prendo sempre al bar. Ieri ci ho incontrato la Pina, che è la mia deejay preferita, e così ho saputo che Gay Tv trasmette Queer as folk (la Pina dirige il talk show annesso). Mi ricordo che avevano avuto paura di mandarlo in onda prima Mediaset e poi La7 (che pur di autolesionarsi farebbe abbattere i propri ripetitori e affiderebbe il palinsesto al Canaro), malgrado avesse ricevuto critiche ottime in Inghilterra e USA. Tu lo hai visto, laggiù?

Caro Luca, ogni tanto mi capita di vedere Queer as a folk (traduzione: “Strano come tutti” quindi una persona normale, ma gioca sul fatto che queer vuol dire anche “frocio”) ma non ci capisco niente (sarà il tema?). Mi piacerebbe seguire Diaco, piuttosto. Tu l’hai visto, o guardi solo “A tutta B” con Gianni Vasino? A me piace Sex and the city, peccato che abbiano smesso di girare la quinta serie per la gravidanza di Sarah Jessica Parker (il papà è Matthew Broderick), peccato perché il primo episodio è ambientato da Sushi Samba, che è un ristorante fantastico dove sono andato l’altra sera. Si mangia giapponese+brasiliano, si pagano molti dollari americani e chissà perché mi viene in mente Hidetoshi Nakata.
Senti, c’è un cd che non sono riuscito a trovare: la Suonata per violino n. 3 di Brahms. Non è un’edizione qualsiasi, ma la registrazione di un concerto tenuto a Washington il 22 aprile. Al pianoforte c’era Condoleezza Rice, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Il critico del Wall Street Journal ha scritto: “Ms Rice era tutta musica. Il suo tocco autoritario, il suo ritmo risoluto, il suo fraseggio profondo. Sembrava che quello fosse il punto più alto della sua vita, e chi può biasimarla? Era felicissima, e aveva tutto il diritto di esserlo: ha suonato per sé, per l’Arte e per il suo paese”. E quell’idiota di Bin Laden pensava di sconfiggere questi qui?

Caro Christian, seguire Diaco piacerebbe a tutti, qui, ma con un grosso randello. Quanto a Brahms, anch’io vorrei assistere a un concerto al nuovo auditorium di Roma con Buttiglione che suona il trombone. Per ora niente. Pensavo che lì i neri facessero solo hip-hop (che è un po’ come dire trotta trotta cavallino): questo mese esce il cd nuovo di Meshell Ndegeocello (che razza di nome è? Boh) che aveva fatto un disco molto bello, tre anni fa. Ma ora che hanno visto che butta bene – Alicia Keys e Angie Stone e Macy Gray – l’hanno messa a fare black music come tutti e non se ne può più. Si salvano quelli che fanno cose più strane, come il soul anni Settanta di Remy Shand o il geniale Unplugged di Lauryn Hill, un’ora e mezza lei e chitarra e nient’altro (ma non lo comprare nei negozi: boicottiamo i cd che non si possono ascoltare nel computer). Comunque il mio nero preferito era Robbie Robertson, il caporedattore di Peter Parker al Daily Bugle. Quando seppi che il cantante della Band Robbie Robertson aveva fatto un disco da solo, pensai che fosse la stessa persona.

Caro Luca, ho visto la prima mondiale di Spider Man, per servirti. Ero a Boston in un mega cinema di venti sale, e sembrava di stare alla stazione centrale. Scale mobili, biglietterie automatiche, annunci al microfono del tipo: “Gli spettatori con il biglietto per Spider Man, prego avviarsi alla sala A18”. Comunque il caporedattore nel film non c’è, o non si vede. C’è invece il direttore, incazzosissimo e interpretato da un attore molto bravo. Il film sembra un videogioco, ed è uguale ai cartoni animati che vedevamo ai tempi di Supergulp oppure a un girotondo dell’Inter contro la Lazio.
Ho scoperto il tuo cantante preferito. Si chiama Jack Johnson ed è hawaiano. Quando non fa il cantautore gira film sui surfer. Lui è un po’ Nick Drake, un po’ Duncan Sheik, anche un po’ Neil Young ma ormai sono tutti un po’ Neil Young, no?. Se se gli dài una chitarra, anche Karel Poborsky ti canta una “Comes a time” da urlo (sotto la curva).

Caro Christian, apprezzo il tuo sforzo di decidere i miei gusti – forse diventerai presidente del consiglio – ma a me questo Jack Johnson mi annoia un po’ (io sono per lo sdoganamento di “a me mi”, allora? E vogliamo parlare del fatto che questo giornale mette in cifre qualsiasi numero, hai notato? “1 di noi 2”, e così via, sembra di leggere un cd di Prince). Insomma, no Jack Johnson, sì Joe Jackson, che ascolterei notte e dì. Il direttore di Peter Parker me lo ricordo, J.J. Jameson (tutti nomi con la J, laggiù: qui da noi solo la Giuventus): ma in tema di supereroi la mia linea è quella del bambino di Napoli che ha scritto “Maradona, anche se io non l’ho conosciuto, non è un personaggio inventato, come Re Artù o l’Uomo Ragno. Maradona è veramente esistito, ed esiste ancora!”. L’ho letto in questo libro di temi di ragazzini messo insieme dal solito maestro D’Orta, quello di “Io speriamo che me la cavo”: lui ci marcia un po’, ma i ragazzini sono geniali. Ci vediamo sul molo di Mergellina.

Caro Luca, mentre tu ti (tu ti: sei contento?) mangiavi la pizza con la pummarola ‘n coppa, io sono andato nel locale più cool di Manhattan. Te lo devo raccontare. Ho conosciuto un avvocato che io farei sindaco al posto di Michael Bloomberg o almeno Spider Man al posto di Toby Maguire. Si chiama Andrea Tessitore, di giorno cura affari da centinaia di milioni di dollari e la sera come l’Uomo Ragno tesse la sua rete e ti assicuro che acchiappa molto di più di una banalotta Kirsten Dunst. Si sposta con una Vespa targata Milano senza documenti e abita in uno splendido loft al Village che chiama “il granaio”. Mi ha portato al Lotus, che sta al Meat Packing district, dove la ragazza più brutta era la mia vicina di tavolo Marisa Tomei. Non l’ho degnata di uno sguardo, anche perché trovavo più eccitante pensare a quel colpo di testa di Diego Simeone. Al Lotus si va il martedì; di giovedì si va al Pangea. La domenica invece è sacra: brunch, Sunday New York Times, e ancora risate su quell’undici settembre che è stato il cinquemaggio. (Ma “Ei fu siccome immobile”, era Napoleone o Gresko?).

Luglio 2002

Caro Christian, ora che le destre rivoluzionarie sono al potere, e tu hai delle entrature, non potreste fare niente per Isoradio? Anche se tu al massimo vai in motorino da casa al McDonald’s, ma per noi che solchiamo i caselli dover sottostare alle scelte musicali di quelli là (dev’essere gente di sinistra) è peggio che guardare l’Eurofestival. Pare di sentire la vecchia filodiffusione: ieri per avere notizie sull’uscita obbligatoria a Fornovo per incidente ho dovuto subire in successione “Ancora” di Edoardo De Crescenzo, “Se stiamo insieme” di Riccardo Cocciante e “Black is black” di Cerrone. Il conduttore ha ritenuto persino di parlare di Fausto Papetti, grazie al cielo senza trasmetterne alcunché. E pensare che in giro in autostrada c’è un sacco di gente perbene, non solo maniaci depressivi: prendi me, io ogni tanto entro a Milano Sud solo per andare all’autogrill di Medesano, bello ai piedi dell’Appennino, e comprare una cioccolata autoriscaldante Caldo Caldo o dei muffins al mirtillo (il panino Fantasia, ormai quasi scomparso, è rimpianto dal Brennero a Caserta). Basta evitare il benzinaio che ti vuole assolutamente cambiare l’olio e le spazzole dei tergicristalli, e poi ci si potrebbe vivere, in autostrada. Ma Fabio Concato, risparmiatecelo: è peggio di una foratura sulla Mestre-Vittorio Veneto.



Caro Luca, della destra non so niente. Invece ho capito tutto della sinistra. L’altra sera ho avuto l’illuminazione. Ora so perché non vince mai le elezioni. Non è un problema di leadership né di girotondi né le solite chiacchiere sul conflitto d’interessi. E’ un problema musicale, ne sono convinto. Ecco: finché ci saranno in giro i Nomadi non c’è niente da fare, non c’è speranza, non si vince. Ma che musica fanno i Nomadi? Quante volte sono tornati ‘sti Nomadi? Se ne vanno, ritornano e poi Ancora Nomadi, per sempre Nomadi, di nuovo Nomadi E sempre a cantare “io, vagabondo che son io” e “soldi in tasca non ne ho”. Faniguttun, direbbe il Beneamato Premier. Ehi, non toccare Fausto Papetti, lo Jan Garbarek della Brianza. Specie da queste parti, ciccino: Papetti è un innovatore che ha trasformato le copertine dei dischi in calendari di Max. Altra cosa, non ci provare neanche con “Se stiamo insieme ci sarà un perché”. Io, per esempio, me lo chiedo sempre quando ti scrivo queste mail.

Caro Christian, certo che c’è un perché: ti devo dei soldi. E me lo potevi dire che sei il curatore della programmazione di Isoradio, che avrei evitato la gaffe. Adesso che so quali siano le tue preferenze, eccoti uno scoop: ho appena sentito una canzone di Serge Gainsbourg del 1964 che è uguale copiata a “Ragazze dell’est” di Claudio Baglioni, un faro, un modello da imitare, persino per i suoi predecessori. La trovi su Audiogalaxy, prima che lo chiudano. Non so se sia un po’ troppo moderno per te, ma sta per uscire il nuovo cd di Springsteen: in fondo ha fatto un disco che si chiamava “Born in the USA”, e a te queste americanate commuovono sempre: l’alzabandiera, i padri fondatori, Beniamino Franklin e il Big Mac al MacDonald dietro casa dove sei andato con il motorino. Hai visto che è finalmente uscito in Italia “Wonderboys” di Michael Chabon, da cui fecero quel film ottimo con Michael Douglas nella per lui inusuale parte di una persona normale? Invece diedero un oscar a Bob Dylan, per quel film, per una canzone memorabile (com’è che si chiamava?). Quando parti per il Canada? Ricordati della tenda.

Caro Luca, sono già qui, un po’ imbambolato per questo francese-inglese che parlano a Montreal. Uno pensa che i canadesi non esistano, poi se ti informi scopri che sono nati e cresciuti da queste parti: Neil Young, Joni Mitchell, Alanis Morissette, Robbie Robertson, Leonard Cohen, Jim Carrey, Keanu Reeves, Michael J. Fox, Dan Aykroyd, Céline Dion (ma potevano farne a meno), Pamela Anderson (evviva), K.D. Lang, Loreena McKennitt, i Crush Test Dummies, i Cowboy Junkies, Daniel Lanois, Paul Anka, Bryan Adams, Mike Myers (Austin Powers), Matthew Perry (Friends) Margarete Atwood (scrittrice), Paul Shaffer (Letterman show), Linda Evangelista (femmina), Glen Gould (il pianoforte), David Cronenberg (regista), Donald e Kiefer Sutherland, Douglas Coupland (scrittore generazione X), i Villeneuve (piloti), James Cameron (regista), Leslie Nielsen, Claire Kincaid (Law and Order), Raymond Burr (Perry Mason), Elizabeth Arden (cosmetici), Peter Jennings (l’Enrico Mentana della Abc), Jason Priestl (Beverly Hills), William Shatner (Capitan Kirk), Carrie-Anne Moss (Matrix), Brendan Frazer e tutti i giocatori di hockey su ghiaccio. Lo so, c’è anche Naomi Klein (boh-logo). Ma è una pecca compensata da un fuoriclasse: Mordecai Richler, l’autore della Versione di Barney.

Caro Christian, l’unico titolo di tabloid che vorrei mai leggere è “Clamoroso! Naomi Klein è la figlia di Calvin Klein!”. Già che sei lì, se ti sposti a nord fino nel Saskatchewan, a Bellegard c’è questa lotteria: hanno messo una Chevrolet Bel Air del 1968 su un lago ghiacciato e bisogna scommetere sul giorno in cui andrà giù. Con le temperature che ci sono lì, pare che potrebbe star su fino ai primi di luglio, tu quando rientri? Tremo già al pensiero di sentirti dire “il Canadà” con l’accento sulla a.

Caro Luca, l’unico titolo che dovresti leggere è “Piccolo atlante del Jihad” di Carlo Panella. Non ne condivido la tesi di fondo (secondo cui Osama avrebbe comunque vinto), ma è il libro più intelligente e profondo sul tema, spiega per esempio come i killer di Allah massacrino i civili per tutto tranne che per povertà e disperazione. Detto questo, la figlia di Calvin Klein è un’altra. Pare soffra di una particolare sindrome edipica. Tutte le volte che arriva al dunque con un uomo, improvvisamente si blocca. E ci credo, con il nome di papà stampigliato proprio nel bel mezzo.

Agosto 2002

Caro Christian,
la musica è cambiata. Rolling Stone, la rivista del rock con la ock maiuscola, è in crisi: così da un paio d’anni si è buttato sulle Britneyspears e paperelle simili. Non contenti, adesso hanno reclutato un nuovo direttore: un inglese che prima faceva FHM, mensile inglese di successo planetario per giovani lobotomizzati in cerca di tette, birra, rutti e videogames. Tempi che corrono. Sarà che siamo vecchi, ma il vecchio Rolling Stone era un giornale vero, quello di Almost Famous e del libro di Lisa Cody. Lo hai letto? Sul mondo del rock e sulla discografia è un ottimo romanzo. Il disco più famoso del protagonista si chiama Hard Candy, che è – credo per caso – anche il titolo del nuovo cd dei Counting Crows, la mia rock band preferita. Meno casuale è che la rockstar del libro sia assediato da fans convinti di possedere qualcosa di lui e che la settimana scorsa i fans di Adam Duritz dei Counting Crows lo abbiano criticato per aver posato per un servizio fotografico su GQ americano. E lui ha risposto sul sito: adesso state esagerando, questi non sono fatti vostri, io mi sono divertito. Avete già le mie canzoni, che sono un bel pezzo della mia vita: il resto non vi riguarda. Crescete e diventate adulti. Insomma li ha mandati affanculo, con il coraggio che non hanno molti suoi colleghi: quelli che il pubblico ha sempre ragione, anche se poi ti spara mentre gli fai un autografo.

Caro Luca, 
segnati questa e non fare battute sceme. L’altro giorno ero in un negozio di dischi di Toronto, in Canada. Guardavo qua e là, e intanto ascoltavo una musica country che stranamente mi piaceva. Mi sembrava impossibile. Devi sapere che io odio la musica country. Per la verità è al decimo posto delle musiche che non sopporto. (Ecco la classifica dei generi che per usare un tuo eufemismo manderei affanculo: 1) funky; 2) smoothing jazz; 3) brasiliana; 4) rap; 5) Jovanotti; 6) soul; 7) techno-house; 8) acid jazz; 9) hip-hop; 10) country). Ti dicevo: sentivo questa musica e mi piaceva, c’era qualcosa di familiare. Poi ho sentito un muggito di mucche seguito da un rumore di motosega e ho capito tutto. Era The Wall, fatto in versione country. Tutto il disco dei Pink Floyd con i violini e i banjo, e le mucche e la motosega al posto dei bambini e dell’elicottero della versione originale. Loro, i pazzi, si chiamano Luther Wright & The Wrong. Vengono da Toronto, e non credo che li facciano uscire.

Caro Christian,
quando si è piccoli ed europei si odia il country. Poi si cresce e si capisce che metà del migliore rock americano viene da lì (vogliamo parlare di Neil Young, visto che sei in Canada?). Alt-country, per esempio, è l’etichetta (alt sta per alternative) affibbiata a molte band delle migliori, come Sparklehorse, Giant Sand, e Wilco, prima che qualcuno si inventasse il post-rock. Adesso si parla pure di emo-rock, che non è musica da trasfusioni ma vorrebbe avere a che fare con le emozioni. Ma, dice ancora Duritz, alla fine si tratta solo di trovate del marketing per aiutare i negozi di dischi a fare ordine negli scaffali.

Caro Luca, 
scusami se insisto, ma i canadesi sono strani. Dopo che il Senato americano ha riconosciuto ufficialmente quello che si è sempre saputo e cioè che il vero inventore del telefono è l’italiano Antonio Meucci, il Parlamento canadese ha votato una risoluzione che sostiene: Pochi cazzi, l’inventore è, e resta, il nostro Alexander Bell. Come la risolviamo? Tanto più che qui in Canada ne hanno un’altra bella tosta tra i piedi. Chi ha inventato il Trivial Pursuit? Scott Abbott e Chris Haney, due giornalisti di Montreal, dicono che è roba loro, ma è spuntato un altro tipo, tal David Wall, che dice di aver avuto l’idea e di averla raccontata a Haney nel 1979. Wall è sicuro: faceva autostop, salì sulla macchina di quel giornalista e gli raccontò la sua idea. L’affare si è complicato perché Wall, per sua stessa ammissione, era ubriaco e durante il viaggio si fece alcune canne. Io li amo i canadesi. Sai un’altra cosa? Conoscono soltanto una scrittrice, ed è Oriana Fallaci. E io ho fatto un figurone perché sapevo tutto di Oriana, avendo letto il magnifico libro-biografia che ha appena scritto Maria Giovanna Maglie.

Caro Christian, trovo un po’ esagerate le biografie dei santi, figuriamoci un ritratto della Fallaci. Invece ho letto “Un caso freddo”, che mi avevi consigliato. Salvo la freddezza del caso (sembra un articolo di cronaca nera di cento pagine) era fantastico: banditi, polizia, il male e il bene, tutto il repertorio. Quanto al Trivial, secondo me sta a “Chissà chi lo sa?” di Febo Conti come il calcio moderno sta alle zuffe fiorentine. E questo mi fa ricordare che devo comprare per tempo il biglietto per Livorno-Fiorentina, il derby più imperdibile del prossimo campionato. Non ti dico per chi tengo, che sennò non mi fanno tornare nella mia città. Altro che Toronto e Montreal.

Caro Luca, 
sono andato al cinema. Ma mica è facile andare a vedere un film qui. Qui a Montreal, dico. Con ‘sta storia che in Quebec sono un po’ francesi, un po’ americani. Volevo vedere The sum of all fears, il filmone sulle paure americane di subire un attentato nucleare. L’attore è Ben Affleck, uno che odio molto più della musica country (in quanto ex fidanzato di Gwyneth Paltrow). La ragazza alla cassa mi ha detto: “Il film è in francese, con sottotitoli inglesi”. Stavo per ridarle il biglietto quando la sua collega ha urlato: “Ma no, che dici? E’ in inglese, con sottotitoli francesi”. E’ seguita una specie di rissa. “Calma”, ho detto io, “cerchiamo di capirlo dal titolo: vi risulta The Sum of all fears oppure La somme des toutes le peurs?”. Non c’è stato niente da fare. Era tardi e sono andato a vedere The Bourne Identity, in inglese. E’ il classico bel film hollywoodiano sugli spioni della Cia. C’è Matt Damon, che è bravo, e Franka Potente, che è quella di Lola Corre. Lei non si capisce se sia carina o no. Di sicuro ha la spalla destra cadente, e secondo me questi sono problemi gravi. Ah, dimenticavo: poi ho visto anche The Sum of all fears. Ho prenotato un vagon-lit e me lo sono goduto in un bel cinema di Toronto.

Settembre 2002

Caro Christian, ma Enrica Bonaccorti perché fa delle trasmissioni sui cani abbandonati, lei che fu la regina della domenica? Non per sottovalutare le difficoltà dei cani, ma non se ne potrebbe occupare quello lì di Livorno, come si chiama, e alla Bonaccorti danno il festival di Sanremo (le competenze sui cani potrebbero tornare buone, dirai tu)? O ci tocca di nuovo Baudo? O la Carrà, che due anni fa fu in grado di terrorizzare Eminem, il che la dice lunga sulla reale personalità dell’una e dell’altro. No, no: io voto Bonaccorti, “a vita nuova restituita”, come dice la lapide in piazza della Repubblica a Firenze (dice anche “da secolare squallore”, ma questo a una regina della domenica suona un po’ inelegante). Ma come si chiama, quello lì di Livorno? Dai quello che assaggiava tutto in ogni paesotto d’Italia da certe signorine che si vestivano come la nonna, per prenderlo in giro. Non Fazzuoli, l’altro. Mannaggia, ce l’ho sulla punta della lingua. Appunto.

Caro Luca, vabbé è chiaro che il sole ti ha dato alla testa e io non ho tempo da perdere, ho una missione da compiere. Come sai da un paio d’anni ti parlo sempre delle mie vacanze a Formentera, solo che sono così cretino che te le racconto attraverso Max. Risultato: prima non ci veniva nessuno, ed era un paradiso e ora è pieno di italiani, calciatori e veline compresi. Sai che sono megalomane, e mi sono convinto che è tutta colpa di Max. Più io ti raccontavo le meraviglie dell’isola più questi fottuti lettori di Max venivano a rompermi le palle a Formentera. Incredibilmente sono tutti emiliani, evidentemente lì Max va fortissimo. Comunque, d’ora in poi – ti prego aiutami tu che hai accesso ai rotocalchi e puoi pubblicizzare altre spiagge – urlerò sempre che FORMENTERA FA SCHIFO, è di “un secolare squallore”, il mare è sporco, è carissima, ci vanno Baudo e la Bonaccorti e Fazzuoli e la Carrà e soprattutto QUI NON SI TROMBA (a meno che qualcuno non voglia provare “con certe signorine che si vestono come la nonna”).

Caro Christian, la diffusione emiliana di Max mi pare un vero scoop: proporrò al direttore uno speciale piadina e un’inchiesta rivelazione sulle ceramiche di Faenza (vale anche la Romagna?). Comunque, mi sono ricordato come si chiamava quello di Livorno: Vannucci (o Vannucchi? No, quello faceva A come Andromeda, mi pare). Mi è venuto in mente mentre correvo: non so se ti ho detto che come tutti i giovanotti passatelli mi è venuto il fittone del jogging e l’ho preso seriamente. Il primo giorno ho comprato scarpe nuove, calzettoni, walkman e tre t-shirts con le scritte. Il secondo giorno sono tornato al negozio perché avevo dimenticato cappellino e occhiali da sole con l’elastico. Il terzo giorno ho fatto una corsetta. Oggi mi riposo, perché ho letto che non bisogna esagerare. Domani pensavo di andare a cercare uno di quei cronometri che misurano anche il battito cardiaco e ti danno in diretta i vincenti della tris: ne conosci uno buono? E poi il walkman non va bene, il cd dei Beach Boys salta: devo comprare iPod. Ci sto prendendo gusto: mi sento in formissima.

Caro Luca, sui lettori Mp3 ero molto preparato, avevo studiato modelli e caratteristiche per mesi. Comprai l’MP3 più costoso sul mercato. Qualche giorno dopo uscì l’iPod Macintosh. Mi volevo ammazzare. Niente in confronto a quando chiusero Napster. Da allora non ho mai più capito come si scarica una canzone da Internet, e sono tornato a comprare i dischi. Te ne segnalo alcuni, in blocco. C’è una casa discografica che io adoro e che si chiama Ecm. Diciamo che pubblica dischi jazz, in realtà fa altro. Dicono che il suono dei loro dischi è il più vicino possibile al suono del silenzio. Forse non vuol dire niente, ma chi s’è inventato ‘sta stronzata non è così lontano dal vero. Bene, ora hanno pubblicato una nuova serie di cd, tipo greatest hits dei loro principali musicisti. Che sono Keith Jarrett, Jan Garbarek, Bill Frisell, Chick Corea e altri. Se fossi in te li ascolterei, contro il logorio della vita moderna funzionano un casino.

Caro Christian, ho provato ad ascoltare Keith Jarrett mentre correvo, ma mi veniva un assopimento e sbandavo contro i semafori. Così mi sono fatto una compilation adatta al mese che viene. Ci ho messo “September” degli Earth, Wind and Fire, “September Morn” di Neil Diamond, “Settembre” di Alberto Fortis, “September Song” nella versione di Jimmy Durante, “September in the rain” cantata da Julie London, “Settembre” di Venditti, “Impressioni di settembre” della PFM e “29 settembre” di Battisti. “Torno a settembre” dei Santo California ho deciso di lasciarla fuori, e invece sono tornato a casa e in tv davano “Torna a settembre”, con Rock Hudson e Gina Lollobrigida, che ti consiglio assai, ma già te ne avevo scritto qualche tempo fa. Sto cominciando a rimbambire: hai ragione tu, sarà per via del coso, quello lì che viene d’estate, com’è che si chiama? Che si suda, e si sbuffa. Niente, non mi ricordo: sarà per via del coso.

Caro Luca, da te non me lo aspettavo. Sei di sinistra e ti sei dimenticato di “Luglio, Agosto, Settembre Nero” degli Area. Era bellissima, e ti avrebbe coperto almeno tre mesi. Mi sa che ha proprio ragione Vecchioni quando lamenta che a parte se medesimo la sinistra canterina non bada più all’impegno politico. Gli ha risposto da par suo Venditti. Dice che tra il primo e il secondo tempo dell’Olimpico c’è, anzi ce sta’, anche lui. I due hanno trovato un accordo sul mai perduto impegno di Guccini, Fossati e Battiato. Vero. E ti dirò di più, se tra un comizio e l’altro questi qui trovassero anche il tempo di scrivere delle buone canzoni non sarebbero neanche tanto male. Comunque visto che sei così all’avanguardia, ti segnalo che dagli archivi di Simon & Garfunkel hanno tirato fuori i nastri di un concerto che non sarà mitico come il famoso Concert in Central Park ma pare ci vada molto vicino. Vicinissimo, in realtà. E’ stato registrato al Lincoln Center di New York, a due passi dal Parco. Diciamo un “Concert near Central Park”. Prendilo, “quando primavera verrà”.

Ottobre 2002

Caro Christian, il mio primo concerto di Peter Gabriel fu a Firenze, vai a sapere quando. Il secondo, a Prato, il 6 luglio del 1983. Me lo ricordo perché ero stato appena interrogato agli esami di maturità, dopo aver mediocremente superato lo scritto di italiano con la traccia “Dica il candidato cosa significa oggi essere cittadini del proprio tempo”. Poi uno dice la crisi della scuola. Vabbè, almeno nel compito di matematica avevamo calcolato l’area di un esagono inscritto in una circonferenza, non sapendo niente nè dell’uno né dell’altra. O forse era il contrario? Insomma, oggi che ricorrono esattamente diciannove anni e due mesi e diciassette giorni tondi da quel giorno fatale (occhio, che ti racconto anche del mio primo concerto dei Rolling Stones, il giorno che vincemmo i mondiali), esce il cd nuovo di Peter Gabriel. So già che sarà bellissimo. Non è vero, non sono più così sicuro: ma voglio crederlo, dopo quell’Ovo un po’ sottotono di tre anni fa e il matrimonio celebrato in un albergo sardo. Anch’io, peraltro, in questi diciannove anni sono piuttosto rincoglionito.

Caro Luca, il mio primo Peter Gabriel è stato a Londra, allo stadio del Crystal Palace, dove qualche anno dopo andò a giocare quello splendido calciatore che era Attilio-Lombardo-pelato-bastardo. Ti dirò di più. Il 10 giugno del 1987 non ho avuto dubbi. Quella sera, a Milano, suonarono contemporaneamente David Bowie (a San Siro) e Peter Gabriel (al Palatrussardi). Scelsi Peter, ovviamente. Così come ho sempre preferito Lombardo a Di Livio per la fascia destra. Stai sereno, il disco è bellissimo nonostante la colonna sonora uscita il mese scorso sia abbastanza inutile. Io comunque a Peter perdono tutto, tranne la scelta del testimone di nozze. Si è preso Phil Collins, ti rendi conto? La Yoko Ono dei Genesis, la persona che ha distrutto la mia band preferita. Come se Lombardo fosse andato a giocare per Moratti. Ricordati: diffidare dei batteristi che si cimentano con la leadership, oltre che degli juventini che passano all’Inter. Anche la Pfm ha fatto la stessa fine, passando dai Live in Usa dei tempi di Mauro Pagani, ai playback a San Remo quando s’è affidata a Franz Di Cioccio. Per non parlare di Marcello Lippi.

Caro Christian, ma va’? Marcello Lippi è batterista? Le cose che imparo, da te. Quanto alla mia band preferita, venne distrutta proprio da Peter Gabriel, che se ne andò. Quindi lascia in pace quel brav’uomo di Phil Collins che si fece carico di tirare avanti onestamente pur non avendo il fisico: non mi risulta che Yoko Ono suonasse in Abbey Road, mentre la batteria di The lamb lies down on broadway non la pestavi nè tu né Yoko Ono, ma il solito testimone di nozze. A novembre esce anche il suo cd, che è meglio della maggior parte del pop che circola: “Wake up call”, la prima canzone, mi piace già (ha qualcosa con i telefoni, il brav’uomo: da “No reply at all” a “Billie, don’t lose my number”). C’è pure un pezzo con i cori africani, una ventina d’anni dopo Peter Gabriel. E poi è uno discreto, che si fa i fatti suoi, e non va in giro a dire che questa rubrica è rovinata da Christian Rocca (e pure ne avrebbe ragione). Ti saluto: adesso è l’una ed è ora di pranzo, bum dee dum dee dum dum.

Caro Luca, non riesco a scrivere un’altra volta il nome del batterista calvo. Anche le iniziali fanno schifo, sai io uso il Mac, detesto il Politicamente Corretto e qualsiasi tipo di Partito Comunista. Ma un’altra cosa te la devo dire. Il bassetto è quello che ha rovinato l’Album Perfetto, cioè Selling England, con una canzoncina che crudelmente Peter gli lasciò cantare, “More fool me”, cioè “quanto sono scemo”. Che fosse lui il “Fool on the Hill” dei Beatles? Rilassati, comunque. Specie ora che sei un divo della tv, e hai responsabilità istituzionali. Sto già aspettando la tua prima intervista a TvSette, e vedere come te la cavi con le domande di Marzullo. Ma siccome la vita è un sogno, e io sono buono, ti svelo una cosa incredibile: se vai in Sicilia, devi andare a Balestrate. C’è un bar che fa per te. Si chiama Barry White ed è monotematico, mette soltanto musica di Barry White. Credo possa nascere una moda, come con il Buddha Bar di Parigi. “Ma seriamente”. “Anche perché non è richiesta la giacca”. “E’ tutto”. “Ciao, devo proprio andare”.

Caro Christian, ti capisco, anch’io da giovane avevo questa fase di ribellismo contro i padri fondatori della nostra cultura. Poi passa. Nel frattempo ti interesserà invece sapere che a fine ottobre esce il nuovo cd dei Sigur Ros, che andammo a vedere insieme l’anno scorso (io e te, manco una ragazza, che sfigati): non solo il cd non ha titolo, ma non hanno titolo nemmeno le canzoni: con le dediche alla radio sarà una faticaccia. E così, di fesseria in fesseria, non ho più spazio per dirti della mia nuova passione, il “turbine spotting”. E poi è ora di cena, la minestra ti sta aspettando.

Caro Luca, anche a me piacciono le cose profondamente inutili. Pensa che una volta mi sono commosso per un libro di Alessandro Baricco. Poi Pietro Citati, su Repubblica, mi ha aperto gli occhi con una recensione-stroncatura che cominciava così: “Il mattino in cui scrisse Seta”. Ti consiglio invece un bel libro di un venticinquenne newyorchese. Si chiama Jonathan Safran Foer, e fa già il fenomeno. Il libro è “Ogni cosa è illuminata”, storia di un ragazzo che va in Ucraina per ricostruire la storia della sua famiglia. Io ho commesso l’errore di leggerlo in inglese (ora è uscito in italiano, da Guanda). Ma è stata un’esperienza utile. Il protagonista, in Ucraina, incontra un coetaneo che parla un inglese così intorcigliato che sembro io. Gli americani si sono molto divertiti. Alla fine ogni cosa si è illuminata anche per me, specie tutti quei sorrisetti che mi facevano.

Novembre 2002

Caro Christian, o c’è qualcosa che mi è sfuggito o la pubblicità ha raggiunto il cento per cento di efficacia. Mi spiego: un mese fa ho cominciato a vedere dei gran cartelloni in giro per Milano in onore di una enorme scarpa (un 41mila e mezzo, a occhio e croce) con su cucita una emme. Bruttina, ma come molte. Tempo tre giorni, e in giro le avevano tutti (tutti quelli di quel genere lì, quelli che tengono il pulloverino sulle spalle anche quando vanno a dormire). Mi sono perso qualcosa? Qualche principe del pensiero (che so, Ronaldo, Morgan dei Bluvertigo) le ha indossate in un varietà televisivo? Non vorrei suonare trombone, con la quantità di stronzate che compro, ma sto leggendo il nuovo libro di Chuck Palahniuk, che a un certo punto dice: “La gente vede uno spot delle patatine in tv e corre fuori a comprarle, e lo chiamano libero arbitrio”. Un po’ trombone, dici? Il libro però è fantastico, pieno di invenzioni raccapriccianti: dice che le risate che si sentono nei programmi tv sono state registrate negli anni Cinquanta, e che quelli che sentiamo ridere sono quasi tutti morti. Vedi un po’.

Caro Lux, hai ragione. In Rai, infatti, non s’è ancora trovato nessuno disposto a ridere delle gag di Max e Tux. Il paese, invece, si sta sbellicando con il Pinocchio di Bob Benigni. Io non l’ho visto, né lo vedrò, perché da tempo mi sono fatto un’opinione negativa sul rais della Vita è bella. Lo sai, io applico la dottrina Chrix, il first strike, la stroncatura preventiva. Me ne infischio di che cosa ne pensa la comunità internazionale, certi film non li vado a vedere unilateralmente. Così come sono pronto alla guerra contro le produzioni cinematografiche di quell’Asse del male che comprende i Cineasti Canaglia di Francia, Iran, Cina e del nuovo cinema italiano. Sono un pericolo per l’umanità, non hanno mai avuto scrupoli a sprigionare i gas soporiferi sugli spettatori, armi chimiche e batteriologiche più micidiali di una telecronaca di Mario Poltronieri. Non replicare, al solito, che questi mostri li abbiamo creati noi, che li abbiamo finanziati con il nostro denaro eccetera. E’ vero. Pensa che anch’io sono andato a vedere quella ciofeca di Amelie. Faccio ammenda, ma sappi che sono uscito al 5° del secondo tempo, il tempo minimo per applicare il libero arbitrio e sgranocchiarmi un intero pacchetto di Cipster.

Caro Christian, lascia stare il povero Poltronieri, che era un signore al confronto di quel fanatico schizzato che tratta di Formula Uno al Tg5 come se stesse riferendo in diretta lo sbarco in Normandia. Comunque, nel pacco di Amazon (sempre più bravi, ormai arriva in una settimana dall’America) assieme a “Lullaby” di Palahniuk, ho ricevuto anche i cd di Ani Di Franco (un doppio live: i tre migliori doppi live della storia? “Paris” dei Supertramp, “Plays Live” di Peter Gabriel e “Across a Wire” dei Counting Crows) e dei Bright Eyes. Che in realtà è un ragazzetto di ventidue anni di Omaha, Nebraska, che dovresti sentire, visto il tuo recente interesse per la musica alt-country. Secondo me è bravissimo. L’ho conosciuto a Milano l’hanno scorso che apriva il concerto degli Arab Strap: un soldo di cacio, una specie di Diaco ma più carino. A sproposito: sai che Diaco ne ha detta una giusta? Che dovrebbero mettere Blob su Raiuno contro Striscia, se la Rai volesse davvero vincere. I tre programmi tv più geniali degli ultimi dieci anni? Blob e il Grande Fratello.

Caro Luca, anche Otto e mezzo è mica male come programma televisivo. Dàgli un’occhiata, se Ferrara ti dovesse liberare da quella postazione. Senti, io vado effettivamente matto per l’alternative country, tanto che un mio amico inglese mi ha consigliato i dischi dell’inventore involontario di questo genere. Si chiama John Fahey, e intorno agli anni Sessanta faceva album strumentali di sola chitarra acustica che distribuiva nei campus della California. Il mio amico dice che mentre i fighetti perdevano la testa per Bob Dylan e Joan Baez, gli alternativi erano tutti per Fahey e le sue copertine incredibili. Anche i titoli delle canzoni sono mica male, tipo la mia preferita: “Il blues del sole che un giorno splenderà sulla porta del retro”.

Caro Christian, prova a sentire cosa ti dice il tuo amico inglese di questo nuovo libro di Zadie Smith, quella di “Denti Bianchi” che era piaciuto a tutti. Adesso invece vedo che la stanno stroncando a destra e a manca. Finito Palahniuk (a proposito, pare che Mondadori finalmente pubblichi in questi giorni il suo precedente e ottimo “Soffocare”, quello del sesso in aereo), ho cambiato genere e ho deciso di darmi alla famiglia: per il momento ho letto un libro spiritoso sull’impreparazione maschile alla paternità. Lo ha scritto Giacomo Papi, e mi chiedo se il suo bambino lo chiami per cognome. C’era una sua foto su Panorama, il mese scorso, ma non si vedeva la cosa più importante, i piedi. Magari ha le scarpe con la emme.

Caro Luca, denti bianchi, piedi, scarpe, paternità, famiglia Che fai, nannimoretteggi? Il mio amico non ne sa niente di Zadie Smith, ma mi ha dato un’altra dritta. Sempre musicale, però. A New York sono nati alcuni nuovi generi musicali. Te ne segnalo due, i miei preferiti. Il primo è l’Anti-Folk, una specie di punk acustico e ottimista, oppure una canzone folk con qualche affinità con i Clash. I seguaci vestono con le Converse, i jeans, la camicia di flanella, mettono il gel e amano Beck. L’altro si chiama Art Rock, ed è un filone con band di giovani creativi che fanno musica cerebrale, rumorosa, appassionata e volutamente incomprensibile, un po’ come i vecchi Talking Heads. I fan dell’Art Rock adorano Winona Ryder, con la quale scriverebbero volentieri sia Soffocare sia Papà.

Dicembre 2002

Caro Christian, finora era una questione marginale, ma adesso sento di dover intraprendere una battaglia linguistica seria. No, non sul “gli” e il “le”, quella ormai è persa: “La Russia promette che se gli verrà consegnato”, era l’apertura di una pagina di Repubblica la settimana scorsa, quindi figuriamoci. No, la cosa che voglio dire è che la mia ragazza è incinta. E chissenefrega, direte tutti, che non ne potete più di questi outing di fatti privati. Va bene, chissenefrega: ma sia chiaro che non è “in cinta”. È incinta. E se fosse incinta pure sua sorella, non sarebbero due sorelle “in cinta”. Sarebbero incinte. E il giorno che la scienza lo permetterà, io sarò incinto. Non sarò “in cinta”, non lo permette la lingua (magari sarò “a dorso nudo” o “all’agghiaccio”). Non esiste una cinta di mura dove vengono poste le persone che aspettano un bambino, né una cinghia con cui legarle. Incinta viene dal latino “incens”, sta tutto attaccato, e si coniuga maschile femminile singolare plurale. Ok, questione chiusa. La riapro solo se si fa vivo Bartezzaghi.

Caro Luca, auguri. Anche perché vedo che la prospettiva della paternità comincia a darti alla testa. Me ne rendo conto, con tutte quelle battutine spiritose che sei costretto a subire: “In caso di gemelli, chi dei due sarà il Grande Fratello?”. Conserva queste mie mail e tra 18 anni racconta a tuo figlio che secondo il tuo amico Christian nell’anno domini in cui lui è stato concepito le classifiche sono queste. Miglior disco rock dell’anno: () dei Sigur Ros. Miglior giorno dell’anno: 5 maggio, all’Olimpico. Miglior libro dell’anno: Wonder boys di Michael Chabon. Peggiore notizia dell’anno: Gwyneth Paltrow tra le braccia di Lorenzo Ciompi di Vivere. Miglior film dell’anno: il Pianista di Roman Polansky. Migliore squadra di calcio milanese senza terzino sinistro e con maglietta a strisce verticali nere e azzurre di proprietà di un petroliere amico di Gino Strada e che regala ad altra squadra milanese giocatori fortissimi e che un giorno fece lo scambio Mutu-Brocchi: Inter.

Caro Christian, anche il mio amico Franco è andato a vedere il Pianista. Appena si sveglia gli dico che a te è piaciuto. Io aspetto che esca “Morvern callar”, con la mia precog preferita. Quanto alla letteratura, tu sei uno colto, ma a me piace anche la raccolta appena uscita di strafalcioni di concorrenti dei quiz: “Le usano i pesci per respirare, con la B? Borchie. Mangia tutto e inizia per O? Oriettaberti”. Poi c’è Guanda che ha tradotto “Da capo”. Ti consiglio le voci del “Dizionario dello snob rock”, che gliele ammollano un po’ a tutti e persino a Nick Drake: “cantautore inglese depresso e taciturno beneficato postmortem dai rock snob per i tre album malinconici. Spesso in fotografia è ritratto mentre se ne sta tra gli alberi con aria afflitta. Conquistò una certa fama postuma quando la sua canzone Pink Moon venne usata in uno spot televisivo della Volkswagen”.
p.s. Su Google, 15 “all’agghiaccio”, tra cui CavalloWeb e il Rover Club Italia.

Caro Luca, le classifiche mi piacciono un casino. Eccoti le mie scelte, sempre a futura memoria. Il miglior gelato nocciola del mondo si mangia al Bar 900 di Alcamo (Trapani), mentre il miglior cioccolato è di Ernst Knamm a Milano. Il miglior disco dell’anno che non avrei mai pensato di ascoltare è quello di Solomon Burke, “Don’t give up on me”. Il miglior disco italiano simile ai Radiohead è quello di Marco Parente “Trasparente”. Il peggior terzino sinistro d’Occidente è Francesco Coco. La migliore rivista on line è Slate.com. Il libro più sopravvalutato dell’anno è “Le correzioni” di Jonathan Frenzen. Il miglior disco che somiglia sia ad Alanis Morissette che a Madonna e a Suzanne Vega è quello di Tori Amos. Il miglior telefilm dell’anno anche se a Mediaset non se ne sono accorti è West Wing. La migliore coppia di conduttori televisivi dopo Amedeo Goria-Maria Teresa Ruta,
Luca Giurato-Daniela Vergara, Frizzi-Dalla Chiesa e Costanzo-De Filippi, siete voi.

Caro Christian, tu scherzi. Comunque, a me “24” piace più di West Wing. Quello con Kiefer Sutherland, su Tele+. Mai visto un telefilm dove squillano tanti telefonini. È l’unica cosa in tv che mi fa spengere lo stereo (cioè, iTunes del Mac). Adesso sto sentendo Beth Gibbons, che era la voce dei Portishead e ha fatto questo disco fantastico con il bassista dei Talk Talk. Forse non tutti sanno che i Talk Talk, dopo Such a shame e quel periodo lì, si convinsero di essere la reincarnazione dei Pink Floyd e fecero dei dischi che i Radiohead se li sognano, per non parlare di quello lì, Francesco Coco. No, volevo dire l’altro, Marco Parente. Invece mi ha un po’ annoiato Ryan Adams, e poi ti voglio raccontare questa. Pare che si sia arrabbiato con uno spettatore che a un concerto ha urlato “Suonaci Summer of ’69”, scambiandolo per Brian Adams, o marciandoci. E ha cacciato lo spettatore, restituendogli i soldi. Adesso su internet è montata una campagna che invita il pubblico dei suoi spettacoli a chiedergli ogni canzone di Brian Adams che gli viene in mente. Povero Bryan. Alla fine gli toccherà cambiare nome, tipo “Ryan Ferry”, una cosa così.

Caro Luca, sai qual è il miglior cantante di tutti i tempi? Boy George Michael Jackson Browne. Be’, insomma in quattro non ne fannno uno buono. Comunque
il miglior disco dei Talk Talk è il primo, “The Party’s over” (no, non parla dei Ds), quello precedente a “It’ my life” dove c’è “Such a Shame” (no, non parla della legge Cirami) ed anche la mia canzone preferita, “Dum Dum Girl” (no, non parla di una letterina). Ma il punto qui è un altro: l’altra sera alla Wembley Arena di Londra, il cantante dei Coldplay, Chris Martin, ha dedicato “In my place” a Gwyneth Paltrow, presente in sala. Pare che la cosa di Ciompi fosse una bufala e che ora Gwyneth stia con Martin (gli venisse un colpo, o anche solo un Rush of blood to the head). Pensi che lei lo abbia scambiato per Steve Martin?

Gennaio 2003

Caro Christian,
chissà se tra i nostri otto lettori ci sono degli adolescenti. Dico adolescenti veri, quelli che vanno a scuola, non gli adolescenti sulla trentina che formano lo zoccolo duro dei lettori di Max. Beh, se ce ne sono uno o due, maschi o femmine, vorrei dir loro: scopate come dei ricci! Fatevelo dire da uno che non alzava una paglia e che ora vuole vendicare le sue inadempienze ma soprattutto gettare del ridicolo sull’opuscolo ministeriale diffuso nelle scuole con la millantata intenzione di informare i ragazzi sull’Aids. L’opuscolo spiega ai teenagers che devono cercare il vero amore e che la stabilità coniugale e la fedeltà sono le uniche armi contro l’aids. Se per questo, anche tagliarselo, aggiungerei io. Quindi vi invito a non seguire il mio esempio: io non ho mai usato il preservativo, quando ero al liceo. Ma avrei voluto tanto, ce ne fosse stata l’occasione. Altro che vero amore… ma mi fermo perché sto vergassolando, e non sarei all’altezza.

Caro Luca, 
qualcuno ha mai capito come scopano i ricci? Boh, c’è da chiederlo a Cecchi Paone. Ti consiglio, e il suggerimento si intenda anche per i tromboni del ministero, l’Enciclopedia di David Bowie. Uno che i ricci, pfui. Sono 600 pagine piene di notizie, dischi, amori e interpretazioni delle sue canzoni. Una informazione in particolare può essere utile contro l’Aids. Pare che Bowie abbia scritto uno dei suoi ultimi dischi, Outside (un capolavoro, fidati), influenzato dall’arte contremporanea, e in particolare dalle performance art (pare si dica così) di Rudolf Schwartzkogler, valoroso capofila della scuola dei castrazionisti viennesi. Non è una balla. La performance del caro Rudolf consiste nel tagliarsi il pisello, imbrattare di sangue delle salviettine, venderle agli spettatori. Schwartzkogle è morto nel 1969, c’è chi dice in seguito alle numerose auto-mutilazioni, secondo altri in manicomio.

Caro Christian,
non bisogna esagerare con la prevenzione. Ma bando alla tristezza, ti allieterò con la notizia di un importante traguardo professionale raggiunto da questa corrispondenza, che qualche ostinato retrogrado si ostina ad accusare di troppo personalismo (per non parlare della ragazza che ha scritto “non è che da qualche parte della vostra testa coltivate l’idea di essere divertenti, vero?”). A me è sempre sembrata un’idea efficace, ma magari mi sbaglio. Beh, non so se hai presente Repubblica, il secondo quotidiano nazionale. La settimana scorsa ha pubblicato questo in prima pagina: “Caro Bernardo, per ragioni che non sto a dirti, mi trovavo qualche giorno fa a La Rochelle…”. E poi: “Se alzo gli occhi, mentre leggo la tua lettera, caro Cesare, vedo la facciata scolorita di una casa di Rue Blanche”. Autori: Cesare Garboli e Bernardo Valli. I maestri hanno superato gli allievi. E quanto a maestri, è arrivato in questo momento il pacco di Amazon: ho fatto un ordine un po’ anziano, con Johnny Cash, Joni Mitchell e il nuovo doppio live di Paul McCartney. A natale mi prende così.

Caro Luca,
so che sei un fan dei doppi live. Ne ho ascoltati tre, recentemente. Due bellissimi, uno imbarazzante. Il primo è una registrazione inedita di un concerto del 1975 di Bob Dylan, e ti devo dire che non riesco a toglierlo dal lettore. Non è né lagnoso come il Dylan degli esordi né penoso come adesso. Poi la Pfm, addirittura “Live in Japan 2002”. Oh, sarà anche musica di trent’anni fa ma nessuno in Italia ha mai raggiunto il loro livello. Il terzo doppio live, quello imbarazzante, è Be’, non te lo dico. E così brutto che ho dovuto chiamare Alice. Tu dirai: Oh, che sarà?. Be’, vorrei incontrarti tra cent’anni. Magari con Sally. Sai io non sono un cantautoreGeneraleBufalo Bill figuriamoci Joe Temerario. Je so pazzo, e tu sei volata via o hai preso un treno a vapore, sotto un cielo senza nuvole Quando Il tempo non torna più. Chissà se lo sai Quello che le donne non dicono. La donna cannone, intendo. Io e te non abbiam bisogno di parole, perché il tempo non torna più in Piazza grande. Che soddisfazione. La storia siamo noi, Napule è Una città per cantare. Viva l’Italia.

Caro Luca, non hai capito niente? Tranquillo, non c’è Niente da capire.

Caro Christian,
per togliere il cd di Dylan dal lettore, io di solito premo il tasto con il triangolino. Ma la maggior parte delle volte nemmeno ce lo metto. Ti dico una cosa che mi metterà nei guai: io da tempo sospetto una certa sopravvalutazione di Bob Dylan, con tutto che è Bob-Dylan-un-mito-una-leggenda che come lui c’è solo il Papa. Ed effettivamente il Papa non ha nemmeno scritto Knockin’ on heaven’s door. Ma insomma, se a te piace. I miei cinque doppi live preferiti di tutti i tempi: Paris dei Supertramp, Live in NY dei Counting Crows, Peter Frampton Comes Alive, Babylon by bus di Bob Marley e Seconds Out di quelli lì, quelli con il batterista che è andato a Operazione Trionfo, oddìo al solo pensiero mi vergogno. Ma non riusciranno a gettar fango sui nostri anni migliori.

Caro Luca, anche i 6 doppi cd di Frank Zappa “You can’t do that on stage anymore” non erano male. Tra le diecimila canzoni ce n’è una in italiano. Si intitola “Tengo una minchia tanta”. Poi continua, e dice: “Tengo una minchia accussì”. Credo che il mondo si divida in due, tra chi considerava Zappa un genio e chi pensava fosse un cialtrone. Io sono abbastanza terzista, però. Faceva un sacco di stupidaggini, ma la sua battaglia contro il bacchettonismo rimarrà nella storia. La sua avversaria era Tipper Gore, la moglie del candidato anti Bush, una tipa impegnatissima nel voler censurare i testi sporchi delle canzoni rock. Zappa la sfotteva che era un piacere, e la definiva “una terrorista culturale”. Ora che Zappa è morto, sua moglie Gail è diventata una supporter dei Gore. FZ, lassù, ci avrà due palle accussì.

Febbraio 2003

Caro Christian, tra liste e classifiche alte e illuminate, noi consumisti compulsivi vorremmo nominare il prodotto dell’anno per il 2002. L’anno scorso avrei detto iPod di Apple, e quello prima i Quattrosaltinpadella Findus. Ma a questo giro, pur avendo preso in considerazione il Nokia che fa le fotografie (roba da ragazzini, dicono, e tra un po’ ce l’avranno tutti, come il telecomando della tv), annuncio il trionfo del Muffin al mirtillo dell’Autogrill. Ai primi tempi vedevo con favore qualsiasi viaggio in macchina per potermene comprare una dose, poi ho realizzato che li vendono anche negli autogrill cittadini, e ora la signorina di via del Corso ha smesso di fare dei segni alla guardia giurata quando vado e ne porto a casa venti, ancora confezionati e usciti dal frigorifero. A giudicare dall’incarto sembra vengano dalla Francia (occhio, quelli al cioccolato se la cavano ma non raggiungono le vette del mirtillo), ma devo prendere informazioni maggiori. No, non mi nutro solo di muffin e pastasciutta surgelata: a volte ordino la pizza di Tipico, su cui invece trattengo il giudizio, ma almeno arrivano rapidi ed invisibili (come i sommergibili). Appena scopro un sushi home delivery, sono a cavallo. 



Caro Luca, anche le Spinacine Aia non sono male. Io le tengo sempre a casa, sono molto pratiche se vuoi interrompere un’amicizia. Ci riesci facile, in soli tre minuti e con una noce di burro. In alternativa sparo ad alto volume il mio free-jazz. L’intruso trova subito una scusa per andarsene. Certo può capitare l’inconveniente, come l’altra sera. Avevo messo nel lettore “Modernistic” di Jason Moran, uno bravo bravo che alterna al piano-solo jazz e Schumann. E’ piaciuto anche all’ospite, che però mi ha detto: “Bella ‘sta musica, sembra Sensitive and Delicate di Stephen Schlaks”. Ecco, aver acquistato “Sensitive and Delicate” è la cosa che non mi perdonerò per tutta la vita. Anche perché, al contrario del mio amico Veltroni, non sarei in grado di sostenere che mentre compravo quel disco ero un anti-Schlacksiano. Avevo anche una grossa lacuna, colmata grazie a un dvd: ho visto con un anno di ritardo “Moulin Rouge”. Madonna! è il più bel film degli ultimi dieci anni. Le scene sono fantastiche, e i costumi e le canzonette anni 80. Questo Baz Luhrmann è un genio, sto pensando di andare a New York solo per vedere la sua Boheme. Intanto comprerò con Repubblica il dvd di “Ultimo Tango a Parigi” di Bertolucci, l’efficace spot delle Spinacine. Ti ricordi, no? Anche lì succede qualcosa in soli tre minuti e con una noce di burro.

Caro Christian, Moulin Rouge era bellissimo per un po’, ma alla scena di Roxanne sono stato svegliato dalle grida di quell’invasato che la cantava. Allora aridatece Sting (e a noi della costa uno che va a stare a Figline Valdarno non ci ha mai convinto). Spero almeno che tu non abbia comprato anche Richard Clayderman o i Rondò Veneziano, quella volta di Stephen Schlaks. Ho cominciato a leggere “Prey” di Michael Crichton, e mi piace come al solito: quando dico che “Jurassic Park” – il libro – mi è piaciuto da matti, di solito mi tolgono le rubriche di recensioni letterarie. Ma ormai me le hanno tolte tutte, e posso correre il rischio. Anche “Airframe”, quello sugli aerei un po’ snobbato, era formidabile. E a primavera esce in America anche “Cosmopolis”, il nuovo romanzo di Don DeLillo, autore che ci affanniamo a citare: e ci fosse uno che ha scritto una mail per dire che ne ha letta una pagina. Scrivono solo per avere l’indirizzo della Litizzetto.


Caro Luca, ho visto su Telepiù il concerto che quella str pardon: quella tipica lettrice di Amica, Yoko Ono insomma, ha organizzato a New York per rendere omaggio a John Lennon. C’erano alcune cose fantastiche. Un gigantesco Lou Reed ha fatto diventare un rock duro “Jealous Guy”, quella bella canzoncina sdolcinata nota soprattutto per l’assolo di fischio di Lennon. (A proposito: è uscito il nuovo doppio di Lou Reed, non l’ho ancora ascoltato ma so che è meraviglioso). Poi mi sono commosso per “Strawberry Fields Forever” cantata acustica da Cindy Lauper. (Giuro. A proposito che fa nella vita Cindy Lauper?). Pensa che mi è piaciuto anche Craig David, la sua versione rap&blues di “Come Together” era formidabile. Tu hai letto di Crichton, io invece mi sono appassionato a “La bella di Lodi”, un libro on the road di Alberto Arbasino sulla vita swinging nella bassa padana degli anni del Boom. Sì, mi sono dato agli anni Sessanta in questi primi mesi dell’anno. Hai per caso una mail di Catherine Spaak?

Caro Christian, prima dei Settanta ho i ricordi un po’ annebbiati: arrivo alla musica di “Ho incontrato un’ombra”, i primi pezzi da quattro del Lego con le rotelline e “Dialogo tra un impegnato e un non so”, il disco doppio di Giorgio Gaber. Ce n’era una copia in casa e io da bambino morivo dal ridere per la canzone sullo shampoo: “Son convinto che sia meglio quello giallo senza canfora/i migliori son più cari perché sono antiforfora”. “Ti spalmo la crema” degli Skiantos sarebbe venuta dopo, nella storia della canzone cosmetica. Comunque, non bisognerebbe parlar male di Yoko Ono, a costo di essere come quei Gaberiani che ce l’hanno con la Colli perché è di Forza Italia: non bisognerebbe mai ritenere di possedere qualcosa dei propri miti, solo perché sono i propri miti. Loro amavano Yoko Ono, e Ombretta Colli, mica noi. Ogni tanto ci scappa la mano, anch’io sento di avere una relazione speciale con i Pet Shop Boys. Non in quel senso. Ma intanto Yoko Ono ha organizzato il concerto di New York. E Phil Collins ha fatto da testimone nozze a Peter Gabriel, come ti ricordo spesso. E a noi non ci hanno invitati. 


Caro Luca, e tu pensi ancora all’amore? Guarda che siamo nell’era degli allegri clonatori di Rael, degli svitati frequentatori di extraterrestri e alieni. Non si fa più zum zum ora. O meglio: zum zum si fa ancora ma pare non sia più necessario per creare vita. Caro Luca, è Alien il nostro creatore. E vuoi mettere avere come genitore Sigourney Weaver al posto di un anziano barbuto e onnipotente? E’ ovvio che vincano gli amici di E.T. se noi insistiamo a vietare, censurare e proibire la ricerca scientifica. Niet anche alla clonazione terapeutica, all’utilizzo degli embrioni congelati che oggi vengono buttate nella spazzatura quando invece potrebbero curare molte malattie. Ce li meritiamo i raeliani, ce li meritiamo. Io no, non me li merito. Io alle elezioni ho votato per Luca Coscioni, seguo le sue battaglie e ho comprato il suo bel libro “Il maratoneta”. E poco, lo so. Cosa posso fare d’altro? Mica mi vorrai costringere a scegliere chi clonare tra John Lennon e Yoko Ono?

Marzo 2003

Caro Christian, il mese scorso sono entrato in un negozio e mi sono provato il cappotto Fay, quello lì con il fodero imbottito e il baverocon la cerniera che sbuca dai reverse. Non mi ha convinto, aveva delle brutte tasche sui fianchi, e così ho lasciato perdere. Adesso mi chiedo se ho fatto male, che vedo che è il capo più di moda della stagione: ce l’hanno un po’ tutti, dai ragazzi dello struscio il sabato agli avvocati sui voli Alitalia ai fanatici dell’aperitivo. Mi sento un po’ tagliato fuori, e mi chiedo le ragioni di cotanto successo. Credo si tratti di quel bavero che avvolge il collo, che fa sempre molto figo. Come mai? Come mai quando si è giovani, e alcuni anche dopo, il colletto rialzato sembra figo (oppure sembra cretino che vuol fare il figo con il colletto rialzato)? Ho pensato a cowboys, guerrieri, uomini d’azione, ma quelli hanno anzi bisogno di libertà di movimenti, t-shirts, cose così. Poi ci sono i signori eleganti, che tengono il colletto al suo posto. L’unico modello a cui sono riuscito a risalire sono i principi e aristocratici di secoli fa con le loro gorgere, quelle cose là. Comunque, ho capito che poiché l’effetto cretino ormai prevale sull’effetto grosso figo – uno con il collo della camicia alzato fa cretino, indubbiamente – il cappotto Fay è una valida via di mezzo: figo ma non ancora cretino (il ragazzotto della pubblicità di Vodaphone che saltabecca in bici nel traffico con il collo del golf rialzato fuori dal cappotto è invece già cretino). Io, tagliato fuori, ripiegherò sul golf con la cerniera sul collo e la camicia ammodìno: né figo né cretino. O tutti e due. 


Caro Luca, sono problemi grossi, mica solo i tuoi. E’ l’inesorabile declino della società occidentale, come direbbe Saddam. Uno che colletti, curdi e ispettori Onu li tiene sempre al loro posto. Basta leggere il nuovo libro di Carlo Panella per capirlo e tifare perché al più presto Saddam se ne vada. Il fronte anti Saddam è diviso in due: c’è chi non vede alternativa all’intervento militare e chi spera che il rais si dimetta. A me è venuta questa idea: dicono che in ballo ci sia il petrolio, no? Noi in Italia un petroliere ce l’abbiamo, giusto? E allora chiamiamo subito il presidente Moratti, ci penserà lui a esonerare Saddam. E’ un’ipotesi che va esaminata, anche se mi rendo perfettamente conto che agli iracheni potrebbe non convenire cacciare Saddam per poi avere Roy Hodgson. Ma a noi che ce ne importa? Quello che conta è che l’Iraq non sarà più un pericolo per l’Occidente, specie se mister Hodgson richiamasse Ciriaco Sforza e vendesse Tareq Aziz al Real Madrid.

Caro Christian, il tuo severo richiamo ai temi internazionali mi riporta con i piedi per terra sul difficile periodo che sta vivendo il nostro mondo. Ti chiedo perciò: tu come la annodi la sciarpa? Perché io di solito faccio un semplice nodo, brusco, e via. Mi pare meglio di quelli che arzigogolano tutti degli apparati che poi rischiano di finire strangolati o che per togliersi la sciarpa bisogna chiamare un idraulico. Però in effetti il nodo brusco fa entrare un po’ gli spifferi: non è che tu fai quel cappio come i milanesi, che ricorda tanto le manifestazioni davanti al Palazzo di Giustizia?


Caro Luca, copriti mi raccomando. Metti anche la maglina di lana, che voi radical chic siete così cagionevoli. So già quello che mi dirai, “radical chic sarà tua sorella”. Ok, va bene. Posso darti del “ marxista rococò”? Aspetta, non sono impazzito, ho soltanto finito di leggere un libro fantastico, “La bestia umana”, di Tom Wolfe, quello del “Falò delle Vanità” e di “Un uomo vero”. E’ una raccolta di suoi articoli e di saggi brevi molto divertenti. Lui fu quello che molti anni fa inventò la definizione “radical chic” per quella sinistra con la puzza sotto il naso, il caviale in frigo e la pashimina avvolta sbadatamente intorno al collo. Ora chiama “marxisti rococo” i figli dei “radical chic”, quelli che si credono antropologicamente superiori alle masse. S’è preso gioco della rivista più intellettualmente snob del pianeta, il New Yorker. Wolfe, praticamente, è un lettore di Max.

Caro Christian, scrivi di figli dei radical chic: la mia mamma occupava le stazioni ferroviarie sedendosi sulle rotaie, quindi bada a come parli. E quando dici che mi sento antropologicamente (ho dovuto fare copia incolla, che sennò non riuscivo a scriverlo) superiore alle masse, mi pare che da parte tua ci sia una certa presunzione: uno solo non fa una massa. Quanto alla massa, io ci sono nato, in un posto che si chiama così. Quindi bada a come parli. Ma cambierò discorso, che sennò sembriamo Lerner e Ferrara ai bei tempi. Vedo che i musicisti di una delle tue band preferite, i Wilco, hanno suonato in un cd del gruppo alternativo di Peter Buck dei Rem. Gente spiritosa, direi: il disco si intitola “Abbasso i Wilco”. Come se John Grisham avesse intitolato il suo ultimo libro “Quel cretino di John Grisham”. Invece no: si chiama “The king of torts”. Mai una gioia.


Caro Luca, che cosa c’entrano le manifestazioni? E le mamme, poi? A me le manifestazioni piacciono moltissimo, ne ho fatte tante, anche se non ho mai occupato niente, tantomeno una stazione ferroviaria. Sai, io sono un po’ radical chic: i treni mi fanno orrore, i maglioni prendono quel terribile odore di scompartimento… Il punto è un altro: non è detto che il disimpegno sia un male. Anzi. Ci avevano spiegato che la generazione X, cresciuta a cartoni animati e Mtv e veline sarebbe venuta fuori rincitrullita, decerebrata, perduta; che avremmo assistito al declino culturale della società occidentale e bla-bla-bla. E’ successo il contrario, specie nel campo delle lettere. L’America sforna un formidabile genio ogni sei mesi. A proposito, finalmente è uscito in Italia il libro di Dave Eggers. Senza la tv non ci sarebbe stato Eggers. Senza la tv, e lo dico soltanto perché lui si vantava di non guardarla, c’è stato Pietro Maso.

Aprile 2003

Caro Christian, ma secondo te un tedesco può aver fatto un bel cd di canzoni pop? Mi sto lambiccando su questa cosa, e ho paura che ci sia qualcosa di sbagliato in me: mi piace il disco nuovo di uno che si chiama Maximilian Hecker. Considerati i precedenti sassoni giunti fino a noi (i Trio, Nena, Falco – austriaco, lo so – anche i Kraftwerk e gli Eisturzende Neubaten), non mi pare sia possibile. Eppure mi piace. Forse dovrei vedere uno specialista. O ripescare qualcosa delle Sturmtruppen.


Caro Luca, ti do un’altra cosa da ripescare. Sono appena tornati i Rockets, quelli di “On the road again”, quelli con la faccia argentata, quelli che Elio e le Storie Tese presero in giro in un San Remo di qualche anno fa. Insomma, hai capito: quelli che sembrano i Nomadi, però metallizzati. Il disco si intitola, guarda un po’, On the road again 2003 remix. Prendilo, poi passa pure dallo specialista.

Caro Christian, un mio amico andò a un concerto dei Rockets e venne via con la camicia tutta bruciacchiata, per via degli effetti speciali. Ebbe insomma quel che si meritava. Storia che pare quelle di David Sedaris, un prodigioso raccontatore americano di cui è appena uscita la prima raccolta in italiano. C’è un racconto in cui il protagonista, bambino, vuole sfondare nella musica cantando i jingles della pubblicità con la voce di Billie Holiday. Normale che da grande finisca a fare “l’elfo di babbo natale” nei grandi magazzini Macy’s di new York (quelli della parata del quattro luglio). Non c’entra niente, ma c’è una canzone del nuovo disco di Joe Jackson, in cui lui si sveglia accanto a lei e non si ricorda il suo nome, il nome di lei: “ma sono sicuro che sta scritto su una scatola di fiammiferi, da qualche parte”. Non c’entra niente, già.


Caro Luca, infine mi sono convinto. Secondo il Corriere della Sera, Pippo Inzaghi, cioè il mio pensatore di riferimento, è l’unico nazionale italiano favorevole a un’invasione americana dell’Iraq. Potrei mai oppormi? Tanto più che se dovesse andare male, ci si può sempre buttare a terra e chiedere un rigore, no?

Caro Christian, puoi chiedere al tuo pensatore di riferimento di spiegarmi una questione filosofica che mi rovella? Ovvero: come mai un sacco di calciatori hanno sempre i capelli bagnati come se fossero appena usciti dalla doccia anche quando vanno ospiti a Buona Domenica o sono al ristorante? È il troppo pensare che produce vapore acqueo? O hanno la brillantina Linetti come sponsor? E soprattutto: se uno scrive “un sacco di calciatori”, poi coniuga il verbo al singolare o al plurale? Un sacco ha o un sacco hanno? Chiediglielo, quando lo vedi, per favore.


Caro Luca, se quello che scrive “un sacco di calciatori” è un calciatore allora coniuga tranquillamente al plurale. Io mi chiedo un’altra cosa. Ma come diavolo è possibile che tutte le volte, ma proprio tutte le volte, che inquadrano in primo piano un calciatore, questi o scaracchia o si scaccola? Credono di essere al Grande Fratello? Avrai notato come i più sofisticati si turino una narice per svuotare l’altra. Credo sia necessario un allenamento specifico per riuscirci. Io invece non mi muovo dalla poltrona, e non riesco a fare a meno del disco di Nick Cave. C’è l’ultimo pezzo, Baby I’m on fire, di 15 minuti, che è proprio fantastico. Secondo te, Springsteen e Doors a parte, in quante canzoni rock c’è un verso che fa I’m on fire o baby you can light my fire?

Caro Christian, mi viene in mente la versione complementare, in italiano: Marcella che canta “la mia gatta è ancora lì, non parla ma dice sì”. Una delle rare allusioni erotiche che sia riuscito a cogliere in tutta la mia vita (un’altra è “Una carezza e un pugno” di Celentano, il cui testo affido alle tue riflessioni, quando sarai solo). Anzi, se ne sai altre, informami, che faccio sempre delle figure da citrullo, in società.


Caro Luca, “Five to one” dei Doors. Ma, pippe a parte, sono in crisi esistenziale. Pensavo d’essere immune alla musica cubana, eppure quando mi hanno fatto ascoltare “mambo sinuendo” di Ry Cooder ho vacillato, un po’ come i diessini di fronte al crollo del muro di Berlino. Il disco è così bello che mi sono convinto di essere sempre stato un cultore della salsa-afro-mambo-cubana. Ti do una dritta, per i salotti. Se ti capita di incontrare una pornostar non ti fare subito riconoscere, non cercare di essere discreto, non fare il disinvolto. Il decalogo completo lo trovi nel libro di Ovidie, la prima pornostar femminista. Leggilo, eviterai una figuraccia e che lei ti canti Svalutascion di Celentano.

Maggio 2003

Caro Christian, a me il fittone per i Dire Straits non venne subito, ero ancora dietro ai dinosauri del rock del decennio precedente. Presi il virus tardi – circa quando uscì Love over gold – e come succede con la varicella da adulti, fu assai più devastante. Mi passò molto dopo, ma il primo sintomo di guarigione fu “Money for nothing”, che non sopportavo assolutamente e avevo programmato il lettore dei cd a saltarla (come “Mother” dei Police in Synchronicity). Adesso vedo che Zadie Smith nel suo nuovo romanzo immagina “Mark Knopfler a gratificare il suo pubblico suonando Money for nothing ancora una volta dopo Dio solo sa quante, anche se a lui fa schifo, anche se lui si sente morire dentro…”. Io ci credo, che gli facesse schifo pure a lui.


Cato Luca, poi ti parlerò del 5 maggio, ma intanto ti devo confessare una cosa: credo di aver perso la mia battaglia contro Phil Collins, il nanerottolo che ti piace tanto. L’altra sera ho visto un lungo documentario sulla sua vita, e mi ha quasi commosso. Ora, poveraccio, non se lo caga più nessuno, figurati che ha messo su casa in Svizzera. Pare che gli inglesi lo detestino, dopo che negli Anni 80 lo definivano “the nice guy”, insomma “il fighetto”. Ma era un fighetto così onnipresente che non potevi accendere la radio senza ascoltare una sua canzone, aprire un giornale senza vedere una sua foto, andare al cinema senza vederlo imitare Bob Hoskins, fare la spesa al supermercato senza sentire quella vocina fastidiosa cantare “I can feel it, coming in the air tonight, oh Lord” seguita dal rullare di tamburi. E senti l’aria questa notte e senti l’aria un’altra notte, Phil s’è impappinato con i numeri e un suo fax di insulti alla moglie è stato pubblicato da un tabloid. Fine dell’innamoramento degli inglesi (gente seria) nei suoi confronti. Si riavrà. L’altro giorno ho sentito un ragazzino di 16 anni con skateboard dire alla sua amichetta: “Mi levi il disco di Ice T e mi metti Phil Collins”? Oh Lord.

Caro Christian, il tuo accanimento nei confronti di Phil Collins merita che la tua chioma abbia la sorte della sua. Che sia stato reietto dagli inglesi e accolto dagli svizzeri mi pare poi cosa di cui congratularsi, che fa sospettare l’esistenza di un qualche giudizio divino benevolente. “La gente trovava strano che un assicuratore repubblicano e moderato fosse ateo, ma secondo Walter la gente faceva confusione tra assicurazione e sicurezza, che in realtà erano diametralmente l’opposto l’una dell’altra. Chi ha la sicurezza non ha certo bisogno di assicurazioni: se è nei piani di Dio che ti tamponino nel parcheggio della Monsey’s, chi siamo noi per venir meno alla sua volontà con una polizza auto? Esisteva, a Sodoma, la polizza del capofamiglia? E Maria, fu forse liquidata alla morte del figlio?”. È un romanzo nuovo, di Mark Costello: “La sottile inquietudine delle guardie del corpo”. Titolo che trovo tra i più belli degli ultimi tempi, assieme a “Poco mossi gli altri bacini” degli Avion Travel.


Caro Luca, comincio a parlarti del 5 maggio. E’ uscito il libro del mio amico Giampiero Mughini sulla Juve. Io credo che Mughins sia uno dei migliori scriventi d’Italia, nonostante una certa predilezione per i sarti giapponesi. Ho visto tre partite con lui nella mia vita. Una pareggiata a Parma 0-0 e addio allo scudetto, un’altra persa a Roma con la Lazio 4-1, e un’altra vinta con l’Udinese 1-0 (con gol di Salas, circostanza ancora più sgomentevole del pareggio e della sconfitta). Ah, avremmo dovuto vedere insieme Milan-Juve, poi lui non è potuto venire, ma Sheva non è stato avvertioc, così e già al quarto minuto ci ha fatto gol. Non credo che vorremmo mai più vedere una partita insieme. Peccato. E’ uno spettacolo assistere <al gesto che che mi è più abituale quando la Juve la mette dentro, scattare in piedi agitando le braccia a pugno chiuso e ululando un “dài!!!”>.

Caro Christian, la chioma di Phil Collins è troppo bene: tu meriti di essere scotennato dagli irochesi e che il tuo scalpo sia esposto alle porte di Abilene. C’è una canzone che si chiama così – “Abilene” – nel nuovo cd di Damien Jurado, che ha una bellissima copertina (tu per cosa li compri i cd?) e canzoni dolci e sonnolente, che magari ti farebbero diventare più buono. Magari no.


Caro Luca, dunque il 5 maggio. Il 5 maggio 1815 è morto Napoleone, uno che ha esportato la rivoluzione. Una specie di George W. preventivo. Vedi come sono buono con gli sfigati? In realtà sono impegnato a dimenticare la notizia secondo cui il passatempo di Peter Gabriel è lo snowboard sul Cervino. Non riesco a capacitarmene. Già somiglia a Carlo Verdone in Iris Blond, c’era bisogno di imitare Mike Bongiorno? Cerco rifugio al Blue Note, anche se per ora in programma non c’è traccia del mio nuovo gruppo jazz preferito: The bad plus (c’è una versione di Smells like teen spirits dei Nirvana da urlo). Ah, è uscito il libro di Michael Moore, uno che in una sola persona racchiude sia nanni moretti sia casarini sia grillo sia il gabibbo. Si intitola Stupidi uomini bianchi. Non lo comprare. Money for nothing.

Giugno 2003

Caro Christian, la televisione dà soddisfazioni e riconoscimenti. Senti di essere vicino alla gente. La settimana scorsa ero fermo a un semaforo, in bicicletta, a Roma. Qualcuno accanto a me, sul marciapiede, mi fa: “Ma lei è Luca Sofri?”. È un signore sulla cinquantina, con camicia bianca a quadri e collettone a due bottoni, di quelle che hanno i ragazzotti oggi, tipo Flavio Montrucchio. Io sorrido un po’ imbarazzato e tengo d’occhio il semaforo e gli altri pedoni che per fortuna sembrano ignorare la cosa: “uh, sì”, balbetto. “Me piace ‘r programma che fate, lei e Costanzo”. Adesso son qui che mi chiedo se mi ha preso per Demo Morselli: domani vado a tagliarmi i capelli.



Caro Luca, sarà per questo che Nicole Kidman s’è tagliata i capelli corti per girare “Birth”? Credi che potessero scambiarla per Valeria Marini? Comunque non ti preoccupare, sono cose che capitano. L’altro giorno sono andato a mangiare con alcuni amici a un cinese di New York (parte di conto di mia spettanza 174 dollari), ed è capitato che al mio tavolo ci fosse Salman Rushdie. Non l’ho riconosciuto subito, anzi sulle prime ho pensato: “Ma che ci fa Stanley Kubrick di nuovo tra noi?”. Poi ho visto un’ex velina di Fabrizio Frizzi, da tempo fidanzata con Rushide, e mi sono reso conto che quello era l’autore di Versetti Satanici. Sulle prime ho avuto paura di un qualche attentato iraniano, poi mi sono rassicurato perché al tavolo accanto c’era Danny Glover di Arma Letale.

Cioè, vuoi dire che siamo a metà della nostra doppia pagina e ti sei già speso tutto il compenso? Occhio, che Danny Glover è molto di sinistra: speriamo non ti abbia riconosciuto. Casomai fagli il mio nome, io sono un suo grosso fan: a parte Arma Letale, vado matto per un sottovalutato film di Lawrence Kasdan – “Grand Canyon” – in cui lui faceva quello bravo e buono ma non rompetegli le palle. Kasdan fu grandissimo, secondo me, pur con qualche inciampo. E allevò una scuola di attori che rese memorabili quegli anni, e poi sparirono quasi tutti: che ne è oggi di Jeff Goldblum, di Tom Berenger, di Kevin Costner, di Kathleen Turner, di Kevin Kline, di William Hurt, di Glenn Close, salvo poche piccole cose? Fanno robe di serie B in tv? Tu li vedi, laggiù? Una volta gli attori invecchiavano e lavoravano ancora, o mi sbaglio?


Caro Luca, in realtà qui in America va fortissimo il genere Grande Fratello. C’è stato il grande successo di Joe Millionaire, un reality show con un certo Joe che alla fine diventa appunto milionario. Ora è partito il nuovo programma di Monica Lewinsky, si intitola Mr. Personality ma secondo alcuni maligni avrebbero fatto meglio a chiamarlo “Joe Blow” (capita la battuta?). Poi al cinema vanno tutti a vedere The Real Cancun, evoluzione hollywodiana del Grande Fratello. Hanno messo alcuni ragazzi in una casa al mare in Messico, hanno girato per tre settimane e ne è venuto un film. Benedetti americani, come dice il titolo dell’ultimo libro di Massimo Teodori. Io li adoro, come sai. La cosa che più mi piace è che qui posso vedere con largo anticipo i film della prossima stagione. Una volta tornati a casa ti fa sentire molto figo, ed è molto utile se qualcuno ti invitasse a giocare a “nomi, città, animali” oppure a mimare un film. Ciao, scappo che inizia Matrix 2.

Caro Christian, li conosco quelli come te. Tornano qui e chiamano i film con il loro titolo originale e una nonchalance da sputargli in faccia. Io mi chiedo solo quale fosse il titolo originale di quello che il mese scorso qualche genialoide del marketing, quaggiù, ha ribattezzato “Maial college”. C’erano questi enormi manifesti ovunque. Maial college. A parte la raffinatezza della pellicola – ma io a Porky’s risi parecchio, confesso, e ancora di più con Tutti pazzi per Mary – ma CHE ACCIDENTI VUOL DIRE MAIAL? Che lingua è? Pene pecuniarie, propongo. Oppure la maledizione tricologica Phil Collins, che già ti lanciai il mese scorso.


Caro Luca, so che ci tieni: ecco le ultimissime sul fronte Phil Collins. Pare che ora si sia messo a disegnare Swatch. Vedrai che prima o poi farà anche qualche oggetto per Alessi. Hai sentito il nuovo Radiohead? Mooooolto bello, anche se li preferivo nella versione Kid A e Amnesiac. Alcune canzoni mi paiono strutturalmente simili ai miei vecchi adorati King Crimson, i quali peraltro hanno fatto un nuovo disco. Te lo consiglio, sembrano i Radiohead.

Luglio 2003

Caro Christian,
dice un mio amico musicista che le canzoni di Ligabue sono diseducative quanto quelle di Eminem. Che convincono i ragazzi che sia giusto passare la vita a buttarsi via nei bar di provincia essendo indulgenti con se stessi, piuttosto che fare qualcosa che renda migliori e più felici: “Dice, i ragazzi ci si riconoscono. Come se ci fosse da esserne belli fieri, a riconoscersi in gente che si vede da Mario prima o poi”. Mi ha convinto abbastanza, senza che poi trovi la cosa particolarmente drammatica. Ci sono diverse abitudini autocompiacenti e prive di senso, che circolano. Una che io ho sempre trovato particolarmente idiota è “sii te stesso”. Che se uno è un grosso stronzo, dovrebbe comportarsi sempre da grosso stronzo, per “sincerità”. Sii te stesso è da pigri, secondo me. Sii te stesso un par di balle: cerca di essere qualcun altro, da Gesù Cristo in giù. (“Tu ti credi Dio”, dicevano a Woody Allen, e lui: “Un modello dovrò pure averlo).

Caro Luca, chi ti credi di essere? Te stesso? 
Non sono d’accordo però. Gi stronzi che fanno gli stronzi sono meglio degli stronzi che per fare l’Arcangelo Gabriele fanno stronzate grandi così. Prendi Donald Rumsfeld o, che ne so, Pippo Inzaghi. A me, credo unico al mondo, sono simpaticissimi. Ma al resto of the world stanno sul gozzo, e allora? Ci difenda bene l’uno e si prenda il calcio di rigore l’altro, ché chi se ne frega del resto. Prendi, invece, gli stronzi che si spacciano per combattenti di cause buone. Che ne so: Bin Laden oppure Pippo Inzaghi che si ostina a giocare per il Milan

Caro Christian, intuisco che a te non sia concepibile l’ipotesi di essere migliori, ma solo quella di spacciarsi per migliori. Lasciamo perdere, e sii te stesso. All’estero poi viene più facile, là sono tolleranti. Uno dei posti che conosco dove sono tutti più se stessi e chissenefrega è la Germania, e Berlino in particolare. Giudica tu i risultati. C’è un libro molto divertente che è stato appena pubblicato in Italia, che racconta delle vicissitudini quotidiane di un quasi trentenne berlinese, e delle sue comiche contraddizioni ra l’essere il se stesso di sempre e il cominciare a essere qualcos’altro. Si chiama “Il signor Lehmann”. Lui fa il cameriere nei locali della città, che ti consiglio caldamente: fammi sapere se ti servono degli indirizzi.

Caro Luca, so che fine ha fatto Tom Bosley. Chi è Tom Bosley? Dài smettila, ché se Fabio Fazio viene a sapere che sei così impreparato monta un casino. Allora, te la racconto dall’inizio. L’altro giorno sono andato a teatro. A Broadway. Un musical. Se stai a New York pare che sia obbligatorio. Ero già andato, finalmente, a vedere la Boheme diretta da quel genio di Baz Luhrmann, e mi era piaciuta. E’ uguale a Moulin Rouge, però senza Nicole Kidman e con la “gelida manina” al posto di “don’t leave me this way”. Sto divagando, ma ci arrivo a Tom Bosley. La Boheme mi è piaciuta, così ho deciso vedere un altro musical. Ho scelto Cabaret, lo spettacolo che Liza Minnelli ha portato al cinema e che io credevo di aver visto chissà quante volte, e invece mai. Cabaret è diretto da Sam Mendes, il regista di American Beauty e di Era mio padre. Lo spettacolo non era in un teatro normale ma al mitico Studio 54, la discoteca più figa del mondo una trentina di anni fa. Posto fantastico, velluti e anni Settanta. Mi sentivo Tony Manero, specie per l’accento con cui ho chiesto un Apple Martini (E’ il cocktail dell’anno, ma mi ha steso). Vabbè. Comincia lo spettacolo, i balli, le canzoni, le coreografie e a un certo punto compare lui, Tom, cioè Howard. Ho urlato di gioia, Tom Bosley è Howard Cunningham. Il padre di Ritchie e di Sottiletta. Oh, happy days.

Caro Christian, certo che so chi è Tom Bosley. Ma non ho mai capito come si scriva Ralph Malph (Potsie Weber è più facile). E guarda che anche qui succedono delle cose che potranno trovarti impreparato, quando torni. Scenderai dall’aereo, a Linate, e verrai in taxi verso casa. E dal finestrino vedrai una cosa strana, e ti chiederai: “Ma adesso tengono i ragazzotti al giunzaglio, per evitar loro di nuocere?”. Beh, ti spiego: pare che non sia un guinzaglio. Pare che ora faccia grosso figo aggirarsi con un mazzo di chiavi appeso al collo, tramite una specie di guinzaglio per cani. Non so se valga anche che più chiavi hai più sei figo (o più sei gobbo), mi sto informando. Credo che nei movimenti bruschi sia pericolosissimo, comunque: ma si sa, i ragazzi amano le emozioni forti. Io anche, peraltro: e oggi ho riguardato il dvd di Italia-Germania dell’11 luglio 1982 (quel giorno a Torino c’erano i Rolling Stones, di pomeriggio, così poi si andava a vedere la finale). Quest’estate, in mancanza di eventi calcistici rilevanti ­ passata la finale di champions di cui credo tu sia stato informato ­ la passo con i dvd e con il libro di Italo Cucci, che sintetizza con prosa tecnica il significato di quell’11 luglio: “Mettemmo a tacere tutti i coglioni”.

Caro Luca, qui va fortissimo la risposta italoamericana a Carla Bruni. Hai presente Junior, lo zio di Tony Soprano? L’attore si chiama Dominic Chianese e ha fatto un disco acustico di canzoni italiane tipo “Mala Femmena”, “Dicitenciello Vuie” e la struggente “Song a napoletano”. Suona tutti i lunedì da Sofia’s, un club vicino Times Square. Andrà mai a San Remo? Ah, stavo dimenticando, il mese prossimo in America esce il libro che fa per te. Come direbbe Italo Cucci, “metterai a tacere tutti i coglioni”. Si chiama “In Praise of Nepotism”, un elogio del nepotismo in un paese che ha il figlio di un presidente come presidente che ha sconfitto un vice presidente che prima o poi sarà vendicato dalla moglie del presidente di cui era vice. Il nepotismo non è una cosa negativa, è l’inevitabile risultato della natura umana, sostiene questo saggio. C’è solo da portarlo allo scoperto, senza infingimenti, e poi gettare le basi di un “nuovo nepotismo”. E’ questa la tesi, che io condivido, del libro di Adam Bellow. Figlio di Saul Bellow.

Agosto 2003

Caro Christian, nella galleria di tipologie umane che si distinguono dai dettagli dell’abbigliamento – i colletti alzati, le sciarpe con il nodo a cappio, le canottiere dentro gli slip – di cui ti ho raccontato negli ultimi mesi, ne avevo pronta una classica ma sempre in circolazione. Ma Dave Eggers, nel suo ultimo romanzo, mi ha soffiato la descrizione: “Ogni singolo uomo là dentro, o quasi tutti – ci saranno stati più o meno venti uomini in quel casinò, perlopiù giovani, e la cosa valeva per almeno una quindicina di loro – avevano un maglione di cotone posato sulle spalle e legato sul davanti. Dodici uomini e altrettanti maglioni gialli o blu cielo tutti legati sul davanti con la massima cura. E mica bastava semplicemente legarlo: occorreva sistemarselo con nonchalance al centro del petto, un po’ come una stola di pelliccia. E oltrettutto in quella sala ci saranno stati venticinque gradi”. Ecco, nel timore di essere irrispettoso nei confronti del nostro presidente del Consiglio, non avrei saputo descriverli meglio.


Caro Luca, ti do le ultime sul formidabile genio. Qui in America ha pubblicato una versione più lunga del suo romanzo, ha 60 pagine in più aggiunte a due terzi del libro. L’io narrante (oddio, ho scritto l’io narrante?) è un altro, e smonta la storia che hai letto tu. Ora però non vorrei che la sinistra si metta a gridare al complotto, e ad annunciarci per la 759esima volta che la democrazia è in pericolo. (La democrazia sembra in pericolo almeno quanto quelle strade piene di cartelli che annunciano pericolo cervi. Tu hai mai visto un cervo sul raccordo anulare?). Anche il titolo è cambiato. Non si chiama più Conoscerete la nostra velocità. Si chiama Sacrament (qui ci deve aver messo mano Buttiglione). Comunque sappi che già si parla della sua terza opera. Sarà firmata soltanto “by Dave”. Conosceremo il suo formidabile cognome per quella data, no? Credo che il nostro amico Eggers sia più paraculo di Diaco. In fondo Dave e Pigi li abbiamo lanciati noi, no?

Caro Christian, vacci piano. Io ho lanciato solo te, e ancora vengo insultato per strada. Ciò nonostante, perché ti voglio bene e non riesco mai a ricordarmi perché, ti segnalo una chicca (oddio, ho scritto chicca?): c’è un sito internet dove vendono bootleg ufficiali dei concerti che Peter Gabriel ha tenuto il mese scorso negli Stati Uniti. Loro vanno, registrano il concerto, e dal giorno dopo lo vendono – masterizzando i cd e confezionandoli a cottimo – a chi li richiede: sono un po’ costosi, ma tu te lo puoi permettere, se la sinistra non ti tolglie tutti i soldi dopo averti picchiato con un randello in un vicolo buio e averti insultato la mamma. Devi stare attento con la sinistra, sono subdoli e cattivissimi. Ma vedo che tu stai in guardia, anzi: ti dai da fare parecchio anche con la destra.


Caro Luca, l’altro giorno ho incontrato per strada Spike Lee. Era uguale a un personaggio di un film di Spike Lee. Ciondolava, pantaloni col cavallo basso, aveva un cappellino degli Yankees e lo zainetto nero. Parlava al telefonino e attraversava col semaforo rosso. I tassisti gli suonavano e lui li mandava a quel paese. L’ho seguito per un po’. Eravamo sulla 57esima strada. Al quarto semaforo rosso l’ho perso. Deve essere entrato alla libreria Rizzoli, è l’unico posto di Manhattan dove trovi Max. Pare che non se ne perda uno, Spike. Credo sia un fan di quel Raffaele Panizza che scrive qui da noi. In questo periodo è incazzato nero. No, non Panizza. Sempre Spike. Il canale TnT ha deciso di cambiare palinsesto e di dedicarsi completamente alle cose che piacciono ai maschietti, sport, giochi e cartoni animati osè. E in omaggio a Spike Lee ha scelto di chiamarsi Spike. Spike, mica Spike Lee. Solo Spike tv. Ma al regista ciondolante questa cosa non è piaciuta e li ha querelati. Eggers non l‘avrebbe fatto. Spike, come by Dave. Basta essere paraculi, e le cose si risolvono. Perché non lo chiamano Pigi ’sto canale?

Caro Christian, sono troppo vecchio per queste cose. Per me Panizza era un ciclista, Spike un disco di Elvis Costello, pigi una voce verbale assai usata in Toscana persino con doppi sensi e Tnt quelli di Alan Ford (che di tutti è il più bello, e ci sta proprio per quello, nel gruppo Tnt). Mi ricordo anche i nomi dei fratelli di Bob Rock e perché si chiamano così. Tu stai ringiovanendo a vista d’occhio: capace che ti fanno presentare Sanremo.


Caro Luca, neanche Mister Fantasy parlava così tanto di PG. Comunque esiste una registrazione del suo concerto dell’Alcatraz. Quello noioso. Eravamo insieme. Ti ricordi? Non ci volevano far entrare nel palchetto riservato alla stampa. Forse perché eravamo gli unici due che avevano pagato il biglietto. Mi pare di ricordare che ci fosse il tuo amico Morgan, by Morgan, il Diaco dei Bluevertigo. Comunque mi hanno mandato una copia del bootleg. Ho scoperto che le note di copertina sono mie. Hanno preso un mio articolo scritto per Capital. Sono soddisfazioni. A un certo punto si sente forte-e-chiaro un tipo che urla: “Nikka Costa”. Chi era? Un centrocampista del Milan?

Settembre 2003

Caro Christian, non ho capito bene se Bob Dylan abbia copiato una storia giapponese o cosa, e non me ne importa nemmeno granché (almeno fosse stata Jeeg robot d’acciaio). Quando partono queste discussioni sui plagi, diventano tutti forcaioli e pensano di saperla lunga individuando le assonanze più fortuite, e le citazioni più innocue. Certo, ci sono i casi proverbiali, ma da quando in qua una canzone ci piace meno se scopriamo che è scopiazzata da qualche altra parte? Non è mica il Nobel per la fisica, trattasi di canzonette. Di solito si cita Zucchero, uno che si è costruito una bella carriera ascoltando musica altrui, fin dai tempi di “Donne” che somigliava a “No woman no cry”. Ma nessuno ricorda la sua copiatura più lampante: una delle sue canzoni che mi piacciono comincia così, “Niente di nuovo, tranne l’affitto per me”. Dubito che si tratti di una coincidenza, che una vecchia canzone di Gwen Guthrie (no, non è parente di Woody e Arlo Guthrie) si chiami “Ain’t nothin goin’ on but the rent”. Ma sai che c’è? Chissenefrega.


Caro Luca, ti dimentichi di “Non c’è più rispetto” e “Respect” di Aretha Franklyn, ma d’accordo, chissenefrega, e poi Zucchero sarà sempre nei nostri cuori per aver fatto cantare gli italiani contumelie libidinose contro l’Azione cattolica. A me colpisce un’altra cosa, invece. A volte a causa dell’inglese non ci accorgiamo di quanto stupide siano certe canzoni che ci piacciono tanto. Anzi, peggio: i nomi dei gruppi. L’altro giorno ascoltavo alla radio una canzone che ai tempi mi piaceva un casino: “Dust in the wind” dei Kansas. I Kansas? Pensa se un gruppo italiano si chiamasse i Basilicata? Lo compreresti mai un disco dei Basilicata? E gli America? Immaginati gli Italia? Chi diavolo sono? Il gruppo di Toto Cutugno e Mino Reitano? E poi i Chicago. Perché un gruppo si deve chiamare come un città? Hai sentito l’ultimo disco dei Potenza? Oppure dei Torino? Be’ ci sono i Turin Breaks, in realtà, che vuol dire i Freni di Torino. E abbiamo anche Ivana Spagna, non dimenticare. E i muretti delle autostrade che per ignoti motivi si chiamano New Jersey o forse Nebraska (credo che c’entri Bruce Springsteen in qualche modo). Ti saluto, vado ad ascoltare il mio gruppo preferito degli anni Ottanta. Come si chiama… dài, lo sai, quello di David Sylvian… ah sì: i Japan.

Caro Christian, come avevo detto, accanirsi su una presunta affinità tra “Non c’è più rispetto” e “Respect”, mi pare troppo. Allora “Com’è profondo il mare” e “How deep is the Ocean”? E “Ti amo” e “I love you”? E “Il nostro caro angelo” e “Angel”? Lasciamo perdere, dai retta. Invece pensando alle canzonette, all’estate che sta finendo e un anno se ne va, eccetera, ho guardato delle cose su internet e mi sono perso, come capita sempre: sono finito sul sito della Sammontana. E mi sono ricordato che ai tempi miei e nei posti miei i gelati più popolari erano il Cammillino e il Granulato all’amarena. Ma forse è perché eravamo in Toscana, e la Sammontana è vicino a Empoli. Adesso l’Algida impera, e non vedo mai né la Besana nè la Toseroni. Esistono ancora? Ma che ne sai tu?, che a settembre pensi solo a Del Piero, Inzaghi, Beckham e quella gente lì.


Caro Luca, David Beckham ha scelto il numero 23 per la sua maglia del Real. In onore di Michael Jordan. Anche Marco Simone al Milan prese il 23 per lo stesso motivo. Alessio Tacchinardi veste il 3, in omaggio a Allan Iverson, guardia dei Sixers. Ora che i calciatori possono scegliere i numeri di maglia chissà perché si ispirano al basket. E’ uno dei misteri irrisolti di questa epoca. Eppure il basket italiano un tempo aveva i numeri dal 4 al 15, ed era fantastico. Ogni numero corrispondeva a un tipo umano. Era meglio di una seduta dallo psichiatra. Il 4 era sempre il tipo piccoletto, estroso e coraggioso. In trasferta raccontava le barzellette, e si metteva le mutande in testa. Berlusconi, secondo me, era un 4. Il 5, spesso un mancino, era uno serio, quadrato e con i piedi per terra. Ti potevi fidare del numero 5. Il 6 era regolare, affidabile ma con improvvisi colpi di genio. Il 7 era quello spigoloso e ragionatore, controllava il referto e che non barassero con il cronometro. L’8 era uno come il 6, meno geniale ma più solido. Quasi tutti gli 8 si sono laureati in Economia o Ingegneria, lo sai no?. Il 9 era il puntero, bassetto per quel ruolo. Folle e completamente inaffidabile. L’11 era quello forte ma un po’ impacciato, il 10 era sempre il capitano. I più forti dunque prendevano i numero dal calcio. Il 12 e il 13 erano due che passavano lì per caso. Il 14 era appena uscito dal manicomio, appena gli capitava la palla tra le mani si involava verso la difesa schierata. Gli fischiavano spesso fallo di sfondamento. Il 15 era il gigante buono. Io ero un 6, tu scommetto che eri un 7.

Caro Christian, io giocavo a baseball ed ero uno zerovirgolazerozerodue, nelle giornate buone. Però mi pare di ricordare che in una cabala misteriosa in voga dalle mie parti, il 23 corrispondeva al termine “pèoro”, che in Toscana viene associato a persona del cui coniuge si discute l’integrità morale. Questo potrebbe motivare ulteriormente la scelta di Beckham, se uno volesse fare delle battute facili e volgari, cosa da cui rifuggo. Per non correre rischi, ti saluto, che sennò siamo troppo lunghi, e a Max tagliano le battute a metà e sembra che non siamo spiritosissimi.


Caro Luca, laggiù tra lo zerovirgola e il 7 ti serve un buon libro di sport in attesa della nuova stagione in diretta su Sky Italia. Compra quello di Emanuela Audisio, la più brava scrittrice (non solo) sportiva che abbiamo. Ti farà bene. Io l’ho letto in spiaggia e ora, come dice quel nostro amico comune, sono ben pronto a godermi le partite su uno strano canale polacco che si chiama CalcioSky.

Ottobre 2003

Caro Christian, ma tu la sapevi questa storia di Rita Pavone e i Pink Floyd? L’ho letta su un weblog: pare che lei vada sostenendo, ma non ne ho conferma diretta, di essere stata citata in “San Tropez”, ma la questione è controversa: io non ci avevo fatto caso e sono andato a controllare. La maggior parte dei testi che si trovano in giro riportano un “later by phone” che solo con molto ardimento si potrebbe interpretare come “Rita Pavone”. Ho messo il cd e ho raccolto tutto il mio ardimento, ma non ce l’ho fatta: dice “later by phone”. Peccato.


Caro Luca, i Pink Floyd hanno fatto una cover di assantropé-lalunasidestaconté, e io non ne sapevo niente? A questo punto non sono più certo di aver capito bene il nuovo disco di Neil Young, il mio rocker psicopatico preferito. Credevo di aver sentito niliang citare in una delle canzoni di Greendale due colleghi di Rita Pavone, John Lennon e Bob Dylan. Ma ora mi viene il dubbio: magari dice “a melon” e “bomb Iran”? Senti, mi devi fare un favore: puoi togliere da questa pagina la tua foto da bambino? Non ne posso più di spiegare a tutti che, come dici tu, “solo con molto ardimento la si potrebbe interpretare” come una mia foto di trentacinque anni fa. Dài, lascia stare i bambini. Credo che lo dicessero anche i Pink Floyd: “Hey Rita, leave the kids pavone”

Caro Christian, ti verrei incontro, anche perché mi guardo allo specchio e mi sento vecchio vecchio. Ma stamattina mi sono svegliato e allo specchio mi sembravo anche più scuro di pelle. Considerato che non vado al mare ormai da un paio di mesi (e qul giorno lì, pioveva), credo che si tratti dell’immedesimazione nelle radici del soul. Non sento altro, da giorni. Da quando un blogger milanese mi ha portato a vedere “Only the strong survive”, un documentario fantastico sugli artisti della Stax. Poi, siccome le cose simili succedono sempre tutte assieme, sono stato in un rifugio di montagna dove il cameriere sentiva delle compilations piene di Isaac Hayes e Curtis Mayfield. Poi, siccome le cose simili succedono sempre tutte insieme, ho visto Ali – quello con Will Smith, non l’avevo ancora visto – e all’inizio c’è un concerto di Sam Cooke. Non sento altro, da giorni, con un’unica deroga: la versione soul dal vivo di “Eden” di Paolo Conte. C’è del soul un po’ in tutti noi, fratello: appena trovo una mia foto da nero, la metto.


Caro Luca, bravo. Vallo a raccontare a Coleman Silk che ti sentivi più scuro di pelle stamattina. Coleman Silk è il protagonista della Macchia Umana, il film con Anthony Hopkins e Nicole Kidman tratto dal libro di Philip Roth. Silk è un rispettato prof americano che va nei casini perché una sua battuta in classe viene interpretata come razzista. A quel punto lo scaricano, ma chi lo licenzia non sa che Silk tutte le mattine si alza, si guarda allo specchio e sa di essere nelle radici del soul fino al collo. Vabbè, non te lo posso raccontare tutto. Così come per intero non sono mai riuscito ad ascoltare un disco soul. Il soul è una musica fantastica per 30 secondi, poi è insopportabile. Infatti la usano solo per le pubblicità dei jeans e dei cornetti Algida, se ci pensi, e mai per le telepromozioni dell’arbitro Cesari.

Caro Christian, se Max non ti taglia quest’ultima, davvero in Italia c’è la libertà di stampa. Parliamo d’altro: perché non mi avvisate mai delle cose belle della vita? Perché ho dovuto scoprire da solo i piani di Castelluccio, il posto più bello del mondo (se la batte con Boccadarno)? Perché ho dovuto scoprire da solo i Contenuti speciali dei DVD? Che sono fantastici, ti fanno rivalutare qualsiasi stronzata di film tu abbia appena visto, persino La febbre del sabato sera. Lo sapevi che il povero John Travolta (che allora era già famosissimo in America, ma solo perché faceva Vinnie Barbarino in quel telefilm meraviglioso del professor Kotter) aveva una fidanzata bella e bionda con il doppio dei suoi anni, che morì di cancro durante le riprese del film? Mi sono intenerito e per un paio di giorni ho anche cancellato la cosa che lui è dianetico, il cielo lo perdoni. Poi ho imparato come hanno girato la scena iniziale di Viale del tramonto, quella della piscina, ho scoperto che Qualcuno volò sul nido del cuculo è stato voluto da Michael Douglas, e mi ha fatto persino simpatia Eminem, nel dietro le quinte di 8th mile. Mi bevo qualsiasi fesseria, già.


Caro Luca, con i contenuti speciali dei dvd però a volte esagerano. Hai notato che nel dvd di C’era una volta in America non c’è più Robert De Niro? Cioè, lui c’è sempre. Non c’è la sua voce, quella che gli dava Ferruccio Amendola. Pare che nel passaggio dall’analogico al digitale si sia perso il doppiaggio originale, per cui sono stati costretti a rifarlo. Ovviamente senza Ferruccio Amendola, che non c’è più. Insomma è un altro film, ma poteva capitare di peggio. Pensa se avessero scelto Claudio Amendola per sostituire suo padre: te lo immagini De Niro che manna tutti a morì ammazzati? Io guardo poco i dvd, fatta eccezione per i primi 34 minuti di Eyes Wide Shut e per il pezzo di Moulin Rouge dove Ewan McGregor canta “Don’t leave me this way” a Nicole Kidman. Lei non lo lascia, come sai. Però nella vita è stata lasciata da Tom Cruise, dianetico come Travolta. Ma quella canzone dei Pink Floyd non è che diceva “Hey Tom, leave Kidman alone”?.

Novembre 2003

Caro Christian, un accidente del destino ha fatto atterrare sugli scaffali del mio bagno alcuni prodotti di cosmesi maschile. Li chiamo così perché non ho ancora capito bene a cosa servano. Siccome nella vita non mi voglio precludere nessuna esperienza e sono un uomo assetato di conoscenza, ho deciso di intraprendere anche questa avventura. Leggo le istruzioni e le seguo diligentemente: “applico il prodotto sul viso inumidito con acqua tipeida”, “massaggio dolcemente” e cose così. Tutto dopo aver impiegato una decina di minuti a decifrare la differenza tra un coso e l’altro, cercando di tradurre da un francese sognante e privo di senso. Non escludo di essermi lavato i denti con un dopobarba. Per ora non ho ancora raggiunto né il Nirvana né una qualche comprensione del fenomeno. MI guardo allo specchio e cerco di sentirmi come Carlo Rossella. Forse dovrei chiedere a lui.


Caro Luca, già che ci sei fatti spiegare dal direttore di Panorama che il francese non si porta più, neanche sui prodotti di cosmesi maschile. Fidati, io uso il Liquid body cleanser di Kiehl’s che è americano, l’after shave balm e l’anti-perspirant di Aveda che sono di Minneapolis, e il profumo Penhaligon’s che è inglese. Coalition of the peeling. Credimi: i francesi sono una boiata pazzesca. Non servono a niente, brioches a parte. Che cosa hanno di buono i francesi, oltre a Zidane? (Che poi non è francese, ma algerino). Che fanno di così importante e meraviglioso per tirarsela tanto? Il foie gras, d’accordo. E magari qualche rosso di Borgogna (ma quelli spagnoli hanno più corpo). E poi? Mi sai spiegare perché portano la camicia sbottonata sul petto? E come mai in tutti i film francesi c’è Daniel Auteil? Hai mai letto un libro francese successivo a Balzac? (Io sì: Emmanuelle). Ti sarà mica piaciuto quella sòla di Amelie, vero? Non crederai che i loro formaggi siano migliori, nevvero? O sei cascato anche tu nella trappola della musica da ascensori del Buddha Bar? A proposito, sono certo che mi aiuterai a rintracciare Eva Green, quella francesina del film di Bertolucci che mi ha fatto perdere la testa, neanche fosse Robespierre.

Caro Christian, l’anti-perspirant ti deve aver inibito il ricambio d’aria alle meningi. Bossi dice che Roma è marcia, Giorgio Bocca ce l’ha con “l’impero americano”, potreste vedervi tutti e tre al bar e far gran conversazioni. Magari vi mando anche Chuck Palahniuk, che ho conosciuto ieri, e invece ce l’ha con la televisione. Dice che lui non ne ha più una, perché preferisce fare le cose piuttosto che guardare gli altri farle. Invece che dirgli che anch’io preferisco scrivere romanzi piuttosto che leggere i suoi, gli ho risposto che intanto si perde le finali del baseball, e poi che per quanto si impegni, gli altri faranno sempre molte più cose di lui: meglio dar loro un’occhiata, ogni tanto.


Caro Luca, io per esempio guardo sempre L’isola dei Famosi dove tra me, Palahniuk e te, l’unico con qualche chance di ammissione alla seconda edizione sei tu. Andrea Palahniukkets, mi pare faccia già l’opinionista del programma, no? Io li adoro, comunque. I famosi imitano, senza rendersene conto, i concorrenti del Grande Fratello. Salvo e Lorenzo, gli originali, hanno fatto storia, stabilito un tono, fissato i paletti. Quando Maria Teresa Ruta va al confessionale parla come Maria Antonietta, mentre la mia preferita, cioè Susanna Torretta, ha come modello l’ineguagliabile figura di Marina La Rosa. Per la quale, ricordo di aver già perso la testa.

Caro Christian, sono stato alla prima di “The league of extraordinary gentlemen” a Londra, e ho quasi toccato Sean Connery. Mi sono fermato all’ultimo momento per la paura che cadesse per terra, non si sa mai. Il film comunque è divertente, una di quelle robe da ragazzini dove scoppia tutto continuamente e tutti si menano come fabbri dall’inizio alla fine. Ogni tanto fanno anche qualche battuta, e qui a differenza che in altri film tratti da fumetti che ho visto di recente, le battute non sono niente male. A un certo punto Alan Quatermain dice a Dorian Gray: “forse le sfugge il quadro, mister Gray”.


Caro Luca, in fondo Sean Connery è il Fabio Testi anglosassone. E’ perfetto per l’isola, non a caso fa quella pubblicità dove non lo riconosce nessuno. A memoria d’uomo, salvi gli 007, non c’è traccia di un suo film decente. Il suo vicino di casa di New York gli ha fatto causa perché scionconnery vuole rinnovare la palazzina e farlo partecipare alle spese. Quello non ci pensa nemmeno, anzi lo vuole in tribunale perché i lavori a casa di scion hanno fatto parecchi danni all’appartamento sottostante. Io sto con James Bond, Licenza edilizia.

Dicembre 2003

Caro Christian, ma tu te ne intendi di macchine? Cioè, devo comprare una macchina, che la mia ha fatto 220 mila chilometri: nel frattempo alle automobili sono successe un sacco di cose, e io me le sono perse. Per esempio, le monovolume: tu hai capito il senso? Io ho capito che si sta più alti, e per noi non altissimi è una certa soddisfazione, una specie di rivincita su un decennale complesso di inferiorità. Ma non è che si capotta? La fanno tutti la prova dell’alce? E poi, ne ho provata una: per poco non stendo una signora sulle strisce che mi era rimasta impallata dal montante a sinistra del parabrezza. Poi è pieno di optionals costosissimi, che dopo un’ora ti sembrano indispensabili: ho guidato una macchina giapponese che aveva una telecamera sul paraurti posteriore e in uno schermo sul lunotto vedevi quello contro cui saresti andato a sbattere in retromarcia. Dici che torna buono? 


Caro Luca, macchina giapponese? Ricordati che la proprietà di Max ha un qualche legame con la Fiat, nelle Americhe meglio conosciuta come Fix It, Again, Tony. Datti alle italiane e del problema investi (in senso metaforico) il direttore di codesto mensile, magari riesce a farti ottenere uno sconto per la Nuova Ypsilon (chiedi se lo fa a me). Io ho altro cui pensare. Siamo alla fine dell’anno e non ho ancora fatto nessuna classifica. Ci provo ora: migliore trasmissione televisiva dell’anno: l’Isola dei famosi; migliore Magnum serie i 7 vizi capitali: lussuria; migliore disco rock: Greendale di Neil Young; migliore spettacolo comico: quando l’Inter ha battuto 3 a 0 l’Arsenal; migliore film: non me ne viene in mente nessuno; migliori libri: American Ground di William Langewiesche e In un milione di piccoli pezzi di James Frey; miglior disco jazz: Changing Places di Tord Gustavsen; migliore sindaco di Roma: Walter Veltroni; migliore nome da mettere a un figlio: Pavel; miglior disco italiano: quello di Elisa; migliore trasmissione radiofonica dopo la rassegna stampa di radio radicale: ogni maledetta domenica su radiodue; migliore saggio di lucida e approfondita analisi di politica internazionale e non solo: Esportare l’America scritto da me di persona personalmente; migliore conduttore che ha appeso le scarpe al chiodo dell’anno: Luca Sofri. Credi che per la pubblicità subliminale contenuta nelle ultime tre categorie, il direttore di Max ci farà pagare molto?

Caro Christian, te la sei cavata nel finale, che a leggere del Magnum ti stavo per togliere il saluto. Quella è gente che manda a remengo tutte le cose care e importanti della nostra storia e delle nostre tradzioni, altro che il crocifisso a scuola: quelli hanno eliminato la Bomboniera! E l’hanno rimpiazzata con una robetta… bleah, non so nemmeno come descriverla. Io adesso vado al cinema, e devo stare digiuno tutto il tempo (il popcorn non mi piace, mbè?), per colpa dei loro magnumini (hanno un gelato che si chiama Magnum, e lo fanno piccolo: è come fare una station wagon coupé). Comunque, di Neil Young non c’era bisogno, dammi retta: se proprio vuoi un bravo Neil Young dei tempi nostri, segnati Damien Rice. Ha la stessa storia di David Gray, fece il botto in Irlanda e nessuno si era accorto di lui: ora lo stanno ristampando in tutto il mondo. Fossi te direi: miglior disco dell’anno (la differenza è che tu l’hai già detto di quattordici dischi, e manca ancora un mese).


Caro Luca, il migliore Rice dell’anno è Condoleezza. E’ stupenda Condy e pare suoni il pianoforte in modo strepitoso, specie mentre i marines liberano popoli mediorientali. Nel 2008, se non dovesse vincere Diaco, sarebbe fantastico assistere a una sfida tra lei e Hillary. Che ne dici? Noi di sinistra stiamo con il black power. E voi? In attesa che tu riesca ad elaborare una posizione terzista, ti consiglio di provare i migliori cornetti farciti alla crema dell’anno, li trovi alla pasticceria Sissy di Milano, in Piazza Risorgimento. Ti confermo, come ogni anno, che il miglior gelato nocciola di tutti i tempi lo trovi al Bar 900 di Alcamo e per la miglior-qualsiasi-cosa al cioccolato devi andare da Enrst Knamm sempre a Milano, zona Cinque Giornate.

Caro Christian, ma che è? Il mese della marchetta? Posso anch’io elencare il nome del mio ortolano e del concessionario dove vorrei comprare la macchina? Mi rifiuto, io sono uno integro, se voglio che mi mandino l’ultimo Asterix telefono in Mondadori, ma non sto mica qui a dire che sono la casa editrice migliore del mondo: si sa, che la migliore del mondo è la Rizzoli.


Caro Luca, la migliore casa editrice del mondo è Random House che pare abbia dato a un giornalista italiano, Andrea di Robilant, più di un miliarduzzo come anticipo per scrivere la storia di due suoi avi veneziani. Il libro ora è uscito anche in Italia, per Mondadori. Quando telefoni chiedine due copie.

Gennaio 2004

Caro Christian, avevo fatto un bel proposito per l’anno nuovo, ma ho avuto una delusione. Ho scoperto, per via di Schwarzenegger, che non posso fare il presidente degli Stati Uniti (neanche tu, avvisato). Non che non mi trovi bene, qui con te, per carità. Ma avevo un progetto di interior design che mi è caro e che mi dà da pensare da molto. E cioè: perché tengono la scrivania rivolta verso il muro? Nell’Ufficio Ovale, dico. C’è questa bellissima stanza illuminata da tre porte finestre che affacciano sul giardino della Casa Bianca, nientemeno. E l’uomo più potente del mondo che fa? Sta girato dall’altra parte. Mai che a uno sia venuto in mente di arrivare lì, bello insediato, e girare quella dannata scrivania. Lo so cosa stai per dire: che quella è gente che ha da lavorare seriamente, non come me che stenderei le gambe sopra la scrivania e passerei il tempo a guardare gli scoiattoli. O la neve che cade. Ma sospetto che a una buona politica presidenziale un bel panoramino potrebbe solo giovare. Guarda me: sto scrivendo con un bel tramonto milanese davanti agli occhi, e non ho ancora bombardato nessuno.


Caro Luca, gran bella battuta. Sembri quella figlia di un senatore di Forza Italia che dice di fare satira e poi dà di ciccione a Giuliano Ferrara. Mettete insieme le vostre “qualità autorali” – sì, ha detto “autorali” la figlia del senatore di Forza Italia – sono certo che riuscirete a escogitare uno sketch originale, una cosa mai vista, tipo tirare una torta in faccia. Ci fareste morire dalle risate. Comunque, detto questo, è da scemi censurare sia la satira sia qualsiasi altra cosa. Peggio della censura ci sono soltanto le lagne dei censurati. Senti, mi è venuta un’idea: perché non facciamo di questa nostra corrispondenza “autorale” un bel libro? Una bella raccolta di tutti i nostri re: no subject. Non sarebbe meraviglioso? Sono certo che non ce lo pubblicherebbe nessuno. Censura, censura.

Caro Christian, non so se i lettori italiani siano pronti per un’opera di tale portata, che farebbe senz’altro discutere. Meglio aspettare. È anche una questione di umiltà e modestia, qualità per cui noi andiamo famosi e di cui si potrebbe dubitare qualora accettassimo un grosso anticipo. Molto grosso, poi, sarebbe imbarazzante. Chissà quanti soldi hanno dato allo scrittore di culto David Foster Wallace, perché scrivesse finalmente un buon libro né troppo lungo e né troppo corto, e lui gli ha consegnato un trattato di storia della matematica pieno di radici quadrate e derivate seconde. Quanto allo sketch di tirarti una torta in faccia, non lo dare per perso. Guardati attorno.


Caro Luca, è molto più bello il libro che ha scritto un giornalista del Tg5, si chiama Gaetano Savatteri, lui è quello che fa i servizi di cronaca con la erre moscia. In realtà sono due i giornalisti del Tg5 che arrotano le r e scrivono romanzi, l’altro è Marco Ferrante, ed è anche lui un mio caro amico. Eppure, pensa, nessuno dei due mi ha ancora presentato Annalisa Spiezie. Comunque, ti dicevo, Savatteri ha scritto “La ferita di Vishinskij”, una storia intricatissima ambientata a Palermo tra l’Ottocento e oggi. Te la consiglio, anche perché Vishinskij era il pubblico accusatore dei processi staliniani e anche il nomignolo che Cossiga diede a Luciano Violante. Anche Violante ha scritto un libro, Un mondo asimettrico, che probabilmente è il migliore tra tutti quelli antiamericani usciti di questi tempi. Ma, invece, prendi il libro di Martin Amis sui crimini di Stalin e il fighettismo di sinistra. Si intitola Koba il terribile, Koba è il nomignolo di Stalin, ma non credo che Cossiga c’entri.

Caro Christian, quello che mi piace di te è la visione spassionata e distaccata sulla politica. Ogni tanto dovresti scrivere qualcosa contro qualcuno di sinistra, secondo me. Il libro di Amis è brutto e stupidino: arriva sempre qualcuno alla fine della fiera che pretende di aver capito tutto. In questo capisco che tu ti senta vicino ad Amis. Cose più efficaci e ragionevoli sul comunismo le aveva scritte Arthur Koestler diversi decenni prima. Per distrarti, ti consiglierei una bellissima ricostruzione della storia del Bounty, appena uscita in America. Si fa del revisionismo sulla figura del cattivissimo capitano Bligh, contro cui si ribellarono gli ammutinati, che poi non era così cattivo: questo dovrebbe piacerti. Legge e ordine, augh.


Caro Luca, Buio a mezzogiorno, è uno dei caposaldi del pensiero occidentale insieme con Mezzogiorno di fuoco, Nicole Kidman e i punti fragola dell’Esselunga ma, pensa, fu stroncato dai lucasofri del tempo. Comunque, ti sorprenderò. Ti elogio il libro di un filosofo francese, Bernard Henry Levy, che nonostante somigli a Daniel Auteuil, quello che nei film francesi bacia sempre Emanuelle Beart, ha scritto una bellissima inchiesta sull’assassinio del giornalista Daniel Pearl. E poi: hai mai sentito il disco “Gramsci Bar”? E’ fantastico. E’ una raccolta di canzoni storiche della sinistra, l’Internazionale, Fischia il vento eccetera, riarrangiate in modo lounge e fighetto. Tipo Budda Bar. Giro-girotondo-quanto-è-bello-il-mondo, però non c’è.

Febbraio 2004

Caro Christian, vorrei proporti una riabilitazione. Trattandosi di un personaggio inviso alla sinistra, so di poter contare su di te (tu riabiliteresti Hannibal Lecter, per far dispetto a Michele Serra). Io penso che Carcarlo Pravettoni sia stato erroneamente malvisto. In realtà la lista “Asfalto che ride” aveva del buono. Ci ho riflettuto cercando di andare in bicicletta per Milano, in quelle istantanee pause tra una rotaia, una pietra sporgente, un pavé dissestato e una buca nei sampietrini. Asfaltare, che diamine! La ruota che scorre, dolce e sensuale, sul ruvidino dell’asfalto. È una sensazione rilassante e bituminosa. Asfaltare! Via tutte quelle pietrazze storte e insensate. Parlo di Milano, ma se vogliamo estendere il discorso ai diritti del ciclista romano, ho una seconda proposta: stendere i colli! Giù tutto, Monteverde, Oppio, Esquilino, Coinquilino, zac! E via, lievi come il vento. 


Caro Luca, te ne propongo una io di riabilitazione: gli anni Settanta. Parafrasando Raf, che cosa resterà di questi anni Settanta? L’unica cosa decente, leggi sui diritti civili e mondiali d’Argentina a parte, prodotta in quegli anni è la musica rock progressive. No, c’era anche quel triangolino bianco ul basso del teleschermo di Raiuno che segnalava che stava cominciando un programma su Raidue. Te lo ricordi? Bei tempi quando non c’era il Berlusca, e Michele Serra seguiva il suo lungimirante leader Berlinguer che lanciava fatwe contro l’introduzione della tv a colori e delle autostrade. Ma non mi distrarre. Voglio parlarti degli Area, della Pfm, degli Acqua Fragile insomma di quelli lì che imitavano i Genesis, gli Yes e i King Crimsom. Un’anima pia alla Bmg ha deciso di ristampare una ventina di quei dischi. Geniale. Stai attento, però. Ascoltandoli ti verrà il magone, specie se guarderai fuori dalla finestra di casa tua a Milano. Quei dischi ti ricorderanno che lì sotto, un giorno, era tutta campagna.

Caro Christian: fatwe? È roba che si asfalta? Se no non mi interessa. Io sto rivalutando gli anni Trenta e Quaranta, grazie a un esilarante libro di fotografie del Duce pubblicato da poco. È una raccolta di foto censurate alla pubblicazione per un motivo o per l’altro, ma tutti riconducibili a imbarazzi vari in cui Mussolini sarebbe stato messo. Le mie preferite sono Mussolini-che-si-tiene-il-pacco, Mussolini-che-si-spatascia-in-una-siepe-col-cavallo, Mussolini-che-si-infracica-con-un’innaffiatrice-automatica e Mussolini-che-fa-la-mossa. La gioia dei bambini. Quell’omino era un grosso sfigato: sono i più pericolosi.


Caro Luca, mi sto facendo una cultura sui totalitarismi. Ho comprato questo libro che dici tu, come sai leggo e rileggo quello di Amis su Stalin e ora sto leggendo “La disfatta”, un racconto avvincente sugli ultimi giorni di Hitler rinchiuso nel bunker, ma anche “I piccoli martiri assassini di Allah” di Carlo Panella, purtroppo a casa mia non si prende Raitre ma, in compenso, ho acquistato in edicola con la Stampa la serie completa dei dvd della Juve.

Caro Christian, Michele Boroni – popolare blogger e mio socio radiofonico, nonché interista – ha un nome per la sua condizione, simmetrica alla tua: la chiama “interiorizzazione” del dolore. Io, fino a che non ricomincia il campionato di baseball, non mi interesso di sport. Anzi, ti ricordi di quando andammo allo Yankee Stadium, preferendolo di misura al concerto di Al Green? Adesso lui ha fatto un disco nuovo, col suo produttore storico, e il New Yorker ha svelato il segreto delle mirabilie della sua voce soul: il microfono numero 9. Il produttore lo teneva da parte da 25 anni, dal loro ultimo disco assieme. Tra 25 anni, io e te saremo condirettori di Max Anni Azzurri.


Caro Luca, di New York non vorrei più parlare, almeno fino a quando non ci torno. Ho una certa nostalgia. Sai, gli ultimi due scudetti li ho festeggiati lì, a Central Park. Non so se hai presente, è quel posto dove i due nostri maestri, Siimon & Garfunkel, i primi due renosubjectari della storia (cos’altro è The sound of silence?), una volta hanno fatto un concerto. Il Parco ora è stato disegnato dal di dentro da Matteo Pericoli, in un fantastico libro che si apre a fisarmonica (capisci a me) e che segue il suo precendente disegno dello skyline di Manhattan. Un’ultima cosa. Non parlo più dei Coldplay, da quando Chris Martin si è sposato con Gwynnie. Anzi per ripicca ti consiglio di ascoltare il nuovo disco di Bill Frisell, (tranquillo: stavolta non fa jazz), con la giovane cantante Petra Haden. Fanno una versione di Yellow fenomenale. E giallo è il colore della gelosia, no?

Marzo 2004

Caro Christian, mi sono sempre chiesto perché gli americani chiamino le automobili con l’anno di produzione. Una Buick del ’59, una Cadillac del ’66, eccetera. E soprattutto mi sono sempre chiesto: come accidenti fanno a sapere di che anno sono, la Buick e la Cadillac, eccetera? Adesso mi hanno spiegato che di solito le macchine americane non sono note con un nome di modello (e questo mostrerebbe la grande civiltà di quel popolo: niente Tipo, niente Duna, niente Vito e niente Touareg), ma con l’anno di uscita del modello. Anche se io mi ricordo una meravigliosa Ford Torino con i riporti in legno. Ma ancora devo capire: come si distingue una Buick del ’59 da una del ’58? Tu hai imparato, o sai solo distinguere un neocon del ’39 da uno del ’41 (che è altrettanto difficile: i neocon si assomigliano tutti).



Caro Luca, ho imparato un’altra cosa l’altro giorno in Carolina del sud. Sono andato in un posto che sia chiama Charleston, come il ballo, dove tutti hanno strani pick up scassati e capelli lunghi con i riccioli, insomma un ceppo etnico a metà strada tra i ZZ Top e Bo and Luke del telefilm Hazzard, la cui macchina, ti ricordo, si chiamava Generale Lee ed era una Dodge Charger del 1969 (a proposito di telefilm mito: qui è appena uscito un film tratto da Starsky e Hutch). Insomma, in questa landa disperata dove va ancora molto forte la bandiera sudista ho scoperto che i pomodori verdi fritti, come quelli del film, esistono davvero. Li ho ordinati, li ho mangiati e, infine, li ho vomitati alla fermata del treno.

Caro Christian, ripulisciti che ho trovato la ragazza per te. Intanto è israeliana. Poi è cosmopolita. Suo padre è russo e sua madre è di Giava. Adesso abita a Parigi. Sa suonare la chitarra, l’armonica e il clarinetto. Ha fatto un cd bello assai. Si chiama Keren Ann e ha trent’anni. Lo so che penserai che è uno di quei fittoni che vengono a me per le ragazze francesi sui trenta con le vocette angeliche e la chitarra, e le canzoni sonnolente, tipo Carla Bruni. Ma io sono già fidanzato. Anche tu, d’accordo. Lasciamo stare. Tanto non ci si sarebbe filata nemmeno, a noialtri di provincia.



Caro Luca, il punto è che noialtri di provincia siamo convinti che gli altri siano più fighi di noi. Non è vero. L’altro giorno, a New York, sono entrato in un negozio di telefonini per ricaricare la scheda del mio cellulare americano. A un certo punto è entrato un tizio capellone che aveva problemi con la sua batteria (seguimi: con la batteria). Ha confabulato con il commesso, si è girato e mi sono accorto che era Pat Metheny. Ora, vedere il più grande chitarrista del mondo con un problema al telefonino, come l’ultimo dei provinciali, fa già molta impressione ma, secondo te, come mai non ha capito al volo la mia battuta “Ehi, Pat, ho qui il contrabbasso, magari potremmo fare un trio”?

Caro Christian, bravo. Gli hai fatto vedere come siamo spiritosi, noialtri di provincia. E non è vero che siamo sempre così esterofili: io dei critici cinematografici americani mi fido e non mi fido. Per esempio, gli è piaciuto “In America”, che era una fesseria imbarazzante. Quindi, quando ho visto che le critiche di “School of rock” erano tutte uguali, mi sono insospettito. Dicevano tutti più o meno così: “è un filmetto di un’ovvietà suprema, che pare uscito dagli anni Ottanta, dove tutto è prevedibile dall’inizio alla fine e la sceneggiatura uguale a mille altre, eppure mi sono divertito un sacco”. Beh, alla fine è esattamente vero. Mi sono divertito un sacco anch’io, e ho trovato formidabile Joan Cusack (quella di “caffè, tè, mè?”, per capirsi), che fa la preside zitella con un’anima da Stevie Nicks. No, quello che dici tu è John Cusack: suo fratello.



Caro Luca, qui nel Nuovo Mondo mi manca molto il Grande Fratello. Non capisco perché non lo trasmettano anche per gli italiani all’estero, in fondo quest’anno il selezionatore era Mirko Tremaglia, no? Anche a me i critici americani fanno venire qualche dubbio, per esempio hanno detto mirabilie di quella lì, come si chiama, dài… Bridget Jones (la sorella di Indiana, credo), per la parte cafona in Cold Mountain (un polpettone pacifista) e non hanno premiato Nicole Kidman, forse perché pur interpretando una contadina sembra lo stesso uscita da un servizio fotografico di Vogue. Qui la critica, invece, esalta un film del 1965, stesso anno della Corvette: “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo. New York, come sai, è la capitale della cultura europea, così per settimane è stato impossibile riuscire a ottenere un biglietto: sold out per Gillo Pontecorvo. Infine ci sono andato. L’attore principale si chiama Brahim Haggiag, ed è uguale a Enrico Lo Verso. Te lo consiglio: il film è veramente bello, nonostante non abbia capito una parola né di arabo né di francese.

Aprile 2004

Caro Christian, ho finalmente scoperto che differenza c’è tra Ulisse e Freccia Alata. Non sono ubriaco, sono i nomi delle due classi di frequent flyers di Alitalia, quelli che siccome sono clienti abituali li dovrebbero trattare meglio. Morale: si diventa Ulisse con cinquantamila miglia e Freccia Alata con settantacinquemila, tipo il Gran Mogol delle Giovani marmotte (io ero Governatore del Club di Topolino, comunque). Nessuna delle due classi però ti permette di avere un posto senza che il cafone del posto davanti ti si reclini sulle ginocchia appena decollato. E poi mi avanza una manciata di miglia di American Airlines che ci ho viaggiato una volta sola e ora vorrei barattarle con qualcos’altro, che so, un pacchetto di salatini, una mascherina per dormire.



Caro Luca, qui in America come sai si parla molto di matrimoni tra gay, e sia Bush sia il suo sfidante Kerry sono contrari. La battaglia si è spostata all’Onu, dove si è costituita un’associazione che si chiama GLOBE, cioè Gay Lesbian or Transgender Employers, cioè impiegati gay, lesbiche e transessuali che chiedono uguali diritti e altrettante facilitazioni per i matrimoni gay. Ma non nel mondo, stai attento, piuttosto per gli impiegati dell’Onu. I paesi arabi si sono opposti, quindi niente incentivi ai membri del simpatico Globe. Avresti mai pensato che un transessuale potesse fare il dirigente all’Onu? Comunque dentro il Palazzo di Vetro, che è parecchio brutto, hanno appena finito di girare un film di Sydney Pollack. E’ la prima volta che il palazzo viene aperto a una produzione cinematografica, ai paesi arabi evidentemente non dispiacciono né le meraviglie di Nicole Kidman né le idee poltiche di Sean Penn.

Caro Christian, Sydney Pollack per me numero uno. Nel frattempo ho trovato questo sito dedicato solo ai fanatici delle Millemiglia di tutte le compagnie, si chiama Webflyer: ho scoperto che c’è gente che si fa certi Boston-Tokyo e ritorno in superofferta solo per portarsi a casa le miglia, e ci guadagna. Si vendono l’anima, per dirla con William Gibson, che nel suo ultimo romanzo sostiene che il jet-lag non è altro che la tua anima che rimane per strada e ha bisogno di un po’ di tempo per raggiungerti (l’anima non può andare così veloce, capirai).


Caro Luca, hai presente quel giornalista imbroglione che copiava gli articoli e si inventava gli scoop? No, non quello italiano. Dico Jayson Blair, del New York Times. L’anno scorso le sue magagne fecero scandalo e il direttore del più grande giornale del mondo fu costretto a dimettersi. Ora ha scritto un libro dove racconta tutta la verità e dice che ha mentito, mentito, poi ancora mentito. Tu gli credi? E’ il paradosso del bugiardo, come si fa a credere a uno che dice di aver sempre mentito? Avessi la sua faccia tosta copierei a piene mani un libro di tal Kyle Smith che si intitola Love Monkey. E’ una specie di Sex and the City al maschile, pieno di fidanzamenti, party, marche, musica, ristoranti e luoghi di Manhattan. Il protagonista è un giornalista di tabloid e dice una battuta che al di là dell’Atlantico capiamo solo tu e io. Dice, infatti, di essere bassino e che l’unico modo per definirlo alto (tall) è quello di trasformarlo in una bevanda di Starbucks. Hai riso?

Caro Christian, sono qui che mi rotolo per terra. Sono appena stato nel primo Starbucks francese, aperto qualche settimana fa a cento metri dall’Opera, a Parigi. Ti dirò che il chocolate brownie non è ancora all’altezza, ma era domenica mattina e c’era lo stesso una fila di trentuno persone ad aspettare il proprio frappuccino. Mezze intontite, confortably numb, come dice la canzone. Hai sentito la versione dance degli Scissor Sisters? Il cd è molto divertente, indefinibile, incasinato, fantasioso e dalle foto loro sembrano una via di mezzo tra i Village People e i Kajagoogoo. Se li incontri, sono newyorkesi, stagli addosso.


Caro Luca, come annunciato sono andato a vedere Starsky e Hutch in un cinema di Union Square, accanto a me c’era seduto Michael Moore col regolare cappellino da baseball. Ora immaginati un regista intellettuale e impegnato italiano che a) porti il cappellino da baseball; b) vada a vedere il remake di un telefilm anni Settanta. Esiste? Credo di no. Il film fa molto ridere, alla fine compaiono i due originali S&H, ma la vera chicca è l’uscita in dvd dell’intera prima serie. Non andare a vedere, invece, Hidalgo: è un film western-eastern di indiani e tanti tanti cavalli. L’attore è Viggo Mortensen, l’unico membro del cast del Signore degli Anelli a non aver vinto un Oscar. In effetti, meglio di lui recita Hidalgo, che è il cavallo del west che beve solo caffè per mantenere il suo pelo il più nero che c’è.

Maggio 2004

Caro Christian, tu non sai quanti alibi alla regressione infantile – come se ce ne mancassero – siano offerti dal mettersi in casa dei bambini ulteriori. La mia è una dritta, avvisato. Dopo aver ricomprato tutta la serie di Lucky Luke e aver organizzato visioni familiari di Butch Cassidy, adesso ho scoperto che sono stati ripubblicati in Italia i libri dei Moomin, una specie di Barbapapà finlandesi (Odino mi fulmini per questa definizione) il cui culto mi fu tramandato dalla zia di turno. Tra l’altro, allora la cultura scandinava prevaleva, tra Vacanze all’isola dei gabbiani ed Emil: altro che questi dannati musi gialli. Se trovo un Pokemon per strada, lo schiaccio con la macchina.


Caro Luca, non so di cosa tu stia parlando, la mia è una dritta – avvisato. Peraltro mi avevi detto che il nuovo disco di David Byrne è bellissimo, e invece è così così, c’è qualche bella canzone, molte insignificanti e un paio dove canta in un italiano imbarazzante una romanza di Giuseppe Verdi. Sembra Bocelli. Capisco che tu ti sia emozianato al secondo brano, ma quello è un pezzo dei Lambchop. Ti consiglio, invece, un altro disco di Byrne, quello di un paio di mesi fa. E’ la colonna sonora del film Young Adam (di cui non so niente), ma la musica è fantastica, ci sono i Delgados e i Mogwai
Ah, ultima notizia: a settembre inizia il farewell tour del tuo amico Phil Collins, il curatore fallimentare della musica dei Genesis. Io vado. Se lo trovo per strada, lo schiaccio con un yellow cab.

Caro Christian, dissento. Il disco di Byrne è molto bello, e la sua performance su “Un dì, felice, eterea, mi balenaste innante…” meno peggio di Mick Jagger quando cantava “Con le mie lacrime” o di “Ragazzo solo, ragazza sola” di Bowie. Invece del cab, là dove sei, vedi se c’è un ferry che ti porti a Hart Island, che sta tra il Bronx e Long Island. È un posto spettrale e affascinante, un’isoletta che fu carcere, cimitero, ospedale, e ora è una specie di reliquiario abbandonato dei suoi tempi che furono e dei dimenticati che la abitarono. L’avevano usata per un film di qualche anno fa con Michael Douglas, e ho scoperto un bel libro che la racconta a una mostra londinese di un fotografo che si chiama Joel Sternfeld. Va’, e scrivine per GQ. 


Caro Luca, non posso. Mi è capitata una cosa e da allora non riesco più a uscire dal mio quartiere senza prendere le dovute precauzioni. Ti spiego. Ho comprato una radio sveglia Tivoli, una figata pazzesca, pur sapendo che in Italia non la potrò far funzionare per il diverso sistema elettrico che c’è qui. Allora ho comprato un trasformatore, o come diavolo si chiama, che converte i 120 volt in 220 volt o viceversa. Non ci capisco niente, e infatti l’ho comprato sbagliato. Ma non è questo il motivo per cui non esco più dal quartiere. Il motivo è che la garanzia di 90 giorni del convertitore “non copre i danni o i mancati funzionamenti causati da atti di Dio”. Testuale. E’ una disdetta, specie se la notizia giungesse all’orecchio di Mel Taleban Gibson. A proposito, ci sono novità sulla passione tra Katia & Carolina?

Caro Christian, non per buttarti giù, ma guarda che le radio Tivoli le vendono pure in Italia da un pezzo. Ce l’ha perfino Gad Lerner, a casa. Di Katia e Carolina non so, il Grande Fratello non è più di culto presso noi raffinati intellettuali da quando tu hai smesso di scriverne sul Foglio. Ho ripiegato sulla lettura dell’ultimo Grisham, ennesimamente ricalcato sui precedenti ed ennesimamente avvincente. Stavolta c’è solo una caduta in più: per raccontare di immigrati italiani in Tennessee l’autore si è informato male, e così ha battezzato una ragazza Carlota, con una ti sola. Ma questo è il meno, il peggio è Nicola: una signora arrivata laggiù da Bologna, con questo tipico nome da signora italiana. Intanto, ho scoperto che Hart Island è off limits al pubblico: ma tu di’ che sei di GQ.



Caro Luca, l’altro giorno sul New York Times c’erano due pagine sul cheese cake, il dolce che gli ebrei in fuga da Hitler esportarono in America (sono certo che se gli israeliani bombardassero i palestinesi di cheese cake, quelli col cavolo che avrebbero ancora voglia di Generale kamikaze). Le migliori si trovano a Brooklyn ma io sono andato da Strip House, un ex bordello che oggi è un meraviglioso ristorante coi velluti rossi, la luce bassa e le foto delle donnine nude degli anni Trenta. Immaginati una steak house gestita da Giampiero Mughini e capirai. La fetta di cheese cake era alta 13 centimetri, larga 9 e batteva bandiera libanese. Ne ho mangiato fino allo sfinimento, poi mi sono fatto preparare una doggy bag e l’ho portata a casa con il taxi. L’indomani è stata il mio pranzo, poi il mio dolce per cena. Due giorni dopo ci ho pranzato ancora. Ora, sshh, che sta riposando.

Giugno 2004

Caro Christian, l’altro giorno mi sono distratto un attimo – colpa d’Alfredo – e sono sentrato in un negozio di sport. Stavo per comprarmi una felpa con le scritte piuttosto figa, quando mi sono ripreso e con un colpo di reni mi sono scaraventato fuori. È che un mio amico mi ha dato questa linea, sul come ci si deve vestire nell’età di mezzo: mai mettersi qualcosa che a vent’anni avremmo considerato ridicolo e da vecchi, e mai mettersi qualcosa che consideremo ridicolo e da ragazzini quando avremo sessant’anni. Bisogna stare attentissimi: basta un niente e ti trovi con la bandana in testa e il borsello.


Caro Luca, è sufficiente guardare un calciatore a riposo per capire come non bisogna vestirsi. Da tempo mi chiedo però che cosa siano quegli strani cerottini che taluni di loro si mettono sui lobi dell’orecchio? Ne sai qualcosa? Questo, comunque, è il mese delle europee e degli europei. Non credo che vincerò né le une né gli altri, ma mi è venuta un’idea. Usiamo le pagine di GQ per fare un po’ di politica, sai mai che alle prossime elezioni non ci diano un seggio come a Gruber e Santoro (e Gruber e Santoro, qui, al nostro posto, a scambiarsi mail). Io voterò per i radicali in qualunque travestimento si presentino, ma stavolta ho un dubbio angoscioso. Vorrei mandare Lilli a Bruxelles e finalmente ritirare le sue trousses da Baghdad.

Caro Christian, sulle trousses sto consultando un dizionario, poi ti faccio sapere. Quanto alle dichiarazioni di voto, io da anni voto solo amici e parenti: diffido di chiunque altro. Se non ho amici o parenti in lista, non voto. Poi non capisco le circoscrizioni e non mi ricordo se devo votare a Porta Venezia o a Quarto oggiaro. Su Quarto Oggiaro ho appena visto però un bel film che si chiama Fame Chimica, una via di mezzo tra Spike Lee e il Tempo delle Mele (lo so che suona da pazzi, l’ho scritto apposta). Ho chiesto ai registi perché la cartolina pubblicitaria del film fosse fustellata in tanti rettangolini da strappare. Mi hanno guardato sogghignando. “Per fare i filtrini”. Sono sempre l’ultimo a sapere le cose.

Caro Luca, tranquillo, il tuo girone alle europee va da ventimiglia a venezia, non puoi sbagliare. A proposito, l’altro giorno mentre leggevo il nuovo stupendo libro di Bernard Lewis sulla crisi dell’Islam che potresti leggere anche tu (e senza l’uso del dizionario!), mi ha chiamato il tuo ex compare a radiorai, Michele Boroni. Era trafelato. Non aveva dormito la notte perché non riusciva a ricordare come si dicesse “marinare la scuola” in siciliano. Pare abbia passato una serata tra amici a ricostruire la mappa geografica del come si dice qui e come si dice lì, versione metropolitana del noto gioco per cretini noto come “nome, cose, animali”. Il think tank di Boroni ha concluso che il modo più idiota di dire marinare è il milanese “bigiare”. Era, invece, orgoglioso del modo in cui si dice a Livorno. Io gli ho detto che a Messina si dice “fare vela” (non chiedermi perché), a Palermo “me la sono buttata” (dove, di grazia?), mentre dalle mie parti, cioè ad Alcamo, Trapani, si dice “fare Sicilia”, che spiega my country molto più di qualsiasi trattato sociologico.

Caro Christian, per prossimità geografica oso sospettare che a Livorno si dica “bucare”, come a Pisa. Ma quasi mi dimenticavo di dirti che ho sentito il disco nuovo dei Wilco, di cui tu eri un grande fan, mi pare. Esce il 22 giugno e secondo me è bello bello. E leggo sul loro sito che suoneranno a Brescia il 29. Ma tu sarai a Formentera, con la bandana e le chiavi al collo, immagino.


Caro Luca, non ti dimenticare di spedire una cartolina da una delle prossime copertine di Novella 2000, mi raccomando. Formentera, come dicevano i King Crimson, sarà my lady dark lover solo a luglio. Starò tranquillino a casa, dunque. Ascolterò il disco dei Bad Plus, che suonano il jazz come lo avrebbero suonato i Nirvana e finirò di leggere “Zuckerman scatenato” di Philip Roth. David Byrne, nel frattempo, ha ribadito che “Creuza de ma” di De Andrè è uno dei migliori dischi degli ultimi trenta anni. E’ vero. Ma glielo mandi tu Zerolandia?

Luglio 2004

Caro Christian, la storia del nuovo disco dei Tears for fears è notevole. Riassumo: dopo essere stati uno dei simboli della musica inglese degli anni Ottanta, aver fatto tre ottimi dischi e un superbotto americano con Shout, i due Tears for Fears litigano e si separano malamente. Poi, l’anno scorso, annunciano un nuovo disco assieme, dopo quindici anni: prima per l’autunno, poi per primavera, poi per maggio. A maggio escono le recensioni in tutto il mondo, le canzoni si trovano su internet, le radio ricevono il promo del singolo e cominciano a trasmetterlo. Però adesso siamo a giugno e il disco non è nei negozi, e nessuno ne sa niente. Pare ci sia stata una questione “legale”, o che ha a che fare con il “management”, ma niente di più chiaro. Il disco, tra l’altro, non è niente male: molto tearsforfears.


Caro Luca, mi interrogo da settimane su uno dei miei sex symbol di riferimento: Alanis Morissette. La musica del suo ultimo disco è come sempre uguale, e vabbè. I testi, però, sono apparentemente diversi. Fin qui lei interpretava la ragazzina innamorata e perversa, trattata male dai suoi malvagi e insensibili fidanzati fedigrafi. Una sfigata, insomma. Ma nuovo disco, nuova vita. Il cd, infatti, inizia con una specie seduta psicologica collettiva, tipo alcolisti anonimi, con cui Alanis stabilisce il percorso, gli otto facili passi del titolo, per riottenere fiducia in se stessa. Con la seconda canzone spiega che l’unico modo di uscirne è far scorrere le cose, passarci sopra. Alla terza dice che è meglio raccontarsi delle scuse tipo “sono troppo intelligente, ecco perché lui non mi capisce”. Alla quarta il suo fidanzato gliene fa di tutti i colori, ma lei dice che in fondo non è importante, che non gliene frega niente, anche se nel titolo ammette che “tuttavia protesto troppo”. Il cedimento sta arrivando. Alla quinta canzone siamo già a “you are a vision who lives by the signals of stomach”, cioè alle farfalle nello stomaco. Alla sesta è già andata, comincia ad addossarsi la colpa: “Non è tutta colpa mia”. Alle settima è in preda al delirio e vorrebbe “correre nuda per strada”. All’ottava si fa prendere da “questa invidia” per quell’altra che, evidentemente, le ha rubato il fidanzato. Alla nona, ha rotto gli argini e torna come ai bei tempi dicendo che sarà “servile e senza spina dorsale”, che “leccherà i suoi stivali”, che non esprimerà “nessuna opinione” e che resterà “in silenzio”. Non è meravigliosa?

Caro Christian, isn’t it ironic? Per risponderti mi ero preparato bene sull’Australia, poi mi sono ricordato che Alanis è canadese. Ma ormai il lavoro è fatto: ho letto questo bel libro sull’Australia di John Pilger, quel giornalista estremista di sinistra che tu legittimamente mal tolleri. Ma qui non parla di politica, racconta l’Australia (oddio, non è che parli solo dei capoluoghi e degli affluenti). Mi ha fatto venire voglia di andare, quest’estate, ma è venuto fuori che down under fa freddino, d’estate. E andare a vedere Ayers Rock e la barriera corallina senza scendere fino a Sydney, mi pare una fesseria. Se ne parla a capodanno.


Caro Luca, sono australiani gli Ac/Dc e gli Inxs, ma a me piacevano i Men at work, quel gruppo tipo Dire Straits però sfigati che cantava “Who can it be now?”, e i Church, quel gruppo tipo Cure però sfigati che cantava “Under the milky way”. Vabbé, mi sento come quei sessantottini che stanno sempre lì a rimembrare il passato. Io, però, nel 1968, ci sono nato. Ed è stato un bel nascere perché tutti parlano sempre di chissà quali casini che sarebbero scoppiati per segnalare il mio avvento. Figurati che nel mio caso c’è pure stato il terremoto del Belice. (Noi sessantottini di nascita siamo più megalomani di quelli di professione). Ora è pure uscito un enorme libro scritto da un giornalista americano pazzo, Mark Kurlansky, uno che ha già fatto una storia del merluzzo, sì del merluzzo, e una storia del sale, sì del sale. Ha provato tutti i tipi di sale del mondo, pare che il migliore sia prodotto in un’isoletta del Giappone. Per scrivere il libro sul 68, s’è letto la collezione annuale di tre quotidiani americani, due francesi, due tedeschi più tre o quattro settimanali. Pare non abbia consultato il Giornale di Sicilia.

Caro Christian, e i Bee Gees dove li metti? A te l’America ti obnubila.


Caro Luca, a Washington non si parla d’altro che di una gaffe di Condoleezza Rice. A una cena ha detto questa frase: “Come stavo dicendo a mio marit…”. Poi si è fermata, e si è corretta: “Come stavo dicendo al presidente Bush”. Nessuno crede davvero che Bush e Rice stiano insieme, né che lei abbia un marito segreto. Ora che ripassi sulla copertina di Novella, vedi saperne di più.

Agosto 2004

Caro Christian, sul film di Michael Moore sorvolerei, per ora. Non mi pare corretto sostenere che quell’uomo sia un demagogo trombone mistificatore paraculo e bugiardo prima di aver visto il film. Com’è quella battuta di Christopher Hitchens sul suo successo presso gli europei? Comunque sto partendo per la west coast: a parte portarmi i classici degli Eagles, hai dei suggerimenti?


Caro Luca, Hitchens, un simpatico e geniale avvinazzato inglese, dice che gli europei considerano gli americani grassi, volgari, avidi, stupidi, ambiziosi, ignoranti e così via. Per questo, come rappresentante del loro americano ideale hanno scelto qualcuno che abbia tutte quelle caratteristiche insieme: l’imbroglione Moore, appunto. Sai che anche Spike Lee presenterà a Venezia un film anti Bush? Invece di concentrarsi sui festival, perché non provano a vincere le elezioni? Ah, dimenticavo. Credo che lì sulla west coast stia Heidi Julavits, l’amica scrittrice di Dave Eggers. In Italia è uscito il suo libro che si intitola “L’effetto di vivere al contrario”, un po’ come mi sento io quando ascolto quell’insopportabile gnagenera denominata musica della costa occidentale.

Caro Christian, poche battute: loro stanno esattamente provando a vincere le elezioni. Hanno visto che dire balle in tv ha funzionato in Italia e loro che sono americani ed esagerati le dicono al cinema. In realtà il meccanismo è quello di The passion: annuncia che mostrerai solo la verità dei fatti alludendo al fatto che di solito sia occultata, indica un complotto di cattivi, sostieni che il tuo film sia discriminato (dai critici, dalla distribuzione, dagli intellettuali, quel che vuoi), e una folla di fanatici convinti di uscire dalle catacombe la troverai sempre. Forse potremmo fare un film sostenendo che Del Piero è un grande campione ma i romanisti gli segano i tacchetti. Su Heidi Julavits mi sono preparato: il libro è un po’ discontinuo, ma lei si inventa storie e personaggi come pochi. La parte che mi piace di più è quella in cui gli ex ostaggi di un dirottamento durato un anno e mezzo attraverso decine di spostamenti e scali fanno causa alla compagnia aerea e ottengono che vengano loro riconosciute una montagna di Millemiglia. Ti ho detto che sulla west coast ci vado con le Millemiglia? 


Caro Luca, se si parla di cose serie allora divento serio. Io non sopporto Del Piero, credo che lui e chi lo teneva in campo abbia fatto perdere alla Juventus due scudetti consecutivi. Ma lo difendo, come difendo Bush. Io credo davvero che sia un grande campione, Del Piero non Bush. E’ stato formidabile per anni. Poi dopo due campionati inguardabili è tornato a essere molto bravo, sia l’anno scorso sia due anni fa. Risultato: 2 scudetti e una finale di Champions. Quando sta male, e ci sta spesso, è imbarazzante. Ok, basta sostituirlo e non insistere. Quest’anno, all’inizio è stato efficace, poi si è infortunato e stop. Dicono che abbia fatto perdere alla Nazionale 2 mondiali e 2 europei. Non è vero. Intanto questa volta ci siamo qualificati per merito suo, poi ha giocato molto male solo ai mondiali francesi, al termine di una stagione strepitosa conclusa con un infortunio nella finale di Coppa che lo ha condizionato. In Olanda era riserva, in Corea era riserva, anzi è stato lui a segnare il gol della qualificazione contro il Messico. Con la Corea siamo stati in vantaggio fin quando è rimasto in campo, poi il Trap l’ha sostituito con Gattuso e le abbiamo prese. Per capirci: è uno che accumula molti punti Millemiglia, poi viaggia gratis per un po’. Ma è estate, dimmi qualcosa di leggero: lì, di fronte all’oceano, quale romanzo sperimentale americano in lingua originale stai leggendo?

Caro Christian, per ora sono ancora agli imbarchi di Malpensa e sto leggendo il nuovo libro di Alex Garland, quello di The Beach, che ho comprato su Amazon. Appena arrivo a San Francisco, mi precipito da City Lights come ogni turista che si rispetti (a proposito, lo sapevi che Neal Cassady è morto contando le traversine dei binari, in Messico?), e poi ti faccio sapere.


Caro Luca, come ha detto il Trap, per eccellere nella conta delle traversine ci vorrebbe la pazienza di…: “dài come si chiama quel santo con la barba lunga fino ai piedi? Mosè. No, non Mosè: Noè. Mosè era un altro. Infatti si dice la barba di Noè”. Già mi manca, il Trap.

Settembre 2004

Caro Christian, il mio arrivo a San Francisco è stato traumatico. In tv c’era il debutto del nuovo talkshow di John McEnroe. C’erano molta attesa e perplessità sul fatto che gli avessero dato un programma suo, e le perplessità erano ben riposte: si è presentato con una camicia terrificante, nera con delle grosse croci colorate sparpagliate un po’ ovunque, ed è stato piuttosto impacciato tutta la sera. Gli ha rubato la scena Will Farrell, attore comico molto popolare quaggiù, che ha presentato il suo film appena uscito, “The Anchorman”, ambientato nell’America anni Settanta, pieno di pantaloni a campana, baffoni e cose così. La notte ho sognato la camicia di McEnroe.


Caro Luca, già che sei a San Francisco vedi di passare da Sacramento (non è una delle solite sconcezze in bocca a Tex Willer, è la capitale della California). Chiedi in giro di Arnold Schwarzenegger. Un anno fa la sinistra californiana inorridiva al solo pensiero che Terminator fosse diventato il loro governatore, un po’ come noi con Formigoneggher. Ora invece ne sono entusiasti, destra e sinistra, tutti quanti. I suoi ex colleghi di Hollywood, la congrega più di sinistra del pianeta dopo la tribuna centrale dell’Inter, aveva deciso di non rivolgergli più la parola. Con la destra repubblicana, mai. Danny De Vito e Clint Eastwood, invece, sono stati con lui fin dall’inizio, magari Schwarzy ora li fa assessori. Il suo cruccio però è che non potrà mai diventare presidente degli Stati Uniti, perché è nato all’estero, in Austria, dove le caprette ti fanno ciao.

Caro Christian, qua tutti dicono che una modifica costituzionale per Schwarzenegger si troverà. Ma la sua popolarità ha subito dei colpi, perché dopo tante belle parole ha avuto molti problemi a fare approvare il suo bilancio, molto criticato a destra e a manca. A Sacramento non sono ancora andato, ma ho fatto un pellegrinaggio a Santa Rosa, dove ha vissuto gran parte della sua vita Charles Schulz, e c’è pure un museo di Snoopy. Al cinema di Santa Rosa ho visto il film di Michael Moore, che è noioso e bruttino, ma piuttosto efficace: Bush ne esce come un vero deficiente, cosa che non credo sia così lontana dal vero. Io sono abbastanza d’accordo con Pete Townshend, comunque. Ha litigato con Moore per l’utilizzo di una sua canzone nel film, e ha concluso che Moore e Bush hanno modi assai simili. Sono stato anche a Bodega Bay, che è dove Hitchcock ha girato “Gli uccelli”: c’è la scuola, ma del bar sul moletto nessuna traccia


Caro Luca, potenza di nosubject: mi ha scritto Mark J. Petracca. Non ti preoccupare, neanch’io avevo idea di chi fosse. MJP dice di avermi scovato su Google. Ha trovato nel nostro scambio di e-mail una mia segnalazione di un suo disco che avrei definito il miglior cd del 2002. Solo che io non ho nessun disco di Mark J. Petracca. Dopo un po’ ho scoperto che Mark J. In arte si fa chiamare Dusty Wright. Bene, gli ho detto io. Solo che io l’unico Dusty o Dust che mi ricordi è quello in the wind che cantavano i Kansas. Insomma alla fine ho capito che il tipo, peraltro di origini abruzzesi, è il leader di uno sconosciuto gruppo che si chiama Giantfingers. In effetti era un disco bellissimo quello, una specie di country però newyorchese, un po’ come i Lambchop oppure gli Sparklehorse, lento, palloccoloso ma con quel fuoco metropolitano che solo i Talking Heads. Insomma, mi hai capito. Bene, Mark J. Petracca in arte Dusty Wind ora ha fatto un disco solistico e stavolta è un country come lo canterebbe David Bowie. Lui ora si definisce “un cowboy metafisico”, non so che cosa voglia dire, però mi ha mandato il disco con dedica.

Caro Christian, potenza per potenza, qualche giorno fa mentre attraversavo le strade di San Francisco mi è passato di fronte un tram dell’ATM. Un tram milanese arancione, paro paro, cioè. Mi sono stropicciato gli occhi, poi mi hanno spiegato che la città ha raccolto vecchi tram in giro per il mondo e li usa regolarmente sulle sue linee urbane. Una specie di museo circolante. Adesso ho incrociato i tram dell’ATM già quattro volte, e mi sento molto a casa. In tema di trasporti, ieri ho visto “The terminal”, che è appena carino, e nulla più. Ora vado a mettermi la camicia a fiori, che stasera al Café du Nord c’è il concerto di Donovan. Giuro.


Caro Luca, anch’io ti devo lasciare. E’ appena cominciata la convention del partito repubblicano qui a New York. Al Madison Square Garden. C’è Bush, c’è Condoleezza, c’è Rumsfeld, c’è Schwarzy. Mi sento un piccolo giornalista metafisico come Danny DeVito.

Ottobre 2004

Caro Christian, mentre è finalmente uscito il nuovo cd dei Tears for Fears delle cui traversie avevamo parlato due mesi fa, ripenso a quel loro vecchio verso che diceva “kick out the Style, bring back the Jam”, che da giovane mi offendeva sempre un po’. Io non ero di quei duri e puri che pensavano che il miglior Paul Weller fosse quello rock dei Jam, e anzi per ragioni anagrafiche andavo matto per gli Style Council (ho ancora un’invidiabile collezione di diciotto loro EP in vinile). Di conseguenza plaudo alla decisione di Paul Weller di tenersi ancora sul melodico nel suo nuovo disco tutto di covers, che si chiude ambiziosamente nienetpopodimeno che con “birds” di Neil Young. When you see me fly away beside you…



Caro Luca, non so di cosa tu stia parlando, “come on, I’m talking to you, come on”. Il rock di Paul Weller non è mai stato rock vero, piuttosto una specie di “glam rock”, da glamour, insomma un rock fighetto mentre i Consiglio di Stile sembrano più una rubrica di Panorama che un gruppo musicale. Comunque qui in America va forte l’uso del verbo to rock, che vuol dire dondolarsi ma in maniera figa, alla maniera di Elvis Presley. Ti ricordi quando Elvis the Pelvis faceva la mossa? “Elvis rocks”, si diceva ai tempi. Mentre ora sono i fan del partito di Bush, i repubblicani, a scriverlo nei cartelli elettorali a proposito del vicepresidente Dick Cheney: “Cheney rocks”. Nonostante sia nato sulle Rocky Mountains del Wyoming, avresti mai pensato che per qualcuno, Bush a parte, Cheney fosse un figaccione? Be’, io no (e non dire perché mi chiamo Rock).

Caro Christian, no, non lo avevo pensato: anzi, vedo che molti sostengono che porti sfiga a tutti quelli con cui ha collaborato, ma queste sono maldicenze. In fondo sarà un brav’uomo anche lui, come Darth Vader. Comunque, alla seconda pagina di questo libro che sto leggendo c’è uno che dice “Voglio assassinare il presidente”: è un libro tutto di dialogo tra sole due persone e ne avevo letto molto bene sull’Economist. Si chiama “Checkpoint”. Non so ancora se alla fine ce la farà, ma dubito: questo presidente è troppo scemo per farsi assassinare.



Caro Luca, è uscito finalmente in cd “The name of this band is Talking Heads”, uno dei dischi più belli del gruppo di David Byrne. E’ un live del 1982. Lo intitolarono così perché Byrne cominciò il concerto dicendo proprio “il nome di questo gruppo è Talking Heads”. Per noi è una stranezza, ma gli americani sono fatti così: si presentano sempre. Spesso non fai a tempo a dire il tuo nome che, zac, ti ammollano il biglietto da visita. Capisco che sia cortese, ma se uno va al concerto dei Talking Heads si presume che sappia che quel gruppo si chiama Talking Heads, no? Pare di no. Anche in politica funziona così. Alla convention di Boston, John Kerry ha iniziato il suo discorso dicendo: “Mi chiamo John Kerry”. Ma va? In realtà, portandosi la mano destra sulla fronte, ha aggiunto anche “reporting for duty” cioè “a rapporto”, come si dice in caserma. Forse, però, in quel caso Kerry ha fatto bene a persentarsi con nome e cognome: sai, “a rapporto” più il saluto militare, qualcuno avrebbe potuto scambiarlo per Bush.

Caro Christian, me lo ricordo quel disco: c’era una fantastica versione di Psycho Killer (faffà faffafa…). Ti ricordi di quella ridicola cover fatta da gente vestita da pollo che si chiamava Psycho Chicken? E soprattutto, dimmi una cosa: anche a New York è pieno di pirla che hanno scritto “narcotraffico” sulla maglietta o li mandate a Guantanamo?



Caro Luca, qui ho visto le seguenti magliette: Bin Laden-Bush 2 a 0; Chi vota Bush vota Bin Laden; Fuck Bush – Kuck Ferry; Bush guerrafondaio; Bush criminale di guerra; Bush terrorista; Bush bugiardo; Gioventù rivoluzionaria comunista contro Bush. Poi, per fortuna, c’è l’America vera.

Novembre 2004

Caro Christian, l’altra sera ho visto Graydon Carter, il direttore di Vanity Fair americano che ultimamente si è buttato a sinistra dopo una vita agli Hamptons (un po’ come Furio Colombo): aveva la solita chioma leggiadra e curata (un po’ come Furio Colombo) ed era a una festa di Armani a Milano. Ti chiederai: e che ci facevi tu? Me lo chiedevo anch’io, fino a che non hanno messo “Let me go” degli Heaven 17 e la festa è diventata molto anni Ottanta. Ho aspettato un po’ per vedere se passava anche “Paninaro” dei Pet Shop Boys, ma niente. E allora sono andato a dormire (un po’ come Furio Colombo).


Caro Luca, qui a New York è uscito il nuovo libro di Ann Coulter, una specie di Fallaci americana quanto a pensiero sull’Islam. Dopo l’11 settembre del 2001 fu cacciata da un giornale di destra perché aveva suggerito un piano semplice semplice a George Bush: “Invadi i loro paesi, uccidi i loro leader, converti i loro popoli”. Il titolo del nuovo libro della stangona Ann è “Come parlare con un liberal di sinistra (se devi)”. La ragazza è una disgrazia, ma la sua prima riga è fulminante: “Storicamente il modo migliore di convertire un liberal di sinistra è che lasci la casa dei genitori, trovi un lavoro e cominci a pagare le tasse”.

Caro Christian, sarà fulminante, ma è una fesseria: altrimenti saremmo tutti di destra fuorchè i disoccupati, gli evasori e i mammoni. Io invece sto leggendo “Ask the pilot”, la raccolta delle rubriche tenute su Salon da Patrick Smith. Lui è un pilota di voli di linea che risponde alle domande dei lettori, tipo “Cosa succede se un uccello sbatte su un aereo in volo?, “Chi inventa le sigle degli aeroporti?” o “Perché non si vedono comandanti donne?”. Io voglio scrivergli per sapere come mai all’aeroporto mi ritirano le forbicine da unghie e poi in aereo mi servono il pranzo con i coltelli e le forchette di metallo. E poi ho una teoria sull’aria condizionata: secondo me c’è dentro qualcosa. Come mai appena decolliamo io mi addormento?


Caro Luca, c’è che il nuovo disco dei Rem non mi piace, e non perché si siano messi a fare politica, figuriamoci. Fosse per questo non potrei più ascoltare niente, se non il country del Tennessee e l’inno dei marines. Il punto è che Around the Sun è un disco abbastanza inutile, tranne che per un paio di canzoni come Leaving New York e Final Straw. Un tempo i Rem erano noti perché ogni loro nuovo disco era migliore del precedente. A loro non si applicava la regola del “noperchécioè-mi-piacciono-i-primi-dischi-poi-sono-diventati-commerciali”. Ovviamente Around the Sun non mi piace relativamente ai Rem, non alle cose che voi conduttori radiofonici fate ascoltare alla povera gente.

Caro Christian, intanto io faccio ascoltare ottima musica, compatibilmente con le avvedute logiche di un’azienda come la Rai. Tu a quell’ora dormi, quindi che ne sai? E poi io ormai confido sugli U2, per il genere grandi-attese-dell’autunno. Se devo dirla tutto, confido anche sulla cattura di bin Laden: se lo prendono sono contento; se non lo prendono sarà divertente vedere come se la cavano tutti quelli che da mesi annunciano sapientoni che alla vigilia delle elezioni americane cattureranno bin Laden. Oh, magari hanno ragione: hai visto mai.

Caro Luca, Bin Laden è morto. Comunque sai che il disco dei Rem è bello? Non sono matto, dico sul serio (sia su Osama sia sui Rem). Ogni tanto capita che ai primi ascolti un disco mi sembra orribile, poi mi piace qualche canzone, infine non riesco più a staccarmene. Mi successe anche con il secondo disco dei Coldplay e con George W. Bush. Mi capita meno con i film, intanto perché mi rifiuto di vederli una seconda volta, poi perché mi distraggo. L’altro giorno, per esempio, ho visto Collateral con un Tom Cruise improponibile (col pizzetto pare Stefano Tacconi all’Isola dei Famosi). Dicono che il film sia molto bello, un noir losangelino, mah. Io mi sono annoiato. E mi sono concentrato sul signore seduto davanti a me. Era uno dei miei idoli: Pat Metheny. Abbiamo gli stessi gusti, ho pensato. Solo che lui mangiava un bidone di popcorn. Come si fa a essere un genio del jazz e mangiare i popcorn?

Caro Christian, Collateral è molto bello.

Dicembre-Gennaio 2004

Caro Christian, ma anche lì da te a New York ci sono i bar dove ti servono da bere e ti chiedono subito di pagare? Che il cameriere rimane lì, battendo il piede, e tu ti arrabatti a recuperare il portafoglio dalla giacca che avevi appoggiato su una sedia progettando di goderti un piacevole soggiorno al bar – che è un po’ come una casa, il bar – e questo sta lì con l’aria di uno che pensa che scappi senza pagare? Io gli ritirerei la licenza, a quei bar lì.


Caro Luca, quel cameriere ti avrà riconosciuto. E dico che ha fatto bene a non fidarsi di voi dello scintillante mondo dello spettacolo. Vedi un po’ che cosa è capitato all’ultimo poveraccio che si è affidato mani e piedi ad attori, giornalisti, cantanti e registi. Sai di chi parlo, no? Povero John Kerry. Credeva che tutto il cicaleccio degli attori, dei musicisti e di Michael Moore potesse aiutarlo a vincere in Ohio. No, invece. Però a Cannes è andato fortissimo.

Caro Christian, non sapevo che ti occupassi di politica. Delle elezioni americane allora ti do la notizia più importante e benaugurante, che a molti è sfuggita: tra quattro anni il presidente degli Stati Uniti non sarà più Bush. Io sono un tipo paziente e ottimista. Soprattutto ora che ho saputo che il 3 gennaio parte – in America – la quarta serie di “24”, il miglior programma televisivo degli ultimi anni assieme all’Isola dei famosi. Basta che non ci sia ancora quella catastrofe della figlia di Jack Bauer, Kim, una specie di Vilcoyote del nuovo millennio.


Caro Luca, sulla riva del fiume di St. Louis, in Missouri, c’è il formidabile Arco di Eero Saarinen, il genio dell’archittetura che ha disegnato il terminal Twa all’aeroporto JFK di New York e il tavolo da pranzo di casa mia. Sapevo che a St. Louis c’era un Arco, lo si vede in tutte le fotografie ma non avevo idea di quanto fosse bello, alto e meraviglioso. Hai presente qual è, no? E’ quello che sembra il logo di McDonald’s, però non puzza di fritto. E’ stato completato nel 1964, quando Saarinen era già morto e simboleggia il gateway per il west, il cancello per l’Ovest, perché fino al 1900 St. Louis era il confine occidentale degli Usa e da qui partì la prima spedizione alla conquista del west. No, non quella di Zeb McCain.

Caro Christian, e quale, allora? Comunque a me l’arco è sempre sembrato mezzo logo dei McDonald’s. Sto stilando una lista delle migliori cover di questo mese (penso che il boom della “cover” sia stato il trend musicale più notevole degli ultimi dieci anni). Ne sono uscite di formidabili: “Everybody’s got to learn sometimes” dei Korgis, rifatta da Beck per la colonna sonora di “Eternal sunshine of the spotless mind”; “Common people” dei Pulp rifatta da William Shatner (il capitano Kirk, per capirsi) assieme a Joe Jackson: “Imagine” tenebrosissima, di una band che si chiama “A perfect circle”; “A love supreme” di John Coltrane, cantata dai Twilight singers; “Inside and out” dei Bee Gees rifatta da una canadese che si chiama Feist; “I’m so excited” delle Pointer Sisters in versione elettropop di una band di ragazzacce esaltate che si chiamano Le Tigre. Devo ammettere con dolore la totale inutilità di Phil Collins che canta la bellissima “The way you look tonight” (e anche della raccolta di Phil Collins che la contiene). Riciclare, comunque, dà sempre buoni frutti: il mese prossimo proviamo a mandare a GQ una rubrica dell’anno scorso?


Caro Luca, è la fine dell’anno e non abbiamo ancora fatto una classifica del meglio e del peggio. Ecco la mia. Miglior film: Sideways. Miglior film che prende per i fondelli la sinistra radical chic: Team America (ma che cosa sono i “fondelli”?). Miglior notizia dell’anno: elezioni in Afghanistan. Peggior band sul mio I-Pod: Goldfrapp. Miglior blog italiano: Leibniz.blogs.it. Migliore blogger femmina con cui sono andato a cena da Sushi Samba a New York: eustonstation.blogspot.com. Miglior Karl Rove italiano: Luciano Moggi. Miglior disco jazz: The Out-of-towners di Keith Jarrett. Disco più inutile acquistato: The Electras, del 1961, il bassista è John Kerry. Migliore intervista di Sabelli Fioretti: Ilaria D’Amico. Migliore conduttrice italiana: Ilaria D’Amico. Migliore qualsiasi cosa: Ilaria D’Amico. Miglior libro: I am Charlotte Simmons di Tom Wolfe. Miglior sfottò agli interisti dopo “5 maggio”: grazie per Cannavaro.

Febbraio 2005

Caro Christian, altro che Mani Pulite. A Londra ho visto un reality show pazzesco. Come a confermare alcuni sterotipi che circolano sulla popolazione d’Oltremanica (Dio, erano anni che sognavo di scrivere popolazione d’Oltremanica), il programma è condotto da due signore teste di cuoio che si sono date la missione di migliorare le abitudini igieniche dei loro connazionali. Quindi, seguendo delle soffiate di amici e parenti, si presentano a casa di un ignaro (vai a sapere, ma non importa) personaggio ed esibiscono al pubblico i topi morti nelle sue cantine, gli scarafaggi nel lavello, le cacche di gatto sulla moquette e persino i suoi denti gialli. Dopo di che, con un aria da questo-è-lavoro-per-Superman, si mettono a ripulire tutto spiegando al malcapitato e agli spettatori le radici di tanta schifezza. Il malcapitato guarda la sua casa – o i suoi denti, o le sue ascelle – ineditamente splendenti, dice “wow, non posso crederci” e tutti sono estasiati e soddisfatti. È la cosa più orribile che abbia mai visto. Ma se lo fanno in Italia, i conduttori ideali sono Di Pietro e Occhetto.


Caro Luca, il mio amico Dusty Wright quando smette i panni di rocker torna al suo nome originario, che è Mark J. Petracca, e produce documentari. Ne sta girando uno su Jobriath. Questo Jobriath è il David Bowie americano che nei primi anni Settanta l’industria discografica Usa tentò di lanciare in tutto il mondo, con grandi investimenti pubblicitari. Non so se hai presente il film Velvet Goldmine, ma quel personaggio un po’ Bowie, un po’ Lou Reed, un po’ Iggy Pop, non era inventato, era proprio Jobriath (si pronuncia giobraiat). L’operazione commerciale fallì prima ancora che questo bizzarro musicista potesse esibirsi dal vivo e dimostrare che non era affatto un bluff. Senza soldi, senza etichetta e subendo l’ostracismo nei confronti di chi per primo nel mondo del rock ha avuto il coraggio di dichiararsi apertamente gay (mentre Bowie e gli altri giocavano sull’ambiguità sessuale) Jobriath finì molto male. Per la precisione finì a fare marchette. Un giorno del 1983 lo trovarono morto al Chelsea Hotel di New York, il posto ideale per morire dopo una vita dissipata. Ora per merito di Morrissey è uscito un cd che raccoglie i due unici dischi di Jobriath. Pare abbia scritto anche quattro canzoni per Frank Sinatra e molto altro, ma il padre di Jobriath, per la vergogna, distrusse tutto quello che trovò nella stanza d’albergo del figlio.

Caro Christian, del genere bravi e maledetti, io ne ho una versione anni Novanta. Ha fatto un disco di canzoni Robert Downey jr., quello di Chaplin e di Wonderboys, che da un po’ di anni passa da un film a un arresto per droga a un centro di recupero e così via. Adesso gli deve andare un po’ meglio e ha fatto questo disco pop niente male: di certo meglio di Bruce Willis quando gli prese la stessa passione. Fa anche una cover degli Yes, con Jon Anderson a fargli i coretti.


Caro Luca, ma ora che Costanzo ha chiuso perché non ci facciamo dare il suo spazio in seconda serata? Io farei una cosa così: tu dici una cosa e io dico il contrario, poi tu chiami un ospite tuo amico e io uno amico mio. Parliamo di Bush, dei Genesis, di Oriana Fallaci, di iPod, di ristoranti newyorchesi e di mostre londinesi. Faremmo anche molti consigli per gli acquisti e sono disposto pure a riesumare la passerella. Il direttore editoriale di qualcosa a Canale 5, cioè Enrico Mentana, so che ci legge, specie ora che non ha più niente da fare. Se ci chiamasse glielo dovremmo dire. E, poi, gli chiederei anche spiegazioni: perché in questi giorni di rievocazione dei tempi gloriosi del Costanzosciò nessuno ricorda più la figura nobilissima di Giannina Facio? 
PS
Oddio, sto male. Ho appena googlato Giannina Facio e ho scoperto che si è sposata con Ridley Scott. Caro Enrico, ti prego perdonalo, non so cosa gli sia preso.

Caro Christian, stiamo a far delle figure… Giannina Facio comunque la confondo con Karina Huff, quindi non sono adatto a un eventuale revisionismo. Sto leggendo l’ultimo romanzo di Michael Crichton, dove lui costruisce i soliti intrecci da thriller pieni di documentazioni sceintifiche competentissime. Questa volta si è immaginato che degli ambientalisti benintenzionati ma fanatici si lascino scappare la mano e creino catastrofi naturali per dimostrare la pericolosità delle multinazionali globaliste: una specie di strategia della tensione. Ma la tesi di Crichton – guarnita di dati, documenti, statistiche – è che la terra non si stia surriscaldando per niente. Io in effetti ieri ho dovuto mettere le catene.


Caro Luca, se è per questo c’è uno che conosciamo che ha scritto un libro per dimostrare che il fumo passivo non fa male. Ora che il ministro Sirchia ha vietato di fumare nei locali pubblici, Filippo Facci svela che un non fumatore ha una possibilità su diecimila di contrarre un tumore ai polmoni per fumo passivo. Pare che statisticamente sia molto più facile ammalarsi di cancro al seno a causa dell’uso quotidiano del reggiseno. Io in effetti non lo porto mai.

Marzo 2005

Caro Christian, come sai sono uno fedele. Le cose cambiano, i gusti si evolvono, le novità diventano vecchie, ma io un briciolo di affetto lo mantengo sempre: anche per Phil Collins. Così, ho ordinato su Amazon il nuovo romanzo di John Grisham e me lo sono letto. E allora diciamo che rimango affezionato alla mia prima lettura del Socio, e poi avevo vent’anni, e che consento all’autore una certa sapiente mano nel creare della suspence e della curiosità. Ma dopo il librino di natale e quello sul vecchio sud, ci mancava pure quello ambientato in Italia, alla che-dolce-e-pittoresco-paese-è-questo. Già quando il protagonista arriva a Treviso, e il narratore indugia per decine di pagine sugli anziani nei caffè che leggono i giornali e perdono tempo chiacchierando, sugli italiani che non sanno fare la fila e sul fatto che tutti si vestono eleganti, stavo per appisolarmi. Quando poi arriva a Bologna e ricomincia tutta la manfrina, con tanto di consigli gastronomici e candida meraviglia per gli usi locali, stavo per scrivere alla Mondadori per dir loro che questo potevano pure lasciarlo perdere. Chissà come faranno a tradurlo, poi, che per metà è la spiegazione di come si dice in italiano mushrooms, wine e tomato.


Caro Luca, mentre è a Bologna, Grisham chiede per caso che cosa sono i tortellini? Lascia stare quelli della Mondadori, please. Non azzeccano un libro buono da mesi, ma ad aprile dovrebbero far uscire un saggio fondamentale per capire l’America di oggi. Si intitola The Right Nation, che sta per la nazione di destra e che si crede nel giusto. E’ stato scritto da due giornalisti dell’Economist preparatissimi. In un primo momento Mondadori voleva tradurlo con “O con noi o contro di noi”, poi si sono convinti a lasciarlo in inglese. Non ho capito se dietro c’era il medesimo disegno criminoso ordito da quel genio che ha tradotto il film con Jim Carrey “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” con “Se mi lasci ti cancello”, oppure il fatto che in Italia quelli che si credono nel giusto sono di sinistra.

Caro Christian, avranno le loro buone ragioni. 


Caro Luca, il nuovo disco di Beck esce a fine mese ma circola su internet da un bel po’. Si intitola “Guero” ed è completamente diverso da quello acusticissimo di un paio di anni fa. C’è molto funk rock, parecchia elettronica e a un certo punto Beck prova a rappeggiare come Eminem. Non so mai se Beck somigli più ai Beatles o ai Rolling Stones. Comunque mi piace. In questi giorni però sento molto The Final Cut dei Pink Floyd con l’i-Pod. Parla di guerra, di Afghanistan, di Reagan e di Breznev e della Thatcher. Non condivido una parola di quanto dicono, ma la musica mi è sempre piaciuta. Mi sono accorto soltanto adesso che a un certo punto Roger Waters dice, in italiano, “scusi, dov’è il bar?”. Anzi lo dice due volte. Ho fatto una ricerca, pare sia un omaggio al padre che morì sulle spiagge di Anzio per liberarci dal nazi-fascismo. Non ci credo. Secondo me, semplicemente, avrà avuto le sue buone ragioni.

Caro Christian, grazie: quello “scusi dov’è il bar” al liceo ci aveva sempre incuriosito. Ti ricordi che poi, qualche anno fa, era nata una discussione su un’altra canzone dei Pink Floyd in cui loro avrebbero cantato le gesta di Rita Pavone? In realtà dicevano qualcos’altro, ma l’equivoco fonetico rimase. Io adesso ascolto molto James Blunt. È un cantautore inglese che mi ricorda un po’ David Gray e Damien Rice, che hanno fatto due dischi bellissimi e due gran botti commerciali negli ultimi anni (Rice è tornato di moda dopo che una sua canzone apriova “Closer”, il film deprimente di due mesi fa). Quello di Blunt non è così bello, ma potrebbe sfondare, e anche lui ha una storia strana: prima di buttarsi nella musica è stato anche nel contingente NATO in Kosovo. The times they are a-changing.

Caro Luca, ora che abbiamo cominciato a esportare la democrazia in medio oriente stiamo riuscendo anche in un compito più difficile: esportare l’iPod in casa di Bill Gates. Pare che al campus di Redmond, dove ha sede la Microsoft, 16 mila impiegati su 25 mila vadano in giro con le magiche cuffiette bianche. I manager della Microsoft sono incavolati neri e invitano a non usarlo. Gli iPoddisti sono trattati come traditori dell’azienda e costretti a nascondere l’apparecchio sotto sciarpe e cappelli. Ma Al-Billgates non vincerà.

Aprile 2005

Caro Christian, oggi mi sono imbambolato a vedere il Settebello a fianco del Duomo di Milano. Adesso uno pensa a una squadra di pallanuoto, o a un profilattico, ma quando ero bambino io il Settebello era un treno superveloce (per i tempi) e di prima classe, vanto delle ferrovie italiane. Una specie di Eurostar, ma più elitario. Durò fino agli anni Settanta, poi fu superato. Adesso ne hanno messo un vagone ? la motrice ? in esposizione in mezzo alla strada, davanti a Palazzo Reale, per segnalare la mostra sugli anni Cinquanta italiani. Che è davvero notevole: ci sono le tele di Fontana, la Moka Bialetti, gli stupendi manifesti pubblicitari di quei tempi, moltissime fotografie, la bicicletta di Don Camillo e Peppone, gli sgabelli di Castiglioni e il primo orologio Cifra 5, quello con le alette girevoli. Dici che nel 2055 faranno una mostra su questi tempi ed esporranno Re: no subject?

Caro Luca, sugli anni Cinquanta non ho un’opinione ben definita. Quando non ho un’opinione ben definita solitamente leggo che cosa ne pensano Giulietto Chiesa o Antonio Socci, Dario Fo o Marcello Veneziani, così poi mi convincono del contrario. Ora non ricordo se questo libro di cui tutti parlano, specie noi due, cioè “Con le peggiori intenzioni” di Alessandro Piperno racconti la saga della famglia ebraico-romana dei Sonnino tornando indietro fino agli anni Cinquanta. In ogni caso, tranquillo, alla mostra di Palazzo Reale esporranno Piperno, non noi.

Caro Christian, io sto leggendo questo romanzo che si chiama “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”. Non ho ancora capito se è un gran polpettone sentimentale o una bella invenzione fantastica. Forse entrambe le cose. Il protagonista Henry rimbalza involontariamente da un momento all’altro della sua esistenza in vita e cerca di mantenere nel frattempo una gran storia d’amore con Claire, qualsiasi età lei abbia in quel momento. Come se tu adesso finissi nel 2055, e mi trovassi là novantenne. Oppure nel 1971, che sarei alle elementari. Mi ameresti lo stesso?

Caro Luca, credevo che il ministro Sirchia avesse vietato di fumare, comunque posa quel polpettone sentimentale, come lo chiami tu, e leggi il nuovo libro di William Langewiesche. E’ il giornalista americano che scrive articoli poco più corti di Guerra e Pace. Credo che negli ultimi tre anni abbia scritto soltanto tre pezzi, che poi trasforma regolarmente in libri. L’anno scorso uscì Ground Zero, una formidabile inchiesta sulla complessa operazione di rimozione delle macerie delle Torri gemelle. Ora s’è occupato del mare, nel senso che ha scritto un’indagine sul mare, in particolare sull’anarchia degli oceani e sui nuovi pirati impossibili da fermare. “Il terrore viene dal mare” spiega che se Osama Bin Laden scegliesse di usare il mare potrebbe combinare un mare di guai.

Caro Christian, se io fossi alle elementari e tenessi una rubrica su GQ consiglierei il mio libro preferito, “Tutti a scuola” di Richard Scarry. Anzi, l’opera omnia di Richard Scarry, che nel 2005 ho riscoperto con rinnovato entusiasmo grazie alle generazioni successive della stirpe dei Sofri. Se tu dovessi riprodurti, ti do delle dritte: ma non ti passo i miei, perché ci sono troppo affezionato. Soprattutto all’Agenzia investigativa Fiuto e Sbircia.

Caro Luca, un tempo eri un ragazzo a modino. Sapevi tutto di nuove tendenze musicali e in fatto di gadget high-tech eri più preparato di una copertina di Panorama. Guarda ora come ti sei ridotto. Non mi dici niente del nuovo disco di Tori Amos, neanche una parola sui due dischi bislacchi dei Bright Eyes, nulla sulla splendida suite di Pat Metheny, zero sul fantastico ritorno di quel giovane jazzista norvegese che sia chiama Tord Gustavsen. Ma ti ami ancora?

Maggio 2005

Caro Christian, ho dato un’occhiata alla pagina del sito di Internazionale dove si parla di viaggi, e c’era il messaggio di una ragazza che partirà per Siviglia e chiedeva consigli. Sono stato molto invidioso. Andai a Siviglia alcuni anni fa, in questi giorni, alla cieca. Fu fantastico. Mangiavo jamon e gazpacho tutto il tempo, e andai pure alla corrida, malgrado una forte prevenzione ideologica. Ma la corrida sivigliana è la più importante del mondo e quindi andai a vedere. Imparai molte cose, tra le quali il fatto che nella corrida non muore un toro, ma sei tori. Ma capii anche che è una di quelle cose che se non la vedi almeno una volta non hai la minima idea di cosa tu stia parlando. Comunque, corrida o no, Siviglia a primavera è un posto meraviglioso. Se qualcuno ci deva ancora andare, lo invidio come uno che non abbia ancora letto La versione di Barney.


Caro Luca, vorrei pubblicare in un libretto una lunga cosa che scrissi qualche anno fa sul Foglio a proposito di Barney Panofsky. Ero andato in Canada sulle tracce di Morderai Richler, l’autore della Versione di Barney. Sono rimasto per un mesetto lì, tra Toronto e Montreal, a magnare bistecche e bere whisky come solo Barney sapeva fare. Mi è uscita una specie di reality, ovvero una guida turistica sui luoghi finti di Barney attraverso quelli veri frequentati da Morderai Richler. La cosa curiosa è che qualche mese dopo, quella stessa esperienza l’ha fatta un giovane scrittore russo-americano, Gary Shteyngart, l’autore del divertente “Il manuale del debuttante russo”. Dal suo viaggio canadese, Shteyngart ha tirato fuori alcune puntate barneyane per Slate.com. L’ho chiamato, e tutto quanto. Lui mi ha detto che stava scrivendo il suo nuovo libro, stavolta ambientato a Roma, ma non se ne è saputo più niente.

Caro Christian, io in Canada non sono mai stato, anche se ho una tentazione da sempre verso l’isola di Vancouver, di cui avevo visto le foto su una rivista di viaggi quando avevo vent’anni. So che voi neocon non vedete di buon occhio il Canada, che viene citato a esempio di America pacifica e di buon senso. Non quel genere texano che va forte ultimamente. Io tra i texani ho invece un debole per Micah Hinson, che ha venticinque anni e ha fatto un bel disco da cantautore rock. Però una canzone si chiama “Il giorno che il Texas sprofondò in mare”. Vedi un po’.


Caro Luca, io ho molta simpatia per il Canada ma ricorda che è pur sempre il paese che ha inventato il nuoto sincronizzato. E non solo lo ha inventato, ma pure se ne vanta. Comunque qui da noi in Italy sta per uscire un disco di un pianista nostrano che si chiama Giovanni Allevi. Si presenta come un jovanottiano, con i capelli arruffati e vestito da break-dance, ma ha una solida preparazione accademica. Fin qui aveva suonato sue composizione di musica contemporanea o concettuale, come dice lui. La musica concettuale la conosci: è quel gran casino di note che esce da un pianoforte solo se suonato da Stockhausen o da un qualunque bambino di sei anni. Adesso Allevi si è rotto le scatole dell’accademia e ha deciso di comporre melodie apparentemente semplici e cantabili. Il disco si chiama No concept. I tuoi amici radical chic li sento già: ecco il disco buono per Bush.

Caro Christian, Bush chi? Comunque tutto questo mi convince che quando si viaggia bisogna prendere molti appunti, a Siviglia come in Canada. Un po’ per i ricordi, un po’ per farci un libro e tirarci su dei soldi (con i libri non si guadagna, dicono: ma almeno ci pagi il gazpacho e i bagarini della corrida). Craig Thompson, quel gran fumettaro di cui abbiamo parlato qualche mese fa, ha appena pubblicato in America un suo Carnet de Voyage con disegni fantastici, frutto di giri nordafricani ed europei. Io col disegno sono sempre stato scarso, ma meglio che col pianoforte.


Caro Luca, è anche uscito il nuovo disco di Keith Jarrett. Tu dirai: sai che novità! E in effetti avresti anche ragione, visto che ormai ne sforna uno l’anno. Ma stavolta è diverso perché Jarrett è tornato con uno di quei concerti che lo hanno reso famoso: da solo, davanti a un pianoforte, senza alcuna partitura scritta. Jarrett si mette lì e improvvisa, praticamente compone all’istante. Non ne faceva più da anni di questi concerti così dispendiosi, da quando fu colpito da una malattia rara: la sindrome da affaticamento cronico che spesso peraltro prende anche me il lunedì mattina. L’ultimo è stato La Scala, registrato a Milano un giorno che Riccardo Muti si era distratto. Trenta anni fa Jarrett fece quel capolavoro che è The Koln Concert, una musica che piace sia ai fighetti che l’hanno sentita nella pubblicità della Bmw, sia a quel popolo della sinistra che non si è più ripreso dopo aver visto Nanni Moretti in Vespa errante per Roma. Il nuovo cd è doppio. In realtà sono due concerti, uno a Tokyo, uno ad Osaka. Si intitola Radiance.

Giugno 2005

Caro Christian,
tu hai capito questa storia della caccia via internet? Ho visto che la California e altri stati la vogliono rendere fuorilegge. Se non avessi letto di progetti legislativi firmati da membri del parlamento, avrei pensato fosse una bufala di quelle che prosperano in rete. Invece pare sia vero: esistono dei siti che ti permettono – pagando un abbonamento – di comandare con il mouse, da casa, un fucile posizionato all’altro capo del mondo in una zona popolata da selvaggina, e sparare a un cinghiale, o a un cervo. Immagino che il passo successivo sarà posizionarne anche agli angoli delle strade cittadine. Occhio, lì dove sei, quando esci di casa: che ti tengo sotto tiro.


Caro Luca, 
è un po’ come quelle maledette telecamere che a Milano prendono la multa se usi la corsia riservata ai taxi, no? Guarda, qui a New York mi sono occupato molto di cinema. Non è più come una volta, però. Quando non c’era la globalizzazione e lì era tutta campagna, in America i film uscivano con quattro mesi di anticipo, così quando tornavo in Italia avevo di che chiacchierare con gli amici. Ora esce tutto contemporaneamente. Voi avete già visto quel gran pacco di The Interpreter e anche le Crociate, con Orlando Bloom che sembra Kim Rossi Stuart, con il feroce Saladino che sembra Nelson Mandela travestito da Sandokan, con la principessa Sibilla che sembra una casalinga disperata e con tutti i luoghi comuni e gli stereotipi possbili e immaginabili. C’è anche un crociato uguale a Stefano Tacconi post isola dei famosi. Su una cosa, però, credo di potervi fregare: qui a giorni esce un film fenomenale. Cioè, non so se è fenomenale, ma è un remake della serie tv Hazzard. Con Bo e Luke e la macchina Generale Lee. Nella parte della cuginetta Daisy purtroppo c’è Jessica Simpson.

Caro Christian,
e chi è che fa Rosco? Comunque, guarda che tutti gli storici sanno benissimo che il feroce Saladino era feroce solo nelle figurine Perugina. In realtà la sua fama è di eroe magnanimo, saggio e cavalleresco. Anche Dante ne aveva gran stima. Non che io legga Dante spesso, ma me lo ricordo dal liceo. Ho appena letto invece il nuovo romanzo di Tommaso Pincio, che è un autore italiano che scrive storie molto americane, ambientate nella cultura pop degli ultimi decenni. L’ultima volta fu il grunge e Kurt Cobain, adesso è San Francisco e l’Estate dell’amore hippie a San Francisco.



Caro Luca, credo che anche Osama Bin abbia studiato su Dante. Io comunque non me lo ricordo. Di Pincio, invece, non ho mai letto nulla anche perché di solito preferisco gli originali. Ora, per esempio, in America è uscito il nuovo mostruoso libro di Chuck Palahniuk. Devo dire che un po’ mi ha stufato la sua solita galleria di personaggi estremi e di situazioni paradossali, e mi chiedo se Pedro Almodovar abbia mai pensato di fare un film tratto da un suo libro. Io comunque non andrei a vederlo. Preferisco le commedie con Julia Roberts. Il nuovo libro, Haunted, però è più mostruoso-estremo-paradossale del solito. Raccoglie una ventina di storie così mostruose-estreme-paradossali che se hai appena mangiato rischi di vomitare (un classico, per Palahniuk). Se, invece, non hai ancora cenato allora è difficile, molto difficile, che ti venga voglia di due spaghi. Uno dei personaggi all’inizio dice: “Raccontami una storia che non mi faccia più venire voglia di mangiare, mai più”. E Palahniuk lo fa. Io mi sono fermato subito. Alla prima gelateria Haagen-Dasz.

Caro Christian, devo convenire che Palahniuk – che qui lodai spesso – abbia un po’ esaurito la sua spinta propulsiva. Dovrebbe cambiare genere, forse, come quando ha scritto quella guida anomala alla sua città, Portland. Hai visto la guida di Torino scritta da Culicchia, a proposito? Fa venire voglia di stare una settimanella a Torino, che è un risultato assai strano, ne converrai. Magari a settembre, che ora arriva l’estate e si va al mare. Dopo i referendum per abrogare un po’ del pasticcio fecondazione assistita, beninteso.


Caro Luca, Tutto ciò che fa male, ti fa bene. Non è un messaggio zen, è un nuovo libro di un tale che si chiama Steven Johnson. Sostiene che tutte le porcherie che vediamo in televisione e tutte le cose che di solito vengono liquidate come cultura popolare, dalla Playstation al Grande Fratello, in realtà ci fanno diventare più intelligenti. Giocare a Tetris o guardare un reality show non sarà mai come leggere l’enciclopedia britannica ma vale quanto un saggio di strategia e di psicologia e di sociologia messi insieme. Gli americani sono essere superiori. Pensa che sono riusciti a elaborare questo importante concetto senza aver mai visto in faccia Pietro Taricone from Caserta.

Luglio 2005

Caro Christian, facciamo presto che sto portando i bambini al mare, che poi è un modo per dire che sto già andando al mare a giugno, fingendo di farlo per i bambini. Non ho più spazio in valigia perché ho messo dentro i soliti dodici libri di cui poi uno ne legge tre, se va di lusso. Per la parte romanzi, mi ero messo da parte questi (uno li comincia, poi si distrae, non ha tempo, e finisce per dire “li leggo poi al mare”): Jonathan Safran Foer, che è bellissimo, salingeriano e mi mancano solo cinquanta pagine quindi mi occupa spazio inutilmente. Poi, Nick Hornby, che parla di depressi e suicidi e quindi è meglio leggerlo in spiaggia che tra un capitolo e l’altro vai a fare un giro col windsurf e dici chemmenefregammé-io-c’ho-il-windsurf (sì, lo so, il windsurf è molto anni Ottanta, ma io ho cominciato un anno fa: forse quest’estate inizio anche a farmi le canne). Poi Tommaso Pincio, che si è inventato tutta una storia psichedelica legata alla California dei figli dei fiori, all’”Estate dell’amore” e agli sbalestramenti che ne seguirono. Quello lo leggo al baretto, la sera, con la maglietta di Haight Ashbury che ho comprato a San Francisco l’anno scorso.


Caro Luca, siamo a luglio e già facciamo le liste come quelli di “the other side” che a inizio estate hanno già pubblicato un calendario del 2006. Non siamo messi molto bene. Comunque. Io invece sto selezionando i miei dischi dell’estate. Quello che mi fa impazzire è The Sunset Tree dei Mountain Goats. Io non sapevo chi fossero, poi ho scoperto che fanno dischi dal 1994. Sembrano Lou Reed e David Bowie in versione alternative country. Mi piace molto anche il doppio di Ryan Adams, stile Ryan Adams. Poi è uscito il secondo cd di canzoni dei Radiohead rifatte per pianoforte classico. Questo è più bello del primo, perché Christopher O’Riley ha scelto i brani meno noti di Thom Yorke. Ti confesso che è bello, anche se non tutto, il disco di Robert Plant. I know, I know. You don’t do Led Zeppelin (Ehi, non è il titolo. E’ una battuta in inglese). Mi piace anche il rockettino dei Marjorie Fair e il progressive dei Porcupine Tree, almeno quando non decidono di fare gli Ac/Dc. Però il disco che mi piace di più è del 1969. Dusty in Memphis di Dusty Springfield. Come ho fatto fin qui a vivere senza, non lo so. Son of a preacher man è una delle più belle canzoni di sempre.

Caro Christian, è bello poter contare sugli amici. Ho scritto dei Mountain Goats la prima volta tre anni fa (la seconda, l’anno dopo su un giornale che lì non arriva e che si chiama il Foglio), ma tu stavi probabilmente aggiornandoti sui Beach Boys, allora. Mi è appena arrivato il DVD di questo film su Baghdad sotto l’occupazione americana, “The dreams of sparrows”. Ne avevo letto bene sui giornali americani, tu l’hai visto?


Caro Luca, Baghdad è stata liberata, non occupata, dagli americani. Non ho visto quel film, ma ho scoperto che esistono i King Crimson portoricani: i Mars Volta. Cioè è portoricano solo il leader, uno con una gran quantità di cognomi come Galli della Loggia. Si chiama Omar A. Rodriguez-Lopez. Loro suonano proprio come i King Crimson, anche se a volte sembrano gli Area. Anche la copertina sembra dei King Crimson. Il disco si chiama Frances the Mute ed è un concept album, ma non ho capito di che diavolo parli. Ci sono vedove, cigni, sarcofaghi, carestia, fantasmi, sarcofaghi e sillabe ombelicali. Boh. Comunque, sappi che ho trovato il posto più bello del mondo per sentire musica nuova. E’ un piccolo clun nel Lower East Side di Manhattan dove ogni sera suonano quattro gruppi oppure otto nel weekend. Il posto si chiama The Rockwood Music Hall. Rockwood è l’omino dell’800 che sta appeso su un bugigattolo sopra l’entrata per manovrare le luci sul palco. Le band sono sconosciute. Non alle prime armi, però. Spesso hanno già fatto dei cd per etichette indipendenti impossibili da trovare. Ho visto uno dei concerti più divertenti degli ultimi anni, di un gruppo, The Doll Hospital, guidato da una cantautrice che si chiama Heather Eatman. Lei è una specie di giovane Tom Waits metropolitana, una disorientata, disincantata e disperata trentenne genere alternativo-sfigato. Insomma, sembra una di Milano.

Caro Christian, certo che te la godi, tu. Pensa che qui in Europa c’è appena stato l’Eurofestival ed è uscito il disco degli Oasis, che più o meno siamo sullo stesso livello. Meno male che vado in vacanza. Ho un solo dubbio: mi porto le scarpe da jogging o le carte da briscola?


Caro Luca, ora che si pensa già alla prossima stagione sportiva, pensa un po’ a cosa è successo in quella appena terminata: Bush ha vinto, Blair ha vinto, il premier australiano ha vinto. La Spagna non fa testo, causa invasione di campo. Sull’altro fronte, quello pacifista, Schroeder ha perso, Chirac ha perso il referendum sull’Europa. Insomma, un trionfo per i liberatori di Baghdad e un disastro per chi voleva che Saddam restasse al suo posto. Mi chiedo, allora, come mai nella coalition of the willing l’unico a perdere sia stato Carletto Ancelotti…

Agosto 2005

Caro Christian, ti do un suggerimento per un’inchiesta giornalistica che tutti vorremmo leggere. La scriverei io, ma dalla spiaggia in cui mi trovo, le possibilità di acccesso alla documentazione necessaria sono limitate. Insomma, possibile che delle reali protagoniste delle nostre estati in spiaggia, da sempre, non si sappia niente? Possibile che si facciano copertine e articoli sulle Veline, sulle fidanzate dei calciatori, sui bagnini, sulle canzonette da mare, e nessuno parla di loro? Possibile che nessuno sappia spiegarmi cosa sono, da dove vengono, e quale sia l’origine del fascino delle loro rotondità?
Insomma, dalla spiaggia dove mi trovo sale alta e curiosa la richiesta: cosa diavolo sono le pallette pelose marroni che si riversano sulla riva dopo le mareggiate?


Caro Luca, io piuttosto sono alla ricerca di un giornale che mi pubblichi una autorecensione del mio libro, cioè una bella e positiva critica dello splendido saggio che ho appena pubblicato, però scritta da me stesso. Pensa: sarebbe una svolta epocale. Oggi la maggior parte dei libri viene segnalata sui giornali “in amicizia”, aumma-aumma. Il giornalista-recensore conosce l’autore che spesso è un collega, e con soli due scarabocchi fa un favore all’amico che prima o poi ricambierà. E’ un sistema perfetto. La “marchetta” funziona. E’ tutto un magna-magna. Anch’io ne ho usufruito, sebbene non in una trasmissione in onda su radiodue condotta da uno che conosco. Mi chiedo però perché non passare direttamente alle autorecensioni. In fondo è più corretto, più lineare. Io, per esempio, so per certo che il libro “Contro l’Onu” è il più formidabile saggio della storia italiana recente. Perché non lo posso dire liberamente?

Caro Christian, ho un’idea prodigiosa: perché non ne parli proprio qui, in questa ospitale rubrica? Ci hai pensato? O ti imbarazza parlarne? Dopo di che ci cerchiamo un altro lavoro. Ma diciamo pane al pane: tu conoscevi i Bread? Erano una band anni Settanta ma versante pop ammodino, molto pop: non di quelli che poi muoiono di overdose e finiscono sulle magliette, anche se i due leader litigarono parecchio tra loro allo scioglimento della band. Lo scrivo per giustificare il fatto che io dei Bread non sapessi niente tranne una canzone – “Guitar man” – e magari i lettori di GQ hanno tutti i dischi dei Bread. Ma anche a loro interesserà il disco tributo di loro canzoni uscito da poco, interpretate da giovani e meno giovani di belle speranze come Josh Rouse e i Cake. Quelli ignoranti come me, invece, possono buttarsi su una delle antologie dei Bread: fanno molto onde del pacifico e vento nei capelli, è l’Estate dell’amore!


Caro Luca, tu e i lettori di GQ non vi siete ancora convertiti a Dusty Wright e ai suoi GIANTfingers. Non fare quella faccia: è il gruppo di “chamber art rock” che tre anni fa scoprii per caso da Tower Records e di cui ne scrissi meraviglie. Dusty googlò il suo nome su internet e trovò il mio articolo. Ti ho raccontato mille volte che siamo diventati amici e una volta l’ho pure presentato a tuo fratello. Bene. Ho deciso di aggiornarti costantemente sulle cose che sta facendo. Chiamala, se vuoi, marchetta in progress. Dusty sta lavorando al secondo disco dei GIANTfingers, Second chance. Sono andato più volte alle prove in studio e l’ho visto live in tre occasioni. Aveva preso una meravigliosa violinista cinese di 22 anni, Dominique. Poi però, dopo un concerto nel Lower East Side, Dominique non s’è fatta più vedere. Al bancone del club dove suonavano c’era un tizio che nessuno di noi conosceva, salvo poi scoprire che suonava le tastiere con Art Lande (uno della Ecm). Insomma a questo Erik Duetsch capitato lì per caso, i GIANTfingers sono piaciuti e ora ha preso il posto di Dominique nel gruppo. Il problema è che con le tastiere al posto del violino, ora i GIANTfingers sembrano i Roxy Music.

Caro Christian, ma il tuo amico Dusty non vuole farsi un’autorecensione, già che ci siamo? Io comunque sto aspettando il nuovo cd dei Sigur Ros, gli islandesi che si inventarono un genere tutto loro qualche anno fa, ma al secondo cd non si inventarono nient’altro. Vediamo al terzo. Lì da te, come va? Sei sempre a New York? Hai visto il remake del Maggiolino tutto matto? Hai letto il nuovo libro di John Irving, quello di “Hotel New Hampshire? O ti stai autorecensendo tutto il tempo?


Caro Luca, sono un giornalista che approfondisce i temi di cui scrive (ecco, questa cosa la metterei nella mia autorecensione). Così sono corso alle Bahamas, a Columbus, l’isolotto di San Salvador dove tutto cominciò 500 e rotti anni fa. Un’inchiesta vecchio stile.

Settembre 2005

Caro Christian, l’estate sta finendo, e un anno se ne va. Stai diventando grande? Hai giocato con le palline in spiaggia o hai letto certi tomi in inglese sulla decadenza dell’impero occidentale? Io la prima: lo sapevi che le palline hanno ancora i ciclisti? Solo che non sono più Baronchelli, Battaglin e De Vlaeminck, ma degli altri che non ho mai sentito nominare. Poi ai miei tempi erano quasi tutti italiani o belgi, adesso non c’è nemmeno un belga (la sai, la barzelletta del pastore belga? Vabbè, un’altra volta). Gli unici belgi ancora in circolazione sono i Deus, che hanno fatto un disco nuovo. Grande band, li ho visti in concerto un paio di volte. Secondo me ti piacciono, ma non ho presente quale sia il livello di fedeltà del Belgio all’alleato americano, che sarà la cosa che più ti preme.


Caro Luca, primo Le uniche due cose che mi piacciono del Belgio sono George Simenon e il waffle. Secondo: mentre tu facevi i castelli di sabbia io pagavo le tasse e contribuivo al nuovo miracolo italiano. C’è però che il mio commercialista è un tipo precisino. Ogni volta mi fa dei gran problemi sui dischi che compro. Io li vorrei scaricare dalla dichiarazione dei redditi, ma lui vuole che dimostri di averne scritto e quindi guadagnato qualche euro sennò niente. Non riesco a spiegargli che se mi guadagno il pane scrivendo di musica e di cinema e di narrativa e di qualsiasi cazzata succeda nel mondo, io ho bisogno di comprare dischi e biglietti e libri e iPod per essere sulla notizia. Poi faccio una selezione e decido se scriverne o no. Il ministro Siniscalco mi verrà incontro, secondo te? E’ un gran fatica, comunque. Ora scusami: vado a raccattare tutti i dischi che ho comprato negli ultimi mesi e più tardi faccio una recensione cumulativa da pubblicare nel quadro C, rigo 1, del modello 730.

Caro Christian, ti ricordi l’elenco dei libri che mi sarei portato in vacanza? Non li scarico dalle tasse, no. E poi quel romanzo di Amidon era davvero notevole, anche se non ne ha parlato quasi nessuno. Molto Tom Wolfe nei personaggi e negli ambienti, ma con una costruzione della storia più originale. Di Tom Wolfe ha anche l’incidente stradale che stravolge le vite dei protagonisti, come nel Falò delle vanità. Sono stato un po’ ingannato dalla copertina italiana, che ha un’immagine di Los Angeles, mentre la storia è ambientata nel Connecticut, dall’altra parte degli Stati Uniti. Cioè, la copertina è bella, ma non c’entra niente: come se mettessero la foto di un koala sulla copertina di Guerra e pace.


Caro Luca, ecco la lista dei cd. Purtroppo non sono tutti, ma spero che Berlusconi prima o poi mi faccia un condono. Il cd degli Over the Rhine ce l’ho già in testa come disco dell’anno: compralo e basta, non ho spazio per dilungarmi. Quello dei Foo Fighters è doppio, il primo è hard rock e puoi buttarlo subito, mentre il secondo è semi-acustico come un disco dei Nirvana unplugged. Ryan Adams ultimamente mi aveva annoiato, però questo doppio mi è piaciuto. I dischi sono due, uno è molto più bello dell’altro ma non mi ricordo se è il primo o il secondo. Meshell Ndegoncello ora fa jazz e a me il jazz piace. A proposito: le improvvisazioni di Keith Jarrett sono sempre un piacere. Joel Harrison, invece, è uno che s’è messo in testa di trovare una sintesi tra Miles Davis e Johnny Cash. Qualora volessi approfittare della mia recente infatuazione col country, compra l’ultimo cd di Dwight Yoakam e sappi che un tempo era fidanzato con Sharon Stone. I Coldplay sono i soliti piscialetto: canzoni carine con testi accigliati a proposito della complessità e delle difficoltà della vita. Ma io dico: sei una rockstar miliardaria e hai sposato Gwyneth Paltrow che ci avrai da frignare?!? Aimee Mann: concept album come negli anni 70; belle canzoni, lei bellissima. I dischi di Brian Eno e Ry Cooder lasciali al negozio: sono imbarazzanti e probabilmente non si possono scaricare dalle tasse.

Caro Christian, trovo sempre più eccitante che tu mi scriva per consigliarmi i cd che ti ho consigliato il mese prima. Mi aspetto che una volta o l’altra tu mi scriva per dirmi che hai conosciuto uno che si chiama Luca Sofri. Questa rubrica è pronta per le tematiche della terza età (o era la quarta?).


Caro Luca, ci sarebbe anche la lista dei dvd. Ma in realtà ti vorrei segnalare il “contenuto speciale” di Life Aquatic, il pazzotico film di Wes Anderson. Ci troverai un finto talk show italiano dal titolo “Mondo Monda” condotto da Antonio Monda, giornalista di Repubblica e professore di cinema alla New York University (e mio amico). E’ un filmato fantastico. La sigla sembra quella di Dribbling. Lo studio pare di una tv locale albanese. Le riprese sono abominevoli. Monda fa domande al cui confronto Marzullo è un dilettante. La traduzione va e viene. Le immagini pure. Wes Anderson risponde con la faccia spaesata e così via. La cosa fantastica è un’altra: alcune recensioni americane hanno preso sul serio lo scherzo e commentato come se si trattasse di una trasmissione vera, come se la televisione italiana fosse davvero così mal ridotta. Come dargli torto?

Ottobre 2005

Caro Christian, archiviata anche formalmente l’estate e le sue depravazioni, vorrei portarmi avanti con i consigli di stile per l’anno prossimo. No, non ce l’ho con i tarrismi convenzionali e inespugnabili: la bandana, i pinocchietti, quelle robe lì. Penso che un presidente del consiglio che si metta la bandana dimostri comunque un fegato notevole, se proprio non si può avere un presidente del consiglio sobrio ed elegante. Quello che andrebbe abbattuto è invece il simbolo della medietà conformista di buona borghesia: il tristo pulloverino annodato intorno alle spalle. Stabilirei delle multe per chiunque lo esponga sopra i sedici anni, presidente del consiglio compreso. Tutti convinti che gli “esalti la linea delle spalle”, sosterranno pubblicamente che è lì nel caso “rinfrescasse”. Un accidente: sta lì per sottolineare il carattere nazionale, la presunzione di eleganza da corso Vercelli, che non è via Torino e non è Madison Avenue. Il pulloverino di cotone intorno alle spalle rischia di diventare l’emblema nazionale, allacciato intorno all’altare della patria. Schiena dritta, e golf di lana legato in vita, da camminatori di montagna, che diamine!


Caro Luca, depravazioni dell’estate?!? Qui ci aspetta un autunno caldissimo. Tu forse non lo sai, ma siamo di fronte alla prova provata della decadenza dei nostri costumi. Alla diagnosi comprovata della crisi della sinistra. Ma che dico “crisi della sinistra”? Qui siamo davanti alla fine della storia. Qui c’è un secolo che si annuncia brevissimo. Ci sono lo scontro di civiltà, il pericolo del meticciato e la conferma delle analisi sulla stanchezza dell’occidente. Di che parlo? Di questo: a partire da ottobre, tutti i lunedì mattina che Dio manderà in terra, sul circuito radiofonico Area si consumerà un evento imperdibile, irripetibile, quasi irriferibile ma farò lo sforzo e te lo riferisco: Piero Fassino, ovvero il segretario di quei Ds che un tempo volevano costruire l’Uomo Nuovo e lottavano per le magnifiche e progressive sorti della classe lavoratrice, condurrà una trasmissione radiofonica in coppia con Piergigi Diaco, il nostro fenomenale Bruno-Vespa-in-erba che un paio d’anni fa con un libro premonitore aveva annunciato urbi et orbi che nel 2006 avrebbe vinto lui. Ci siamo. Mi inchino innanzi al furbetto del carrierino. Complimenti sinceri all’amico Diaco. Ma la notizia che prova la decadenza dei nostri costumi non è nemmeno questa: c’è che nel salutare l’evento mediatico i giornali di sinistra hanno definito il caro Diaco un “polemico conduttore”.

Caro Christian, non esagerare. Diaco se lo è meritato, un programma settimanale sul circuito radiofonico Area. Spero metta buona musica, da dj quale si qualifica. In questi giorni esce il disco nuovo di Neil Young, “Prairie wind”, registrato a Nashville subito prima che lui venisse operato per un aneurisma al cervello. Il mese scorso l’ha suonato dal vivo, sempre a Nashville, e il concerto sarà trasformato in un documentario da Jonathan Demme. Ti ricordi di quando davano al cinema i “film musicali”? Woodstock, Tommy, The wall, Ciao nì? Fra poco ce li avremo nell’iPod, vedrai.


Caro Luca, siamo in tempi di pulizie d’autunno. Così ho deciso di mettere ordine alle canzoni dentro il mio iPod. Mi sono imbattuto in interi dischi dei Duran Duran, in flebo tossiche di Claudio Rocchi, in un’agghiacciante selezione di progressive italiano degli anni Settanta e in qualche inutile Sting. Ma il gruppo più imbarazzante nella mia libreria di iTunes è un altro, eppure lo adoro: do you remember gli Styx? Ogni volta che la funzione random mi regala The Best of Times, Rockin’ the Paradise, Suite Madame Blue, Crystal Ball, Come Sail Away o The Grand Illusion il primo istinto è quello di guardarmi intorno e sperare che non ci sia nessuno ad ascoltare. Mi vergogno un casino. Però quasi mi scappa una lacrimuccia: fanno schifo, sono trashissimi, ma mi piacciono da matti. Sì, lo so. Sembrano i Supertramp sfigati (che già, di loro, non erano messi benissimo). Sì, lo so. Sembrano i Bee Gees, più commerciali. La mia fidanzata, ieri mi ha detto per quale diavolo di motivo ascoltassi i Pooh in inglese. Sì, lo so. Ha ragione lei. Ma non li ho cancellati.

Caro Christian, non accetto lezioni morali sui Supertramp da uno a cui piacciono gli Styx. Anzi, ritiro l’espressione: “non accetto lezioni” è una delle cose più stupide che si possano dire, eppure son sempre lì tutti a non accettare lezioni. Ne accettassero qualcuna di più, sarebbe meglio per tutti. Ma per non correre rischi, ti lascerò con un consiglio, più che una lezione: tra pochi giorni esce in America l’opera omnia di Calvin & Hobbes. Si trova su Amazon, è la migliore striscia americana degli ultimi vent’anni, insieme a Bloom County, e il suo autore smise di disegnarla all’apice del successo mondiale, senza aver mai voluto cederlo a nessun merchandising o pubblicità. È quella del ragazzino e della tigre, per capirsi.


Caro Luca, come te lo devo dire che i fumetti non li sopporto, tranne Ken Parker? Piuttosto, visto che tieni il golf sulle spalle come si fa negli Hamptons, ordina su Amazon “The complete New Yorker: eighty years or the nation’s greatest magazine”. Costa 63 dollari ed è l’archivio completo in 8 dvd degli oltre 4 mila fascicoli della rivista più radical chic del mondo. L’editore del New Yorker è Conde Nast, lo stesso di GQ. Pensa quando pubblicheranno in dvd la raccolta completa della nostra corrispondenza: “The Complete re:no subject – Svariati anni della più prestigiosa rubrica del paese”. Finalmente potremo spiegare che cosa significhi il titolo che abbiamo scelto e ringraziare i Rem per averci dedicato “All the way to Reno” e Bruce Springsteen per il singolo “Reno”.

Novembre 2005

Caro Christian, allora va bene a cena mercoledì. Non ti curare del dolce, magari invece prendete voi una bottiglia di vino. Non venite troppo tardi, così salutate i bambini prima che li mettiamo a letto: e poi loro ci tengono a mostrarvi alcune delle loro esibizioni circensi. Adesso passano le giornate a camminare per casa a piccoli passi goffi, barcollando da destra a sinistra e da sinistra a destra, con le braccia aderenti ai fianchi. Non ve ne preoccupate: è che abbiamo visto “La marcia dei pinguini” e adesso le nostre vite sono completamente pinguinate. È un documentario fantastico sull’abitudine dei pinguini dell’Antartide di farsi ogni anno cento chilometri a piedi per andare ad accoppiarsi e riprodursi sempre nello stesso posto. Le immagini sono fantastiche. In America quest’estate è andato fortissimo: il secondo incasso tra i documentari di tutti i tempi, per quelli che considerano il film di Michael Moore un documentario. Altrimenti il primo. Magari allenatevi un po’ a casa, prima di venire: pinguinatevi.  


Caro Luca, vorrei organizzare le primarie per la guida della Juventus. Lapo o Moggi? Montezemolo o Giraudo? Vedrei con piacere anche una candidatura della tradizione, Boniperti o la figurina di Beppe Furino. Scalfarotto secondo te sarebbe disposto a fare l’outsider? Io comunque resto un conservatore e voterei per i tre formidabili antipatici che la guidano oggi, anche perché mi ricordo con orrore la precedente operazione simpatia, quella condotta nel 1990 da Montezemolo e sprofondata non ricordo se al settimo o al nono posto. La squadra aveva ventidue punte e mezze punte, Hassler, Di Canio, Baggio, Schillaci, Casiraghi, e in difesa Galia e Luppi. L’allenatore geniale di allora, oggi allena i figuranti della trasmissione di Simona Ventura. Un periodo nero per la squadra, ma che dico nero: nerazzurro.

Caro Christian, in effetti Scalfarotto ha un nome che sembra tirato fuori paro paro dalla panchina della Juventus. Tipo Mastropasqua, o Alessandrelli. Bisognerebbe farci uno studio. Tipo le ricerche che fa Steven Levitt: hai visto che è uscita la traduzione italiana di “Freakonomics”? Anche quello in America ha avuto un gran successo. Lui è un economista che misura dati alla mano quanto gli incontri di sumo siano venduti, come vi frega un immobiliarista e se gli insegnanti truccano gli esami per guadagnare credito alla propria classe e a se stessi. Cose così. Io gli consegnerei gli elaborati dell’esame per l’Ordine dei giornalisti.


Caro Luca, come sai io sono un fan della grande distribuzione e non potrei mai separarmi dalla tessera Fidaty dell’Esselunga. Preferisco cento volte gli asettici, alienanti e insignificanti negozioni alle piccole-botteghe-di-una-volta dove ti riconoscono quando entri (e quindi devi essere sempre pettinato), avverti il contatto umano (e devi trattenere i tuoi istinti più bestiali) e sei costretto a ringraziare per aver ricevuto (“solo perché è lei”) uno sconto di cinquanta centesimi su un prodotto sovraprezzo di euro tre. Negli ascensori di New York è l’argomento di conversazione più diffuso, secondo soltanto alle cattive condizioni del tempo causate da George W. E’ una specie di malattia dei liberal: vorrebbero tornare ai tempi dei mom&pop stores, giustamente cancellati dal franchising e dalla globalizzazione. Eppure, ti devo confessare che mi sto impegnando per difendere dal rischio di chiusura un fenomenale negozietto di cd che si trova in uno scantinato dell’Upper West Side e gestito da un italoamericano che pare uscito da un film di Martin Scorsese. Si chiama NYCD e si trova sull’81esima tra Amsterdam e Columbus. Se passi da New York, fammi un fischio, scendo di corsa dal secondo piano di Tower Records e ti ci porto.

Caro Christian, non me ne parlare. Per me l’unico esercizio commerciale che ha ancora senso svincolare dal virtuale è il bar. Per tutti gli altri c’è internet, compresa l’Esselunga. Non solo non devi pettinarti né salutare, ma puoi anche far spese in pigiama e con le dita nel naso. E poi, il portafoglio più sottile del mondo si trova solo su internet. 


Caro Luca, ho preso il disco dei Grandaddy. Sembrano i Coldplay, però progressive. Ho preso anche l’ultimo di Neil Young. Ricorda Neil Young, in effetti. Li ho comprati al music store di iTunes, dove tra l’altro il portafoglio non serve. Comunque, confesso: oltre a quel portafoglio fatto con la tela dello spinnaker, ne ho anche un altro. E’ il più piccolo portafoglio al mondo in pelle: si chiama Slimmy. Tienilo per te, perché un’amica che segue la passione con cui ci vantiamo di possedere questo simbolo della superiorità dell’occidente mi ha fatto notare che è la prima volta che sente degli uomini sfidarsi a colpi di “io ce l’ho più piccolo del tuo

Dicembre 2005

Caro Christian, probabilmente non sei la persona più indicata a cui chiedere informazioni del genere – il massimo di attività sportive che avrai condotto da ragazzo dev’essere il burraco, ma molto prima di tutti gli altri, quando andava di moda a Park Avenue -: ma tu hai la minima idea del perché il bagher si chiami così? (Una minima idea di cosa sia il bagher ce l’avrai, che ginnastica al liceo la facevi anche tu: o eri esonerato? Io ero esonerato da religione, e per redimermi mi mettevano l’ora di religione in mezzo al palinsesto, di lunedì; così mi toccava stare lì lo stesso e ascoltare il prete che discuteva con i miei compagni della partita della Fiorentina).


Caro Luca, il bagher? cos’è? un dolce ebraico di New York? Senti, siamo a dicembre. Ci tocca. Le liste. Parto io. Quest’anno mi sono piaciuti cinque-dicasi-cinque libri scritti da autori italiani. Tre romanzi e due saggi. Miracolo. Il primo è “Con le peggiori intenzioni” di Alessandro Piperno, più recentemente “Caos calmo” di Sandro Veronesi e, infine, “Le uova del drago” del mio amico fascio-siculo-sciita Pietrangelo Buttafuoco. Imperdibile il racconto di Concetto Vecchio, “Vietato Obbedire”, sugli anni pre-sessantotto nella squinternata Università di Sociologia di Trento. Erano simpatici, quei tipi. Ma completamente… vabbé… non ti dico che cosa penso. Ma il libro che mi ha affascinato di più è di Anna Zafesova, la giornalista russa della Stampa. “E da Mosca e tutto” è formidabile. Io prima non sapevo niente della nuova Russia e ora so tutto. Però, ora che ci penso, non so se giocano o mangiano bagher.

Caro Christian, ho controllato sullo Zingarelli 2006: “bagher” pare venga da una parola ceca, che vuol dire “scavatrice”. Quanto alle liste, eccoti i migliori cd italiani dell’anno. Baustelle, “La nostra malavita”, e Morgan “Non al denaro né all’amore né al cielo”. Vale la lista di due? Menzione speciale per “Mi fido di te” di Jovanotti. Ma di questi tempi vado matto per il nuovo di Burt Bacharach: non capisco se abbia un suono antichissimo o modernissimo, o entrambe le cose. Se penso che Burt Bacharach l’ho scoperto su un fumetto di Max Bunker, trent’anni fa…


Caro Luca, io ho comprato tutti i dischi dei Family, rimasterizzati in cd. Saprai anche giocare a bagher, ma se non conosci il brit-folk-hard-gothic-jazz-rock-progressive dei Family non ti far più vedere da queste parti. Fine anni 60, primi anni 70. Immaginati un po’ i Genesis, un po’ i Roxy Music, un po’ i Cream. Il disco migliore è “Fearless”, con “Spanish tide” come brano-manifesto. Ma dentro “Bandstand” c’è “My friend the sun”, forse una delle più belle canzoni di tutti i tempi.

Caro Christian, buon anno. Ti chiamo comunque la sera del veglione per gli auguri di rito, ammesso che tu sia raggiungibile in qualche angolo di mondo. E il cielo ci liberi da quelli che mandano gli auguri in copia via SMS. Ma se quando ti chiamo dovesse cadere la linea, ricordati questa fondamentale regola, purtroppo ancora non abbastanza condivisa con conseguenti fastidi, aggravi di spesa, accavallamenti e difficoltà di comunicazione: se cade la linea, richiama quello che aveva chiamato la prima volta. Non l’altro, chiaro?


Caro Luca, usa Skype. Io ho perso la testa per Skype. Telefono ogni cinque minuti alla mia fidanzata che sta a mezzo metro da me. Mi sono anche comprato un numero di New York, per 30 dollari. L’ho preso di Brooklyn, zona Williamsburg, quella più figa. Mi trovi al 719 3599425. Se cade la linea, vuol dire che qui in provincia di Trapani i numeri di New York prendono male.
PS
Ho fatto casino. Il prefisso di Brooklyn è 718. Se mi chiami a quel numero, vuol dire che sono a Colorado Springs

Gennaio 2006

Caro Christian, con la consueta destrezza, ho improvvisamente notato che a Milano una donna su due porta i pantaloni dentro gli stivali. All’inizio mi pareva una cosa supertarra; poi mi hanno spiegato che è una moda nata già l’anno scorso, e così ora mi sembra una cosa supertarra nata l’anno scorso. Tra l’altro, la moda precedente prevedeva i pantaloni scampanati e larghi in fondo, quindi quelle che non si sono aggiornate per tempo adesso sono costrette ad avvolgere grandi matasse di pantalone dentro gli stivali, che non dev’essere comodo per niente. 
Io mi siedo qui sul bordo del fiume, e aspetto che passino anche i cadaveri degli stivali flosci da squaw, e che tornino gli scaldamuscoli. 


Caro Luca, credo che i pantaloni dentro gli stivali sarebbero piaciuti molto a Jasira, la protagonista di uno dei libri più belli letti negli ultimi mesi. Il libro è “Beduina”. E’ la storia dell’educazione sessuale di una ragazzina americana, per metà di origine libanese. Pensa al “Lamento di Portnoy” in versione femminile, e non solo perché Jasira si masturba quanto l’Alexander Portnoy di Philip Roth. C’è che “Beduina” è scritto proprio bene. Il romanzo è ambientato nel 1991, nei giorni della preparazione della prima guerra in Iraq. Memorabile gli insulti che il papà libanese di Jasira, un feroce oppositore arabo di Saddam, rivolge a Bush senior perché ritarda l’inizio della guerra e non si decide a far fuori il rais di Baghdad. Formidabile e premonitorio l’insulto a Colin Powell: “E’ il più grande deficiente che abbia mai messe piede sulla faccia della Terra. Rovinerà tutto. Fa un errore dietro l’altro”.

Caro Christian, ho visto l’autrice di “Beduina” a una presentazione a Milano, qualche giorno fa. È una bella moracchiona piuttosto energica: a te di solito piacciono più eteree. Il libro l’ho messo tra quelli da leggere nelle vacanze di natale. Per ora riesco solo a finire quelli brevi. Mi è piaciuto molto “Venti sigarette a Nassirya”, che invece parla proprio dell’Iraq: è la storia del ventottenne regista che arrivato a Nassirya per un film commissionato dal Ministero della Difesa, dopo neanche 24 ore è diventato una delle vittime dell’attentato contro i militari italiani, in cui è morto il suo collega Stefano Rolla con altri dicotto italiani. Lui è stato fortunato abbastanza da uscirne con una grave ferita a una gamba, ma il suo racconto è formidabile per umanità e mancanza di retorica. Anzi, è un vero attacco alla retorica patriottarda e ipocrita che ha seguito quell’attentato. Bello, bello. 


Caro Luca, non sono d’accordo affatto. Non sul libro, che annovero tra quelli che non ho letto e dopo queste tue righe anche tra quelli che non mi interessano, ma sul fatto che dopo la strage dei nostri soldati a Nassirya ci sia stata una “retorica patriottarda e ipocrita”. Maddeche? Piuttosto, per una volta, abbiamo smentito l’immagine dell’Italia chiagnona e di paese alle vongole. Ricordo ancora l’inviata del Tg3 che si aggirava tra i familiari delle vittime nella speranza che le dicessero peste e corna contro Berlusconi e Bush, i colpevoli di aver mandato a morire i loro figli. Invece, niente di niente. Un paese normale, come direbbe D’Alema. Se a quella compostezza preferisci l’eterno mammismo italiota, vuol dire che ce lo meritiamo Alberto Sordi, ce lo meritiamo.

Caro Christian, la retorica patrottarda e ipocrita è propria della politica e del giornalismo, o dei commentatori tromboni, che ne furono ottimi interpreti su Nassirya. Non delle persone per strada che citi tu, che al massimo ne vengono contagiate. Ma riconosco il tuo desiderio di attaccare a questa conversazione del sarcasmo contro l’inviata del Tg3. Con l’anno nuovo, sii più buono. L’altra sera ho visto Crash, che tu avevi visto a New York. Gran bel film deprimente e commovente. Leggo che sta guadagnado favori in vista dell’Oscar. Con l’anno nuovo, spero glielo diano. Anche se non hanno usato le musiche del nuovo disco di Burt Bacharach, che secondo me erano tagliate apposta per un film così (hanno usato quelle di Mark Isham, grande professionista delle colonne sonore). Ciao, auguri, e va’ a letto presto. 


Caro Luca, per la gioia dei miei colleghi d’ufficio, negli ultimi mesi ho trascurato molto il jazz. Però qualcosa di buono, in realtà, è uscito. C’è l’ennesimo cd di Enrico Rava, che non è affatto male. Ma c’è anche il solito Brad Mehldau che, come sempre, fa diventare standard i Radiohead e Nick Drake. Vedi? Ho scritto “ennesimo”, “solito” e “come sempre”. Cioè, con queste parole, ti ho descritto lo stato misero del jazz nell’anno domini 2006. E ti valga anche come dichiarazione di non voto alle prossime elezioni politiche italiane.

Febbraio 2006

Caro Christian, a Milano c’è questa radio che si chiama Lifegate. Non so se trasmetta anche altrove, in Italia. È una radio con tutta una filosofia che si prende un po’ sul serio, ma di sicuro trasmette buona musica rispetto alla media delle radio. Io non la sento spesso, perché preferisco la radio dove lavoro, che è un’altra; ma ho scoperto un servizio di Lifegate che mi pare geniale. C’è un numero di telefono a cui tu mandi un SMS e ricevi una risposta automatica che ti indica titolo ed esecutore della canzone che stanno trasmettendo in quel momento. 


Caro Luca, Howard Stern cioè il più controverso (si dice così, quando uno è un po’ stronzo) conduttore radiofonico d’America, ha lasciato il suo popolare talk show mattutino che fin qui è stato ospitato dalle stazioni di tutta l’America per sfuggire alla censura federale, un po’ come Diaco. Stern ha deciso di sbarcare sul satellite Sirius, un po’ come avrebbe dovuto fare Emilio Fede con Rete4. L’operazione gli frutterà 500 milioni di dollari e se gli riesce cambierà una seconda volta il mondo delle radio. Avrà a disposizione due interi canali ovvero 48 ore il giorno per dire parolacce, fare battute sulle lesbiche e raccontare la sua masturbatina serale che lo aiuta a prendere sonno.

Caro Christian, parlando ancora di buone idee editoriali, avevo pensato che qualcuno dovrebbe cominciare a dire pubblicamente – non solo tra gli addetti ai lavori – dell’unico grosso successo editoriale tra i giornali di questi anni. Ma mi ero detto che forse non sarebbe stato ben visto che io scrivessi qui di un giornale della concorrenza. Poi mi sono ricordato che non è della concorrenza: lo fanno al piano terra dello stesso palazzo in cui fanno – al sesto piano – GQ. Quindi casomai è una marchetta, e quelle sono ben viste. Ma insomma, sono usciti così tanti brutti giornali in questi ultimi anni, che averne uno fatto molto bene e che pure vende (le due cose raramente vanno assieme), è una notizia, qualcuno dovrà pur segnalarla. Anche perché è una cosa di cui tutti parlano, nelle redazioni: Vanity Fair italiano è diventato il newsmagazine da battere. 


Caro Luca, è vero, anzi è verissimo. Vanity Fair è bello. Ti dirò di più: è l’unico newsmagazine italiano, non quello da battere, ché gli altri… vabbé lasciamo stare… Però, talking about Diaco, non solo Vanity Fair è della stessa scuderia di GQ, ma tu e io ci scriviamo pure. Che vuoi fare, provocarmi? E farmi dire che a breve uscirà un meraviglioso nuovo progetto editoriale ideato dalla mia fidanzata? No, Grazia.

Caro Christian, me la sono cercata. Passiamo a fenomeni editoriali che non ci riguardano nemmeno da lontano. Hai presente quella casa editrice tedesca che ha fatto il botto negli ultimi anni pubblicando centinaia di libri illustrati a prezzi stracciati? Si chiama Taschen: devono aver capito che sugli alti costi di riproduzione delle immagini si può risparmiare stampando grandi tirature e trovando archivi a buon prezzo. E hanno avuto ragione. Adesso ne arriva un’altra, tedesca anche questa, che si chiama teNeues: i loro prezzi sono un po’ più alti, ma pubblicano bei libroni fotografici da esibire in soggiorno (quelli che si chiamano “coffee table books”) e guide di locali fighetti in giro per il mondo (anche di Roma e Milano: e scopro di conoscerne a malapena un paio). Ma il mio preferito è “Airline design”, una rassegna del design di aereoporti, aeroplani e interni aerei. Io, lo sai, odio i sedili reclinabili: soprattutto se quello che reclina è davanti a me. 


Caro Luca, in America è cominciata la quinta serie di 24. In Italia non è ancora stata trasmessa la quarta eppure sento ancora qualcuno urlare contro i danni della globalizzazione. Magari ce ne fosse di più. Comunque si può ordinare su Amazon il cofanetto della quarta serie, appena pubblicato. Tu l’avrai visto con le solite pratiche illegali, lo so. Il mio giudizio è questo: ogni singola puntata di 24 contiene più idee dell’intera produzione televisiva italiana degli ultimi venti anni, ma per quanto avvincente come al solito questa quarta edizione mi sembra una specie di lato b della terza. Due dei personaggi sono interpretati dal marito ebreo di Charlotte in Sex & the City e dalla ragazzetta che scopre le gioie di Saffo in The L-Word. La quinta inizia con un Jack Bauer braccato e con i capelli lunghi come ai bei tempi in cui si divideva tra Laura Antonelli e Monica Guerritore nel capolavoro La Venexiana.

Marzo 2006

Caro Christian, adesso il fenomeno è ormai vecchio e non rischiamo di fare la figura dei citrulli che appendono bestiole di gomma ai telefonini, ma possiamo passare per i soliti analisti di costume. Allora te la metto così: un giorno mi sveglio e penso a uno storico personaggio della narrativa inglese trasformato in cartone animato di successo mondiale da Walt Disney. Poi penso a farne dei pupazzetti di plastica. Molto piccoli. Poi penso a inguainare i pupazzetti dentro dei travestimenti di gomma raffiguranti altri animalletti. Poi penso ad attaccarci un laccetto, e a fare in modo che il pupazzetto possa essere sguainato e reinguainato. Poi penso di mettere il pupazzetto in una palla di plastica e spargere per il mondo dei distributori di palle di plastica. E poi questa mia pensata si vende a milioni di esemplari perché il mondo – gli italiani in particolare – si è convinto che non si possa vivere senza attaccarla al telefonino e io ci faccio una montagna di soldi. Sono un genio, o no? 


Caro Luca, non mi parlare di telefonini. Io sono diventato dipendente dal Palm Treo. E’ fantastico e non ne posso più fare a meno, specie ora che lo usa anche Jack Bauer nella quinta sera di 24. Col Treo guardo le e-mail al semaforo. Controllo sulla Zagat to go i ristoranti di New York. Scrivo sulla tastiera estera. Invio articoli col blue-tooth. Leggo la Reuters. Navigo su Internet. Mi informo sui cinema di Manhattan. E’ perfetto, se solo funzionasse come telefono.

Caro Christian, la mia era solo una richiesta di informazioni. Io voglio sapere chi è il genio che ha convinto gli italiani (e un bel po’ di giapponesi, la cosa viene da là) che non si può vivere senza avere un orsetto travestito appeso da qualche parte. Non è che fosse una cosa così immediata, no? Per rimanere sulle cose da ragazzi, vedo che Rizzoli ha deciso di ristampare “V for vendetta”, il fumettone di culto di Alan Moore sul mostruoso eroe di un mondo orwelliano di cui sta per uscire in Italia il film con Nathalie Portman e John Hurt. Ma siccome ti so ignorante sulla materia, ti consiglio anche il superalmanacco sui romanzi a fumetti che è uscito tre mesi fa in America, e che si chiama “Graphic Novels”. 


Caro Luca, qui in America c’è un signore che si chiama John Winter, il quale ha un obiettivo nella vita: prendersi un caffè in tutti gli Starbucks del mondo. Il punto è che sono circa diecimila e ogni giorni ne aprono tre o quattro nuovi. Quindi è quasi come svuotare il mare con un cucchiaino. Il signor Winter però va avanti, ne ha già visitati seimila e il suo record è di 29 Starbucks al giorno. Siccome è un pazzo completo, teme che la gente non gli creda e mette le prove fotografiche sul sito starbuckseverywhere.net. Poi c’è anche un professore che si chiama Bryant Simon che sta scrivendo un’inchiesta approfondita su Starbucks. In un anno ne ha visitati più di trecento in sei diversi paesi. Lui entra, ordina, si siede, osserva e prende appunti. Ha già tutta una casistica per cui sostiene che nella tarda mattinata gli Starbucks sono popolati da mamme, mentre dopo le 3 di pomeriggio da ragazzini. Pare che ci siano comportamenti ricorrenti in ciascuna delle caffetterie che ha visitato, per cui Simon sa dirti tutto dei clienti in base a quanti minuti si fermano dentro il bar. Secondo me questo Simon sa anche che l’unico acquirente dell’immangiabile Crumble Berry Cake sei tu.

Caro Christian, credo l’abbiano capito anche ai piani alti di Starbucks, perché è da un po’ che non lo vedo più in vendita. Comunque i tuoi personaggi maniaci compilativi mi hanno fatto ricordare due signori ritratti dal New Yorker nei mesi scorsi. Uno è quello che vuole percorrere a piedi tutte le strade di New York, dalla prima all’ultima, scientificamente, prendendo appunti. L’altra è la mia preferita e opera solo d’inverno: è una signora che raccoglie guanti spaiati persi per strada. Ormai ne ha una collezione formidabile. Vabbè, dammi qualche consiglio jazz, ora. 


Caro Luca, nel silenzio assoluto di radio e giornali è uscito un bellissimo disco di Patrizio Fariselli, il pianista degli Area. Ha preso 12 brani del repertorio storico del gruppo di Demetrio Stratos e li ha riarrangiati per pianoforte solo. Per certi versi sembra che quelle canzoni degli Area le abbia suonate Brad Mehldau. Te lo consiglio vivamente. A proposito di Mehldau: ho viaggiato accanto a lui nella business class di un volo Amsterdam-New York. Sua moglie Fleurine e i due bimbi stavano in classe turistica, quindi si stava benone. Abbiamo chiacchierato un po’, poi l’ho lasciato in pace perché aveva da comporre musica su un portatile Mac. Avessi saputo prima della tua genialata, gli avrei senz’altro chiesto di scrivere un jingle sulla pallina di plastica che fa impazzire il mondo.

Aprile 2006

Caro Christian, senti questa vigilia di primavera densa di promesse, gravida di speranze, ambasciatrice di cambiamento? Senti che qualcosa di nuovo sta per arrivare, a portarci via le delusioni delle stagioni precedenti, senti che la musica sta cambiando?
Già, lo sento anch’io.
Devono essere i nuovi dischi di Donald Fagen, di Van Morrison, di Morrissey (il suo migliore di tutti i tempi, ha anticipato l’Observer), di Josh Roues e Neko Case.
Oppure è qualcos’altro.


Caro Luca, magari è il ritorno di Rosi Bindi al governo, chi lo sa? Sono comunque giorni felici, happy days, come dice il titolo del fantastico libro di David Brooks sull’America. Ci sono due cose da dire su questo libro: Brooks racconta la grandezza della società americana attraverso i suoi tic (degli Usa, non di Brooks) in modo molto divertente, anche se talvolta a rischio Severgnini. La seconda cosa è che Happy Days, nella versione originale si intitola On Paradise Drive. Credo sia la prima volta che un titolo in inglese venga tradotto non in italiano, ma con un altro titolo in inglese.

Caro Christian, mi duole deluderti, ma sono sicuro che la sfacciataggine dei traduttori cinematografici abbia già compiuto misfatti del genere. Comunque, non vedo l’ora di leggerlo, questo libro di Mel Brooks di cui parli: spero ci siano sia Potsie Weber che Ralph Malph, e non solo Fonzie e Richie Cunningham. Magari me lo porto per addormentarmi la sera quando vado in California a visitare le vigne californiane sotto la guida di Al Stewart: di giorno si degusta e la sera lui canta “Year of the cat”. Se vuoi iscriverti sei ancora in tempo, si parte la settimana prossima.

Caro Luca, a me piacerebbe visitare quel che resta di New Harmony, una folle cittadina dell’Indiana fondata all’inizio dell’Ottocento da una setta di luterani tedeschi che aderiva alle strambe idee di un ricco filosofo britannico che si chiamava Robert Owen. L’ambizioso progetto era quella di creare “un nuovo tipo di società”, ”un “paradiso in terra”, un esperimento radicale che potesse creare “un uomo nuovo”. E’ fallita due anni dopo, ma è stato il primo esempio di comunismo realizzato. In America. Poi, grazieaddio, bandiera stelle e strisce l’ha trionfata.

Caro Christian, sto ascoltando questo disco che Morrissey ha registrato a Roma, dove viveva da un anno e nessuno ci aveva avvertito. Non so cosa ci abbia fatto, in quest’anno, visto che il repertorio di tipicità romane esibito nel testo del singolo è ancora tutto Dolce Vita: “Visconti”, “Magnani”, “Pasolini”, “Accattone” e via discorrendo. I maligni sostengono che abbia un debole per i vigili urbani della capitale, e che questo lo abbia distratto dal percepire la modernità della città. Ammesso che esista.


Caro Luca, mi sembra molto bello il disco di Francesco De Gregori. Avevo colpevolmente trascurato il suo precedente, Pezzi, e ho sbagliato perché contiene una canzone molto bella che si chiama La Luna nel secchio. Il nuovo cd mi piace davvero e mi pare che De Gregori migliori con gli anni anche se Calypsos ha un brano che sembra di Eros Ramazzotti. Malgrado ciò, “Per le strade di Roma” è bellissima. Ricorda meravigliosamente “Leaving New York” dei Rem, anche se con tutti quelle tiburtine, argentine e via frattine sembra Corrado Guzzanti quando cantava il Tuttocittà sfottendo Venditti.

Maggio 2006

Caro Christian, ho scoperto che gli americani hanno una parola per chiamare gli equivoci con i testi delle canzoni (quelli per cui io ho sempre pensato che Baglioni dicesse “quella sua maglietta Fila”). La parola, che vale non solo per le canzoni, è “mondegreen” e la inventò una scrittrice americana che confuse il verso “and laid him on the green” (“e lo distese sull’erba”) con l’inventato “and Lady Mondegreen”). Un altro esempio è “riscaldati dal calore di una persona in te”, come dicevano i Lunapop: che invece era “di una Benson & Hedges”, come ricorderai. L’ho scoperto ascoltando un classico dei Creedence Clearwater Revival – “Bad moon rising” – di cui più diffusa dell’interpretazione autentica “there’s a bad moon on the rise” (“sta spuntando una brutta luna”) è la più spiritosa “there’s a bathroom on the right” (“il bagno è in fondo a destra”): suggerimento che sembra anche più verosimile, se si immagina qualcuno che si agiti nervosamente tra il pubblico mentre i CCR cantano sul palco.


Caro Luca, la mia mondegreen personale è questa: da piccolo cantavo quel verso di Yesterday dei Beatles che fa “suddenly, I’m not half the man I used to be”, con “suddenly, Anna dai capelli rossi”. Non chiedermi perché, non lo so neanch’io. Però prova a cantarlo, funziona. Un mio amico, Marco, cantava “kiwi, kiwi, kiwi sancilamina” con passione, ma era “gimme, gimme, gimme just a little smile”. Tu giustamente sei interessato ai neologismi, io invece mi chiedo il perché di certe espressioni di moda. Per esempio, ora che abbiamo un nuovo governo, mi piacerebbe che nessun politico si mettesse a ripetere la stupidissima frase “a colpi di maggioranza”, come se fosse una cosa abietta prendere decisioni a maggioranza. E come si dovrebbero fare le leggi, “a colpi di minoranza”?

Caro Christian, prima che sia troppo tardi vorrei volgere un pensiero definitivo ai nove anni di Milano con Gabriele Albertini sindaco, che stanno per sparire come lacrime nella pioggia. Nella densa casistica italiana di sindaci totalmente inutili e inadeguati alle città che se li sono voluti – i lettori palermitani di GQ mi hanno recentemente segnalato con insistenza il caso del loro Cammarata (ti ricordavi che era sindaco, tu?) – Albertini vanta un rapporto da primato tra importanza della città guidata, durata del mandato e inconsistenza dello stesso. Il futuro non promette di meglio, dirai tu: speriamo nel decennio successivo. Gli anni Dieci.


Caro Luca, non sono d’accordo. Abbiamo avuto poche notizie di Albertini, è vero. Ma secondo me è una cosa positiva, molto positiva. Ricordati dei predecessori, dei quali spesso si avevano molte notizie, anche di reato (ehi, Travaglio, lascia subito il mio Mac…). I sindaci, secondo me, si devono occupare di tombini, di traffico, di panchine. Meno se ne parla, meglio è. Montanelli diceva che Albertini era un perfetto amministratore di condominio, e io sono d’accordo. A Palermo, quando c’era Leoluca, detto Leolook, Orlando, la città era tutti i giorni al Costanzo show, ma non arrivava l’acqua nelle case. Non per cattiveria o per incapacità di Orlando, ma – come scriveva Leonardo Sciascia – perché se un sindaco è impegnato quotidianamente a far notizia, dove trova il tempo di aprire i rubinetti?

Caro Christian, ora che il centrosinistra ha vinto e del retrogrado bigottismo dilagante non rimangono che un paio di eletti nella Margherita, mi sento libero di segnalare il nuovo cd dei Pet Shop Boys che esce questo mese. Il disco è fatto a forma di disco dei Pet Shop Boys, niente di più e niente di meno. La mia canzone preferita – con buona pace del Moige – si chiama “The sodom and Gomorrah show”. (non ti preoccupare se, andando in stampa prima delle elezioni, questa valutazione dovesse rivelarsi errata: fingeremo che si tratti di un’ironia sulla vittoria del centrodestra).


Caro Luca, ora che il centrosinistra ha vinto e del retrogrado comunismo dilagante non rimangono che un centinaio di eletti, mi sento libero di dire che non tutto il male viene per nuocere. Per esempio, il disco di David Gilmour sarà retrò quanto vuoi, ma a me piace moltissimo. Gilmour l’ha registrato nell’isola greca di Castellorizo, probabilmente pensando a Vassilissa, sempre che Antonio Cederna non gli abbia sparato dalla finestra. A proposito della professione di Vassilissa, io mi sono divertito moltissimo a leggere “Le mie storie da una botta e via”. E’ il libro di una amateur come Chelsea Handler, una comica americana bella e scorrettissima che racconta la sua “vita orizzontale”. Ti consiglio inoltre “Il mucchio selvaggio”, un fantasmagorico libro sui mirabolanti inizi delle televisioni private italiane. Ora che ci avviamo alla fine di quel mondo, as we know it.

Giugno 2006

Caro Christian, ma tu hai capito su quali canali si vedranno quali partite dei mondiali? Io rischio di trovarmi in una località balneare dimenticata dal segnale televisivo, in cui l’unica chance è il baretto con la parabola sulla spiaggia. Che però chiude la sera, e quindi con le partite delle 21 sono daccapo. Tipo Croazia-Australia e Togo-Francia.


Caro Luca, bella la vita. Stai in vacanza. Al mare. Col baretto, le pinne e il secchiello. Io, invece, resto nella trincea del lavoro – come diceva un nostro ex premier. Il mio giornale non mi concede ferie in giugno. Altro che vedere le partite su Sky. Io, caro mio, la-vo-ro. Peraltro in una sede disagiata, dalle parti della Foresta Nera. Ecco, a questo mi serve l’accredito plastificato, pieno di scritte in tedesco che mi sono messo al collo.

Caro Christian, sembra ieri che la Polonia ci faceva fuori dai mondiali tedeschi, a Stoccarda nel ’74. Non c’erano ancora nemmeno i Cars, allora: ti ricordi i Cars? Quella band americana di pop-rock, che fece molte canzonette negli anni Ottanta (ma due sole grandi: Drive e Heartbeat City)? Che lui si chiamava Ric Ocasek e si sposò Paulina Porizkova? Beh, si sono riformati. O quasi. In questi giorni esce il disco dei “New Cars”: Ocasek si è chiamato fuori e sono entrati altri matusa, Todd Rundgren e il batterista dei Tubes. Aspetta, non è finita: è annunciata per questo mese l’uscita di un disco inedito di standards jazz incisi da Diana Ross nel 1972. Tutti quanti devono avere delle gran bollette da pagare, immagino. Salvo Ocasek.


Caro Luca, di Paulina Porizkova ricordo con particolare emozione la sua memorabile interpretazione in un film con Tom Selleck. I Cars?!? Diana Ross?!? Guarda che, favorito dall’unico governo mezzo comunista del mondo occidentale, è tornato Claudio Lolli, l’indimenticabile autore di “Ho visto anche degli zingari felici”. Prepariamoci, se dura, a 5 anni terribili. Il primo brano del nuovo album si intitola “(Il grande poeta russo) Majakovskij e la scoperta dell’America” e parla di “sfratto occidentale” e “economia del capitale”. In un’altra canzone c’è pure la nostalgia dei bei tempi andati quando c’erano, appunto, gli zingari: “Pensa che non ci sono più zingari / sulle sponde del canale / e che l’attimo fuggente è fuggito / con in tasca il capitale”.

Caro Christian, non mi toccare Lolli. E non fare dell’ironia sui titoli involuti, che il disco più bello dell’anno scorso, quello di Sufjan Stevens, non aveva un titolo di meno di dieci parole. Quanto agli “Zingari felici”, ti segnalo che l’esecutore dell’immortale assolo di sassofono, Danilo Tomasetta, conduce ancora un programma di musica su Radio Città del Capo, al sabato mattina. Non so se si prenda, lì a Klagenfurt. A Dusserldorf. A Metternich. A Einsturzende Neubaten. A Schalke 04. O dove teufel ti trovi.


Caro Luca, viviamo in un meraviglioso mondo pregno di novità e facce nuove. Giulio Andreotti, Rosi Bindi, Romano Prodi, il ritorno di Michele Santoro… Tra le ultimissime ti segnalo uno spettacolare dvd di un concerto solistico di Keith Jarrett, il recupero nostalgico di canzoni di fine ottocento da parte di Bruce Springsteen, lo splendido canto pacifista stile Vietnam di Neil Young. E a San Remo scalda i motori il caro Pippo Baudo. Ma perché nessuno fa come Zidane?

Luglio 2006

Caro Christian, io sono piuttosto rincoglionito e quindi ci ho pensato bene. Ma ho concluso che lo spettacolare ponte sospeso che mi è apparso all’orizzonte mentre guidavo sull’Autostrada del Sole all’altezza di Reggio Emilia, prima non c’era. Facendo questa riflessione a velocità sostenuta, ci sono finito sotto: una grandissima campata bianca appesa a un arco formidabile, con due buchi rotondi nelle spalle, che viene voglia di infilarci il dito. No, decisamente, non c’era. E infatti l’hanno tirato su il mese scorso, ho scoperto: è uno dei tre ponti progettati da Santiago Calatrava per i lavori dell’Alta Velocità, assieme alla nuova stazione e alla copertura del casello, nei pressi di Reggio Emilia. Grandi opere.

Caro Luca, tempo scaduto. Non sarai mica uno di quei radical-rosapugnisti che un minuto dopo aver portato due partiti comunisti al governo ha cominciato a sudar freddo? Chissà, ora, se Tonino Di Pietro e Pecoraro Scanio non te lo abbattono quel ponte dell’Alta Velocità… A me piace da morire, invece, il più nuovo grattacielo di Manhattan, la Hearst Tower. Si trova sulla 57esima strada, all’altezza dell’ottava avenue. L’architetto è Norman Foster, quello della Grande Supposta di Londra. Ha poggiato una torre di 46 piani fatta di enormi triangoli di vetro su uno splendido palazzotto Art Deco che dal 1927 è la sede del gruppo editoriale Hearst. In cotanto edificio concepiscono e continueranno a concepire Cosmopolitan.

Caro Christian, me ne sto qui acquattato dietro la scrivania ad aspettare che tu abbia ascoltato il nuovo disco di Thom Yorke. Non vorrei che ti prendesse come l’ultima volta con i Radiohead (quanto tempo, eh?), che pareva fosse sceso il messia in terra. Dopo, ti sei eccitato altrettanto solo quando Dick Cheney ha sparato a un suo amico invece che a una quaglia. E poi, l’estate non è fatta per le avanguardie creative: l’estate è per i Righeira, o per Billy Joel al Colosseo. Al massimo, certi anziani snob vanno a Verucchio a sentire Randy Newman, quello che ha scritto una sola canzone brutta – “You can leave your hat on” – ed è l’unica che è diventata famosa.


Caro Luca, perché a un certo punto tutti impazzirono per Mickey Rourke? Come è possibile che gente senza alcuna qualità diventi improvvisamente una star, specie ora che non c’è più il Costanzo Show? Se sei femmina, ok, capisco. Ma Mickey Rourke? E Raffaello Tonon? E Alvaro Recoba? Vabbè, a proposito di femmine c’è questo incredibile reportage di un giornalista messicano, Sergio Gonzàlez Rodrìguez, sugli omicidi di donne a Ciudad Juàrez, la città al confine con gli Stati Uniti dove 60 anni fa fu inventata la Margarita (non la pizza, il cocktail). Dal 1993 a oggi sono state rapite, stuprate e poi fatte letteralmente a pezzi oltre trecento donne senza che nessuno abbia mai scoperto né i motivi né gli esecutori. La polizia fa finta di nulla. Chiunque vada lì a chiedere, le busca. Le ha prese anche questo giornalista della Reforma, ma è l’unico a essere riuscito a ricostruire la vicenda. Ora uscirà un film con Jennifer Lopez e Antonio BAnderas. Ecco, Banderas è il nuovo Mickey Rourke.

Caro Christian, c’è questo editore nuovo che si è inventato di far scrivere dei libri ai blogger. Non che l’idea sia nuovissima, e la si guarda con comprensibile diffidenza. Un libro è un altro formato rispetto alle volatili e istantanee quattro frasi online. Né peggio né meglio: è solo diverso. Però, ti dirò che tra i primi titoli della collana (libretti piccoli, umili) ci sono delle cose che funzionano, a metà tra il già pubblicato in rete e la riscrittura originale. Le considerazioni sulle mamme, sulle pause pranzo, e sulle grandi opere del blogger noto come “Personalità confusa” sono molto divertenti. E anche le critiche cinematografiche di “Zitti al cinema”. Certo, sotto l’ombrellone ci vorrà qualcosa di più corposo. Ma ne parliamo la prossima volta.


Caro Luca, sotto il mio ombrellone quest’estate ci sarà solo Tuttosport, l’ultimo organo garantista, liberale e antifascista di questo paese. Poi purtroppo, passata la stagione calda, mi rifarò con tomi più corposi. Avrò molti weekend liberi da settembre in poi. Per fortuna, starò a New York. Eppure, anche lì, mi mancheranno le mattinate all’Angolo, soprattutto quelle al Nevada Smith. Non potrò nemmeno tornare a seguire il basket. Sai che palle i Knicks. Da quando vado a New York, non si qualificano più ai playoff e sono diventati una squadra ridicola, maltrattata, piena di brindelloni… ma perché non prendono Moggi?

Agosto 2006

Caro Christian, osservando i tipi umani nella spiaggia dove mi trovo, ho realizzato improvvisamente che quella consapevolezza di progresso e crescita delle nostre culture che si poggia sulla convinzione di aver abbandonato la barbarie del passato è un totale inganno. Mi spiego: “l’uomo col borsello”, emblema di un’estetica sfigata nata negli anni Settanta e che ritenevamo superata – celebrato anche dalla canzone di Elio e le storie tese – è in realtà tuttora presente e prevalente nelle nostre società. Si è solo involuto nell’uomo col marsupio. Ecco, li guardo, e capisco che gli uomini in slippino da bagno e marsupio (e nei casi più criminali, occhiali da sole fascianti), sono non il sintomo, ma la ragione del declino della nostra civiltà.


Caro Luca, mi parli di progresso? Prova a rinnovare la patente, poi mi dici. Sono andato alla sede centrale dell’Aci di Milano, convinto che in un fiat mi rilasciassero la nuova patente plastificata tipo carta di credito. Bastano un computer e una stampante, no? Illuso. L’impiegata mi ha detto che non mi sarebbe convenuto, perché avrei dovuto aspettare tre o quattro mesi e in ogni caso sarei dovuto andare al Comune a farmi autenticare le foto (di autocertificazione e di legge Bassanini, pare non abbiano mai sentito parlare). Il documento sostitutivo, poi, non è valido all’estero. Allora ho rinnovato la patente cartacea. Pensavo mi mettessero un timbro, e via. Invece no. Entro 40 giorni mi inviano un bollino, ma se non arriva c’è un numero verde. Nel frattempo mi hanno rilasciato 4 fogli in duplice copia, previo pagamento di 80 euro e rotti (“solo con carta di credito Diners, mi spiace”), alcuni dei quali sotto forma di marche da bollo (da 11 euro, da 3,10 euro e una incredibile marca da “Lire mille”). Una volta arrivato il bollino, potrò finalmente fare richiesta di un duplicato della patente, uno stratagemma sottile per ottenerla nel formato carta di credito. A quel punto è tutta discesa: è sufficiente farsi autenticare la foto e aspettare i mesi necessari. Poi, credo, sarà già tempo di rinnovare la patente.

Caro Christian, non te la faccio altrettanto lunga ma io ho appena pagato una multa per divieto di sosta in un posto dove non sono mai stato in vita mia a un’ora in cui ero a casa a scrivere mail a te. Ma erano 35 euro e mi costava meno che sbattermi a cercare di dimostrare le mie ragioni. Senti, da qui il contatto con la musica corrente è un po’ vago, salvo una raccolta di firme in spiaggia per la lapidazione di Fabri Fibra: è uscito il cd nuovo di Lisa Germano? E quello di Pete Yorn?


Caro Luca, vergogna, shame on you. Non ti sei ancora ritirato dalla spiaggia? Guarda che questa di ritirarsi è la moda di questa estate. Comunque. non so di che cosa tu stia parlando (a parte le multe). E non scrivermi più nessuna mail. Telefonami, è più facile. Tanto poi ci pensa qualche pubblico ministero a pubblicare. Guarda, comunque, che io mi sono appassionato a un tale che si chiama Jose Gonzalez. Stai attento. So solo che è metà argentino e metà svedese e che è l’ennesimo, credo il quattrocentomilionesimo, nuovo Nick Drake. Naturalmente è fantastico. E’ una dritta preziosa, se lo viene a sapere il pm Henry John Woodcock ci arresta per traffici illeciti, aggiotaggio e forse anche abigeato. A proposito, tu che sai l’inglese, che cosa vuol dire “woodcock” in italiano?

Caro Christian, io uno che si chiama Woodcock me lo immagino coperto di tatuaggi, e con l’anello al naso. Peraltro, mezza nazione è coperta di tatuaggi, e la moda dell’anello al naso credo sia cosa imminente. Sui tatuaggi, e sulla tarrizzazione della cultura patria la penso come sul borsello. E come Adolf Loos, grande architetto viennese di un secolo fa: “L’uomo moderno che si tatua è un delinquente o un degenerato. Vi sono prigioni dove l’ottanta per cento dei detenuti è tatuato. Gli individui tatuati che non sono in prigione sono delinquenti latenti o aristocratici degenerati. Se avviene che un uomo tatuato muoia in libertà, significa semplicemente che è morto qualche anno prima di aver potuto compiere il proprio delitto”. O di essere intercettato.


Caro Luca, a proposito di architetti ho appena comprato un fenomenale libro fotografico sull’arredamento delle dimore dei peggiori dittatori di questo secolo, da Hitler a Stalin a Saddam. Lo stile è pacchiano, si nota un eccesso di tessuti leopardati e di aquile imperiali. Quasi tutti hanno un mappamondo nello studio, come Charlot e qualsiasi bambino di sette anni. C’è anche una foto della famosa collezione di scarpe di Imelda Marcos, la protagonista di Fillippine & the city. Credo, purtroppo, di aver avuto in passato un gabinetto con le stesse piastrelle del “bagno lilla” di Ceausescu.

Settembre 2006

Caro Christian, malgrado io non sia un giustizialista linguistico e pensi che le lingue cambino naturalmente incorporando errori ed equivoci, vorrei svolgere un servizio di ricostruzione almeno dei significati originari. Per esempio, è da tempo diffuso in tutta la penisola l’uso disinvolto e disordinato di due espressioni tipiche della capitale: “sticazzi” e “me cojoni”. Ora, ripeto, liberi tutti di esclamare “e sticazzi!” per manifestare meraviglia o auguri di buone vacanze. Ma a Roma lo si usa non al posto di “perbacco”, come si ritiene erroneamente altrove: piuttosto per dire “e chissenefrega”, in estrema sintesi. Se mi sono spiegato, bene, sennò sticazzi. “Me cojoni” (che è un verbo, non un sostantivo), viceversa, si usa per esprimere stupore e diffidenza. Non farmi figuracce, anche tu.



Caro Luca, sei stato in vacanza a Fregene oppure lavori alla nuova campagna pubblicitaria di Tim? Mi chiedo che cosa ci sia dietro questa regressione alla romanità che ha colpito il paese… E’ tutto un aho, po-po-po-po, me so’ scordato a pastiglia, maggicarroma. Ma che è? Prodi non aveva forse detto che l’Urbe non gli piaceva? E ora che fa, non rispetta le promesse elettorali? E Alberto Fortis quando torna a mettere le cose a posto? “Zero”, diomio che nervi mi vengono ogni volta che sento Silvio Muccino dire “zero”. Se ci fai caso sono le aziende telefoniche ad aver impresso questa svolta, quasi certamente a causa de ‘na ricerca de marketing. Qui serve una mobilitazione. Io, per esempio, quest’anno non guarderò la Serie A Tim. Sempre c’aa fanno.

Caro Christian, figurati: io non vado a Roma da mesi. Sei tu quello sempre in giro a vendere il tuo manuale sulle diete (“Cambiare regime”, di quello parla, no?). Io sono stato solo a Napoli, la settimana scorsa, e ho visto una mostra formidabile, di disegni di Dean Tavoularis. Che no, nemmeno io sapevo chi fosse. Ma per capirsi, è quello che ha disegnato la barca di “Apocalypse now”: cioè, uno dei più grandi designer e scenografi di Hollywood. Ho visto i bozzetti per le case di “Hammett” di Wenders, i progetti del regno di Kurtz in “Apocalypse now”, gli storyboard di “Rumble fish”. Nonché mille versioni dell’aspetto della famosa barca lungo le tappe della sua risalita all’inferno. Ma che tt’oo dic’affà, capace che hai disdetto pure Sky Cinema.



Caro Luca, visto che hanno cancellato il campionato di calcio ho finalmente trovato il tempo per vedere l’intera V serie di 24. Muoiono quasi tutti. Non ti dico altro se non che è tornata Kim, la figlia di Jack Bauer. Tranquillo, stavolta non combina guai. Il momento chiave della serie è verso la fine, quando un cattivo dice che “non si può credere a ciò che scrivono sugli editoriali del New York Times”. Concordo col cattivo, però pago lo stesso 49 dollari e 50 centesimi all’anno per leggerli online. Per gustarsi Severgnini sul Corriere, devi pagare dieci volte tanto: 450 euro annui. Aho, so’ novecento sacchi…

Caro Christian, nun me ne parlà. Io l’unico abbonamento online che ho è quello al Wall Street Journal che costa solo trenta centesimi al giorno. Se devo buttare soldi su internet, preferisco scaricare il disco di questo giovanotto scozzese che si chiama inopinatamente Paolo Nutini. Oppure Madeleine Peyroux: anzi, tu che te ne intendi: voi puristi del jazz che posizione avete su Madeleine Peyroux? È più o meno affidabile di Diana Krall (che anche lei ha un disco nuovo)?



Caro Luca, mi sono dimesso anche dal jazz. Mi sto appassionando, invece, a un libro-inchiesta sul grande fratello che ascolta tutte le nostre telefonate. Si intitola “Intercettare il Mondo” (Eianudi) e lo ha scritto un bravo giornalista di Slate che si chiama Patrick Radden Keefe (sarebbe perfetto per uno spot della Wind, se solo sapesse fare er cucchiaio). E poi, stai attento, ti consiglio il nuovo film di Oliver Stone sull’11 settembre. Lo so, rischio di sembrare Cicchitto che loda Moretti, ma davvero, per una volta, Stone ha messo da parte le teorie cospiratorie che gli piacciono tanto e ha girato un film addirittura fin troppo patriottico. I conservatori americani ne vanno pazzi, dicono che è un inno religioso al coraggio, alla famiglia, alla vita. Laif is nau.

Ottobre 2006

Caro Christian, la crisi del cinema di cui si parla da sempre potrebbe essere a un momento di svolta. Ieri sono andato a vedere il film di De Palma e ho scoperto che è stata reintrodotta la bomboniera Algida. Finalmente una buona notizia: l’avevano sventatamente fatta fuori per un paio d’anni rimpiazzandola con una cosa imparagonabile con le noccioline e il ripieno. Le strategie commerciali mi sono sempre misteriose: per esempio, chi potrebbe desiderare un ingombrante, orrenda e inutile borraccia della Coca Cola? Eppure quest’estate all’autogrill sembrava che regalassero diamanti, da quanto ne andavano fieri. Quasi quasi torno al cinema già stasera: è che qua sotto danno i Pirati dei caraibi.

Caro Luca, vedrei i Pirati dei caraibi solo per Keira, che non è un ascaretto Algida ma la ragazza più bella del mondo. Faccio di fretta perché sta per cominciare Superman che nel mio cinema newyorkese preferito, quello con il gigantesco schermo Imax, viene trasmesso in tre dimensioni. Il biglietto costa più del normale, 15 dollari, ma secondo la battuta volgarotta che circola tra i movie-goers questo schermo gigantesco riesce perfino a inquadrare nella sua interezza il didietro di Jennifer Lopez. Ora io questo pregiudizio anti J-Lo non lo capisco e non lo condivido. Avrei da obiettare sui suoi fidanzati e sui film che sceglie (tra cui il più brutto del secolo, Shall we dance?), ma secondo me la ragazza non è affatto volgare come la dipingono. Anzi recita pure bene.

Caro Christian, anche a me J-Lo piace. Se non stiamo più insieme è solo perché il rapporto a distanza è faticoso e alla lunga si logora. Se la vedi, dille che non le serbo rancore. Non avevo capito fossi già a New York: sai che sta uscendo un disco nuovo degli Sparklehorse (l’ultima volta abbiamo visto il concerto assieme, lì da qualche parte – assieme io e te, non io e J-Lo – in mezzo a tutte quelle cose di jazz a cui mi portavi)? Ma soprattutto, sei stato al nuovo Apple Store sulla Quinta Strada? E il Plaza, è già chiuso?

Caro Luca, l’Apple Store è proprio di fronte al Plaza. Non potendomi permettere uno dei nuovi appartamenti che stanno costruendo né, per la verità, una notte in una delle 150 camere di albergo che rimarranno disponibili ai turisti, mi sono comprato altri due inutili accessori per l’iPod spendendo quasi quanto una notte al Plaza. Comunque, sarà perché è appena trascorso l’anniversario dell’11 settembre, sarà perché mi trovo in loco, sarà perché Jay McInerney aveva già scritto “Le mille luci di New York”, insomma sarà-quel-che-sarà (come cantava Tiziana Rivale) ma il nuovo romanzo d’amore ambientato a Ground Zero nel giorno in cui attaccarono le Torri mi pare formidabile. Oserei dire il più bello di quest’anno, se il grande sindaco di Roma non se ne avesse a male. Ti consiglio di leggerlo ascoltando il nuovo cd dei tuoi palloccolosi Lambchop, che ancora ti odio per non averli scoperti io e doverti restituire un favore.

Caro Christian, siamo a fine corrispondenza di questo mese e ancora non mi hai detto niente della terza serie di Lost che costaggiù cominciava in questi giorni. Pare che l’isola vada rivelandosi sempre più affollata. Qui da noi è appena cominciata la seconda, quella dove (a tutela dei lettori di GQ la redazione è intervenuta sul testo di Luca Sofri, che rivelava vicende non ancora trasmesse in Italia della serie televisiva Lost) e invece no.

Caro Luca, Lost è molto sopravvalutato, un po’ come Roberto Mancini. I personaggi mi sembrano parecchio antipatici, un po’ come Roberto Mancini. I dialoghi mi suonano falsi, un po’ come il passaporto di quel calciatore a disposizione di Roberto Mancini. Riconosco, però, che il titolo della serie è geniale, oltre che perfetto a definire ciò che capita solitamente alla squadra allenata da Roberto Mancini. O mi stai dicendo che nella terza serie di Lost spunta un nuovo personaggio che riscatta le delusioni dei “perduti” maneggiando un tavolino?

Altre cose:

Un commento su “Re: No Subject

  1. Pingback: Wittgenstein » Blog Archive » Momento stili di vita

Commenti chiusi