Dovere

Ho letto il libro di Mughini sull’omicidio Calabresi. Per una specie di “dovere”, la solita noiosa questione del mare da svuotare con il secchiello sulle cose che riguardano la mia famiglia. Nuove balle che restano scritte, per l’incosciente sventatezza e vanità di questo o quello (anche se al momento non mi pare che il libro stia scalando le classifiche). Faccio quindi seguire un giudizio a ragion veduta al pregiudizio che avevo e avevo esposto quando il libro era stato annunciato. A verbale, e poi ci rioccupiamo d’altro
Il pregiudizio è stato quasi del tutto confermato, per essere sintetici. Per chi non voglia andare oltre la decima riga di questo post, è un libro messo assieme con una logica ubriaca e una scrittura altrettanto sciatta, pieno di sbagli, inesattezze, contraddizioni e conclusioni basate su cose false. È un libro che può avere un interesse entomologico in quel che racconta del suo autore e delle sue umanità: che a molti suonano irritanti, ma hanno un fascino letterario per chiunque sia curioso delle piccole psicologie. È insomma un libro di Mughini, e secondo me “su” Mughini. Quanto alla sua tesi, è difficile sintetizzarla, visto che l’autore abbraccia via via praticamente qualunque opinione, contraddicendosi continuamente. Ma grossolanamente, il libro si conclude abbracciando completamente la tesi della difesa per cui dell’accusa contro Sofri (quello anziano) in merito all’omicidio Calabresi non esiste prova, e anzi il racconto del suo accusatore su questo è incredibile. Ma al tempo stesso Mughini pretende “di pancia” di essere certo che Marino qualcosa di vero sull’omicidio debba averlo detto,. E altrettanto “di pancia” torna a insistere che Sofri sarebbe a conoscenza di come sono andate le cose, pur essendone penalmente estraneo. Elementi di prova: gli scritti di Sofri in cui Sofri invece sostiene il contrario. Nient’altro Mughini sa, se non quel che gli dicono i suoi pensieri.

E ora per quelli disposti a leggere oltre, e che mi rimproverebbero di scarsa argomentazione se mi fermassi qui. Ma è roba noiosa, io ve lo dico.Ci sono alcune elaborazioni “morali” sugli anni Settanta che non sono stupide, anzi. Ma sono devastate dall’invadenza della vanità dell’autore su tutto quello che fa e dice, tratto noto a chiunque lo abbia mai visto o letto. Il racconto è continuamente ostacolato da citazioni letterarie prive di senso o name-dropping gratuito. In mezzo a continue digressioni ed esibizioni aneddotiche, metà di quelli che Mughini cita, a sentir lui sono suoi amici o suoi grandissimi amici: e dove prende le distanze lo fa con una imbarazzante ostentazione di orgoglio da “mi si nota di più se prendo le distanze”. Su questo, non è che Mughini constati i propri ripensamenti e cambi di opinione, e li trovi ammirevoli: viceversa trova ammirevoli i ripensamenti e i cambi di opinione, e quindi cerca di mostrarne a se stesso e al lettore più possibile. Lo si immagina lì che conta i giorni necessari prima di poter scrivere un nuovo libro in cui ammetta di avere sbagliato alcune cose in questo, congratulandosi con se stesso per l’elevatezza del gesto.

Ma tornando alle piccole vanità che fanno sorridere il lettore, vi faccio un solo esempio. A un certo punto, Mughini prende a parlare di Leonardo Marino, e dice che aveva cominciato a lavorare da ragazzo, a sedici anni. E allora cita “Indignation” di Philip Roth, per dire che il padre del protagonista aveva cominciato a lavorare da ragazzo, a dieci anni. Fine della relazione e dell’excursus.
Un altro fronte psicologicamente affascinante dei tic di Mughini  è la candida spudoratezza con cui mostra ciò che lo muove da sempre – soldi e femmine – e i suoi vezzi estetici (“Non avevo e non ho mai avuto un cappello da baseball”, contesta di fronte a un’innocua citazione su un suo incontro con Sofri in cui si parla anche dei suoi occhiali da sole: “Non erano da sole, erano da vista, e li avevo comprati per 3500 lire a Catania reduce dalle turbolenze parigine del joli mai 1968”). Tutto si salda nel passaggio altrettanto straniante in cui Mughini si rammarica delle spese processuali che una volta rischiarono di impedirgli di “portare a pranzo un’amica, i cui occhi e la cui camicetta sapientemente sbottonata mi lasciavano senza fiato”.

Ci sarebbe poi il merito del libro, ovvero la storia dell’omicidio Calabresi e dei processi relativi. Che Mughini ricostruisce con una sommaria competenza, ma anche con una superficialità imperdonabile, da cui discendono conclusioni illogiche, assurde o false. e che si contraddicono l’una con l’altra. Per esempio colma di lodi e attestati di credibilità la sentenza del primo processo, indifferente all’ampissima letteratura sulle sue lacune e fandonie. Ma poi aderisce con altrettanta ammirazione alle obiezioni su quella sentenza contenute nel giudizio di Cassazione che la annullò.
Oppure, vigliaccamente, cita in tre righe e poi passa oltre una “lettera anonima” che gli avrebbe raccontato una dettaglio mai sentito prima ma che incastrerebbe Bompressi: “ripeto, era solo una lettera anonima”.

Oppure usa formule come “parola più parola meno, lo ha detto così” per sintesi inventate, o addirittura in riferimento a dei virgolettati.
Oppure rubrica ogni elemento della “confessione” di Marino risultato falso, nella categoria “errori talmente banali da dare semmai forza alla sua confessione”.
Oppure copia e incolla scritti di Sofri che convincentemente smentiscono le cose che ha appena sostenuto, come se niente fosse.
E come molti suoi predecessori, attribuisce alla difesa assurde tesi complottarde che ha quindi buon  gioco a ridicolizzare.
Di questo gran casino espositivo cito solo alcuni esempi (ne trascuro a decine) – di nuovo per non sembrare altrettanto superficiale nel giudizio – molti dei quali sono ripetizioni maldestre di cose già smentite durante i processi.

– pagina 22: “Marino s’era fatti 400 chilometri (da Torino) pur di venire a una manifestazione che era di carattere soprattutto regionale-toscano e alla quale erano venuti pochissimi tra i militanti di LC di Torino e Milano”. Mughini afferma la prima cosa per dimostrare che la presenza di Marino a Pisa era straordinaria e quindi motivata da una ragione straordinaria, ma subito dopo dice che da Torino sono venute anche altre persone: utti venuti tutti per farsi dare un mandato di omicidio?

– pagina 47: “Tutto era calcolato  sul fatto che Calabresi usciva sempre di casa a quell’ora”. Pagina 105: “Calabresi – che peraltro non usciva mai di casa alla stessa ora”

– pagina 78: Mughini cita le già a lungo abusate e travisate intercettazioni telefoniche successive all’arresto di mio padre per sostenere che tutti gli amici e parenti che si telefonavano tra loro sapessero benissimo quale fosse l’accusa, e se l’aspettassero. Tra le altre, il cielo lo fulmini, si azzarda a riassumere quella in cui mia madre (separata da mio padre da sempre, e che viveva con noi a Pisa) ascolta il racconto di quel che è successo da parte della mia matrigna e “bisbiglia” “Ho capito, ho capito”:  parole che la inchiodano, e tutti noi quando le usiamo.

– pagina 81: “e comunque sarebbe stato Rinaldi a proporre al Sofri imputato di essere stato il mandante dell’omicidio Calabresi una rubrica settimanale sull’ultima pagina di Panorama”, dice Mughini per dimostrare che le opinioni di Rinaldi sul processo Calabresi erano ancor più credibili proprio perché era stato lui il direttore di Panorama che aveva offerto quella rubrica a Sofri malgrado fosse imputato. Doppio errore: quella rubrica gli fu offerta da Giuliano Ferrara, direttore in anni successivi. Ed è vero che Sofri aveva già collaborato con Panorama quando Rinaldi era direttore, ma prima ancora di essere accusato e “imputato” di omicidio, già dal 1986.

– pagina 85: “Di testimoni a suo favore Bompressi ne aveva addotti anche altri, seppure meno decisivi. Tutti suoi compagni di militanza di LC, tutti giudicati inattendibili”. Falso, e impreparato. Tra gli altri testimoni non di LC sulla presenza di Bompressi a Massa in quel contesto, c’è il vigile urbano Torre, le cui parole sono state assai usate (e poi trascurate) nel processo.

– pagina 86: “se gli imputati avessero riconosciuto i fatti loro addebitati, il processo si sarebbe chiuso con la prescrizione dei reati”. A quanto mi risulta l’omicidio non ha prescrizione, o secondo un’interpretazione ce l’ha dopo 24 anni. Qui eravamo comunque a 18, e l’ipotesi di Mughini è inventata.

– a pagina 98 Mughini mette nell'”armada innocentista” che si forma “a partire dal luglio 1988” “il direttore di Repubblica Ezio Mauro”. Che però sarà direttore di Repubblica solo nel 1996: e “a partire dal 1988” Repubblica e il suo direttore erano invece tutt’altro che innocentisti.

– pagina 101: “erano stati gli stessi ufficiali dei carabinieri a rivelare in tutta tranquillità durante il processo che loro Marino lo avevano incontrato ben prima del 19 luglio”. Balla colossale, in malafede, e truffaldina. La rivelazione sui tempi della confessione di Marino arrivò in aula per bocca ingenua del parroco don Regolo, e costrinse i carabinieri a una correzione di linea per niente “tranquilla”, e che fu tra le smentite più spettacolari alla credibilità del “sincero pentimento” di Marino. E Mughini non può non saperlo

– pagina 105: per togliere credibilità a un testimone che ricorda alla guida dell’auto degli assassini “una donna con una gran massa di capelli castani” (e quindi non Marino), Mughini riferisce che quel teste aveva poi ammesso di essere daltonico (malattia che, come si sa, fa confondere le donne con gli uomini).

– a pagina 108 Mughini formula questa creativa elaborazione: che siccome “non si vede perché Marino abbia fatto il nome di Pietrostefani”, e non di un altro qualunque, questo “non è più soltanto un indizio e bensì una prova”. “Non si vede perché altrimenti debba mettere nei guai Pietrostefani e proprio lui”.

– a pagina 110 appare un “avvocato di parte civile Paolo Calabresi” ignoto alla storia processuale

– a pagina 122 afferma che “la tesi innocentista sostiene che Marino s’è inventato tutto di tutto”, e la irride per questo. Solo poche righe dopo però cita lui stesso queste parole di Sofri: “Marino ha mescolato ciò che aveva fatto con ciò che aveva immaginato, con ciò che aveva orecchiato, con ciò che altri aveva immaginato per lui”.

– pagina 128: dopo aver tuonato contro l’atteggiamento a suo dire sgradevolmente classista di alcuni ex di LC nei confronti dell’operaio Marino, ecco cosa scrive il tuonatore di Mario Moretti: “un promesso perito industriale ed ex operaio della Sit-Siemens, ovverosia un marxista leninista da quattro soldi”.

Ora basta, fino alla prossima volta. Un’ultima cosa, personale e comica. A un certo punto Mughini si dispiace che io una volta gli abbia dato del “killer” (il mio uso del termine era un po’ più articolato, già), soprattutto perché dice di avere di me un commosso ricordo, che gli deriva da questo mio toccante gesto: una volta che venne a Pisa a un dibattito gli avrei offerto di pagargli il biglietto del treno. “Mi piacquero quell’attenzione e quello scrupolo”.
Lui dice di non avere accettato.

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