La morte del doppiaggio

Mentre l’industria musicale sembra finalmente aver preso atto che dopo la rivoluzione tecnologica e gli mp3 niente sarà più come prima, e che con il download illegale bisogna trovare dei compromessi che limitino i danni, quella del cinema ancora pensa di poter controllare il cambiamento. E di superare la crisi limitando i costi e cercando di far sparire la pirateria con la bacchetta magica. Ma lo slogan “il cinema al cinema” funziona se il cinema mantiene le sue promesse. Non bastano le grandi sale ricche di effetti sonori e le versioni in 3D se poi le traduzioni e i doppiaggi fanno schifo. Sono sempre stato ostile ai puristi delle versioni originali sottotitolate, snob presuntuosi che non volevano ammettere che per quasi tutti sacrificare l’audio originale significa comprendere e seguire molto meglio i film. Ma era quando le traduzioni e i doppiaggi italiani erano spesso ottime opere di scrittura e recitazione, come le migliori traduzioni letterarie. Oggi qualche riduzione di costi o un abbassamento della qualità delle cose che invade ogni settore rendono insopportabilmente trascurati i dialoghi italiani dei film stranieri: cito solo “Nemico pubblico” e “Il mio amico Eric”, che ho visto da poco, ma gli esempi sono frequentissimi di film in cui la lingua che si parla è del tutto implausibile e tradotta maldestramente o letteralmente. E se questa è l’offerta – ancora di più a fronte di film italiani come “La prima cosa bella” in cui la grandezza di recitazione e dialoghi è da antologia – mi chiedo con quale coraggio l’industria del cinema pretenda di convincere gli spettatori sempre più avvezzi all’inglese ad andare nelle sale piuttosto che scaricarsi le assai più nobili versioni originali.

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