Cittadini inconsapevoli

Un altro palese sintomo dell’irrecuperabile attitudine di noialtri italiani a coltivare il quadro politico che contemporaneamente contestiamo è l’inesistenza di una formazione ambientalista di qualche rilievo nello scenario elettorale. Non sto parlando della solita riflessione sulle faticose e controverse storie dei Verdi italiani, che non basta a giustificare questo vuoto: sto parlando di un paese in cui la rappresentanza politica è in grande crisi, in cui i cittadini si lamentano della superficialità dell’impegno dei partiti e dell’insoddisfacente offerta di prospettive, e però l’unica alternativa ai partiti tradizionali a cui aderiscono è al massimo quella dei Masanielli dell’indignazione permanente, ignorando completamente la costruzione di una coscienza civile basata su qualcosa di diverso dall’indignazione e dalle manette: e che normalmente in molta parte dell’Occidente si traduce in impegni costruttivi per l’ambiente, per la qualità della vita, per la crescita delle microcomunità, per una rilettura più moderna e lucida del futuro. Niente di tutto questo ha da noi un’attrattiva competitiva con quella delle curve da ultras vuote di qualunque concretezza, siano vecchie o nuove curve. Al massimo si presta un po’ di tempo e voti in un referendum sull’acqua o sul nucleare, ma non appena arriva il richiamo degli storici ambiguamente vaghi temi ideologici, prevalgono quelli. Nessun gruppo consapevole e impegnato ha costruito un progetto civile, ambientalista, pirata, che non fosse una boutade di nessuna credibilità. Quella sì, sarebbe la società civile, non dei manipoli di amici di pm con Berlusconi nella testa e la rimozione di Berlusconi come idea di futuro felice. Ma non siamo noi, quella cosa lì.

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9 commenti su “Cittadini inconsapevoli

  1. werner58

    ….a me non avere dei Verdi fra i piedi, vista l’assoluta insipienza scientifica della gran parte dei movimenti “ambientalisti” in politica, fa solo piacere….

  2. Giordano

    Beh, manca anche una formazione (o voci concrete all’interno di quelle esistenti) che parlino in maniera seria di diritti civili (sempre quelli da decenni: matrimonio omosessuale, coppie di fatto, fecondazione, eutanasia, medici di coscienza obiettori che rendono impraticabile la 194 in taluni ospedali, etc.)…
    Mettendo insieme questi temi e quelli del suo post avremmo un partito di sinistra riconoscibile, cosa che di fatto manca nello scenario.

  3. monicafrassoni

    Caro Luca,
    é vero, in Italia e differentemente da altri paesi europei non c’é una formazione ambientalista forte e autonoma; questo pesa naturalmente e, da Presidente del Partito Verde europeo, sono ben piazzata per dirlo. Le ragioni sono molte e secondo me non fanno capo solo alla cronica debolezza dei Verdi italiani, ma anche all’indisponibilità di molto associazionismo ambientalista a « buttarsi » nella mischia, (differentemente da quello che è successo in Francia con Europe Ecologie) e da un sistema elettorale e mediatico penalizzante per partiti e gruppi non portatori di interessi specifici, (differentemente da quello che succede in Germania). Oggi, a un mese dalle elezioni la situazione è semplice. Ci sono ambientalisti nelle liste di SEL e poi ci saranno i Verdi italiani che hanno deciso di sostenere Rivoluzione Civile. Alcuni degli eletti del Movimento a 5 stelle hanno una forte dimensione ambientalista. Quindi, se le cose andranno in modo positivo, come spero, almeno non ci sarà il totale deserto in Parlamento, pur se il PD per ragioni di rapporti di forza interni ha ridimensionato gravemente la rappresentanza ambientalista. E’ insufficiente? Lo so benissimo, anche perché le posizioni e le strategie di coloro che si definiscono ambientalisti non sono tutte uguali; io per esempio credo fermamente che oggi sia necessario non testimoniare e predire che tanto tutto è inutile e chiamarsi fuori tenedo posizioni molto dure che mettono Berlusconi e Bersani-Vendola sullo stesso piano, ma tentare l’avventura di una coalizione di centro-sinistra che possa dimostrare con i fatti che la riconversione ecologica della ns economia è la via maestra per uscire dalla crisi; è chiaro che questo sarà possibile se riusciremo ad ottenere una maggioranza sufficiente per governare senza innesti innaturali come quello del trio Monti-Casini-Fini. Perché, partiti a parte, quello che conta è pesare sulle decisioni.
    Poi si vedrà. Penso che in prospettiva l’unica possibilità sia di fare quello che non ci è riuscito fino ad ora: coniugare il lavoro, l’esperienza, il coinvolgimento di chi fa politica “verde” con quello delle associazioni ambientaliste e delle battaglie sul territorio accettando però di affrontarle e risolverle e non solo di comodamente cavalcarle facendo a chi urla più forte. Se questo significherà la costruzione di un nuovo soggetto politico autonomo “Verde” o invece una positiva e più decisa “contaminazione” di altre forze politiche lo vedremo. Per adesso, dobbiamo vincere, insieme ad altri, lo spazio e la possibilità per poter agire e per dimostrare che “con il Verde si avanza”.
    Monica Frassoni

  4. Luca

    Capisco, e ok: ma quello a cui io mi riferivo – ho avvisato della differenza – non è l’esistenza o meno di una rappresentanza ambientalista (in senso esteso) nei partiti, ma l’assenza di questo come motore della nascita e costituzione di un movimento nuovo e specifico, in un tempo in cui quelli esistenti sono giudicati deludenti e altri ne nascono di ambizioni assai più povere e sterili.

  5. Nicolò Wojewoda

    Prevalgono i temi ideologici perché danno risposte su tasse, lavoro, e questioni simili, mentre da quel pochissimo che so l’ambientalismo in Italia rimane una corrente di nicchia che sa solo rispondere a questioni ambientali e poco altro.

    E devo dire che i media non aiutano: guardando ogni tanto la TV italiana è evidente che i giornalisti hanno maggiore interesse prima di tutto a parlare con i politici di – appunto – politica (con chi ti allei, che ne pensi dei sondaggi, totoministri, ecc.), e le volte in cui invece si parla di politiche (programmi) si va a finire inguaribilmente su questioni di politica economica.

    In tutto ciò, il cittadino si fa due idee:
    1) L’agente primario del cambiamento dell’economia è lo Stato, non sono io. E di conseguenza, che senso ha la cittadinanza attiva?
    2) I temi ambientali (e relativi) non sono di competenza dell’attività di governo, ma o di enti locali o di iniziative personali. L’unica eccezione è l’intervento dello Stato nel delineare l’ambito di azione (es. nucleare sì/no, acqua pubblica/privata). E di conseguenza, che senso ha un impegno politico nazionale che si occupa di questioni ambientali?

    Detto questo, c’è anche una serie di concause: la diversa concezione di “comunità” e di “cittadinanza” rispetto ad altre nazioni (penso agli Stati Uniti, Regno Unito, e altri paesi del Nord Europa), lo stato arretrato dell’associazionismo ambientale a livello di capacità e ricchezza del settore (sempre rispetto ad altri esempi eccellenti), la mancanza di radicamento di una vera concezione di “sviluppo sostenibile” (con temi ambientali, economici, e sociali che vanno di pari passo) che possa togliere l’ambientalismo dalla sua nicchia, ecc.

    Saluti,
    Nicolò

  6. Sergio Ferraris

    La situazione della coscienza ambientale è complessa ed legata alla modalità della partcipazione alla politica del nostro Paese. Decenni dopo gli anni ’70 che ho vissuto come ragazzo e come figlio di un politico impegnato a sinistra, è venuto meno il sentire collettivo, il senso di appartenenza a una società che non ha pari in Europa. Lascio perdere l’analisi e mi limito al punto d’arrivo. Oggi abbiamo un corpo sociale che cerca soluzioni a problemi collettivi in modo individuale e le questioni legate all’ambiente e al sociale sono l’esempio più netto di ciò. Traffico, congestione e PM10? Compro un’auto più piccola e con il filtro per l’aria condizionata (abbiamo il puù alto tasso di Smart nei centri urbani del mondo). Lavoro e occupazione? Cerco un rapporto, una clientela che mi permetta di sfangarla. Welfare? Accumulo magari comprando casa(e). E potrei continuare all’infinito. Con questa logica è chiaro che il sentire sociale viene meno, specialmente in assennza di crisi evidenti e traumatiche, come quelle dell’Ilva e dell’Alcoa. Ma si tratta di reazioni, per l’appunto a un trauma a una crisi catarchica che trova espressione sono nella negazione netta, non propositiva. E ad aggravare ciò cìè il fatto che le organizzazioni sociali, partiti e sindacati si sono da un lato ripiegati si se stessi, accartocciati sulle proprie elite autoconservative, venendo meno a due loro ruoli importanti: lo studio e la prospettiva temporale. Si sono chiusi gli uffici studi in quanto “improduttivi”, si buttano la macero gli archivi e non si proietta più la propria azione al futuro, sia dell’organizzazione sia dei propri rappresentati. In questo scenario è chiaro che l’ecologia non possa trovare spazio, se non nella sindrome Nimby. Quella dei comitati rabbiosi per un impianto inquinante o per una discarica che cadono fatalmente quando gli si chiede cosa fare in alternativa. Dice Monica Frassoni circa l’indisponibilità degli ambientalisti a buttarsi nella mischia e aggiungo io anche degli intellettuali. Ma il problema non è nella indisponibilità ma nel fatto che la politica di oggi è molto più respingente ed escludente di quella degli anni 70. Oggettivamente una politica fatta di sospetto verso i propri compagni di partito, di valutazione di opportunità personali al di sopra di tutto, di carrierismo e di familismo è, per quanto mi riguarda, quanto di più distante ci sia dalle tematiche ambientali e dall’ecologia. In questo senso si potrebbe dire che l’ecologia in politica è molto poco ecologica. Con queste premesse è chiaro che qualsiasi progetto ecologisa che non sia una verniciata di verde a un qualche partito o movimento è destinato al fallimento. Lascio perdere Sel perchè sono convinto che le radici di Vendola siano ancora ben affondate in quella che fu la sua formazione giovanile nel Pci e in Rifondazione poi, con un forte primato del “sociale” sull’ambiente, quando questi due concetti vanno in contrapposizione, come successe con l’Acna e come siccede con l’Ilva. Il Pd ha sempre visto l’ambiente come orpello metodologico di cui è possibile fare a meno, prova ne è l’espulsione di Ferrante e Della Seta dalle liste, nonostante l’ottimo lavoro fatto. I Verdi italiani sono rimasti al di fuori della dialettica politica nonostante l’intuizione di Bonelli di dare vita a un nuovo soggetto politico al quale i più si sono affacciati con la logica “mi metto alla finestra e vediamo che accade”, mentre negli altri partiti l’ecologia è semplicemente non pervenuta anche nella nuova formazione di Oscar Giannino che non vede l’occasione unica che stiamo vivendo di uscire dalla crisi grazie a nuove istanze verdi che però non possono essere il pannicelo caldo della “green economy” che assomiglia molto al concetto di sviluppo sostenibile. M5S è nuovo ma di cologico non ha nulla. Di sicuro non il sistema decisionale e la dialettica interna e le componenti ecologiche del programma sono una collezzione disorganica di buone pratiche nelle quali non c’è uno straccio di visione di scenario, che tracci una strada. Fin qui l’analisi e che fare? Bisogna prendere atto che l’ecologia e l’ambiente sarà, volenti o nolenti, all’ordine del giorno nei prossimi decenni. Se si osservano gli indicatori climatici, ambientali ed energetici ce ne si può rendere conto. Possiamo decidere de subirli o gestirli e cìè una bella differenza, ma l’innesco di questo processo non riuscirà a venire dalla politica come la conosciamo oggi. Anni fa intervistai l’assessore allo Sviluppo sostenibile di Barcellona, un bravo ingegnere ambientale appassiionato del suo ruolo, con un sacco di idee che aveva potenziato i laboratori d’informazione ambientale della città – dove già nel 2005 si chiarivano i dubbi dei cittadini su efficienza energetica, rinnovabili, bioedilizia mettendooli in contatto con una rete di imprese e artigiani per realizzare gli interventi – al quale chiesi a fine intervista come fosse diventato assessore. La risposta per me fu semplice e stupefacente: “Io ero impegnato come cittadino in un comitato di quartiere e stavo facendo delle proposte a sfondo ambientale, realizzandone alcune. Un giorno venne in visita al comitato Imma Mayol, vicesindaco dell’epoca che dopo aver visto cosa facevo mi chiese se mi sarebbe piaciuto farlo per tutta Barcellona. Una settimana dopo ero assessore”. L’ecologia ha bisogno di questa logica, di queste forze pragmatiche, concrete e gentili, che però sono naturalmente in rotta di collisione con la politica che anche Monica, a quanto ne so e a quanto leggo, propone. Insomma il dubbio è che anche avendo a disposizione gratis Lester Brown la politica italiana difficilmente lo userebbe anche solo per un assessorato comunale, figuriamoci un giovane e sconosciuto ingegnere ambientale con idee brillanti.

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