Tra le nuvole

Dirò una cosa sbrigativa e un po’ superficiale, ma è per un buon pezzo vera. La dannata “Cloud” di cui tanto si parla da un paio d’anni e molto di più in questi giorni dopo l’annuncio di Apple della sua “iCloud” (oggi leggo persino riflessioni socioculturali sulle nostre vite nelle nuvole e bla bla) è soprattutto una geniale trovata di comunicazione. O meglio, è grazie alla trovata che se ne parla. Se ci pensate, la tecnologia non è altro che un hard disk esterno: molto grande e lontano dalla nostra scrivania. Il fatto che sia lontano e ospitato da qualcun altro genera poi delle opportunità e dei cambiamenti potenziali grandi, ma di questi si parla poco: è tutto avvolto in una “nuvola”. I documenti e programmi che usiamo non stanno in cielo, né su una nuvola, né in qualche luogo etereo: stanno dentro degli hard disk solidamente parcheggiati dentro i depositi di certe aziende. Esattamente gli stessi tipi di contenitori in cui li abbiamo tenuti finora. Ma l’idea di chiamare tutto questo “nuvola” è stato geniale: meccanismo che i comunicatori conoscono e che con i giornalisti (e con noi lettori, anche) funziona sempre: dare un nome nuovo a una cosa che altrimenti non sarebbe percepita e raccontata come sufficientemente nuova.

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16 commenti su “Tra le nuvole

  1. sdella80

    In realtà quello che scrivi sulla comunicazione è vero, soprattutto per quanto riguarda il prodotto presentato da apple. Il fatto è che il concetto di cloud si estende oltre il semplice storage di dati, ma comprende, in potenza, tutta una serie di servizi, fino ad avere i programmi che usiamo non più residenti sul nostro pc.
    Due esempi sono google documents e onlive, per andare dall’elaborazione di documenti ai giochi, ma ce ne sono altri mille.

  2. braccale

    In una grande azienda informatica, di un grande gruppo bancario, per cui lavoro, nell’organigramma è comparsa, da poco, una ‘box’, una nuova divisione, con su scritto: “Cloud”. Sempre molto attenti ad essere al pari col lessico trendy, ci si siederà sopra qualcuno, profunatamente pagato, e quarderà le slide, come la mucca guarda il treno.

  3. Simonluca Merlante

    A me invece stupisce la difficoltà di comunicare il concetto di cloud, più che altro. Quando ne parlo in giro, anche con addetti ai lavori, tutti che dicono: “Aspetta, ma quindi se non ce li ho su un pc, DOVE SONO?”. I livelli di conservatorismo in un settore dedicato all’innovazione come l’informatica sono affascinanti e preoccupanti assieme. E quasi sempre la discriminante è l’età anagrafica.

  4. paolovalde

    L’hai detta troppo sbrigativa e superficiale secondo me. Non è solo un “hard disk esterno collegato con un cavo molto lungo”, è soprattutto lo spostamento di risorse che ha un impatto enorme sul costo delle stesse. Tanto per fare un esempio, una volta per avere un server dovevi comprare hardware, linee dedicate, assumere sistemisti, oggi le funzionalità dello stesso server le puoi avere nella “cloud” per pochi dollari al mese. Se sei una startup, la differenza è esistere o non esistere. L’idea di rendere capacità di storage e di calcolo delle commodity sta avendo un impatto molto significativo sul mercato, e se dobbiamo dare un nome a tutta ‘sta roba, “cloud computing” mi va bene tanto quanto “Harvey”.

  5. Rob

    Dirò di più: non c’è nemmeno una geniale trovata di comunicazione. Apple sfrutta la sua penetrazione all’interno del subconscio dei suoi esageratamente affezionati utenti, che fanno fuochi d’artificio alla presentazione di ogni prodotto nuovo. Caso vuole che i giornalisti siano un sottoinsieme dei fan di Apple, e questo fa si che ci sia tutto questo strombazzamento per un prodotto in realtà molto deludente. Su friendfeed qualcuno già dichiarava la morte dei concorrenti. La realtà è che il cloud di Google, di Microsoft e di IBM per fare tre nomi, è mille anni avanti, perchè oltre a fornire il servizio di storage forniscono anche ciò che rende il cloud interessante: servizi. Apple sta solo inseguendo DropBox, al momento.

  6. dan

    Vero. Ma non bisogna a mio avviso fare l’errore di considerare che senza una particolare innovazione tecnologica non ci sia progresso o cambiamento. Di cloud si parla da un po’, anche prima che la introducesse Apple, e sarà anche solo di fatto uno storage remoto, ma apre tantissimi scenari che credo modificheranno sensibilmente la modalità di fruizione e condivisione di dati e informazioni. Oggi non nasce una nuova tecnologia, ma servizi di questo tipo possono iniziare a diffondersi grazie a ciò che è avvenuto negli ultimi anni (diffusione sempre maggiore banda larga, connettività in mobilità, device multipli per accesso alla rete etc). Prima non avrebbe avuto senso. E poi scusa, anche il “Web” non è altro che una serie di server sparsi per il mondo

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  8. spirithorse

    1) In principio erano le reti, LAN con server e terminali (senza CPU o HDD);
    2) Poi vennero I Server (PC più potenti o mainframe e i Terminali Intelligenti (PC con CPU e HDD);
    3) Comparse quindi Internet (WAN) e i browser;
    4) Poi arrivarano i virtualizzatori: i PC fanno girare un istanza del S.O. (Windows, Linux o altro) sul server e usano le applcazioni installate sui server;
    5) Adesso arrivano le nuvole: siamo tornati al punto 1 riveduto e corretto con dosi dei punti 2-3-4.
    In sostanza Luca Sofri ha ragione. Non c’è nessun approccio diverso.

  9. splarz

    oh zeus, che mi tocca leggere. certo che fisicamente sta tutto in un hard disk a kilometri di distanza: il punto è che gli applicativi non saranno più fisicamente presenti nelle macchine in uso, le quali saranno inutili scatole finchè non saranno collegate alla rete internet. è questa la rivoluzione (a mio avviso pericolosa, in certi ambiti). chiamarla nuvola per ricamarci sopra è una roba da non addetti ai lavori – senza contare che il cloud computing non l’ha inventato apple.

  10. spirithorse

    Si, dimenticavo quello che ha fatto notare “splarz”.
    Sarà la festa degli hackers non appena qualche azienda strategica traslocherà sulle nuovole.

  11. uqbal

    Scusate, ma quando mi mando un email con gli allegati che mi servono, per non dover andare in giro con la chiavetta usb, beh, anche quello è cloud, no?

  12. Simonluca Merlante

    In realtà il cloud dovrebbe essere molto più sicuro. Io, piccola media impresa, posso decidere se farmi un server e una rete mia, messa in piedi artigianalmente e un po’ alla membro di segugio e bucabile in una manciata di secondi, oppure pagare un canone mensile e far fare tutto a IBM, Microsoft, ecc… che hanno standard sicuramente più alti.

    O almeno dovrebbe essere così, anche se poi IBM fa fallire le Poste, Sony è lo zimbello della rete e via così.

  13. v.lorenzo

    Vorrei avere un mio blog per esprimere questo commento senza annoiare i lettori del tuo.
    Grazie per questo post (ma anche per gli altri, ne approfitto). La riflessione un po’ estemporanea è interessante e lo è anche questo thread. Mi pare che la percentuale di commentatori di classe ‘professionisti it’ sia un po’ più alta del solito, pseudo categoria a cui forse appartengo anche io (e dico pseudo categoria perchè la categoria non esiste. Non che io abbia indole classista, castista, tassista, ma un po di ordine farebbe bene a tutti).

    Cloud (nell’accezione a cui si riferisce l’articolo) non una è parola inventata di recente da chi fa comunicazione ma è un termine anzianotto usato per rappresentare Internet nei ‘disegni di rete’; ed era/è usato come metafora piuttosto pertinente e anche affascinante. Se devo disegnare il mio computer “nodo A” collegato al tuo server Web “nodo B” attraverso Internet ecco che tra i due nodi tiro una linea che passa dentro una nuvola. Perchè non so quale percorso unisca davvero i due nodi, in mezzo c’e’ internet, una specie di super casino di connessioni, che funziona.
    La cloud in questi diagrammi rappresenta Internet, da sempre.

    Ora la cosa recente (2006) e affascinante è il ‘cloud computing’ nel senso (mi piace pensare) di computing che avviene non-so-bene-dove, nella cloud di cui sopra appunto: quel super casino di nodi e connessioni.

    Certo che se per cloud computing si intende un discone remoto (grazie per l’esempio) non è proprio cloud. Pero’ se pensiamo ai già citati GoogleDocs forse un po’ più di cloud la possiamo percepire: non abbiamo nessuna idea di dove, quali e quanti ‘nodi’ sparsi per il mondo stiano elaborando per noi i nostri dati, supponiamo solo che siano di google.

    Quindi se dovessi disegnare il mio computer che interagisce con GoolgeDocs, disegnerei il mio nodo a forma di mela unito con una linea a una nuvola.

    Una metafora fortunata quindi, sia per chi fa disegni sia per chi fa comunicazione.

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