Del nostro peggio

Il “segreto” del successo di Murdoch, per Bernstein, è uno solo: l’abbassamento vertiginoso della qualità giornalistica, fino a sostituire alla “faticosa ricerca della verità” quella parodia della realtà che è il gossip.
Nel nostro piccolo, anche in Italia abbiamo sperimentato questa progressiva sostituzione della realtà con un suo scadente surrogato, edulcorato e sciocco. Ma il problema è mondiale: la società di massa ha creato un nesso forte e chiaro tra la cattiva qualità e il successo commerciale. Accade per i cibi, per il giornalismo, per la politica, per il turismo, per tutto. Non so quanto sia fondata l’idea (classista) che la qualità sia destinata solo a un pubblico di nicchia, e il “popolo” sia per definizione, direi per destino, di bocca buona. Ma so che, nell’attesa di capire quanto solido e duraturo sia l’impero della mediocrità, l’autostima di ciascuno è la sola bussola che conti, anche per i giornalisti. Forse non si può scegliere se diventare Bernstein o occuparsi delle gravidanze delle attrici. Ma si può scegliere, almeno, di provarci.

La rubrica sopracitata di Michele Serra di ieri conteneva almeno tre elementi su cui sarei stato tentato di scrivere un post e farci riflessioni più approfondite. Di uno, quello dell’importanza dell’autostima come motivazione e definizione delle cose che facciamo, avevamo parlato con Serra alla presentazione di “Un grande paese” a Torino: e ne ho scritto nel libro meglio di quanto potrei rifare qui. Di un altro – il saper e voler distinguere, da giornalisti, tra “diventare Bernstein o occuparsi delle gravidanze delle attrici” – tendo a parlare da tempo con una certa babbiona insistenza qui e in giro, e qualche giorno fa mi sono permesso di parlarne anche alla riunione di redazione di un autorevole quotidiano, approfittando della pazienza dei suoi giornalisti.

C’è una terza cosa su cui ho pensieri più giovani e che aspettavano di essere messi insieme da qualche giorno, e che Serra ha messo sul piatto con efficacia con la frase “la società di massa ha creato un nesso forte e chiaro tra la cattiva qualità e il successo commerciale”. I miei pensieri sono che le grandi trasformazioni nelle industrie di contenuti di questi anni – giornali, libri, musica, cinema – che sono stati ripetutamente attributi alle rivoluzioni tecnologiche abbiano invece a che fare con uno sviluppo più tradizionale, che da una parte non è niente di nuovo e dall’altra sta raggiungendo livelli rivoluzionari, anche col contributo di forze delle rivoluzioni tecnologiche: quello dell’abbandono da parte degli intermediari – chi vende i giornali, i libri, la musica, il cinema, e le loro strutture – di ogni residuo di valutazione di qualità e di ruolo pedagogico in favore di un’adesione sempre più totale al mero successo commerciale del prodotto.

Suona una gran banalità, lo so. Ma stanno davvero tutte lì, le crisi dei mercati editoriali: tu tiri delle linee a un cui estremo c’è quello che ti piace e all’altro quello che piace agli altri, a un cui estremo c’è la qualità e all’altro la quantità, a un cui estremo c’è quello che ritieni possa migliorare la cultura e la democrazia della tua comunità e all’altro c’è quello che ritieni possa farti guadagnare di più. E nel corso della tua attività scegli di volta in volta dove posizionarti su quella linea. Se la tua attività è prioritariamente commerciale (tipo che produci degli pneumatici) starai più vicino ai secondi estremi ma allontanandotene in misure diverse a seconda di tue etiche o ambizioni extramonetarie (usare materiali sicuri, inquinare meno nella produzione, premiare i tuoi dipendenti, contribuire all’innovazione e alla crescita scientifica) che a loro volta possono anch’esse avere dei ritorni commerciali.
Se la tua attività è prioritariamente culturale, pedagogica, innovativa, starai più vicino ai primi estremi spostandotene quanto basta per renderla remunerativa abbastanza da potersi mantenere, crescere, restare fedele ai suoi obiettivi. Farai buoni e utili giornali cercando di non farli solo per te e di raggiungere un numero crescente di persone, farai belle e stimolanti opere di ingegno con l’intenzione di farle conoscere e apprezzare, eccetera.
Naturalmente – anticipo le obiezioni degli schematici – questo quadro è ancora più fluido di così, e prevede molte altre tipologie e variazioni: dai giornali e i libri e i film e i dischi che si autodefiniscono unicamente prodotti commerciali a fini di profitto, alle opere d’arte che non vogliono contaminare le proprie ispirazioni con nessuna ricerca di consenso. E altre. (È interessante anche notare come la stessa attività politica ricada in queste definizioni, e come si sia spostata sempre più dall’estremo del bene comune a costo di essere impopolare a quello della demagogia e della vendita tout court del prodotto uomo politico a prescindere dal bene comune).

Il posizionamento di quello che si fa sulla linea dipende da molti fattori e contesti e può cambiare nel tempo in conseguenza di molte variabili. Ma se un prodotto che ha soprattutto finalità commerciali si allontana troppo da queste, rischia di essere un fallimento; e lo stesso avviene a un prodotto che abbia piuttosto priorità di qualità culturale o informativa. Ricordiamoci sempre che la circolazione delle informazioni e della cultura è un elemento centrale del funzionamento della democrazia, e che non è opinabile la qualità in questo senso di un’opera editoriale: se aiuta a capire e a compiere scelte informate produce un miglior funzionamento delle comunità democratiche. Alcuni giornali e prodotti culturali si attribuiscono di più questa funzione, altri se la attribuiscono meno, ma se la attribuiscono in misura diversa anche prodotti e attività assai differenti, e persino gli pneumatici. Non è una divisione binaria netta tra ciò che migliora le democrazie e ciò che è superfluo o addirittura nocivo: è una riga con molte posizioni.

Naturalmente, esistono però dei ruoli e delle responsabilità a cui abbiamo dato un senso. Gli pneumatici permettono il trasporto e i viaggi, aiutano gli sviluppi industriali ed economici, facilitano le comunicazioni, e la loro funzione positiva e progressista si espleta in modo soddisfacente nel girare efficacemente. Alcuni giornali e altri luoghi dell’informazione e della divulgazione si attribuiscono funzioni e responsabilità più dirette: avvicinarsi alla verità, aiutare la comprensione del mondo, essere organo di controllo e moderazione dei poteri e dei governi, dare strumenti per fare scelte proficue (ricordiamoci che i giornali sono un raro prodotto che non si sostenta con la vendita di se stesso). Altri prodotti editoriali meno legati all’attualità offrono contributi e ricchi e stimolanti alla produzione delle idee, alla visione di prospettive di innovazione e progresso, alla creazione di cultura che sia utile alla crescita delle società.

L’ho fatta un po’ lunga e professorale, ma era per argomentare una sintesi che non sembrasse troppo sbrigativa e che è che negli ultimi decenni con sempre maggiori accelerazioni (le corruzioni da parte del mercato sono sempre esistite) i prodotti culturali e di informazione hanno perso l’equilibrio tra le loro priorità dichiarate e le loro necessità commerciali: da una parte sbilanciandosi verso le seconde e dall’altra interpretandole con una sventata e pigra riflessione demagogica: “diamo al pubblico ciò che vuole”. Le conseguenze sono state rispettivamente due.  Che i produttori di queste cose, invece di sviluppare strutture e progetti (distribuzione, pubblicità) che permettessero di vendere meglio i loro buoni prodotti hanno sviluppato prodotti che si vendessero meglio sulle efficaci strutture: snaturandone le ambizioni originarie. E che dando al pubblico ciò che ritengono voglia hanno a loro volta contributo a definire e consolidare quel gusto, quella domanda, a nuovo danno delle loro ambizioni costitutive.

Oggi questi mercati non sono in “crisi” per l’arrivo di internet: ne è dimostrazione il dibattito sull’impoverimento dell’offerta qualitativa dei libri, un campo in cui internet non ha ancora avuto il ruolo devastante che le si attribuisce con la musica, i giornali o il cinema. Il problema di questi settori è che sono vittime dell’abbassamento della qualità, delle ambizioni, della responsabilità, per ragioni economiche: quando il loro ruolo non è più soddisfatto, quando la qualità media si abbassa, quando i prodotti storicamente più autorevoli finiscono per somigliare a quelli che lo sono meno, gli utenti non ne riconoscono più la necessità. Dire oggi che la pirateria musicale rischia di diminuire drammaticamente l’offerta è un argomento debolissimo: l’offerta di nuova musica è enormemente ridondante e la salvaguardia di ampie quote di artisti preoccupa solo gli artisti stessi. Lo stesso dicasi per molti libri o contenuti giornalistici: le nostre società non perderebbero niente da una oculata riduzione del 50% dell’offerta esistente.

Il problema è che la riduzione indotta dalla riduzione dei profitti non è oculata: è dettata dal mercato, dalle scelte di quel pubblico a cui sono stati consegnati negli anni contenuti mediocri e superflui con l’argomento che erano quelli che voleva. Abbiamo educato – e stiamo educando – lettori, ascoltatori, utenti, spettatori, pubblico, noi stessi, a una “progressiva sostituzione della realtà con un suo scadente surrogato, edulcorato e sciocco”, per dirla con Serra. Abbiamo demolito la domanda per la qualità, per gli standard alti, per la correttezza, per l’eccellenza, e così abbiamo annullato il ruolo di chi una volta aveva le competenze per produrre e selezionare questi tratti sostituendolo con quello di semplici venditori. Bravi venditori, magari: ma qui è arrivata internet è ha spappolato i privilegi delle potenti ed esperte catene di vendita e comunicazione, accorciando enormemente il gap tra queste e chiunque di noi voglia trafficare con gli stessi prodotti, pirateria o no. Se i numeri più grossi nei siti dei quotidiani italiani li fanno le raccolte di video scemi che posso trovare da solo in altri mille posti e che altri mille siti mi possono offrire, dove è più il valore aggiunto di quei siti? Se le cose eccellenti che alcuni giornali sono tuttora in grado di fare non sono più riconosciute come importanti dai lettori, a cosa si riduce il loro vantaggio? Al brand, ancora per poco: poi i canali di circolazione dei contenuti già oggi principali – Google e Facebook – rimpiazzeranno completamente il traffico diretto sul sito e sul brand, e se non avrai cose che sai fare solo tu e un’identità fortissima sarai spazzato via.

C’è un risultato in quest’analisi? Non lo so: può darsi che l’unico risultato sia individuare me, Michele Serra e alcuni altri di noi come dei vecchi babbioni nei cui pensieri convive un rammarico intollerabile con un sereno disincanto e un tentativo di governare quanto possibile un cambiamento. Può darsi che questo percorso sia di una forza tale da essere ingovernabile, anche se in Italia appare particolarmente accelerato e originale, tanto da lasciar sperare in qualche moderazione. Nel lavoro sovversivo che ho in mente io e che è una delle cose che stanno alla base di “Un grande paese”, c’è la possibilità che le élite, gli intermediari, i titolari delle scelte – o una parte rilevante di essi – decidano di correggere questa deriva e trovare un equilibrio più dignitoso ed efficace, che salvi loro e noi tutti: prima di farci diventare tutti News of the World, o venditori di pneumatici mediocri.

Ma si può scegliere, almeno, di provarci.

Altre cose:

27 commenti su “Del nostro peggio

  1. Massimo

    Sì, potrebbe essere che siete due babbioni (Serra sicuramente lo è) e che ha ragione Baricco con la sua teoria dei barbari.

  2. Raffaele Birlini

    Non sono cambiati i meccanismi che regolano domanda e offerta, non è peggiorata l’offerta per adeguarsi alla domanda o viceversa. Non è colpa neppure della gente: prendi la popolazione del passato e trasferiscila nel presente e otterrai comunque lo stesso risultato perché la percentuale di ignoranza, malafede, stupidità, malvagità, pigrizia nel genere umano è costante. Allora parlavano del principe azzurro oggi del principe di londra o monaco, il pettegolezzo ha sempre tirato in forma di favola o di storia vera. La differenza sta nelle dimensioni dei mercati sempre più grandi: poca merce, pochi produttori, pochi acquirenti, e governi produzione e consumo. Il petrolio ha distrutto vincoli e barriere creando mercati globali e ha consentito di incrementare l’offerta fino all’esaurimento delle materie prime. L’aumento della popolazione ha garantito finora carburante per sostenere l’aumento della domanda. Il tutto nell’illusione della crescita economica infinita. Qualsiasi bene di largo consumo per essere tale deve essere standardizzato e a buon mercato e quindi di bassi costi e scarsa qualità. Per un progressista e socialista è il paradiso, tutti hanno accesso a tutto, e chi non ha accesso al benessere lo avrà rivendicandolo come suo diritto, trovo così strano quando la sinistra critica il mondo moderno come causa di eccessiva volgarizzazione del popolo, di solito si limita a criticare il mercato solo per sostenere che si dovrebbe statalizzare tutto quanto e mettere le redini dell’economia nelle mani del Partito. Il popolo è sempre stato volgare, solo che prima zappava nei campi e mungeva nelle stalle e moriva nelle trincee e di malattie, adesso vota chi gli permette di vivere nel lusso indebitando le future generazioni, e aggiorna lo status di facebook lamentandosi e inneggiando alla rivoluzione. Non capisco come uno di sinistra possa essere socialista la mattina, fascista a pranzo, liberale a merenda e comunista a cena. Anche la politica è un prodotto commerciale di massa, sono d’accordo, ma per la sudditanza al logiche di marketing spacciate per processi democratici, non perché vende la persona al posto delle idee. La selezione meritocratica della classe dirigente e la pretesa del riconoscimento dell’autorità statuale come fonte legittima di potere sono la premessa per una logica di produzione culturale spinta all’eccellenza pedagogica, ma dove mancano i presupposti di mentalità e civiltà si rischia solo l’ennesima espressione di tutela autoritaria imposta dall’alto che ha ben poco della responsabilità del pater familias tanto citata nel nostro codice civile. Fatti qualche domanda sull’Italia in proposito, che la cultura e i problemi culturali sono molto più concreti di qualche romanzetto con intenti di fidelizzazione politica, stampato da una casa editrice legata al Partito e spacciato per mattone nel muro della cultura, sono problemi che riguardano lo stare insieme, dal rispetto delle regole all’apertura al dialogo. Problemi che non risolvi con una legge se non c’è una società là fuori che di questa legge senta il bisogno e accusi la necessità. Tieni presente però che una società anestetizzata è pur sempre preferibile a una società dove ci si ammazza per strada. Se è vero che si può fare a meno della roba di scarsa qualità, è anche vero che si può fare a meno della roba di alta qualità, dipende da cosa si vuole ma anche da cosa ci si può permettere. Al dunque contano i numeri del mercato: quanti si è a tavola, cosa c’è in frigor; stabilire chi ha diritto a cosa e perché non moltiplica né pani né pesci.

  3. nicolacolella

    a me sembra che sia cambiato soprattutto l’orizzonte temporale di editori e produttori: si finanzia solo quello che si ritiene possa avere successo commerciale immediato, si rifiuta l’idea di produrre quello che potrebbe imporsi nel lungo termine; in fondo, Pink Floyd o Salinger hanno venduto molto più di best-seller da bancarella degli ultimi anni, però lo hanno fatto nel tempo; se si mirasse al risultato commerciale, in fondo, dovremmo comunque trovare editori (letterari o musicali) pronti a scommettere sui nuovi Frank Zappa o Milan Kundera, perchè potrebbero garantire introiti per generazioni; non è così, perchè, probabilmente, non si è sicuri di sopravvivere fino a dopodomani, per cui si preferisce puntare tutto sulla nuova Lambada.

  4. palm_1975

    Dobbiamo domandarci invece se il modello di crescita e sviluppo è solo questo che stiamo vivendo dove tutto è regolato dalla logica del profitto. Se si, come indubbiamente è (per i grandi numeri), allora perchè il mondo dell’intrattenimento (volevo dire culturale ma ho qualche remora) non dovrebbe tendere al loro raggiungimento infischiandosene dei mezzi? E la politica poi, segue esattamente gli stessi criteri: di là il risultato immediato sono i soldi, di qua il consenso (e con esso i soldi).

  5. RicPol

    O mamma che discorsi da sinistra antropologicamente superiore. Magari lasciamoli a Serra, eh?
    “Il segreto del successo di Murdock”, incidentalmente, è che è stato dannatamente bravo a fare un giornalismo dinamico, non paludato, brillante, spregiudicato; a costruire e ingrandire un network editoriale (molto lodato anche dalla sinistra di casa nostra, quando era una possibile ennesima arma anti-berlusconi); a miscelare intrattenimento, sport, notizie creando un modello di comunicazione che ha traghettato la tv nell’era contemporanea.
    E poi sì, aveva i tabloid che fanno pessimo giornalismo scandalistico. E sì, corrompeva politici e poliziotti, e pagherà quello che è giusto pagare per questo.
    Ma di qui a farne l’exemplum dei costumi corrotti di questo tempo sciagurato, ah-sapesse-signora-mia, e poi la missione educatrice della cultura e dell’informazione… yawn.

  6. willow

    ci sarà sempre l’ottima inchiesta giornalistica,
    il buon giornalismo e il gossip e il giornalismo trash.
    ma la tendenza è sempre “la moneta cattiva che scaccia quella buona”, poi accade l’imponderabile
    e le cose tornano nel loro giusto equilibrio.

    A me non scandalizzano i gossip sui vip ma chi muove le fila di questo giornalismo trash
    e l’utilizzo politico su faccende dannatamente serie che ne fanno i burattinai
    tipo avallare, nascondendo informazioni importanti, tipo guerre in Iraq.

    Il problema è la commistione politica-economica
    di chi detiene il WSJ e il becero tabloid,
    il Giornale e Chi.

    Almeno una volta c’era una separazione di ruolo
    chi faceva ABC o Cronaca Vera si limitava a quello.

  7. unespressoprego

    Il punto fondamentale è quando Luca Sofri parla di estinzione della “domanda di eccellenza”. Direi che l’eccellenza è la chiave di volta per capire molte cose, compreso il modello d’informazione dilagante.
    In breve, oggi nessuno si aspetta l’eccellenza a nessun livello: non a scuola, non all’università, non nelle professioni, non nella padronanza delle lingue straniere, non nel governo della cosa pubblica, non nella cultura e nella scienza. E allora perché mai nell’informazione? Da qualche generazione, nel nostro Paese in particolare, è in voga lo svacco come modello di riferimento. L’eccellenza non ce la aspettiamo né da noi stessi né dagli altri, quindi è tutto un vivacchiare, un adattarsi, un puntellarsi. Siamo molto indulgenti con gli altri, perché di quell’indulgenza ne beneficiamo anche noi stessi.
    Ci vorrebbero schiena dritta, saldi principi e lavoro sodo in tutti i settori, e l’eccellenza come criterio qualificante di scelte, orientamenti, carriere. Solo in questo modo avremmo un’informazione migliore, “eccellente”. E’ questione di salvare il nostro futuro, altro che riflessioni da babbioni.

  8. piti

    Come si diceva una volta, avete voluto il capitalismo? Godetevelo.
    Lo dico anche con (auto)ironia, spero si colga, ma non illudiamoci, di fondo. Galimberti parla del denaro come solo generatore di simboli rimasto sulla scena.
    E’ ovvio che tutto il resto vien da sé. E il peggio, sia chiaro, deve come sempre ancora venire.

    L’equilibrio fra profitto e qualità mi sembra un concetto diciamo socialdemocratico, e il capitalismo non ama la socialdemocrazia, specie in Paesi ignoranti e compiaciuti di un cinismo poveraccio come si trova ovunque, compresi alcuni commenti soprastanti.

  9. Massimo

    @ unespresso Sì in Italia è senz’altro così. Ma qui si parla di Inghilterra e, per estensione, anche di tutto l’Occidente capitalistico dove Murdoch regna. Tutti svaccati?

  10. giova.p

    @Luca
    non c’è “un” mercato editoriale, “un” mercato dei giornali.. ce ne sono tanti, nei quali vengono offerti prodotti diversi: puoi chiamarli ‘nicchie’ ma sono a tutti gli effetti mercati e prodotti diversi. il mercato di panorama e dell’espresso è diverso da quello di ‘chi’ e ‘oggi’, ed è ancora diverso da quello dei quotidiani generalisti, che è ancora diverso da quello dei quotidiani economici, etc.
    all’interno di questi mercati, ci si differenzia per qualità e in genere, prezzo. ci si posiziona in queste nicchie a seconda di quella che tu chiami “autostima”, o “ruolo pedagogico” (really? cmon..) ma in realtà si chiama vantaggio competitivo: la redazione di “chi” non sarebbe in grado di scrivere il financial times, sono in grado di parlare di gossip e vip e via dicendo, lo sanno fare bene, e in quella nicchia hanno un vantaggio competitivo.
    sono sicuro che al financial times, per dire, non passa per l’anticamera del cervello di mettere una pinup in prima pagina: sanno scrivere bene di altre cose, e c’è gente disposta a pagare perché scrivano proprio di qulle cose lì e non di altre; mettersi a scrtivere di gossip e donnine sarebbe una deriva “commerciale” come la intendi tu, ma farebbe perdere loro più lettori di quanti gliene farebbe guadagnare; in un ottica effettivamente commerciale il FT ha tutto da guadagnare a mantenere una linea rigorosa e di qualità; non è vero che lo svaccamento e l’appiattimento pagano sempre: pagano per chi riesce a farlo bene.
    e non è vero che chi fornisce un prodotto di qualità non vuole venderlo. semplicemente ci si pone delle domande (in che cosa sono più bravo? dov’è il mio vantaggio competitivo? a quante persone interessa il mio prodotto di qualità? quanto sarebbero disposte a pagarlo?) e si fanno delle scelte che identificano il tuo prodotto e lo posizionano in un certo mercato.

    quello che sostiene serra semplicemente non è fondato: non c’è alcun nesso tra società di massa e qualità della domanda di prodotti culturali. mi dimostri serra che il ‘popolo’ nel medioevo, o nel primo novecento, o all’alba della rivoluzione francese, esprimeva una domanda culturale più raffinata di quella odierna. se un nesso c’è, è di segno contrario a quanto dice serra.

    la qualità del giornalismo in italia non dipende dalla società di massa, ma da un sacco di altri fattori che spesso sono stati affrontati in questo blog (mancanza di editori puri, ingerenza della politica con annessa dipendenza dai finanziamenti pubblici, e via dicendo). serra invece di prendersela con gli avidi persecutori di profitti “commerciali”, con l’impero della mediocrità, dovrebbe battersi per un mercato vero, non drogato dai soldi pubblici, e cercare di vendere un prodotto, scelga lui se di qualità o con le donnine. c’è così tanta domanda di informazione di qualità in italia, che un giornale ben fatto non avrebbe certo bisogno di appiattimenti commerciali per vendere. perché secondo te, nonostante sia a pagamento, per informarmi scelgo l’abbonamento al Wall street journal, e per guardare le donnine in spiaggia invece basta andare sul boxino di repubblica o del corriere?

  11. unespressoprego

    @ Massimo
    Non so esattamente come stiano le cose nel mondo anglosassone/globalizzato in cui Murdoch docet, cerco di parlare di quello che conosco meglio, cioè l’Italia. Probabilmente nel mondo angloamericano il punto fondamentale è la spregiudicatezza, che ha la meglio su ogni discorso valoriale. “Schiena dritta, saldi principi e lavoro solo” non farebbero male neppure lì.

  12. sombrero

    Ho un caro amico che non sa niente di vino. In realtà non sa niente nemmeno di cibo: è uno di quelli che se gli proponi (per dire) un “tortino di riso con fiori di zucca e fontina fusa” risponde “ci sarebbe una fetta di salame ungherese?”. Insomma non ha proprio presente il concetto di qualità.
    Insomma, a volte ceniamo insieme e lui porta il vino. Si tratta sempre di prodotti dalla qualità decisamente bassa, ma la scelta non è dettata dal suo potere di acquisto (non è certo povero). Nei suoi panni, con un po’ di soldi in tasca e nessuna conoscenza della materia, io mi orienterei piuttosto su qualcosa di un po’ più caro, dall’aria più raffinata, se non altro per ridurre un po’ il rischio di sbagliare. Lui no, lui arriva con la bottiglia da 4 euro, la stappa e dice anche che è buono.
    Mutatis mutandis, ecco cosa fa la maggior parte della gente.

    In ogni caso, come dicevo anche nel post “Meno libri”, sarebbe ora di finirla di fare gli “amici degli ultimi” per paura di sentirsi dare degli snob. Sono stanco di dovermi giustificare perché so chi erano Giorgione, Fitzgerald o Monteverdi. Non sono io ad avere qualcosa che non va, sono loro, quelli che non lo sanno e/o non vogliono saperlo. E questa opinione può essere tacciata di classismo solo se chi la propugna si adopera perché tutto resti così, tale e quale: io a sentire l’Orfeo e il popolino davanti alla De Filippi. Ma io non voglio che la De Filippi sparisca dal video perché offende me e la mia intelligenza (né vedo come potrebbe, dato che non la seguo) ma perché offende l’intelligenza di quelli che la guardano, intelligenza che magari potrebbe essere usata per ben altri scopi.
    Ecco a cosa dovrebbe servire la qualità, non certo a fare da schermo tra pochi eletti e la massa di decerebrati, ed ecco perché la scomparsa di qualunque “prodotto” creato appositamente per alimentare questo circolo vizioso andrebbe salutata con gioia.

  13. Daniele53

    io invecve ne ho piene le palle di quelli che incominciano a straparlare di antropologia ed altri luoghi comuni vari.
    Intanto non e’ che Murdoch (e non Murdok) sia piu’ bravo di tutti gli altri, semmai ha riempito dei vuoti lasciati dai canali tradizionali, i quali non sono stati in grado di rinnovarsi al tempo dei cambiamenti attorno ad essi stessi.
    La stessa cosa vale, e a maggior ragione, per le cose di casa nostra, con ritardi mostruosi e con pochissimi con le idee chiare.
    Usando il paragone di Luca mi chiedo: cosa sarebbe se al produttore di pneumatici venisse offerto un supporto affinche’ possa sviluppare il suo business senza essere vessato dallo Stato sia finanziariamente che burocraticamente? Cosa sarebbe se gli venisse offerto, dall’industria e dallo Stato, un incentivo, un premio, per la produzione piu’ innovativa, piu’ sicura, piu’ affidabile, meno inquinante e piu’ “work friendly” per i suoi addetti? Continuerebbe a produrre scarti o viceversa sarebbe lui stesso stimolato per diventare leader nel settore? Insomma, al di fuori dei luoghi comuni, non e’ che il brutto o il peggio paga di piu’, ma le condizioni esterne (e a volte anche interne) che ne determinano l’agire.

  14. Massimo

    Ha ragione giova.p, quella di Serra è la versione intellettuale del mito del Mulino Bianco. Ed è una gigantesca vaccata. Mai come ora la massa (occidentale, ma non solo) è scolarizzata, informata e consuma cose di qualità. Certo, nessuno di noi cerca la qualità in tutto. Posso guardare la De Filippi perché della qualità TV non me ne frega una mazza, ma magari cerco l’eccellenza in un’altra cosa. Non è detto che la qualità nei vari ambiti sia prerogativa delle stesse persone. Io posso leggere Aristotele e bere il Tavernello, alla faccia di Serra. Altrimenti si torna alla antropologia sociopolitica, quelli che e quelli che non, che mi puzza anche un po’ di razzismo. Ma perché non se ne vanno sanamente a cagare a Capalbio?

  15. sombrero

    @Massimo:
    “Mai come ora la massa (occidentale, ma non solo) è scolarizzata, informata e consuma cose di qualità”

    Ma di che stai parlando? Ma se c’è un analfabetismo di ritorno da far paura. Dove vivi, nel cortile di un’università?

  16. sombrero

    E poi sei ovviamente liberissimo di bere il tavernello, basta che non vieni a raccontarmi che è uguale al Brunello. Il punto è lì.

  17. Daniele53

    Conosco gente che non sa chi erano i beatles, e passi, ma non sapere la capitale della Svezia, ad esempio, oppure quelli che, chiedendo il libro di Saviano, dicono “sodoma e gomorra”, o ancora quelli che Federico Garcia Lorca e’ un chitarrista di flamenco….

  18. t_floyd

    Luca, per cortesia, potresti rendere palese l’assunto di base, ovvero quale periodo storico – chiamiamola l’età dell’oro – sia preso come metro di paragone per valutare la qualità attuale dei giornali? Io vedo grandi, buoni, pessimi giornali ora come li vedevo grandi, buoni, pessimi 20 o 50 anni fa (e parlo della stampa estera). Sinceramente questa mitica epoca del giornalista “moralizzatore ed educatore” io non me la ricordo proprio. Anzi, ad essere onesto credo che l’unica cosa che è diventata chiara è che il trend al ribasso – tutto e solo italiano – derivi dal fatto che con gli stipendi da fame di un giornalista, l’auto-selezione verso il basso degli scriventi ha portato la qualità media degli scritti talmente in basso, che ora raramente apri un giornale senza incappare in strafalcioni grammaticali allucinanti. Magari prima di educare il popolo, educatevi voi, come categoria, che credo ne abbiate bisogno. E MOLTO. E non sulla visione del mondo, il controllo della politica etc etc. No su come si scrive in un italiano comprensibile, ché puoi anche avere l’idea più geniale del mondo, ma se non sai comunicarla ai comuni mortali diciamo che quell’idea tanto grande non è. E chi non sa esprimersi credo non abbia alcuna chance di educare alcuno sui massimi sistemi del mondo

  19. giova.p

    @sombrero
    “Ma di che stai parlando? Ma se c’è un analfabetismo di ritorno da far paura. Dove vivi, nel cortile di un’università?”

    può anche essere, ma si sta parlando di un nesso di causa, o almeno di una correlazione: società di massa –> commercializzazione e appiattimento dei gusti
    io sostengo che non sia vero, sostengo che la società e la cultura di massa, con tutti i difetti e le imperfezioni che possono venirci in mente, non esprimono una domanda di prodotti culturali di livello sistematicamente inferiore alle società ‘pre-massa’.
    si può discutere di un ipotetico sol dell’avvenire in cui tutti al bar o dalla parrucchiera discettano di epistemologia, o commentano lo chateau lafite che hanno bevuto la sera prima, e nessuno beve tavernello, e a nessuno interessano le gravidanze delle dive. si può fare, ma non è uno scenario reale, né realistico, e il fatto che la realtà si discosti da questo scenario utopico non ha nulla (o ha poco) a che fare con la società di massa nel senso in cui la intende serra.

    “E poi sei ovviamente liberissimo di bere il tavernello, basta che non vieni a raccontarmi che è uguale al Brunello. Il punto è lì.”

    è vero il punto è lì. ma nessuno ha mai detto che tavernello e brunello sono uguali, nemmeno il produttore di tavernello.
    il punto è che ci sono diversi mercati, per diversi prodotti, e questi mercati hanno curve di domanda e offerta diverse l’uno dall’altro. il tavernello non farà mai concorrenza allo chateau lafite. nessuno può ragionevolmente affermare che la presenza sul mercato del tavernello possa nuocere allo chateau lafite, e nessuno dovrebbe (imho) affermare che una volta tolto (d’imperio?) dal mercato il tavernello, tutti comincerebbero ad apprezzare lo chateau lafite, e la società diventerebbe magicamente un posto migliore, dove tutti sono intenditori di vini buoni.
    sono due prodotti diversi e hanno prezzi e qualità diversi. io penso che il produttore di vino di qualità abbia una deontologia professionale diversa dal produttore di tavernello, ma questo non vuol dire che il suo scopo nella vita sia migliorare la cultura del volgo, o un qualsivoglia scopo ‘pedagogico’; vuole semplicemente fare un buon vino, un vino che la gente desideri bere al punto da pagare il prezzo x.

    chi sostiene che per i giornali e i libri le cose stiano o debbano stare diversamente, dovrebbe argomentare logicamente il perché.

  20. vicariowithworth

    @ t_floyd

    Talvolta mi capita su RaiStoria di ascoltare interviste a studenti liceali degli anni ’60.
    Rimango impressionato dallo spessore che emerge da quei piccoli uomini con improbabili occhiali della passati dalla mutua.
    Forse la scuola può essere il luogo in cui è rimasta la pistola fumante?
    La scuola dei progetti, dell’edutainment (come se la crescita non dovesse necessariamente seguire ad una fase di crisi della persona…), della sua appetibilità e vendibilità all’utenza, del saper fare sopra il saper essere, forse rappresenta l’incubatrice in cui prospera e si riproduce il batterio che stiamo cercando affannosamente.
    Sono suggestioni sparse, me ne rendo conto, ma le sento convincenti…

  21. unespressoprego

    @ t_floyd
    Hai ragione a dire che forse un’età dell’oro del giornalismo non c’è mai stata. Bisognerebbe saperne di più, farsi qualche buona lettura.
    Ma credo che sia ancora più interessante il rapporto che tu fai tra salari bassi e scadimento della qualità. Mi viene in mente il cinema italiano: i vari Gassman, Tognazzi, Manfredi, Sordi guadagnavano molto di più di quanto guadagnino ora gli Scamarcio, Muccino, Santamaria, Accorsi. E certo che la qualità era più alta… eravamo al top, mentre non lo siamo ora. Oggi guadagnano benissimo solo le alte gerarchie di tutti i settori, mentre chi “fa il lavoro” è sceso di molto nella scala sociale. Mutatis mutandis: Murdoch è un nababbo, mentre il cronista di News of the World occupa un gradino sociale molto più basso di quello che avrebbe occupato 50 anni fa. Vorrà pur dire qualcosa…

  22. sombrero

    @giova.p
    che quello da te indicato non sia uno scenario realistico è poco ma sicuro, così come è sicuro che un mondo in cui magicamente il Brunello sostituisse il Tavernello sarebbe un mondo decisamente migliore.
    Però mi corre l’obbligo di farti notare la diffusione a macchia d’olio di un fenomeno abbastanza fastidioso per cui i bevitori di Tavernello fissano ribaldamente gli adepti dello Chateau rivendicando orgogliosamente il loro consumo con frasi tipo “Noi non siamo degli avvinazzati in cachemire” o “il vostro Chateau bevetevelo a Capalbio” tentando maldestramente di inverare la teoria per cui i due prodotti sarebbero equivalenti (anzi sottintendendo, nemmeno troppo velatamente, che i veri uomini bevono Tavernello e le checche lo Chateau).
    E’ questo che a me resta oltremodo indigesto.
    La libertà di scelta è sacrosanta, ci mancherebbe altro, ma non puoi venirmi a raccontare che il Nascondismo del Mutandari (grazie Corrado: http://www.youtube.com/watch?v=soEWiq5ylC0) vale, per dirne una, la Metafisica di De Chirico, altrimenti m’incazzo e ti dò del cretino senza alcuna remora.
    Ho capito, certa gente è irrimediabilmente antipatica, cafona e scostante, ma non è che l’apprezzamento per De Chirico da parte di un noto deficiente tolga qualcosa a De Chirico: trovo scorretto e strumentale giudicare l’oggetto del gusto posando lo sguardo su qualcuno che quel gusto, avendone o meno i titoli, lo esercita.
    Un conto, ribadisco, è se usi la qualità come armatura contro il mondo (che poi è l’identico atteggiamento di chi fa esattamente la stessa cosa col suo contrario), un altro se invece ne fai un punto di arrivo, un traguardo al quale aspirare il che, a parte casi particolari, non mi pare ponga problemi di classe sociale o reddito.

  23. astemio

    Io vorrei provare a fornire un punto di vista diverso che vorrebbe aggiungere e non sostituire quello che è già stato detto. Sarò un po’ lungo, ve lo premetto.
    Io faccio il manager di mestiere e la mia valutazione è che l’industria culturale – chiamiamola così – sia un’industria con una competenza manageriale arretrata e questa è una delle cause di quanto indicato da Serra. Mi spiego: il pensiero comune ritiene che le aziende pensino solo a far profitto e che per far profitto bisogna vendere quello che la gente vuole. E’ quello che dice Serra e che Luca articola più dettagliatamente. In realtà le aziende che hanno successo fanno due cose:

    a) vendono bene i prodotti che hanno ovvero utilizzano il marketing nella maniera più efficace. Il marketing di per sé non è né un bene né un male. Se utilizzato per far conoscere i prodotti e metterne in luce gli aspetti positivi è un bene, se utilizzato per imbrogliare il consumatore è un male.

    b) creano bisogni e prodotti che li soddisfano che i consumatori non sapevano neanche di avere o che ancora non vedevano soddisfatti. Vi faccio un esempio che tutti conoscete:il Mulino Bianco. Quando sono usciti i primi biscotti non c’erano di fatto produttori di biscotti a livello nazionale. Barilla un po’ interpretando delle attese del momento un po’ facendo un prodotto di buona qualità ha stravolto il mercato creando un prodotto di riferimento.

    Entrambe le attività non presuppongono affatto che bisogna fare prodotti di bassa qualità. Siamo circondati da prodotti di alta qualità che riconosciamo come tali e per i quali siamo disposti a pagare di più. Questo perché il successo di un’azienda dipende dal fatto che venda i prodotti giusti agli acquirenti giusti. Quello che la gente vuole cioè non è così univoco. Ci sono tanti tipi di consumatori e le aziende da un lato cercano di individuare le categorie di consumatori adatte al loro prodotto e dall’altro di creare prodotti nuovi per nuove categorie o per quelle già esistenti. Non è assolutamente vero che più è bassa la qualità e più si avrà successo commerciale. Uno dei più grandi gruppi di automobili al mondo è la wolkswagen che è percepita come produttore di qualità e che per questo fa pagare prezzi più alti vendendo milioni di automobili.

    L’industria culturale secondo me questi ragionamenti li fa in maniera molto ridotta un po’ per caratteristiche sue – un libro, o un film non sono prodotti ripetibili come un’automobile e categorizzare il pubblico dei lettori o degli spettatori è veramente difficile – un po’ perché secondo me c’è poca concorrenza. Per esempio la globalizzazione ha impattato poco o niente sul mondo dei libri o dei giornali a causa della lingua. Laddove ha impattato (musica o serie televisive o film) in generale direi che il prodotto italiano è migliorato e non peggiorato.

    Non avendo quindi una cultura manageriale moderna le aziende culturali fanno la cosa più facile: vendere quei prodotti che fanno numeri più alti che normalmente sono di più bassa qualità. Si dimentica però che le aziende di successo il profitto lo devono fare nel tempo e vendere prodotti di bassa qualità funziona solo per poco. Insomma anche l’azienda culturale dovrebbe analizzare il mercato, differenziare i prezzi, fare attività di fidelizzazione dei propri acquirenti, investire sui giovani compratori ma anche sui giovani produttori di cultura.
    Per usare l’esempio dei libri ma che può essere esteso ai film, alla produzione televisiva o a quella artistica mi chiedo: perché i libri non hanno prezzi diversi in base allo scrittore? Cosa ci sarebbe di strano se un libro di Eco costasse di più di quello di un esordiente?
    Perché non vedo nessuna iniziativa nelle scuole elementari e medie, magari attraverso le associazioni per evitare le accuse di sponsorizzazione, per appassionare quelli che saranno i futuri lettori?
    Perché un potenziale scrittore ha come unico canale inviare i suoi libri alle case editrici che decidono del suo futuro spesso sbagliando?
    Perché nezzuna azienda editoriale utilizza tecniche avanzate di gestione (fidatevi sulla parola in nessun ambiente manageriale si portano mai come esempi le aziende editoriali)?
    Il punto, vorrei che sia chiaro, non è che le aziende editoriali dovrebbero essere gestite come le altre ma è che dovrebbero provare a essere gestite come le altre. Provare poi naturalmente significa trovare la propria strada perché il prodotto è particolare ma non si ricorda nessuna innovazione significativa proveniente da quel mondo. Sono sempre followers e di solito cercando di conservare.
    Tutto questo poi riporta al problema del merito e alla selezione della classe dirigente perché molte delle aziende culturali italiane non hanno né l’una né l’altra (la RAI è l’esempio perfetto da questo punto di vista) e non sto qui ad analizzare i motivi per evitare di aprire altri dibattiti.

  24. Pamar

    @astemio: la tua analisi è quantomeno interessante, ma mi fa subito venire in mente una possibile “critica”.
    Sopratutto per il punto “b” mi pare che tu non tenga molto conto della “specificità” del libro (o della produzione culturale in genere, ma nel caso del libro mi sempra particolarmente forte).

    La specificità è questa: mentre se io volessi lanciare un nuovo prodotto “X”, compreso il biscotto del mulino bianco, posso cercare di analizzare il mercato, cosa c’è e cosa non c’è, e poi ingaggiare i più grandi “ingegneri del biscotto” per centrare quanto meglio possibile il target… il libro è, in massima parte, una espressione del gusto dell’autore. Cioè – per citare non so più chi – si scrivono soprattutto i libri che si vorrebbe leggere. Per cui – a parte per gli Instant Book, al massimo – anche dopo aver individuato un target non è che automaticamente puoi sfornare il prodotto adatto, perchè se trovi un autore bravo difficilmente vorrà scrivere il 200° primo volume di una saga su vampiri adolescenti. E se trovi uno che ha scritto un libro sui licantropi ma è disposto a cambiarlo tutto in modo che diventi un libro su vampiri, il risultato non credo sarà all’altezza nemmeno dei palati meno raffinati.

    Il resto della tua analisi è, come dicevo, quantomeno interessante, ma appunto, nella stragrande maggioranza dei casi mi pare che il “prodotto” sia più facilmente “progettabile”.

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