Saperla lunga

Jay Rosen ha scritto una cosa molto critica sul giornalismo politico americano, in cui mette sotto accusa la tendenza dei giornalisti a volersi mostrare e comportare da “insiders” della politica, agganciati, ammanicati, con i contatti giusti, capaci di esporre retroscena e dare ai lettori sostanzialmente una cosa su tutte: l’impressione di saperla lunga. È un tema, quello dell’esibizione del sapere – vero o falso, importante o irrilevante – come mezzo di affermazione di sé e occultamento delle proprie insicurezze e inadeguatezze, di cui avevo scritto in Un grande paese.

In questi anni di maggior accesso per tutti alle possibilità di affermazione pubblica di sé, e di maggiore competizione per ottenerla, si sono date man forte due attitudini che hanno esaltato e aumentato le nostre vanità. Una è l’uso del sapere e delle informazioni – in vari modi e contesti – per guadagnare credibilità, farsi notare, ottenere riconoscimento pubblico e illusioni di piccoli successi. In molti modi ci infiliamo quasi tutti ogni giorno in diverse misure nella parte di quello che sa una cosa, che la dice per primo, che l’aveva notata per primo, che non si fa fregare da quel che credono tutti o che si dice in giro. Saperla lunga è diventato un modo per “esistere”, per relazionarsi con gli altri, per competere, e per vincere. Forse siamo già a una tappa successiva, in cui l’esibizione di sapere è un tic incontrollabile che sconfigge persino il pericolo di farsi invece malvolere e disistimare a causa di quell’esibizione. Non riusciamo a trattenerci. Pensiamo che l’umiltà sia diventata troppo invisibile nel casino generale per poter essere notata e diventare notevole: e quindi ci sentiamo costretti a esibire noi stessi, perché altrimenti tutta la nostra sapienza e le nostre qualità non le noterebbe nessuno.

Rosen – che critica anche la tendenza a trattare la politica come “entertainment”, che tanti mostri genera anche da noi – dice che i giornalisti politici hanno abbandonato le loro missioni principali in favore di un simile impegno. Non sono più tramite al servizio del lettore, non sono più osservatori: vogliono mostrarsi “parte” del mondo della politica.

In the United States, most of the people who report on politics aren’t trying to advance an ideology. But I think they have an ideology, a belief system that holds their world together and tells them what to report about. It’s not left, or right, or center, really. It’s trickier than that. The name I’ve given to the ideology of our political press is savviness. And I see it in Australia too. When you watch political journalists on a roundtable program summing up the week and looking ahead, what they are usually performing for us is… their savviness.
So let me explain what I mean by that term.  In politics, our journalists believe, it is better to be savvy than it is to be honest or correct on the facts. It’s better to be savvy than it is to be just, good, fair, decent, strictly lawful, civilized, sincere, thoughtful or humane.  Savviness is what journalists admire in others. Savvy is what they themselves dearly wish to be. (And to be unsavvy is far worse than being wrong.)
Savviness is that quality of being shrewd, practical, hyper-informed, perceptive, ironic, “with it,” and unsentimental in all things political. And what is the truest mark of savviness? Winning, of course! Or knowing who the winners are.

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Un commento su “Saperla lunga

  1. Simonluca Merlante

    Ma la domanda è: denunciare l’esibizione del sapere, è un’esibizione di sapere?

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