A tutti gli uomini di buona volontà

Ho già scritto altre volte di come mi sembra che le discussioni pubbliche su molti temi assai dibattuti siano spesso dirottate da faziosità, equivoci su parole e terminologie, inganni dialettici, indisponibilità alla comprensione e alle idee diverse, pretese di averla vinta che prevalgono su quella di capire e trovare delle sintesi e dei compromessi: non soltanto, ma in particolare per quello che riguarda internet.

Sulle novità che le nuove tecnologie hanno introdotto in molti aspetti delle nostre vite e di come funzionano le nostre società, si nota da tempo la costituzione di due partiti: in emtrambi c’è una parte di fessi battaglieri e polemici – che ignoreremo qui – e una parte di persone in buona fede ma ostili all’altra parte e ignoranti delle sue ragioni. Schematizzando molto – e ripeto, trascurando i fessi professionali – da una parte ci sono quelli che pensano che internet abbia generato dei cambiamenti negativi e dei rischi e pericoli che vanno contenuti o invertiti, per tornare il più possibile al presunto ordine precedente, sconfiggendo i sovversivi anarcoidi che popolano il web. Dall’altra ci sono quelli che pensano che riflettere su queste cose e cercare possibili soluzioni ai problemi significhi imbavagliare, limitare la libertà, collaborare coi poteri censori e perdere il senso di tutto quello che di eccellente internet ha introdotto nei nostri mondi.

Entrambe le parti hanno delle ragioni – rischi e peggioramenti esistono; e meraviglie e opportunità esistono – ed entrambe hanno anche delle ragioni a diffidare degli altri: i primi spesso non hanno capito un accidente di internet e spesso neanche di come va il mondo da sempre, i secondi sono spesso superficiali ed egoisti rispetto a problemi e conseguenze a loro ignoti o estranei che riguardano invece molti settori, sensibilità e situazioni diverse.

Esiste una terza via, mi chiedo da un pezzo, che faccia capire ai secondi le ragioni e le paure dei primi? E che faccia capire ai primi che devono fidarsi del giudizio dei secondi, che è più preparato del loro? Riescono i primi a spiegare laicamente le loro paure e le loro necessità senza presunzione, riescono i secondi ad ascoltarle e rispettarle? Riescono i primi ad accettare la maggiore competenza dei secondi, riescono i secondi a usarla per cercare soluzioni e non solo per esibire spocchia?

Queste riflessioni sono per esempio quelle che mi avevano portato ad accogliere con interesse il tentativo fatto nel seminario alla Camera di qualche settimana fa, di fronte invece a estesi pregiudizi e diffidenze circolati in rete. È stato un cucchiaio nel mare delle incomprensioni – e alcune le ha conservate – ma qua siam gente di cucchiai, una cucchiaiata alla volta.
Un’altra cucchiaiata avevo auspicato venisse dal confronto tra il promotore e primo firmatario di una proposta di legge sulla diffamazione che riguarda anche internet, e un fidato esperto di cose della rete, a proposito del contenuto di quella proposta. Il secondo è Massimo Mantellini il cui giudizio è sempre lucido e competente, malgrado la sfiducia che a me pare eccessiva negli interlocutori “politici”, per estraneità. L’altro invece è Stefano Dambruoso, parlamentare di Scelta Civica dal curriculum professionale da magistrato che suggerisce capacità di equilibrio e profondità di analisi. Quindi quando li abbiamo invitati a parlarne sul Post, lo abbiamo fatto dicendo loro “parlatevi, capitevi”: quel che ho detto prima, insomma.Il risultato è stato un fallimento che non mi farà dare per vinto ma che devo constatare. Mantellini ha letto il testo, ha implicato le buone intenzioni dei proponenti, e ha spiegato in cosa quel testo non funzionerebbe o avrebbe effetti collaterali peggiori del problema che pretende di affrontare. Dambruoso gli ha risposto con alcune tipologie di argomenti deludenti. La prima, antico tic dialettico che presume la stupidità dell’interlocutore, è di argomentare sull’esistenza del problema invece che sulla sua proposta di soluzione. Come se a chi mi dice che la pena di morte è sbagliata io rispondessi con l’esposizioni di crimini e delitti che necessitano una soluzione, e questo da solo motivasse la mia, di soluzione. Dambruoso ha occupato metà della sua risposta implicando che le critiche al suo testo fossero mosse da un’indifferenza alla questione della diffamazione online, come se a dare senso alla “sua” soluzione bastasse l’esistenza del problema. Altro trucco perditempo dell’esposizione di Dambruoso è il classico straw man argument che espone ovvi principi (quello della responsabilità, eccetera) come se non fossero condivisi dai critici della sua proposta, in quanto ne sono critici. Non volete la pena di morte quindi siete per l’impunità degli assassini: eppure dovreste capire che l’omicidio è una cosa sbagliata, perché continuate a essere indifferenti?

Gli altri argomenti che ha usato Dambruoso ricadono tutti nella polemica descrizione dei suoi critici o dissenzienti come scriteriati incoscienti capricciosi. Creando così questa formidabile costruzione logica: il problema esiste, quindi la mia soluzione è buona, quindi chi la critica è uno sciocco (mi auguro che non sia il caso di Dambruoso, ma riconosco in questo attitudini logiche che ho visto in diversi pubblici ministeri). Corollario: e se non sapete dirmi un’altra soluzione vincente allora è doppiamente buona la mia.
Ho detto “uno sciocco” per sintetizzare un tono che percorre tutto il testo di Dambruoso con espressioni come queste.

“Ecco perché credo che, contro le apparenze deformate dai luoghi comuni virali così tanto di moda…”

“Dobbiamo continuare a far finta di credere che internet sia una sorta di luogo per l’infanzia?”

“È su questo che dobbiamo, senza pregiudizi, concentrarci, che è come dire che prima vengono le persone poi tutto il resto.”

“è questa l’immagine naif che la sua visione adulta ha del web e dell’uomo di oggi?”

La risposta all’ultima domanda, onorevole Dambruoso, è no. Non è questa. Questa è la sua immagine naif della Rete e di chi la studia e conosce e frequenta seriamente, e che saprebbe darle dei consigli – come l’uso delle regole esistenti, come la riflessione che nei giornali non è l’obbligo di rettifica che ha limitato le diffamazioni, come la constatazione che sui giornali non si vede una rettifica mai, come gli altri ben esposti da Mantellini – se soltanto lei si disponesse a pensare che benché internet la usiamo tutti, non la conosciamo tutti e non ne siamo tutti esperti – è come col calcio: guardiamo tutti un sacco di partite, ma per allenare la Nazionale meglio Prandelli, no? – e forse ascoltare e studiare sarebbe meglio: come fanno gli “adulti”, che è quello che noi abbiamo cercato di fare con le ragioni e il testo di questa proposta di legge. Che non è granché, per inciso.
Poi io non dispero.

Altre cose:

21 commenti su “A tutti gli uomini di buona volontà

  1. signorisinasce

    Nei due assunti,manichei:fessi polemici e battaglieri e disinformati(tu scrivi ignoranti) in buona fede c’è tutta la filosofia piddina.Il buonismo d’accatto,la volontà di far assurgere il relativismo a teorema in cui rientrare,se non si vuole essere ricondotti alle due categorie di cui sopra.Ci sono tantissimi argomenti(quasi tutti,dagli f 35-sono contro- al governissimo) che il solo buon senso scalpita per indirizzare a soluzioni semplici e giuste.E’ la via del compromess(avallata dal tuo amato piddì) a farti pensare da tutti i punti di vista possibili(ed è molto bello).Salvo poi accorgersi che si è girato in tondo e la soluzione era lì,a portata di mano.Riusciranno gli editorialisti asserviti al Partito democratico(quindi anche un po’ “chissenefregadiquellochecombinailberlu”,per osmosi)a ritrovare il senno misteriosamente scomparso dopo la segreteria Occhetto(allora si appellavano ds,ora la sinistra nemmeno più nel nome).Sofri junior tu scrivi bene ma,nei contenuti,ogni tanto,si ricordi di non arruffianarsi,a tutti i costi,il pubblico antigrillino per cui scrive e medita.Le nuove tecnologie sono splendide cose,perfino se-come fai tu-usate per ingraziarsi l’intellighenzia veltronian-renziana.Insomma:scrivere per gli amici,fingendo pure di ragionarci sopra.Questa la strada.triste,che rende il Pd capacissimo,sempre più ,di essere scavalcato a sinistra da sel e financo dai grillini che,almeno,di nuovi media se ne intendono,pur nella loro cialtronaggine impudente.
    Un uomo libero

  2. mico

    Io penso che ormai sia inutile girare a vuoto discutendo una branca ignorando gli strumenti, come discutere di statica dei ponti ignorando l’ingegnere presente alla discussione.
    A mio giudizio c’è una collezione di strumenti utile per giudicare come la gente si forma delle opinioni e bisognerebbe partire da lì per organizzare la buona volontà di cui gli uomini hanno una dotazione invidiabile e sconosciuta a qualsiasi altra specie.
    Io partirei dall’articolo, ma consiglio seriamente il libro (The Righteous Mind) http://edge.org/conversation/what-makes-vote-republican

  3. Fagal

    Il tema é molto interessante. La mia ignoranza é altrettanto consistente. Per evitare di intavolare commenti di questo tipo https://www.youtube.com/watch?v=2IkKOVa_HzY , mi sono chiesto: che dimensioni ha il problema? Non si conoscono i dati. Il diritto di rettifica mi pare possa avere un senso, nel mondo dell’informazione. Ci mancherebbe. Il problema, forse, é il mezzo della rettifica. Ovvero nel sistema della carta stampata o degli altri mezzi di comunicazione, si ha un numero limitato e concentrato di veicoli informativi per cui si può agire su di essi. Nel caso di internet, dove la situazione é strutturalmente capovolta, paradossalmente la rettifica rischia di amplificare la fonte rettificata, cioé di dare notorietà alla fonte, anziché agire semplicemente sulla notizia, cioé l’oggetto da rettificare. Faccio un esempio: se scrivo su un blog che tizia ha fatto un intervento di chirurgia plastica la notizia viene letta. Se però Tizia interviene e fa la smentita e viene diffusa la notizia della smentita, é comprensibile che si avrà un numero di accessi al sito, anche solo per leggere la smentita che produce a) notorietà (economica?) al blog b) la notizia smentita viene ad essere conosciuta da un numero maggiore di soggetti rispetto a quelli che normalmente leggono il blog. Da qua trarrei due considerazioni. La prima, banale in termini di regolazione, é che a differenza degli altri mezzi di comunicazione, la rettifica non deve mai avvenire agendo sulla fonte ma altrove, magari su un registro informativo accessibile nel quale venga resa nota la notizia, gestito da un’autorità alla quale possono essere segnalati i casi, come avviene mediante il Corecom http://www.corecomitalia.it/?page_id=439
    La seconda, in termini pratici, é che, per quanto sopra descritto, il miglior mezzo per smentire la notizia é “esserci nel mezzo”. Cioé essere su internet. Come dovrebbe aver fatto capire l’esperienza di Beppe Grillo, non bisogna essere la notizia ma dare la notizia (e anche la rettifica), non su un mezzo altrui, ma sul mezzo proprio. Bisognerebbe farlo capire a chi non é avvezzo all’utilizzo di internet per ragioni anagrafiche, di ragionare proprio pensando alla televisione. Se debbo smentire qualcosa, ha più forza che mi affidi ad un comunicato (segnali la cosa al Corecom) etc, giocando un ruolo passivo, oppure che svolga un ruolo attivo?

    A parte il feticcio spesso italico della legge, che non é il diritto, il problema non é avere una legge ma capire quale istituzione possa controllare e come deve operare in un contesto di regole dato.

  4. uqbal

    Non sono d’accordo con lei, Sofri.

    Il punto di Dambruoso è reale e ha anche ragione a considerare la posizione di Mantellini come deresponsabilizzante, anche senza considerare che Mantellini non sembra far grandi proposte alternative (cosa che non gli era necessariamente richiesta ma che non stonava).

    “Ma Mantellini non è mica per la calunnia libera. Dice solo che questa pezza è peggiore del buco”, ribatte lei, se capisco bene.

    Però Mantellini, con l’argomento della piccolezza ed ininfluenza di tanti blog, si presta alla critica di voler “lasciare libera” la calunnia. Il suo punto, infatti, è che la maggior parte dei blog sono così piccoli da non poter far danno; da poter dire cose anche calunniose e diffamanti ma con così poco potere di penetrazione che è inutile starsi a preoccupare e che le punizioni finiscono per essere del tutto esagerate ed enormi.

    Il punto è che anche il più infimo dei blog, se linkato dalla persona giusta o inserito in un adatto contesto “social” può diventare assai virale e penetrante. E infatti girano le bufale più assurde. Finché non riguardano nessuno in particolare (“le scie chimiche”) amen. Ma quando ci va di mezzo la vita di qualcuno, eccome se ne hanno, per quanto piccolo e insignificante possa sembrare il “sito informatico”.

    Anche l’argomento “blog e siti trovabili solo con un motore di ricerca” rivela la stessa idea di fondo, ma è debole. I motori di ricerca sono parte integrante e quotidiana dell’uso del web. Sarebbe come dire che un luogo è irraggiungibile perché “ci si arriva solo in macchina”.

    Non so quindi se il limite delle 48 ore sia valido ed efficace (molte persone potrebbero mettersi non controllare la mail per intervalli più lunghi), e bisogna evitare diffide preventive a costo zero. Quindi aggiungerei per il rettificante-querelante un’ammenda nel caso le sue richieste di rettifiche siano inutili, prive di appigli alla realtà, minatorie, evidentemente infondate, ecc. ecc.

    Anche l’obbligo di rettifica, non mi sembra così pesante (una volta stabilito come il blogger possa recepire la richiesta senza patemi d’animo). Si tratta solo di dire: “A seguito del post scritto da me ieri-l’altro ieri-tre settimane fa, il tizio in questione mi ha chiesto di rettificare”. Un blog, che non utilizza carta e non ha periodicità e ha costo zero per la maggior parte dei blogger, può pubblicare la rettifica in pochi secondi, con tutti i crismi di visibilità, e morta lì.

    Più insidioso è il caso di calunnie espresse nei commenti di un blog, e quindi non dal blogger titolare. La responsabilità è in primo luogo, in questo caso, dell’autore del commento, ma non mi sembra assurdo chiedere ad un blogger di fare adeguata moderazione, magari con tempi un po’ più lunghi e con provvedimenti che lo tutelino da trollaggi interessati a danneggiarlo.

  5. splarz

    Uqbal, il tuo ragionamento è scorretto nell’attribuzione di una così elevata importanza ai blog, che spesso e volentieri non sono altro che la trasposizione web della chiacchiera da bar. Può diffondersi molto, come i luoghi comuni, ma in quel caso è semplicissimo procedere per vie legali – anzi: c’è più di un caso per cui un giudice ignorante e troppo zelante chiude interi siti per un solo articolo, ben prima di una sentenza.
    Se effettivamente tanta gente tiene in considerazione allo stesso modo una notizia letta sul Post o una scritta su ziobarabba.net tenuto da Nessuno Iosono, adducendo la motivazione per cui “è scritto su Internet”, il vero problema è la capacità critica dell’agglomerato organico posto tra tastiera e scrivania e/o il fallimento della scuola dell’obbligo.
    Detto ciò, le obiezioni di Mantellini e Sofri restano valide.
    Ti vorrei ricordare inoltre che tutto questo can can ha avuto origine durante il governo Prodi, quando erano nati millemila meravigliosi blog riguardanti Clemente Mastella; ho il forte sospetto che lo scopo non sia affatto difendersi dalla diffamazione, bensì dalla libera espressione.

  6. Lomion

    Concordo in buona parte con uqbal.

    Mantellini ha in sintesi sottolineato dei problemi presenti nella proposta di legge in questione, ma nella sua analisi mancano due parti fondamentali:

    1) La pecca maggiore, secondo me, è che, secondo me, Mantellini non ha detto, come scrive uqbal, che “la pezza e peggio del buco”; ha semplicemente indicato delle situazioni problematiche che potrebbero verificarsi a causa di tale legge; non ha però valutato se tali “effetti collaterali” siano effettivamente peggio del problema che vorrebbero risolvere. Anche questo mi sembra un artificio retorico: nessuna legge può essere perfetta e tenere conto di tutte le possibili situazioni (almeno, senza raggiungere una complessità tale da impedirne, di fatto, l’applicazione): è triviale riuscire a trovare il “bug” data una proposta di legge e non è possibile smentire tali affermazioni. La conseguenza è che un analisi di questo tipo è del tutto inutile (è, appunto, “triviale”, inteso nel senso scientifico; è come dire che 1 è uguale a 1: è sicuramente vero, ma non incrementa significativamente l’umano sapere), poichè dice solo ovvietà; la parte interessante, in cui il parere di un esperto sarebbe effettivamente utile, è quella che secondo me manca: i problemi legati a questa legge sono tali da mettere in secondo piano i vantaggi che essa comporterebbe? Questo è un argomento su cui la discussione potrebbe essere interessante, e non un mero esercizio retorico.
    2) Alternativamente, Mantellini avrebbe potuto indicare dei modi per evitare i problemi da lui evidenziati, o per diminuirne l’impatto; altra cosa che non ha fatto.

    In questa ottica io leggerei la risposta di Dambruoso (pur con tutti gli artifici retorici da lei evidenzianti, per carità, questa non vuole essere una difesa della sua replica) come un “E quindi? Stai dicendo che è meglio lasciare le cose così come stanno [e non è una domanda retorica: è un opinione rispetttabile, se debitamente argomentata]? Oppure, da esperto, puoi indicare dei modi per evitare i problemi che hai sottolineato?”
    [ok, questo magari è quello che io avrei risposto a Mantellini, ma spero che il concetto sia chiaro]

  7. Lowresolution

    Onestemente al netto dei lucidi commenti di Uqbal e di Lomion, trovo che tutto il dibattito sia mal impostato.

    Nel pieno rispetto di tutti, un dibattito simile non dovrebbe essere chiuso tra due soli interlocutori, che probabilmente rappresentano se stessi e poco più, ma dovrebbe coinvolgere più voci e conoscenze.
    Il punto chiave è che da una parte c’è un magistrato (che finora mi sembra si sia occupato molto poco di rete) e un noto blogger. Culturalmente parlando mi sento più vicino a Mantellini e a Sofri, che a Dambruoso, però credo che siano due piani separati.

    Da una parte credo ci siano interlocutori molto più esperti di Mantellini sul tema specifico, anche dal punto di vista culturale. Basta guardare nelle nostre università e nei centri di ricerca: vorrei che oltre le opinioni di uno o due si potessero confrontare visioni più ampie a articolate che per esempio si basino su esperienze internazionali e casi studio concreti. Altrimenti il discorso resta una polemica tra blogger, sinceramente poco interessante. Dall’altra parte quando il problema scende sul piano delle misure normative credo che sia giusto avere qualcuno che vede i problemi da un punto di vista più tecnico.

    In ultimo mi sembra che il dibattito sia troppo chiuso sui blog. A parte il fatto che chiunque può pubblicare quello che vuole su un server che sta in un altro continente e sfido qualsiasi giudice italiano a sanzionarlo, il limite più grosso è proprio che il discorso sembra essere limitato ai blog. Ormai le opinioni e le idee in rete girano attraverso i social network (twitter, facebook e altri), e in quei casi c’è davvero poco che le leggi italiane possano fare, almeno per un bel po’. Per non parlare di tutto il mondo mobile e dei sistemi di comunicazione non visibili sul web. A me sembra che la discussione sia un po’ superata.

  8. uqbal

    Splarz

    Però la chiacchiera da bar rimane nel bar, e al massimo chi la recepisce può dire in giro “Un tale m’ha detto al bar”. E buona notte ai suonatori.

    Invece di quello che c’è scritto in un blog si propaga senza disperdersi, mantiene intatta la sua carica offensiva e più gira e più viene creduto. E può saltare fuori tranquillamente e facilmente dopo anni, mentre per un giornale, un tempo, almeno dovevi andare all’emeroteca.

    Il tuo argomento è lo stesso di Mantellini (eh, ma che sarà mai!) ed è, secondo me, molto debole. Anche perché se la calunnia è arrivata al calunniato, un minimo questa deve aver girato (a meno che non sia tua suocera che ti calunnia su internet e tu lo vieni a sapere da tua moglie…ma mi sembra un caso abbastanza limitato).

    Poi c’è anche l’argomento per cui in internet “la rettifica e l’aggiornamento fanno parte del bagaglio culturale”. Mi sembra un po’ wishful thinking.

  9. Luca

    Metto lì una sola cosa, poi bisognerà scriverne meglio: se l’obbligo di rettifica aiuta a limitare la diffamazione, perché non vedo praticamente mai rettifiche sui giornali? E perché vedo tante querele per diffamazione ai giornali?
    A chi mi chiede una soluzione, invece dico: il problema della diffamazione esiste anche sulla carta stampata o no? Viene affrontato o no? Se sì, si usino gli stessi strumenti. Se no, si usino i nuovi strumenti anche per la carta stampata.
    La mia risposta è che la soluzione c’è già, è nelle leggi esistenti.

  10. Lomion

    “La mia risposta è che la soluzione c’è già, è nelle leggi esistenti.”

    A me pare che il fulcro della critica di Mantellini fosse proprio che il disegno di legge di cui si discuteva vuole in un certo qual modo estendere le leggi che regolano la diffamazione via stampa anche al web (e quindi ai blog), di fatto equiparando i blog ai siti dei grandi quotidiani, nonostante siano due soggetti molto diversi.

    Infatti un quotidiano ha i mezzi e le possibilità per affrontare una denuncia per calunnia, mentre magari un privato cittadino che gestisce un blog questi mezzi non li ha, quindi potrebbe venire costretto dalla paura di subire una denuncia che non potrebbe affrontare a pubblicare una rettifica anche se, magari, le sue affermazioni erano completamente veritiere.

    Per inciso, il fatto che i giornali abbiano la possibilità di affrontare tali denuncie è, secondo me, una delle principali ragioni per cui non si vedono smentite sulla carta stampata. Ad un certo punto è un semplice calcolo matematico: mi conviene rischiare di affrontare la denuncia (e, eventualmente, a pagare la multa) oppure subendo la perdita di credibilità che seguirebbe alla smentita?
    Ricordo che un simile discorso era stato fatto anche in seguito al caso Sallusti; si tratta solo di fare la differenza fra il guadagno dato dallo “scoop”, anche se inventato, e le spese che dovrà sostenere per la denuncia per diffamazione: se il totale è positivo gli conviene pubblicare la notizia (se volete, prendentelo come altro esempio di trivialità: è facile trovare falle nelle leggi. Però la soluzione può essere mandare in carcere il direttore? O creerebbe più problemi di quanti ne risolve? Non sono domande retoriche, ovviamente) .

    Questo porta al problema principale della regolamentazione della calunnia sul web (e secondo me sia Mantellini che Dambruoso hanno descritto due aspetti diversi dello stesso problema): si deve fare una regolamentazione comune per il blog gestito dal privato e per il sito della grande testata nazionale, nonstante le loro differenze, poichè non è possibile stabilire criteri oggettivi per distinguere fra la miriade di soggetti che popolano la rete (almeno, secondo me: fin’ora non ho sentito proposte valide a riguardo, però).

    Da una parte, applicando le leggi che regolano la carta stampata si dà per scontato che i blogger possiedano dei mezzi che magari non hanno, dall’altra, però, non è un valido motivo per lasciare che l’unica tutela contro la diffamazione sia il buon cuore di chi gestisce il blog\sito (che è un po’ il discorso che faceva Mantellini dicendo “quando l’hanno chiesto a me ho pubblicato le rettifiche molto prima delle 48 ore”).

  11. uqbal

    @Luca

    I giornali non dovrebbero essere presi ad esempio di un sistema che funziona e risponde correttamente alle sollecitazioni. Mi sembra un po’ un buttare la palla in corner, dire “E i giornali, allora?”.

    Come notava Lomion, la legge firmata da Dambruoso è complessiva, non riguarda solo i blog e mira proprio a trovare una maniera univoca di affrontare queste cose estendendo quel che c’è già ai blog.

  12. splarz

    Uqbal
    come ho già scritto, se una qualunque frottola comincia a girare in modo importante è facile trovare e denunciare l’autore. A quel punto, rettifica o non rettifica, se la cosa gira su Facebook non la si potrà più fermare – e non lo si poteva mica fare prima di venire a conoscenza della diffamazione, ne converrai – quindi o si limita l’accesso alla produzione di contenuti in qualsiasi forma o non c’è via d’uscita. Gli strumenti previsti del ddl (sempre gli stessi dal 2009) sono inefficaci, forieri di abusi e portano solo danni ai blogger.
    L’argomento che ti pare molto wishful thinking è invece molto importante: chiunque sappia usare Internet sa bene che “Internet” non è una fonte e un’informazione ha valore solo se chi scrive ha un nome e un cognome (o un nickname “noto”). Purtroppo troppe persone non si approcciano in modo critico perchè non hanno la minima idea di come funzioni il web.

  13. Il Delatore

    Non si possono applicare le stesse regole a due ambiti con soglie d’accesso tanto diverse.

  14. odus

    “Riescono i primi ad accettare la maggiore competenza dei secondi, riescono i secondi a usarla per cercare soluzioni e non solo per esibire spocchia?”
    Quella parola”spocchia” attribuita ai primi, dimostra chiaramente che Luca fa parte dei secondi.
    Marconi credeva di avere risolto i problemi del mo0ndo col suo SOS di oltre un secolo fa.
    Ma Marconi non c’è più da un pezzo. Come Steve Jobs con tutte le sue intuizioni informatiche.
    Si può essere proprietari di prestigiosi ospedali e finire come Rotelli.
    Si può avere la maggiore competenza in qualsiasi campo, ma la soluzione finale dei singoli, dei “partiti contrapposti” e dell’umanità intera è sempre quella.
    Naturalmente ogni singolo uomo utilizza tutto quanto gli sembra che gli faciliti la vita. Che sia una bella doccia, un pollo di allevamento comprato a due lire al supermarket, la bomba atomica, la TV, il telefono o internet e lo spionaggio informatico che ne consegue.
    La storia degli uomini di buona volontà la si racconta da duemila anni e ce la ricorda quotidianamente papa Francesco. Un po’ ci prova tutti i giorni anche Napolitano.
    Ma a cosa serve?

  15. tonio

    Ho qualche difficoltà ad argomentare la difesa del blog, da una riforma troppo aggressiva, in termini di quantità di contatti. Peraltro è la legge stessa a definire l’atto diffamatorio come la comunicazione a più persone, fossero anche soltanto due. Ma non credo sia questa l’ambizione di nessun blogger, che invece si augura che ogni post sia un po’ come una benedizione del Papa, urbi er orbi.
    Perciò, vorrei fare un passo indietro per comprendere meglio cosa è in gioco e merita di essere salvaguardato. Allora mi viene in mente che internet è la Primavera Araba, i nuovi poteri, mentra la carta stampata e sue derivazioni online sono i poteri precostituiti. Ma questo non lo dico io, è invece la definizione che il web dà di sé.
    Dunque, il punto di equilibrio va ricercato non nel numero dei contatti di un sito, ma nella sua indipendenza; dopodiché chi abusa della libertà di espressione o di critica va riportato alle regole, esclusivamente per scongiurare il far-west.

  16. uqbal

    @Splarz

    “se la cosa gira su Facebook non la si potrà più fermare”. Questo è un argomento a favore di una deterrenza rapida ed efficace.

    Trovo anche molto wishful immaginare che il grosso degli utenti di Internet (che è un po’ come dire “gli utenti della televisione”) sappia capire che internet “non è una fonte di informazioni”, così come non è un argomento la mancata “capacità critica” di cui parlavi piu’ sopra, perché la diffamazione o la calunnia non dipendono da quanto sono svegli gli interlocutori (e vai a decidere come valutarli oggettivamente).

    Poi, che internet non sia un canale di informazioni è un po’ grossa.

    Però, se si vuole trovare un compromesso, potrebbe essere che non si mettono multe alla mancata rettifica, ma se questa non viene fatta e poi il tribunale stabilisce che la diffamazione/calunnia c’è stata, si paghi molto di più. Però forse rimane meglio rettificare subito e morta lì, di nuovo.

  17. splarz

    @Uqbal
    seguivo il tuo ragionamento: se si viene a conoscenza di una frase diffamatoria via facebook è già troppo tardi per fermarla, rettifica o meno. Se una diffamazione raggiunge tali livelli di diffusione sarà facile a) identificare l’autore b) denunciarlo. Non c’è un sistema per evitare che le bufale girino nei social network.
    Non credo sia così wishful sperare che tra italiano e matematica a scuola si insegni che chiunque può scrivere qualunque cosa su Internet. Molte persone (over 40 soprattutto) pensano ad Internet come la tv: “l’ha detto la tv” è diventato “c’è scritto su Internet”.

  18. splarz

    (non ho scritto che non è un canale, ho scritto che non è una fonte: “lo dice Internet” non ha senso)

  19. uqbal

    “Lo dice internet” non ha senso. Vero, non garantisce alcuna credibilità. Ma se vale a propagare una bufala, allora il problema esiste. Così come una calunnia a mezzo stampa non è meno tale se il giornale, anziché essere il Times, è il Sun, la cui credibilità è…mmm…discutibile.

  20. cinziaopezzi

    in alternativa all’offesa gratuita con annesso pesante tentativo di manipolazione si potrebbe dire che parlava a qualcun altro. per non rischiare un accusa di diffamazione, intendo.
    luca sofri, ti svelo una delle mie regole migliori.
    se una o più persone persegue un determinato obiettivo, dichiarato, con i mezzi sbagliati, che portano ad un risultato diverso, ad esempio “caos, arbitrio e discrezionalità”, e gli viene detto, educatamente, ma senza provocare modifiche nel suo compotamento, si può serenamente ipotizzare che il loro autentico obiettivo sia proprio quello che hanno come risultato.
    cioè: quando penso, con presunzione, in fondo, che “non capiscano” scopro che capivano benissimo, meglio di me, o che i risultati negativi per loro siano solo effetti collaterali. a questa conclusione sono arrivata confrontandomi pesantemente con gente contraria lla strategia del minor danno nell’ambito dei servizi per tossico dipendenti… arrivando a contestargli di essere a favore del massimo danno, senza poter essere smentita, purtrppo

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