L’era dell’enfasi

Guardando dei trailer, mentre ero al cinema due giorni fa, ho notato di nuovo quel tratto comune e ripetitivo di queste promozioni cinematografiche: epica fuori luogo e meccanica, solennità e musiche pompose, accezioni di eroismi sparpagliate nei contesti più incongrui. E in particolare ho riconosciuto nel trailer del Cirque du Soleil (film che “non vedo l’ora di non vedere”) la stessa confezione di molti programmi televisivi: mi ero accorto giusto il giorno prima come tutti gli accessori formali di un programma televisivo come “Masterchef” siano identici a quelli dell’Isola dei famosi o X-Factor, o altri talent o reality del genere. Musiche alla Gladiatore, drammatizzazione di momenti di assoluta banalità, percorsi qualunque resi grandi avventure, lacrime e sangue, e continuo suggerimento che ogni momento sarà decisivo e le vite stanno cambiando. Per via di una melanzana, o di una cover di Raf.
Ma non sono solo la tv e il cinema, a cui si perdona qualcosa di inevitabilmente teatrale e la ripetizione meccanica di formati uguali: tutta la comunicazione ha ormai questi toni, si tratti di pubblicità generica o campagne elettorali. O la promozione dei libri. E infine il giornalismo: Repubblica, che ne è avanguardia ma assai imitata, ha da tempo come suo stile di scrittura l’enfasi, la drammatizzazione e la costruzione letteraria, a scapito della chiarezza, della concretezza di dati e fatti, dell’informazione. Raccontare storie, certo: ma anche renderle esagerate, drammatiche, enfatiche. Se vi sembra normale, è perché vi siete abituati e questo stile ha vinto: ma se provate a ricordare ci sono stati periodi in cui si celebrava e si cercava di coltivare il minimalismo, invece.

La prossima volta che il mio editore mi chiede un libro suggerendomi di trovare un’idea efficace, di quelle che fanno il successo di certi saggi – come il mondo piatto di Friedman, o la casta di Stella e Rizzo, o la coda lunga di Anderson – gli dico di nuovo che non sono capace di montare la panna per trecento pagine intorno a un concetto che si spiegherebbe in due: però il concetto ce l’ho. È l’era dell’enfasi.

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12 commenti su “L’era dell’enfasi

  1. uqbal

    Curiosamente, una delle cose che non faccio altro che scrivere nella correzione dei compiti in classe di italiano, puntualmente inascoltato, è: “Troppo enfatico”.

  2. Raffaele Birlini

    A proposito, giusto ieri parlavo di questo video, paragonabile alla cappella sistina o alla monna lisa del terzo millennio, per restare in ambito pittorico, quanto a potere di veicolare significati, il culmine espressivo di un’epoca, o meglio, di un filone culturale: filmare dei bambini ricoverati in ospedale che a loro volta registrano coi telefonini un adulto vestito da supereroe, appeso fuori dalla finestra, che pulisce i vetri, convinto di fare una buona azione in quanto spettacolare, o un’azione spettacolare in quanto buona. Senza contare i commenti al video, a loro volta echi di senso, ci sarebbe da scriverci sopra parecchio, sul contenuto morale assegnato di default a ciò che è popolare e sulla qualifica di popolare a tutto ciò che merata di essere filmato, un corto circuito di legittimazione dove l’autorità che certifica il valore è il fruitore stesso, ma non come singolo, come gruppo, e non come scelta di socialità ma come istinto gregario, scelta a sua volta indirizzata dal marketing, da vettori pagati per rendere maggioritaria un’opinione valutata condivisibile solo in quanto percepita come già largamente condivisa, mi riferisco a collegamenti incrociati cu sui riflettere, se uno c’avesse tempo e voglia, cosa che al momento nel mio caso ho deciso che non è, sono un po’ stanco, magari un’altra volta, più avanti.

    http://www.youtube.com/watch?v=UfhR-SNhi0A

  3. Marco Berti

    Però, veramente, con ironia, con tutto il rispetto e per il fatto che ti considero un acuto osservatore del mondo: ma te ne accorgi adesso?

  4. reb

    si, irrita anche me e spero ardentemente che torni l’era del minimalismo, parafrasando battiato

  5. Broono

    la prima notizia è che se è “la prossima volta che” significa che i libri precedenti nascono su richiesta dell’editore.
    La seconda notizia è che la necessità di pubblicare un libro arrivi prima dell’avere un’idea che meriti la pubblicazione di un libro.
    La terza notizia è che l’efficacia dell’idea è oggetto di suggerimento.
    Quindi nell’ordine abbiamo:
    editore vuole pubblicare libro +
    editore chiama per chiedere libro +
    editore dice (quindi adesso) tu trovare idea +
    editore suggerisce che sia idea efficace =
    suggerimento indica che efficacia sia gradita ma non necessaria perché libro è libro e ha ddauscì
    (ti autorizzo a usare lo schemino qui sopra come indice del capitolo 1 che introduce l’argomento “Costruzione dell’enfasi come traino dell’idea, nell’era del più libri pubblicati che libri letti”.
    Affrontata nel capitolo 1 l’idea che il tuo editore ha dell’enfasi, puoi passare al capitolo 2 nel quale affronterai quella che ne hanno quelli di Repubblica.
    La quarta notizia è che ti ringrazio per avermi deifnitivamente bannato dal Post.
    Senza enfasi, poco poco, piano piano, come quando si stava meglio quando si stava peggio.

  6. W_i_gentili

    Sono perfettamente d’accordo; da molti anni depreco questo costume, che si è esteso anche ai normali colloqui tra privati (es. “sono stravolto” per dire sono stanco, ecc.). Con il risultato che quando tutti i colori sono violenti si perdono le sfumature, e le situazioni complesse e articolate vengono sovrasemplificate e banalizzate.
    Spero tanto in una inversione di tendenza, non fosse altro che per nausea.

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