What kind of news

Detto con tutto il rispetto umano del mondo, ma sul piano professionale io credo non ce ne debba fregare di meno della fine dell’attività dei giornalisti del News of the World, né della chiusura di quel giornale, per cui adesso si dicono incazzati e indignati. Loro hanno il diritto di protestare ma per noialtri qua fuori facevano un lavoro pessimo, diseducativo e deplorevole ben prima che quel lavoro venisse aggravato dalle vergognose pratiche di cui si parla in questi giorni. Un giornale brutto e pieno di notizie irrilevanti, guardone, inaffidabili, terroristiche, non ha niente a che fare con la responsabilità e la qualità dell’informazione e del giornalismo: è un’attività commerciale come un’altra, con standard etici del tutto ordinari se non insufficienti, come produrre vino scadente, scrivere programmi tv mediocri, vendere borse firmate orrende. Tutte cose superlecite – ci mancherebbe – ma di cui non sentiremmo la mancanza, per cui non è il caso di condurre battaglie e che niente di buono aggiungono alle nostre civiltà se non un lavoro per chi ne viene occupato.
È una delle molte buone occasioni per riflettere sulle generalizzazioni corporative che stanno dentro i discorsi sul giornalismo e sui giornalisti e sui giornali (come dentro molti altri discorsi generalizzanti): non è rilevante la distinzione tra il giornalismo e il non giornalismo, tra la professione e il dilettantismo, tra l’ordine e il non ordine, tra la carta e il web, eccetera. È rilevante la distinzione tra ciò che è buono per i lettori e ciò che non lo è, sia semplicemente inutile oppure addirittura cattivo. Tra ciò che scriviamo e di cui saremmo lettori noi stessi e ciò che scriviamo e non leggeremmo se non sghignazzando. Il mondo senza News of the World non sarà un mondo peggiore, ed è plausibile persino pensare che sia un mondo migliore. Che a quei giornalisti possa mancare un lavoro è un problema di tutti solo per la solidarietà che si ha verso chiunque non abbia un lavoro: per il resto, le cose buone che ci mancano dal giornalismo sono altre e per parafrasare un abusato e superficiale modo di dire, “ogni volta che chiude un giornale brutto è una buona notizia” .

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11 commenti su “What kind of news

  1. sergio62

    E’ stato senz’altro un domenicale molto scandalistico, ma se l’ è potuto permettere in quanto esclusivamente “Sunday’s paper “, cioè pubblicato in un giorno in cui gli inglesi – almeno sino agli anni ’80- si astenevano in massima parte dal lavorare,commentavano le gare di rugby e calcio del giorno prima, pranzavano al pub ( dopo una salutare “stroll in the park” ) e insomma tenevano la mente sgombra da preoccupazioni, con ciò trovando spazio anche per le chiacchiere sulle celebrities. Del resto, lo “Scotland on Sunday ” e il ” Kent on Sunday ” non sono dissimili, anzi!!Di bello aveva i servizi dei football and rugby correspondents, che non erano junk food news come quelle su Mosley 6 C. ; e va sottolineato che il degrado del giornale era cominciato con la proprietà Maxwell dalla metà degli anni ’80.
    Insomma, il News of the World in Italia avrebbe chiuso le pubblicazioni dopo pochi anni come “L’Occhio” di una trentina di anni fa , ma in Albione molti leggono il Sun o il Daily Mail, che per me sono nettamente peggiori del NotW. Dei miei amici leggono il Telegraph, fortemente euroscettico ed antieuropeista . Quindi, in conclusione, il NotW è stato così pop perchè la sua readership- quella che prende un low cost per sbronzarsi ad Alicante o Torremolinos- lo voleva così .

  2. propositionjoe

    Quindi quando chiuderanno libero e il giornale, per dirne 2, sarà una buona notizia?

  3. sergio62

    @propositionjoe : sono giornali molto diversi da NotW, intanto sono quotidiani e poi hanno rubriche di approfondimento culturale e di analisi che tutti i tabloid – idem pure il Daily star- non possono avere, sarebbero giudicate irrilevanti dal loro pubblico. Ciò non toglie che specialmente Libero sia troppo forte nei toni e a volte cerchi lo scoop, scoop che spesso si rivela infondato

  4. spago

    Io sono d’accordo con te su tutto. Sul fatto che la distinzione non dovrebbe essere “tra il giornalismo e il non giornalismo, tra la professione e il dilettantismo, tra l’ordine e il non ordine, tra la carta e il web, eccetera” e sul fatto che scattino troppo spesso puri meccanismi corporativi.. però è con una certa inquietudine che leggo che la differenza è fra ciò che è buono e ciò che non è buono per il lettore oppure addirittura cattivo (sarà una mia idiosincrasia, ognuno ha le sue). La differenza è sulla qualità di ciò che si scrive e sul rispetto di una serie di regole di deontologia, cioè sulla scrittura, sull’intelligenza, sull’originalità, sull’onestà intellettuale, sulla capacità di approfondire, su quella di spiegare in modo comprensibile, etc.. tutte queste cose insieme. Ma “buono o non buono per il lettore” è una formula che mi lascia un brivido, è più forte di me, perdonami.

  5. cinziaopezzi

    sono talmente ‘daccordo che vorrei averlo scritto io… e aggiungo anche che l’unico motivo per cui accetto come legali determinate pratiche, la cui legittimità è perlomeno dubbia, è che l’alternativa rischia di aprire la strada a forme di censura che poi finiscono per non essere affatto “buone”

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  7. cesare berrini

    @propositionjoe ci mancava proprio il commento di uno che non conosce la differenza tra giornali. Paragonare Libero e Il Giornale a un giornalaccio come News of the World vuol dire avere solo voglia di insultare. Come è appunto abitudine di chi scambia la politica per uno scontro a cazzotti.
    Devo dire che questo modo di affrontare la differenza di opinioni sta venendo a nausea. Forse è meglio che quel signore continui a leggere Topolino.

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