A nome di noi milanesi

Alla fine, ci vivo da dodici anni. Sono una specie di milanese, malgrado la progressiva perdita di identità della città l’abbia resa sia molto ospitale per i nuovi arrivati (meno campanilista e provinciale delle altre città italiane, proprio perché poco “milanese”) sia poco attraente per sentirsene parte. Già menomata dalla mancanza dell’acqua (quasi nessuna grande e bella città occidentale non ha né un fiume, né il mare, né un lago) Milano non fa niente da anni per rimontare l’handicap e mettersi in competizione con le altre grandi città del mondo sul piano della bellezza e della vivacità culturale e dei servizi.
E insomma, per quanto si possa esserlo, sono una specie di milanese. Non meno del lettore medio del Giornale, non meno del tassista leghista, non meno della vecchina-al-mercato, non meno delle sciure di destra o sinistra, non meno degli ottuagenari gestori della cultura di sinistra locale, non meno del cocainomane della zona Corso Como, né insomma di ogni macchietta a cui si rivolgono le campagne elettorale di destra o di sinistra.

Penso che siamo in parecchi, a essere milanesi così, senza essere macchiette. E tra le cose che non invidiamo a Roma ci sono i ministeri, per esempio (a Torino, si stanno fregando ancora le mani di averli sbolognati). E tra le cose che facciamo, c’è pagare le multe puntualmente, quando le prendiamo. E tra le cose di cui ci rallegriamo c’è una misura moderna come l’ecopass – mal pensata, mal gestita – che ha consentito comunque di ridurre almeno di uno il numero di automobili in centro. E quindi lo si migliora, ma non lo si abolisce. E se vogliamo entrare nel piccolo centro della città con la macchina, paghiamo l’ecopass.

Quindi ci fanno ridere le proposte demagogiche e menzognere di Letizia Moratti o dei suoi alleati in questa campagna elettorale, oppure ci fanno arrabbiare. Ma su di noi milanesi, soprattutto, non hanno nessuna presa. Anzi: se volete i ministeri a Milano, togliere le multe a chi non le paga, e abolire l’ecopass, avete fatto bene a dircelo, così noi votiamo l’altro.

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Un commento su “A nome di noi milanesi

  1. sergio62

    Non devi scusarti per le intemerate di quattro guasconi. Ho molti amici a Milano e dintorni, di ogni idea politica, e ridono sul fatto dei ministeri.
    Come romano che non ha mai lavorato nel settore pubblico, penso di aver titolo per svolgere alcune considerazioni
    1)il boom economico milanese degli anni ’50 e’60 a tutto è stato dovuto, fuorchè alla ingombrante presenza di ministeri o enti pubblici, i quali-per definizione, dovendo perseguire un interesse pubblico – non producono utili, ma lavorano in perdita, fatta salva la possibilità di risparmiare su alcune spese di rappresentanza;
    2)un trasferimento coattivo di dipendenti pubblici al nord o al sud inciderebbe su situazioni patrimoniali ed extrapatrimoniali ; per quanto riguarda le prime , basti pensare ai mutui contratti da persone convinte di lavorare per molti anni a Roma o ai contratti d’affitto pluriennali stipulati con locatori, i quali ben potrebbero chiedere il lucro cessante alla P.A.; per quanto riguarda le seconde, basta pensare alle numerosissime madri separate con prole, le quali abbandonando Roma per una qualsiasi altra città, impedirebbero de facto al loro ex coniuge di concorrere all’ equilibrato sviluppo della prole , come richiesto dalla legge sull’ affidamento congiunto, voluta da qs. Esecutivo.
    3) In caso di trasferimento degli Interni, ad es. al sud, come auspicato dalla Lega, il funzionario sarebbe più facilmente ricattabile dalle mafie locali, con ciò comnpromettendosi i principi costituzionali del buon andamento e dell’ imparzialità della P.A.
    4)Potrebbe avere un senso, ed è strano che non se ne sia mai parlato, un trasferimento a Milano della Bankit ( del resto tutte le principali banche hanno sede a Milano), i cui dipendenti guadagnano circa il 30-40% in più dei ministeriali e godono di una polizza sanitaria – non presente ovviamente nel mondo statale-che copre ogni intervento, visita ed analisi con una franchigia modesta .
    Infine, a questo punto,e procedendo sulla falsariga di questo “ragionamento”, è ben strano che non si chieda al Vaticano di delocalizzare i suoi Uffici della Curia, in fin dei conti tutta l’ Italia è cattolica e la presenza al sud , ad es., dell’ Ufficio per la Propaganda Fide, il cui nuovo capo è il mio ex prof di religione salentino, potrebbe essere vista come una maggiore attenzione della Chiesa al territorio.
    Come si vede, ragionamenti a dir poco bizzarri.

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