Tra virgolette

Tornato da una vacanza stamattina ho riletto i giornali italiani, e sono stato ingenuamente colpito dalla ampiezza del nuovo linguaggio creato da Repubblica negli ultimi anni, che ha fatto diventare gli articoli di quel giornale (ma con molti imitatori) una forma nuova di comunicazione che sta in una terra di nessuno tra il giornalismo, la letteratura, la conversazione, la minaccia e lo slogan, e li colloca in un loro modo peculiare nel vivace caos di quello che diventerà – piaccia o no – il giornalismo del futuro. Non ho tempo ora di un esame lungo – ci vorrebbe una tesi universitaria, anzi la consiglio – ma stamattina mi ha ancora colpito l’indipendenza dei titoli da quello che era una volta il servizio di informazione nei confronti del lettore. I titolisti di Repubblica sono una categoria professionale che immagino in una specie di serra creativa a un piano diverso dell’edificio, anzi magari outsourced in India, insomma come certi art director in contatto col giornale ma altrove, dentro logiche loro che non sono giornalistiche: ormai formule titolistiche come quelle che cominciano con “Se…”, “E…”, “Quando…”, oppure “Io, nell’inferno di…”, sono divenute familiari e imitate: su ben altre invenzioni si sono cimentati negli ultimi anni, in particolare sulla creazione di slogan solenni, nomignoli e virgolettati sensazionalistici e spaventosi in sostituzione dei vecchi titoli più o meno didascalici o esplicativi (lo Herald Tribune oggi titola in prima “Tempesta raggiunge gli USA” e “La NATO colpisce la città di Gheddafi mentre i ribelli spostano la loro base”; Repubblica invece “L’uragano Irene terrorizza New York” e “Sirte, bombe sul bunker del raìs”). Proprio l’ampiezza dell’uso dei virgolettati – devo avere già scritto dell’efficacia del virgolettato nel permettere di dirle grossissime attribuendole a qualcun altro che di solito non le ha dette o non ha nessuna attendibilità, e insieme supplire all’assenza di notizia degna di titolo – mi ha colpito oggi, quando reduce da qualche giorno di assenza non ero più in grado di capire niente dai titoli.

– pagina 5, “Gheddafi è a Sirte dentro un bunker”
– pagina 10, “Allah, aiutaci a essere liberi”
– pagina 11, “Noi, in carcere per un mese in Libia”
– pagina 13, “Un governo forte dopo Gheddafi anche all’Italia serve una Libia stabile”
– pagina 16, “L’accordo è stato trovato”
– pagina 17, “Giulio si convinca o si faccia da parte”
– pagina 17, “Al Senato carta igienica per tre legislature”
– pagina 24, “Hai sposato un mostro, ti chiedo scusa”
Eccetera.

Vabbè, era per dire che sono tornato, e da lunedì cerchiamo di ricominciare a fare le cose in altri modi. Per rinnovare la divertente immagine del titolista in India, concludo con questo, in cui offro da bere a chi mi dice da dove siano spuntati i “fratelli” O’Halloran (aggiungo che Wiltzie si chiama Adam, non Adrian).

Altre cose:

7 commenti su “Tra virgolette

  1. uqbal

    Quasi dieci anni fa scrissi un articolo per una edizione locale della Repubblica in riferimento ad una mia esperienza di volontariato in India.

    Mi fu chiesto esplicitamente, e giustamente, di non usare mai nell’articolo la prima persona, bensì il noi, in modo da evitare personalismi e sbrodolamenti.

    Il titolo dell’articolo poi fu: “Io, volontario nell’ospedale della speranza”. E mi sono pure dovuto prendere le battute di chi non sa che esistono i titolisti…

  2. v.s.gaudio

    Apparentemente, i “fratelli” sembra che sia imputabile al “terzo capoverso”:”Ma nelle storie dei due…”anche se c’era qualcosa non quadrava, forse la posizione del corpo, che si può presupporre solo ora che fosse dentro l’apparecchio televisivo, con la testa che sporgeva fuori. Per terra c’era un messaggio enigmatico: “O ‘Halloran, non darti pena per me; forse questo non è il momento per parlarne,ma ho ragione di sospettare che tuo fratello se la intenda con una gallina faraona”. Di notte, in tutta tranquillità, debbo dire che è stata una sorpresa per noi, anche perché lo hanno colto mentre tentava di immergere Wiltzie nella salsa tartara, che poi tanto liquida, pure al buio, non è!

  3. zaga

    Per approfondire c’è l’analisi di Michele Loporcaro, un linguista italiano trapiantato a Zurigo.Nel suo saggio “Cattive notizie. La retorica senza lumi dei mass media italiani” opera un interessante analisi linguistica e sociologica dei titoli delle testate italiane da qualche anno farciti di coordinate, avversative e virgolettati.La sua conclusione è che questa consuetudine s’incrive nella volontà dell’informazione di sopperire al dato, all’oggettività della notizia un nuovo tipo di notizia che non si configura come nuovo dato bensi come un nuovo tassello di una storia che continua. Un mito condiviso contro una dato oggettivo. Anche questo un buono spunto per una tesi di laurea, forse di dottorato.
    Sarebbe anche il caso di capire se queste roboanti titolazioni portano ad un vantaggio nel SEO, visto che oramai abbondano anche sul sito di Repubblica.it.

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